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Scritto da Administrator | 11 Novembre 2015

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L’Epigrafia latina nelle province danubiane negli ultimi 15 anni (2000-2015)
Vienna, 10 novembre 2015, Istituto Italiano di cultura
3rd International Conference on Roman Danubian Provinces
di Attilio Mastino (Testo letto da Angela Donati.)

1.L’epigrafia provinciale. 2. Lo specifico epigrafico. 3. La lunga conquista. 4. Questa rassegna. 5. Storia degli studi. 6. Nuove acquisizioni sui governi provinciali. 7. La storia: novità sui viaggi imperiali. 8. Recenti acquisizioni sui fasti provinciali. 9. La municipalizzazione. 10. Alcuni populi e nationes. 11. Gli immigrati. 12. Opere pubbliche. 13. L’esercito: legioni, coorti, alae, flotta. 14. Miniere e dogane. 15. La vita religiosa. 16. Le articolazioni e le festività del culto imperiale. 17. Conclusioni

 

1.L’epigrafia provinciale.

Dopo Ferrara e Cento, Livio Zerbini mi ha nuovamente coinvolto chiedendomi di intervenire a questa 3rd International Conference on the Roman Danubian Provinces (Society and Economy), prevalentemente dedicata all’epigrafia, promossa dal Laboratorio della sua Università d’intesa con l’Institut für Alte Geschichte und Altertumskunde, Papyrologie und Epigraphik Wien (Fritz Mitthof e Theresia Pantzer). Allora lasciatemi dire la gratitudine per l’onore che mi viene fatto e l’ammirazione per il lavoro portato avanti in questi anni dal “Laboratorio sulle province danubiane di Ferrara”, che in qualche modo collabora in parallelo con il nostro “Centro di studi interdisciplinari sulle province romane” dell’Università di Sassari fondato 25 anni fa, con attenzione al tema delle specificità regionali e locali nel quadro del generale fenomeno della romanizzazione, coordinando gruppi di studiosi e proponendo una cooperazione interdisciplinare e internazionale sulla cultura, l’urbanizzazione, l’economia, la vita religiosa di un impero mediterraneo divenuto spazio di contatto, di cooperazione, di integrazione fra popoli differenti. Negli ultimi anni il Laboratorio di Ferrara, in una linea di continuità con antichi indirizzi di studi dell’Università di Bologna, è riuscito sempre più a porsi progressivamente come punto di riferimento per la cooperazione scientifica internazionale, tra archeologia, epigrafia, numismatica, storia delle religioni; è diventato un prezioso strumento per allargare l’indagine in ambito continentale e per costruire nuove reti di ricercatori[1].

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Scritto da Administrator | 11 Novembre 2015

Attilio MASTINO Raimondo ZUCCA
Insular identity
Barcellona, 5 novembre 2015

(testo letto da Raimondo Zucca)

0. Identità insulare nell’antichità

Il tema identitario costituisce uno dei filoni più fecondi della storiografia moderna ed in quanto tale rappresenta uno degli approcci contemporanei ad un ambito, nel nostro caso antichistico, della ricerca. I nostri strumenti, tuttavia, sono le fonti, tutti i tipi di fonti antiche (letterarie, epigrafiche, giuridiche, numismatiche, toponomastiche,  storico-artistiche, archeologiche, antropologiche etc.) attraverso l’interpretazione delle stesse che ci guidano alla individuazione sia delle manifestazioni identitarie autoctone (culturali, linguistiche etc.), sia dei modi di vedere autoctoni gli “altri”, sia, infine,  delle classificazioni identitarie che le altre culture, entrate in rapporto con gli autoctoni, diedero dei sistemi antropogeografici presi in esame.

Per l’antichistica  ci piace ricordare  il volume miscellaneo Cultural Identity in the Ancient Mediterranean curato da Erich S. Gruen (2011), il lavoro  coordinato da Antonio Caballos Rufino e Sabine Lefebvre, Roma generadora de identidades: la experiencia hispana. Collection de la Casa de Velázquez, (2011), e per il tema insulare gli Atti del VI Congresso di Erice, curati da Carmine Ampolo, Immagine e immagini della Sicilia e di altre isole del Mediterraneo antico (2009).

Il nostro lavoro si sofferma su alcuni aspetti delle identità insulari del Mediterraneo romano, rinunciando senz’altro ad individuare delle costanti, poiché la chiave di lettura del mondo insulare deve essere individuata nella dinamica storica dei paesaggi antropogeografici di ogni isola.

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Scritto da Administrator | 27 Ottobre 2015

Mosaïques du fundus Bassianus
(Volume pour le Musée du Bardo, 18 mars 2016)


1. Découverte en 1902 à l’occasion de la réalisation de l’Arsenal sur la rive sud-est du lac de Bizerte (fouilles de la Direction des Antiquité dirigées par M. Pradère), la mosaïque provient de la salle froide (frigidarium) des thermes constuits, probablement, à l’époque vandale (Ve siècle), dans le Fundus (domaine agricole) Bassianus, près d’Hippo Diarrhytus.  Elle est inventoriée dans le Cat. Mus. Alaoui, suppl. p. 15 nr. 231 (m. 4,35 x 2,50).

En opus tessellatum, la mosaïque figure de manière naturelle et un peu naïve, mais fidèlement un paysage marin et idéalisé, certainement en rapport avec le lac d’Hippo Diarrhytus sur la bordure sud duquel apparaît, sur une colline, l’ensemble des édifices du Fundus Bassianus: une villa avec la demeure du propriétaire (à droite) et ses annexes: thermes, ferme, étables, écuries. Le mosaïste n’était pas un grand artiste, mais a réussi à reproduire le site avec fidélité et un peu de fantaisie, avec quelques aspects de réalisme et d’impressionisme qui envoient à une realité paradisiaque. Dans le lac entre les vagues nagent des baigneurs, un garçon plonge des rochers, des pêcheurs à la ligne sont à l’oeuvre, dont l’un soulève un poulpe qui agite ses tentacules avant d’être mis dans un panier. Dans le golfe, quatre pêcheurs nus, debout sur une petite barque à rames, tirent avec des cordes liées aux deux extrémités, un filet chargé de poissons et en particulier de rougets et de sparidés. Sur la plage, entouré de poissons divers (rougets, races, mullets ou loups de mer) et de mollusques (poulpes, seiches, bivalves, un gastéropode), un autre personnage nu offre un plateau avec un poisson (encore un rouget ?), tandis qu’un monstre marin (plus pécisement un mérou de grandes dimensions), est en train d’avaler un nageur imprudent. La bordure est finement décorée sur trois côtés de tridents, dauphins, coquilles et spirales à pointe. Sur le côté droit sont représentés de manière stylisée les vagues du lac.

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Scritto da Administrator | 25 Ottobre 2015

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Attilio Mastino
La nascita dell’archeologia in Sardegna: il contributo di Giovanni Spano tra ricerca scientifica e falsificazione romantica
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1. Gli studi fino alla laurea. 2. Le scoperte nella colonia romana di Turris Libisonis. 3. La formazione: il viaggio a Roma Roma. 5. Baille e La Marmora. 5. I viaggi in Italia. 6. Le ricerche giovanili. 7. I primi scavi: Tharros. 8. Il “Bullettino Archeologico Sardo” e le “Scoperte Archeologiche”.  9. La rete dei collaboratori.  10. La nascita dell’archeologia in Sardegna. 11. I corrispondenti italiani. 12. I corrispondenti stranieri. 13. I rapporti con Theodor Mommsen e la polemica sulle Carte d’Arborea. 14. Lo scontro con Gaetano Cara ed il tramondo dello Spano. 15. Il mito della patria lontana: la leggendaria Ploaghe-Plubium.

1. La recente ristampa del "Bullettino Archeologico Sardo" e delle "Scoperte Archeologiche" curata dalle Edizioni dell'Archivio Fotografico Sardo di Sassari[2] e la Giornata di studio su Giovanni Spano promossa dal Comune di Ploaghe il 15 dicembre 2001 per le celebrazioni bicentenarie dalla nascita, sono  l'occasione per una riflessione complessiva sull'attività di Giovanni Spano tra il 1855 ed il 1878: un periodo di oltre vent’anni, che è fondamentale per la conoscenza della storia delle origini dell'archeologia in Sardegna, nel difficile momento successivo alla "fusione perfetta" con gli Stati della Terraferma, fino alla proclamazione dell'Unità d'Italia e di Roma capitale; in un momento critico e di passaggio tra 1a «Sardegna stamentaria» e lo «Stato italiano risorgimentale», quando secondo Giovanni Lilliu «si incontrarono e subito si scontrarono la "nazione" sarda e la "nazione" italiana al suo inizio»[3].

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Scritto da Administrator | 23 Ottobre 2015

Attilio Mastino
La scomparsa di Claude Lepelley

Vorrei ricordare oggi Claude Lepelley, scomparso a Montreuil (Île-de-France) il I febbraio 2015, all’età di 80 anni, a seguito di un arresto cardiaco. Era nato a Saint-Maurice, Val-de-Marne l’8 febbraio 1934.

Mentre esprimiamo il dolore profondo per una perdita che ci colpisce davvero, che impoverisce ulteriormente la generazione di studiosi che ci hanno preceduto e che sono stati anche nostri maestri, vogliamo ricordarlo a nome di tutti per le sue straordinarie imprese scientifiche, per la sua figura umana di studioso, di democratico, di amico dei paesi del Maghreb. Gli siamo grati per l’attenzione che ci ha voluto riservare, sempre con affetto e simpatia, ma anche con una sorta di nobile distacco, ricollegandosi fin dall’inizio ad un personaggio che ha voluto dare avvio ai convegni, de L’Africa Romana assieme a Giancarlo Susini, Marcel Le Glay, il maestro al quale era subentrato nella cattedra di Paris-Nanterre nel 1984.

Scrivendo la sua bella presentazione introduttiva all’XI volume de “L’Africa Romana” con gli Atti dell’incontro di Cartagine svoltosi nel dicembre 1994, Claude Lepelley ricordava proprio quell’anno lontano: <<En 1984, Marcel Le Glay m’apprit qu’il avait participé en décembre précédent, à Sassari, à une petite rencontre d’un grand intérêt consacrée à l’Afrique antique. Très vite parurent les actes, L’Africa Romana I, avec déjà une qualité d’impression qui ne devait jamais se démentir. Actes modestes, avec seulement huit communications, dont une consacrée à la Sardaigne, et quatre dues à des savants tunisiens, qui, d’emblée, s’étaient ralliés avec enthousiasme. On connaît la suite: la série des actes est désormais une publication de référence fondamentale, “un monument de la science contemporaine” a pu écrire André Chastagnol>>. E aveva aggiunto che il Convegno di Cartagine del 1994 segnava un ulteriore allargamento geografico alle province occidentali dell’impero romano, in particolare alla Sicilia, alla Corsica, alle due Spagne, alla Lusitania e poteva constatare che i nostri colloqui erano divenuti nelle nostre discipline un fatto che riguardava tutti gli specialisti del mondo romano. Poi ci aveva parlato di Helvius Vindicianus médecin et proconsul, riportandoci al tema che preferiva: la tarda antichità, Agostino di Ippona, amico del proconsole d’Africa Vindicianus nella prima età di Teodosio, tra il 379 e il 380, vir sagax, medicinae artis peritissimus, atque in ea nobilissimus.

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Scritto da Administrator | 11 Ottobre 2015

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Natione Sardus
“Achivio Storico Sardo”, in stampa
Attilio Mastino

1. Per spiegare il termine natio, nel senso di “patria”, origo, luogo geografico di nascita e di origine ma anche domicilium (in greco génos, éthnos, polítes), il grammatico Lucio Cincio ripreso da Festo[1] in età repubblicana faceva riferimento a coloro che sono radicati su un territorio, sul quale sono nati e continuano a vivere: genus hominum, qui non aliunde venerunt, sed ibi nati sunt ubi incolunt[2]. A questo riguardo è necessario specificare la differenza sostanziale con gens, in quanto la nozione espressa da quet’ultima si collega alla serie di antenati presenti in un lignaggio familiare e uniti da un rapporto di sangue;  la nozione di natio, invece, tiene conto del rapporto che un dato gruppo sociale ha nei confronti di un luogo geografico di origine; questo infatti identifica il suolo della patria originaria, <<solum patrium quaerit>>, in quanto è omoradicale col verbo nascor[3].

Pertanto, nella recentissima voce natio scritta per il Thesaurus linguae Latinae (a. 2014), Friedrich Spoth osserva che nell’utilizzare il termine natio si intende trattare specialmente de coetu hominum, qui coniuncti sunt vinculo, magari unius originis, linguae, religionis similiter[4]. Quindi si coglie il senso dell’espressione natione verna, che non è da intendersi come abitualmente verna “schiavo nato in casa” ma che conserva il significato più antico di “nativo”, dal momento che è assegnata soprattutto a liberi e non a schiavi[5].

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Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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