Billia Muroni, Storia di Bosa e Planargia.

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| 08 Settembre 2011

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Billia Muroni, Storia di Bosa e Planargia.

di Attilio Mastino

È un piacere per me parlare di Billia Muroni, ricostruire il suo percorso di politico, di insegnante, di studioso, di amico partendo da questo suo libro pubblicato dall’Editore Zonza. Uscito ad un anno di distanza dalla morte, compensa in parte il vuoto che Billia ci ha lasciato: il volume è stato stampato dalle grafiche Ghiani di Monastir, lo stesso tipografo che nel 1988 ha pubblicato Gente di Planargia, con in appendice le voci relative ai 10 comuni della Planargia scritte da Vittorio Angius per il Dizionario del Casalis.

Nato a Tresnuraghes nel 1948, Billia ha frequentato il seminario vescovile e si è poi iscritto alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, vivendo da protagonista il ’68, un’esperienza straordinaria che avrebbe segnato le sue scelte politiche successive. Aderisce inizialmente al gruppo del Manifesto e poi fonda assieme a Salvatore Ganga la sezione del Pci di Tresnuraghes, di cui è stato il primo segretario. In polemica col settimanale cattolico “Libertà” (al quale invece io collaboravo) pubblica all’inizio degli anni ’70 una lettera aperta agli studenti del Liceo Classico di Bosa nel momento dello scontro animato dal prof. Sfara, un rivoluzionario sui generis. Eletto nel consiglio comunale di Tresnuraghes in una lista civica di sinistra, è stato tra il 1980 e il 1983 consigliere comunale di opposizione, più volte candidato alle elezioni provinciali per la nuova provincia di Oristano. Nella scuola, nelle attività di sperimentazione, nell’impegno contro la dispersione scolastica, diede il meglio di sé, collaborando per anni con la attivissima preside della Scuola Media n. 2 di Bosa Emma Contu e con molti altri nostri colleghi che anche oggi, a distanza di un anno dalla morte, lo vogliono ricordare, con il suo sorrispo aperto e leale ed il suo entusiasmo, con la sua sensibilità e il suo senso profondo dell’amicizia.

La sua complessa vicenda politica e personale non può però essere compresa senza pensare al vero elemento di continuità che ha caratterizzato la vita di Billia Muroni, il volontariato nelle associazioni cattoliche giovanili, la parrocchia, lo sport come servizio sociale (nel Csi), la radio: l’impegno non convenzionale per gli emarginati, per i giovani, per i poveri, un impegno vissuto coerentemente come scelta di vita e come il canale attraverso il quale Billia per anni è entrato in contatto diretto con la sua gente, che oggi lo piange.

Il titolo di quello che possiamo ritenere il capolavoro di Billia, Gente di Planargia, indica bene anche nel sottotitolo, «Religione, politica e cultura dalla fine del Settecento al primo Novecento», i tre campi specifici di un impegno, che è stato di vita vissuta prima ancora che di ricerca nei polverosi archivi locali dei nostri paesi e della nostra città.

Anche il volumetto dedicato al Tesoro di San Marco è frutto di una ricerca lunga ed accurata negli archivi della parrocchia di Tresnuraghes, con attenzione per le tradizioni popolari, per l’associazionismo delle confraternite, per gli aspetti più profondi e reconditi di una fede popolare vissuta come momento fondamentale della comunità, come elemento essenziale per definire l’identità di un gruppo, di un paese, di una micro-regione come questa Planargia così compatta ed omogenea dal punto di vista geografico, linguistico, culturale ed economico eppure – sono parole di Billia – perennemente smembrata, alla ricerca ciclica più o meno convinta di un’unità politico-amministrativa universalmente conclamata ma mai concretamente attuata, almeno nei tempi lunghi.

Anche nelle altre opere di Billia (Bosa: Immagini tra mito e storia, in collaborazione con V. Mozzo, S. Flore, ed. Delfino, Sassari 1993) c’è un elemento che appare veramente tipico del personaggio e un po’ spiega molte delle sue scelte e molti dei suoi atteggiamenti: Billia era convinto che in epoca medioevale e moderna, ma ancora ai nostri giorni, esiste una centralità della Chiesa nella vita dei villaggi della Planargia. Così si spiega perché l’archivio parrocchiale diventa il punto di vista privilegiato per la ricostruzione storica, da integrare con documenti degli altri archivi, ad iniziare dall’archivio vescovile o dall’archivio comunale di Bosa o dall’archivio di Stato di Cagliari. Questo volume, dedicato alla storia di Bosa e della Planargia, rappresenta certo un passo in avanti significativo sul piano della ricerca rigorosa con una conoscenza accurata della bibliografia più recente (sono citati oltre 80 titoli di lavori specialistici di carattere generale) e con l’obiettivo di offrire finalmente un’opera accessibile anche sul piano del linguaggio agli studenti delle Scuole Medie e dei Licei, impreziosita da una splendida documentazione fotografica curata da Gianflorest Pani.

Già il titolo, Bosa e Planargia, quasi incatenate insieme, indica la volontà di chi osserva il territorio da un punto di vista particolare, dal villaggio più remoto della Planargia, la volontà cioè di cercare una strada per riaffermare la centralità di Bosa ed il rapporto della città del Temo con l’ambiente circostante e con i diversi comuni della Planargia.

Billia sapeva bene che la causa dell’isolamento di questo territorio e del frazionamento delle nostre comunità è soprattutto da ricercarsi nei condizionamenti, nei limiti e nella prospettiva della gente di Bosa, un capoluogo che spesso ha rinunciato alla sua funzione di coordinamento e che si è ripetutamente ripiegato su se stessa. Recentemente Giovanni Sistu, in alcune tra le più belle pagine scritte su Bosa, nel volume pubblicato sulle città dell’isola dal Banco di Sardegna, è riuscito a spiegare questo aspetto della storia di Bosa, richiamando quel “senso di insularità” che un noto studioso inglese riscontrava nelle comunità medioevali chiuse dentro le mura, delle quali sottolinea l’importanza psicologica. Per Bosa questo senso di insularità è una costante storica, che persiste al di là della scomparsa delle mura, della demolizione dell’elemento fisico dell’isolamento.

Altrove Muroni ha parlato di Bosa come di una nobildonna decaduta; io credo che anche lui condividesse però il giudizio sulla diversa qualità dello sviluppo civile di questo centro, nei suoi rapporti con il territorio circostante, che ha profondissimi elementi di identificazione ed ha marcati segni di identità, risultato di una storia lunga, che ciascuno di noi è consapevole di portarsi dietro, con una rete di rapporti, di relazioni e di eredità che rappresentano veramente la ragione per la quale noi per Bosa parliamo di città e di ambiente urbano, anche quando la crescita demografica presenta – come oggi – un saldo negativo. Anche quando i monumenti si sbriciolano, come in questi giorni la Cattedrale, proprio nell’anno del Grande Giubileo.

Billia Muroni ha tentato di procedere con l’esperimento che Tonino Oppes aveva pensato dieci anni fa con il volume Planargia: ha tentato di estendere l’identità del territorio e della comunità al di là delle mura di cinta, nei paesi e nelle valli per le quali – all’incontrario – Bosa da sempre è stata un punto di riferimento, come capoluogo, come sede del vescovo, come centro caratterizzato dai monumenti e da un’edilizia civile di qualità, come luogo di formazione per generazioni di studenti. E dunque questa proiezione di Bosa al di là delle sue mura ci proietta fino a Montresta ed a Modolo, enclaves nell’antico territorio comunale; fino a Suni, Tinnura, Flussio, Magomadas e Sagama, sull’altopiano basaltico della Planargia; ma anche fino a Sindia, al confine col Marghine, ed a Tresnuraghes, in provincia di Oristano, in un’area di confine che ha perso da tempo i contatti con Padria e con Pozzomaggiore.

Con questo volume Billia ha tentato di dirci che Bosa deve superare il suo isolamento, senza perdere la sua identità, i suoi monumenti ed il suo paesaggio; mantenendo anzi il clima, l’atmosfera, la rete di sentimenti e di sensazioni di un piccolo mondo articolato e al suo interno straordinariamente complesso, dal quale la Planargia non vuole rimanere estranea.

Prima ancora che di storia, questo è un libro di geografia: Billia conosce l’importanza della geografia nella storia e ritiene che il fiume, il mare, l’altopiano e la montagna abbiano profondamente condizionato le forme dell’insediamento umano, le dimensioni stesse delle case e delle barche, che sono rapportate alla ricettività degli approdi portuali, alle forme della linea di costa, ai fondali ricchi di corallo e di pesci.

È la geografia che condiziona il bizzarro percorso della ferrovia, che sembra studiato per unire tra loro i comuni della Planargia.

È la geografia che spiega molte caratteristiche del popolamento e molte attività economiche, le miniere, le antiche gualchiere sul rio Mannu, le concerie, i mulini, fino alla cantina sociale di Flussio. Ma anche la pastorizia e l’agricoltura nella valle del Temo.

Il confine meridionale del territorio è rappresentato proprio dal rio Mannu e dalla sua foce a Foghe, ai confini con Sennariolo e con Cuglieri, ai margini dell’altopiano di Oddine sul quale dieci anni fa il prof. Carlo Tozzi (ora all’Università di Pisa) svolse gli scavi archeologici che ci hanno fatto conoscere forse il più antico sito del primitivo insediamento umano già nel Neolitico antico, quasi 8000 anni fa, un’officina litica seminomade insediata sulle dune di sabbia create dal vento sull’altopiano.

Oggi possiamo dire che il sito di Torre Foghe, al margine meridionale della Planargia, deve aver avuto un ruolo fondamentale nei meccanismi di diffusione dell’ossidiana sarda e deve essere stata una delle tappe attraverso le quali l’ossidiana del Monte Arci veniva trasportata verso la Sardegna settentrionale e la Corsica. Sono oltre 2500 i pezzi rinvenuti, con scarti di lavorazione ma anche con circa 600 strumenti e manufatti in ossidiana, che si aggiungono all’industria litica in selce, ai ciottoli di fonolite del Monte Ferru, adattati alle attività agricole.

Nel volume vengono presentati gli ultimi studi sul Neolitico recente, sulle domus de janas come i furrighesos di San Marco a Tresnuraghes, immaginati come labirinti terribili e misteriosi, alle domus di Silattari e di Coronedu a Bosa, fino alle pietre fitte come il bètilo di Pischina ’e Nassa ancora a Tresnuraghes. E poi l’Età del rame, con la muraglia megalitica di S’Albaredda sull’altopiano di sa Sea o come a san Bartolomeo di Flussio. E poi l’Età del bronzo antico, con i nuraghi a corridoio come a Lighedu od a Seneghe a Suni o come a Mulineddu a Sagama. E la grande civiltà nuragica, che proprio nell’area meridionale della Planargia ci ha conservato testimonianze imponenti: il nuraghe Nani, il sistema difensivo sul rio Mannu, gli altri 22 nuraghi elencati nel territorio di Tresnuraghes, che si aggiungono ai 78 nuraghi censiti da Alberto Moravetti per il resto della Planargia: 100 nuraghi in tutto, che hanno una densità notevole, superiore a quella dell’intera Planargia. E poi le “tombe di giganti”, come quelle di Martine o di Pischina ’e Nassa, i templi a pozzo, come Puttu a Magomadas, i bètili. E poi l’età fenicio-punica e romana nel retroterra di Bosa, gli scavi di Marco Biagini a Santu Nigola, a Santu Maltine ed a San Giovanni, presso l’antica Magomadas; gli scavi di Antonietta Boninu a San Bartolomeo di Flussio, di Marcello Madau a Sagama ed a Suni, di Maria Chiara Satta nella villa catoniana di S’Abba Drucche a Bosa, i latifondi sul rio Mannu, con i cippi che forse conservano traccia della rivolta di Ampsicora contro i Romani, i popoli africani e sardi rimasti su questo territorio, i Giddilitani, i Muthon, gli Udaddadar, che immaginiamo sconfitti assieme ad Annibale e condannati in età repubblicana a servire nelle terre tra Bosa e Cornus che sarebbero appartenute più tardi alle ricche Numisiae. E accanto alla storia, il mito e le leggende: la vicenda di Calmedia, che giustamente Billia ritiene più antica della falsificazione delle Carte d’Arborea alla metà dell’Ottocento; i toponimi misteriosi, come Porto Alabe con la fontana di zia Pòlita o Su Tìppiri, parola punica per indicare il rosmarino, miracolosamente sopravvisuta nel tempo. L’età romana, tra l’Hermàion akron, il Capo Mercurio, l’attuale Capo Marrargiu, e la foce del fiume Olla a Foghe, ai margini settentrionali del territorio di Cornus, a sud delle foci del Temo e del municipio romano di Bosa, è documentata ad esempio dal bellissimo timbro di bronzo con l’immagine dell’imperatore Caracalla trovata da un pastore di Tresnuraghes oppure dall’ancora di Turas che forse ci testimonia la presenza di un navicularius, L. Fulvius Euthichianus, un appaltatore del trasporto di grano, con proprietà a sud del rio Mannu ed in Sicilia.

Billia Muroni ricostruisce il percorso della strada romana direttissima che collegava Cornus a Bosa, “Su caminu ’osincu”, che superava il rio Marafé a Su ’adu ’e su pische (al ponte Sa Fabrica) e dopo aver lambito le falde occidentali del colle Santa Vittoria, attraversava il rio Mannu, costeggiava i nuraghi Nani e Maltine e toccava l’attuale Tresnuraghes, dove non è escluso si possa trovare qualche miliario romano.

La successiva età bizantina è oggi testimoniata paradossalmente dalla malvasia, prodotta nel territorio a denominazione d’origine controllata, ma anche dalle chiese, come dalla chiesetta della Vergine d’Itria a Tresnuraghes, dai santuari, dalle statue, tracce di una devozione orientale documentata dal culto per l’imperatore Costantino. E poi il Medioevo giudicale, la splendida figura di Marcusa de Gunale, nata a Bosa Manna, moglie del giudice di Torres Costantino e madre del giudice Gonario, fondatore dell’abbazia di Nostra Signora di Corte a Sindia; il monachesimo a sant’Ippolito di Sirone, a Caravetta a Bosa, a San Pietro di Scano Montiferro, i Cistercensi ed i Benedettini. Proprio la storia di Marcusa de Gunale, del figlio Gonario e del nipote Barusone, distruggendo il mito di Calmedia, ci parla del momento in cui Bosa Vetus cominciò a coesistere con la nuova Bosa che già si costruiva sotto la protezione del castello. Ci parla di una Bosa Manna amministrata secondo gli ordinamenti giudicali e di un’altra città, più recente, Bosa Nuova, regolata dal marchese dei Malaspina forse già secondo ordinamenti di tipo pisano.

E insieme la curatoria di Frussìa e la successiva curatoria di Serravalle, definita per la prima volta da Billia sulla base dei documenti conservati dal 1341 presso l’archivio della Curia vescovile di Bosa: la Planargia con le sue 12 ville, tra le quali Forssiu, Modol valle, Tribus Noragis o Noraquis, ma anche alcuni centri oggi abbandonati, almeno quattro: Morgeterio o Mogultera presso Montresta, così come Suttamonte, Trigano presso Sagama (o Noraghes de Trigano), Oinu presso Sindia.

E poi la Planargia arborense, Giovanni de Bas Serra imprigionato a Bosa, suo fratello, il giudice Mariano IV, l’ostilità per i Catalani, Bosa che diventa il centro di raccolta e di comando di tutte le forze sarde anti-catalane, gli affreschi che ora Billia attribuisce al vescovo francescano Ruggero Piazza ed al 1360 durante il regno di Mariano IV, infine Ugone ed Eleonora e la pace di Barcellona del 1388 con Giovanni I il Cacciatore; per Eleonora a Tresnuraghes giurarono il maiore de villa Toma de Simala ed i giurati De Logu, Serra, Solinas, de Roma, Sotgiu; e gli abitanti Penna e Seche.

La storia catalana della Planargia inizia con quasi un secolo di ritardo, dopo il naufragio delle forze arborensi e la sconfitta a Sanluri dell’ultimo giudice Guglielmo, per opera di Martino il giovane, con l’assedio di Bosa del 1410 deciso soprattutto dai cannoni catalani per la prima volta usati in Sardegna. Sei anni dopo Trenorachs contava appena 25 famiglie e 100 abitanti, segno di una crisi dovuta alle devastazioni della guerra.

L’epoca catalano-aragonese e spagnola fino alla baronia è oggi meglio conosciuta grazie soprattutto agli studi di Cecilia Tasca ed ai documenti ritrovati attraverso l’archivio del Comune di Bosa: ma ancora un anno fa Billia si interrogava sul contrasto tra la città reale, Bosa, che si vede riconoscere gli antichi privilegi, e la Planargia, controllata militarmente dal feudatario e dal castellano, sottoposta ad esazioni ed a tributi spesso intollerabili. Il feudo del Castello comprendeva 8 ville, inclusa Trigano ormai quasi spopolata. Quindi il ruolo dei Villamarì, la baronia, il porto, la raccolta del corallo, la conferma degli antichi privilegi per la città regia, i diritti doganali, la costruzione delle torri costiere, la rinascita di una comunità che espresse alcune delle figure centrali del ‘500 isolano, il canonico Gerolamo Araolla, il poeta Pietro Delitala, amico di Torquato Tasso, per non parlare di Giovanni Francesco Fara, vescovo per pochi mesi nel 1591, che rappresenta il vertice di quell’umanesimo tardo che in Sardegna si sviluppò alla fine del XVI secolo.

Billia Muroni presenta con brevi schede queste grandi figure, ma entra forse per la prima volta nella vera storia della Planargia, affrontando i temi sociali, gli aspetti economici, le sopraffazioni e gli abusi degli ufficiali regi, ma anche le malattie, come la malaria, le pestilenze, la mortalità infantile, il malcostume del clero, la stregoneria, le eresie, le vendette personali, l’attività dei tribunali dell’Inquisizione, il contrabbando, l’esercito, gli atti di eroismo e di vigliaccheria, i barracelli, la nascita della nobiltà locale. E ancora i pirati saraceni e le vicende dello stendardo sequestrato dal ventenne di Tresnuraghes Giovanni Maria Poddighe nel 1684 e conservato a Magomadas: episodio che dimostra l’incapacità delle autorità spagnole di proteggere la costa, anche dopo la costruzione delle torri costiere, di Foghe, S’Ischia Ruggia, Columbargia, la torre del porto di Bosa e Torre Argentina, tutte collegate al Castello.

E poi il risveglio della chiesa post-tridentina, la fondazione del Seminario ad opera dei Gesuiti, le confraternite in Planargia ed i gremi dei sarti, dei calzolai e dei fabbri a Bosa; argomenti ai quali Billia in passato ha dedicato studi preziosi.

A partire dal ’700 Billia Muroni può utilizzare più ampiamente la documentazione da lui stesso scoperta e pubblicata alcuni anni fa nel volume Gente di Planargia: il riformismo sabaudo, la colonia dei Greci a Montresta, Greci massacrati in pochi decenni dai pastori bosani, la fine del feudo della Planargia, l’esproprio e l’inventario dei beni posseduti dai feudatari, come a Luzanas, a Sa Mandra ’e sa Giua, a Su Lacchedu, a Pianu Idili, a S’Olia in territorio di Tresnuraghes. La fine dei diritti feudali, il feu in grano, il diritto di gallina pagato solo dagli ammogliati, che forse sostituì l’arcaico ius primae noctis, il tributo agricolo Llaor de corte, il vino mosto, il deghino, il segno porci, il diritto di 21, il bue de carrarzu, i diritti per il formaggio, la lana, le fornaci, i branchi di maiali, l’orzo, la semina nei terreni demaniali, ecc.

Billia studia la ripartizione dei territori dei villaggi in vidazzoni per la coltivazione comunitaria e paverili per il pascolo, come nel Marrargiu di Tresnuraghes, o a S’Ena oppure a Pischinas di Magomadas ed a Sirone di Suni.

È possibile così comprendere le ragioni dei ripetuti disordini, i commovimenti, le agitazioni come i moti del grano di Sindia del 1790, la rivolta di Bosa tre anni dopo, la cacciata dei Piemontesi del 1794, le proteste antifeudali di Suni del 1795, l’adesione di Tresnuraghes alla rivolta di Giommaria Angioy del 1796, la repressione militare dei disordini affidata ai nobili bosani don Francesco Marcello, Gavino Passino, il conte Enrico Piccolomini e gli stessi canonici della cattedrale di Bosa, ansiosi di mantenere gli antichi privilegi e guidati dal vicario diocesano can. Borro, fratello della marchesa della Planargia. Muroni studia soprattutto la storia dei vinti, la tragica storia dei seguaci locali dell’Angioy, gli sfortunati sostenitori delle riforme e della democrazia, schiacciati dalla feroce repressione sabauda, come i fratelli Rocca, don Salvatore Virdis Deliperi, capogiurato della consiglieria cittadina, don Pietro Uras, suo vice, Giommaria Tolu, il notaio di Tresnuraghes Giuseppe Sias, i Delitala di Sindia, i Dettori di Suni, compreso il delegato di giustizia.

È interessante osservare che una percentuale altissima dei sacerdoti documentati tra i rivoluzionari proveniva dalla diocesi di Bosa: Muroni elenca 14 sacedoti, tutti attivamente schierati con l’Angioy. Raimondo Turtas ha tentato una spiegazione, ricordando che tanti sacerdoti aderirono alla rivolta forse maturando questa decisione nell’esperienza diretta della cura animarum, in un’area geografica, la Planargia, dove il disagio, la fame, la povertà e le malattie dovevano essere arrivati a livelli di terzo mondo, dove i fedeli dovevano essere quotidianamente oppressi dalle angherie baronali.

L’Ottocento vede Bosa capoluogo di provincia, sede di prefettura e di comando militare di piazza: con il restauro della cattedrale di Bosa e con la fabbrica della chiesa di San Giorgio a Tresnuraghes inizia in Planargia una serie di opere pubbliche che consentono a Muroni di parlare di “risorgimento planaregese”, dopo la svolta radicale determinata dall’editto delle chiudente e dalla fine del feudo. Sono gli anni della cartiera sul rio Mannu e più tardi dei numerosi caseifici.

Billia si sofferma ad illustrare la storia meno nota, come il naufragio nella località Sa barca isfatta della nave spagnola Vencedor, armata di 74 cannoni, il cui relitto è stato localizzato sulla spiaggia di Columbargia. E poi le vicende della scuola a Bosa ed in Planargia ed alcune figure significative, come l’avvocato Gavino Fara, il cav. Luigi Passino, primo deputato al Parlamento subalpino dopo la «perfetta fusione» della Sardegna con gli Stati di terraferma e la rinuncia all’autonomia parlamentare. Il generale Agostino Fara, eroe di Peschiera e di Novara, il can. Gavino Nino, tra i protagonisti della falsificazione delle Carte d’Arborea, un vero romanzo storico, la cronaca di una nazione inventata. Il garibaldino Giuseppe Dettori della brigata «Bixio». Sono proprio queste figure ad introdurre il tema della sardità e della nazione sarda nel dibattito risorgimentale, quando si incontrarono secondo Giovanni Lilliu l’arcaica Sardegna stamentaria e l’idea dell’Italia unita.

Trattando del processo che porterà all’unità d’Italia, Billia Muroni presenta le grandi figure che svilupparono in Planargia la cultura della sardità e insieme il dibattito risorgimentale. Mentre bande armate continuavano a scendere dal Montiferru arrivando a depredare nel 1867 l’esattore delle imposte di Tresnuraghes e compiendo impunemente bardane e grassazioni, l’avv. Luigi Canetto iniziava la sua battaglia per una democrazia più matura, candidandosi alla Camera e scontrandosi con l’ex ministro della Marina mercantile Efisio Cugia, espressione della destra più reazionaria. L’avv. Canetto, repubblicano convinto, massone, anticlericale, si batté per promuovere profonde trasformazioni culturali, morali ed economiche, fondando un giornale ed impiantando sul Monte Minerva a Villanova una moderna azienda zootecnica, con animali importati dalla Svizzera. Fu lui a fondare a Tresnuraghes nel 1889 la Società operaia di mutuo soccorso, divenendone presidente onorario, non vigilando sull’autonomia degli operai, perché «il popolo non ha bisogno di direttori spirituali né temporali, il popolo sa dirigersi da sé; anzi deve dirigersi da sé, non deve lasciarsi dirigere da nessuno».  Sua figlia Maria, come è noto, avrebbe sposato Carlo Bakunin, il figlio del rivoluzionario russo Michele.

La vicenda del porto di Bosa rende bene la delusione post-unitaria, anche se la fine dell’Ottocento registra un risveglio culturale segnato dalla nascita delle Società operaie di mutuo soccorso e dalla pubblicazione nella tipografia vescovile dei giornali L’imparziale, Il Temo, La nuova Bosa, La Sentinella Bosana, titoli che ci portano agli anni successivi alla domenica di sangue ed alla rivolta popolare del 14 aprile 1889, studiata nel bel volume di Antonio Naitana, che Billia non ha potuto leggere.

La crisi di fine secolo è testimoniata nei canti di Giovanni Nurchi e di Sebastiano Moretti a Tresnuraghes, vero e proprio megafono – sono parole di Muroni – del pensiero diffuso tra larghi strati della popolazione più emarginati.

L’età giolittiana apre il periodo dell’emigrazione in America Latina, con esperienze straordinarie e drammatiche, mentre nel primo dopoguerra si afferma in Planargia il sardismo antifascista. Al gruppo di sardisti passati al fascismo aderì il poeta Sebastiano Moretti, che aveva già promosso, appena rientrato a Tresnuraghes, dopo un esilio ventennale, l’apertura della prima sezione planargese del fascio fin dal dicembre 1922, con un centinaio di iscritti.

Il volume si chiude con la cronaca più recente: la figura di Palmerio Delitala fondatore del Partito popolare e poi nel secondo dopoguerra della Democrazia Cristiana, i fratelli Melis, Melkiorre e Federico, ai quali recentemente è stata dedicata una mostra al Padiglione dell’artigianato di Sassari, ma anche Pino, elegante illustratore, ed Olimpia, con la sua azienda per la produzione del filet.

Il volume prosegue mettendo in evidenza le grandi figure di politici e di studiosi e di artisti espresse dalla Planargia, seguendo il processo di profonda trasformazione vissuto dal territorio, fino alla difficile rinascita ed agli anni dell’autonomia regionale e dello sviluppo turistico, quando la sociologa americana Carol Counihan ha potuto illustrare il processo di omologazione e di perdita dell’identità, l’impatto che la modernizzazione ha avuto sui modi di vita tradizionali, ai quali Billia guardava con ammirazione e con rimpianto.

Billia Muroni ci ha insegnato ad amare un territorio straordinario, ricco di memorie storiche e di emergenze culturali e ci ha mostrato che anche la microstoria della Planargia ha una sua dignità e caratteri peculiari, all’interno della più vasta storia della Sardegna, segno della diversità e della originalità di queste comunità.

Da qui bisogna partire per fare veramente di Bosa e della Planargia insieme un ideale e sofisticato luogo di soggiorno, in un ambiente di elevata qualità, molto caratterizzato ed originale.

Ultimo aggiornamento Giovedì 08 Settembre 2011 09:34

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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