L'archivio storico del Comune di Bosa

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 08 Settembre 2011

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L’Archivio storico del Comune di Bosa

dii Attilio Mastino

Bosa ha conosciuto negli ultimi anni tutto un fiorire di studi e di ricerche: basti pensare al recentissimo volume sulle monete del Museo Civico di Francesco Guido, agli articoli di sintesi sulle indagini archeologiche curate da Antonietta Boninu, Lidio Gasperini, Maria Chiara Satta, Alberto Moravetti e Raimondo Zucca, ai volumi sul castello e sui vescovi di Bosa di Salvatorangelo Palmerio Spanu, all’opera di documentazione curata da Giovanni Mastino, al volume della collana Sardegnambiente Planargia di Tonino Oppes, agli studi tascabili sulle tradizioni popolari di Vincenzo Marras, ai volumi fotografici curati da Vincenzo Mozzo, alla storia postale di Piero Damilano, alle ricerche sulle epidemie e sull’organizzazione sanitaria di Eugenia Tognotti, all’opera di recupero delle figure di Giuseppe Biddau, Giovanni Nurchi, Orlando Biddau, Melkiorre Melis (quest’ultima legata al nome di Antonello Cuccu), allo studio sul ponte sul fiume Temo di Giuseppe Ibba. Per non parlare poi delle numerose tesi di laurea discusse nei due Atenei isolani (e non solo) sui monumenti e sulla storia della città: citerò soltanto quella di Franco Stara sulla condizione giuridica della città spagnola, quella di Stefania Cossu sulle curatorie della Planargia e del Montiferru e quella di Maria Teresa Angius sulla Relacion de la antigua ciudad de Calmedia. Del resto questo interesse e questa attenzione sono curiosamente condivisi anche dagli studenti e dagli alunni di tutti gli Istituti scolastici cittadini.

Se ne ricava l’impressione che quanto era stato solo intuito a grandi linee sul passato della città, ora sembra possa essere approfondito ed esaminato in tutti i dettagli. A ben vedere però questa impressione si rivela fondamentalmente errata, dal momento che in realtà la storia della città di Bosa rimane ancora tutta da scrivere: se non lo dimostrassero le ultime sensazionali scoperte archeologiche sulla villa catoniana di età tardo-repubblicana di S’Abba Drucche, ce lo garantirebbe comunque questo volume che contiene l’inventario della prima sezione (Antico Regime) dell’Archivio Storico del Comune di Bosa.

Quando, sei anni fa, iniziò il riordino dell’Archivio Storico e di Deposito del Comune di Bosa curato dalla Cooperativa «La Memoria Storica» diretta da Cecilia Tasca, grazie ad un progetto voluto dagli Amministratori comunali e fermamente sostenuto da Vittorio Sotgiu e dalla Sovrintendenza Archivistica della Sardegna, non potevamo prevedere che tutto il dossier relativo alla storia di Bosa in età giudicale, in età aragonese, in età spagnola ed in età piemontese. stava per dover essere riaperto. Eravamo infatti convinti che ormai nell’Archivio Comunale di Bosa ben poco restasse da salvare: un po’ perché noi stessi avevamo vissuto alcuni momenti ben poco edificanti per la storia dell’Archivio e ne avevamo potuto verificare il disordine se non il vero e proprio sfacelo; un po’ perché conoscevamo nei dettagli la storia dei successivi trasferimenti dei documenti tra i locali che hanno di volta in volta ospitato il Comune (il «Palazzo Civico», secondo Pasquale Cugia, nel 1892 era il «bell’edificio all’estremità ovest della Via o Piazza Maggiore» nell’attuale Piazza Costituzione; più tardi fu trasferito nella palazzina di Piazza IV novembre, poi nell’ex Convento dei Carmelitani e da ultimo nell’Orfanotrofio Puggioni); infine perché molte altre collezioni di proprietà comunale sono andate disperse, come quelle conservate nel Regio Ginnasio e ricordate alla fine dell’Ottocento da Pasquale Cugia («Nel Ginnasio, il Municipio tiene la Biblioteca comunale, non spregevole per l’accolta dei libri; ivi conservasi una collezione geologica dei dintorni della città; pregevol medagliere di monete puniche e romane; alcune iscrizioni»). Pesava del resto sull’Archivio di Bosa il giudizio impietoso che 1’8 maggio 1770, cinquanta anni dopo l’ingresso dei Piemontesi in Sardegna, era stato formulato dai funzionari del Viceré Conte d’Hallot Des Hayes, che aveva visitato la cittadina del Temo riportandone un’impressione molto negativa: «Si è poi S.E. in primo luogo disposta a far riconoscere la Curia, nella quale per Archivio altro non trovossi che un vecchio e disfatto armario, che si conduce ogni triennio in Casa di quello, che viene nominato per Assessore, ove esistono pochi processi senza Inventario, e malamente tenuti, li quali tutti con i pochi attualmente vertenti, si sono presentati ai Ministri della Visita per essere riconosciuti. Mancano le Prammatiche, Pregoni, Editti, e molti registri, specialmente quello de’ Bollettini, e perciò esservi l’abuso di non usarsi, nelle introduzioni del bestiame pelli e cuoi, le debite cautele prescritte dalle leggi del regno per evitare i furti». Come conseguenza dell’ispezione fu disposto che Bosa, assieme ad Alghero, Oristano ed Iglesias, fosse sottoposta ad un rigoroso piano di riforma generale, che prevedeva tra l’altro il pagamento di uno stipendio per un segretario «più capace di tenere col dovuto ordine, chiarezza e metodo i libri, e le scritture appartenenti agl’interessi di quel pubblico». Una traccia di questa riforma è documentata dall’Archivio del Comune di Bosa, almeno per quanto riguarda la seriazione dei libri di regiment (doc. 58 sgg.), le istruzioni in materia di estrazione e nomina dei Consiglieri e impiegati di città (doc. 170), oltre che di barracellato e di ufficio del censorato (doc. 7); queste ultime precedono però di un mese la visita viceregia.

Questo volume, che sono veramente felice di poter presentare oggi al pubblico, costringe a rivedere drasticamente questi giudizi: l’indice dei documenti depositati in Archivio e che dovranno essere studiati in dettaglio è per molti versi una sorpresa, anche se l’originaria consistenza risulta purtroppo notevolmente ridotta; esso consente di dire fin d’ora che si è aperta una nuova fase nella ricostruzione della storia della città, se è vero che i documenti più antichi risalgono indietro fino al 1427, cioè fino ai primi anni della conquista aragonese, quando la città ottenne in perpetuo dal Re Alfonso V i salti di Sierra, Espinas e Castañas. Gli anni che ci stanno davanti saranno sicuramente dedicati non solo alla pubblicazione degli altri 11 inventari dell’Archivio, ma soprattutto allo studio dei singoli documenti, che dopo il riordino potranno essere emessi a disposizione degli studiosi. Ne verranno in formazioni di dettaglio non solo sull’amministrazione cittadina nell’Ottocento e nel Novecento, in epoca successiva alla fusione del 1848, ma anche in età più antica, fin dalle origini dell’impianto dell’Archivio.

Del resto già questo volume ci dà notizia dell’indice numerico dei titoli e dei privilegi della città di Bosa dal 1339 al 1705 (doc. 42), anche se poco o nulla sappiamo sugli statuti in lingua italiana della città, di cui rimangono solo alcuni frammenti pubblicati da Antonio Era e da Giovanni Todde, precedenti alla traduzione in lingua sarda o catalana disposta nel corso del Parlamento di Alvaro de Madrigal degli anni 1555-61. Una traccia degli antichi ordinamenti potrebbe esser ora individuata dalla sopravvivenza ancora in piena età piemontese della figura del magistrato di origine genovese, forse introdotto dai Malaspina, di su Castaldu (equivalente all’Amostassen) (doc. 285). Ma le informazioni fornite dai documenti che si presentano in questa sede riguardano l’evoluzione progressiva delle magistrature cittadine, i difficili rapporti con il signore feudale del castello, con il Marchese della Planargia (doc. 258) e con l’alcaide di Serravalle (doc. 257), il ruolo dei rappresentanti della città nei parlamenti spagnoli (fino ai 12 capitoli delle richieste del sindaco Passino in occasione del Parlamento del 1698 convocato dal viceré conte di Montellano, doc. 6), la realizzazione delle diverse opere pubbliche: del 1846 è l’appalto per la costruzione del macello (doc. 483), che pochi anni dopo vediamo rappresentato nella tempera di Luigi Claudio Ferrero, presso il ponte, sulla sponda sinistra del Temo; dell’anno successivo è l’appalto per la costruzione della caserma dei Cacciatori Franchi (doc. 484). Ritorna ripetutamente l’appalto dei lavori di rifacimento del vecchio ponte a sette arcate negli anni 1633, 1661, 1724, 1778, 1789 (docc. 18, 22, 470, 478, 491, 493), che a causa delle inondazioni del Temo richiedeva una continua manutenzione; nel 1726 fu perciò istituito un diritto di pedaggio per chi attraversava il ponte, con lo scopo di recuperare le spese sostenute nei restauri precedenti (doc. 471); i costi del resto venivamo ripartiti tra le ville della tappa di insinuazione, che arrivava a comprendere anche tutto il Marghine, fino a Bolotana. Ma già nel 1850 il ponte era in pessime condizioni, tanto che il La Marmora ricorda che «è vecchio, e minacciava rovina quando io lo visitai l’ultima volta»; «esso è composto di sette archi: ciocché vi ha di male è che allorquando fu fabbricato, o si restaurò, si lasciò il fondo del fiu­me ingombrato dagli avanzi, o dalle basi degli antichi pilastri; questo fa che nel tempo in cui le acque sono basse, i battelli non possono sempre passare sotto gli archi, né comunicare colle parti del fiume di sopra, e di giù del ponte; locché è un inconveniente, perché questo fiume è navigabile ancora circa due miglia al di sopra della città; dove esso serpeggia in mezzo d’una larga vallata, tutta piena d’ulivi e ben coltivata».

Solo nel 1871 fu costruito il nuovo ponte a tre arcate, ricordato da Pasquale Cugia vent’anni dopo con queste parole: «Per entrare in Bosa col nostro itinerario si attraversa il fiume Temo sul bel ponte moderno di tre arcate costruito nel 1871 su disegno dell’ing. Pizzagalli del G(enio) C(ivile). Fu gettato nello stesso sito nel quale esisteva il precedente di 7 arcate: nel fabbricare e ricostruire quest’ultimo, il fondo del fiume non fu liberato dagli avanzi di altre pile più antiche, di tal che, ingombro, l’acqua non scorreva bene con pregiudizio dell’igiene e del transito delle barche che non potevano oltrepassarlo: poiché il fiume è navigabile fino a 2 km. circa a monte della città. Ora vi si è riparato con l’erezione del nuovo ponte».

Ma, più in generale, abbiamo ora un quadro complessivo anche delle attività del Comune, delle gabelle, tasse, imposte riscosse, secondo una linea di autonomia decisa da Alfonso il Magnanimo e confermata dal vicerè De Moncada nel 1594; si pensi ai diritti incassati dalle «barche pescatrici nella fiumara» (doc. 432) ed alle decime ecclesiastiche. E poi i diritti doganali, la temporanea condizione di porto franco riconosciuta nel 1626 da Filippo IV, il contrabbando (si ricordi l’episodio del 22 maggio 1828 narrato da Bacchisio Sannia, capo dell’uffizio postale di Bosa, nel volume di Piero Damilano). I bilanci comunali ci conservano la storia dell’evoluzione del donativo, le esenzioni, i benefici, i creditori ed i debitori. Abbiamo un quadro più esatto della notevole ampiezza delle terre pubbliche comunali (poi andate disperse quasi per intero alla fine dell’Ottocento, in occasione della costruzione del porto) con i loro usi civici tradizionali: conosciamo la localizzazione del paberile e dei vidazzoni in epoca precedente alle chiudende: il prezioso campo di Palmas o quello di Buddesi, il salto di Benas, che si voleva includere nel vidazzone, i salti di Monte Mannu, di Campeda, di Barasumene, di Montresta, di Cherchettanos, di Silva Manna, le proprietà di Taratala, il segato di Cumada.

E poi il rapporto tra contadini e pastori, il continuo  sconfinamento del bestiame nelle terre seminate, le prestazioni comunitarie (come quella di ronda marittima, dalla quale erano dispensati gli anziani custodi del prato e del segato), l’ordine pubblico, la repressione degli omicidi da parte del magistrato civico, la difficile situazione sociale, caratterizzata dal vagabondaggio, dalle epidemie (che si vorrebbero contenere disponendo la quarantena per le navi provenienti dai luoghi infetti), l’alto numero di illegittimi, che venivano abbandonati e assistiti a spese della città dal «padre degli orfani» (Vittorio Angius ricorda che «sono alcune balie stipendiate dalla cassa civica per gli spurii. Il numero di quelli che espongonsi suol essere all’anno di otto o dieci. Ne muoiono quattro o cinque»).

L’assistenza alle orfane nel 1724 era garantita anche dalle pensioni derivanti dall’affitto di alcune abitazioni del centro storico, secondo le disposizioni di un antichissimo legato, che risaliva addirittura all’inizio del Cinquecento ed alla volontà di Isabella di Villamarì, la principessa di Salerno, tanto amata in città (doc. 37). Altri legati sono quelli del canonico Giovanni Pietro Puggioni a favore dei poveri (a. 1708) (doc. 255) o quelli destinati al finanziamento dell’Ospedale di Santa-Croce.

E poi l’organizzazione sociale: l’attività delle Associazioni e dei Gremi, come il Gremio dei fabbri, impegnato alla metà del XVIII secolo in un processo contro i carbonai di Montresta, per il taglio indiscriminato degli alberi (doc. 489); oppure il Gremio dei sarti e dei calzolai, che nel 1617 dispone la costruzione di una cappella in un terreno di proprietà del Convento del Carmine (doc. 488)..

E poi la realtà produttiva, le merci di importazione, le produzioni locali (il grano, il vino, l’olio, gli ortaggi), l’importanza delle concerie, il commercio del corame, delle pelli crude, dei cuoi; la pesca, le difficoltà annonarie, gli ostacoli posti dal Marchese di Santa Maria per l’approvvigionamento del sale (doc. 81). E le feste, come quella dei Santi patroni, Emilio e Priamo, che risale ad epoca precedente alla scoperta seicentesca delle reliquie conservate nella Cattedrale; proprio il 28 maggio del resto è la data di entrata in carica dei Consiglieri e del sorteggio del Clavario dall’elenco dei componenti le due prime classi di cittadini.

E l’evoluzione della struttura burocratica del Comune, le risoluzioni del Consiglio generale e del Consiglio particolare, le inadempienze dei segretari comunali, la nascita del catasto, i provvedimenti per reprimere l’abigeato, l’organizzazione della compagnia barracellare.

Un capitolo importante è rappresentato dai rapporti della città con il Vescovo, con il Capitolo della Cattedrale e con i numerosi conventi: si pensi ai Carmelitani, ai Frati Minori Osservanti (che nel 1753 ottengono la chiesa della Maddalena), alle proprietà religiose come quelle di Monte Crispu e di Malosa.

Una svolta per la storia della città fu rappresentata sicuramente dall’arrivo dei Piemontesi, impegnati ad istituire il catasto, a realizzare opere pubbliche, ad adottare il nuovo piano d’ornato per un riordino urbanistico della città.

Eppure ancora all’inizio dell’Ottocento Bosa aveva mantenuto le tradizioni più antiche e i documenti cittadini continuavano spesso ad essere ancora scritti in lingua spagnola.

Del resto proprio in età piemontese si pose il problema della persistenza dell’organizzazione feudale: una traccia importante è rappresentata dalla lunga e complessa controversia tra la città, i coloni greci ed il Marchese di San Cristoforo, erede dei diritti feudali: nel 1774 il re Vittorio Amedeo III reintegrava finalmente la città di Bosa nel possesso del territorio di Montresta, a conclusione della controversia con il Marchese Antonio Todde.

Come si vede, le suggestioni sono infinite: questo volume ha sicuramente il merito di aver creato nuovi stimoli e nuove curiosità per la ricerca. Di questo credo si debba essere grati ai  giovani che hanno svolto questo lungo ed appassionato lavoro.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 14:15

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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