La Sardegna nel Risorgimento

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Scritto da Administrator | 07 Dicembre 2011

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La Sardegna nel Risorgimento
Cagliari I dicembre 2011
Intervento del Rettore dell’Università di Sassari prof. Attilio Mastin
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Si chiudono con questo Convegno le celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Dunque quello che oggi inauguriamo non è solo un incontro scientifico che vede riuniti molti autorevolissimi studiosi che si interrogano sulle ultime novità della ricostruzione storiografica sulla Sardegna nel Risorgimento nazionale, ma è soprattutto - diceva la Presidente on.le Claudia Lombardo - un’opportunità per programmare lo sviluppo della Sardegna di domani e l’occasione per un bilancio degli straordinari risultati di oltre un anno di incontri, convegni, dibattiti, mostre che hanno visto mobilitato il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Comitato per le celebrazioni dei 150 anni dell’Unità d’Italia, presieduto in Sardegna da Aldo Accardo.

Si è sviluppata in questi mesi una più profonda riflessione sul federalismo prossimo venturo, un evento insieme desiderato e temuto, e sulla specialità della Sardegna ed è ripreso proprio in questi giorni il dibattito sullo statuto sardo in Consiglio regionale e sulla sovranità della Sardegna all’interno di una realtà federale.

E’ emerso con sempre maggiore chiarezza il ruolo della Sardegna nel processo di unificazione nazionale, la scelta della Perfetta fusione dei Sardi con gli Stati di terraferma nel 1847, il contributo dell’isola al Risorgimento. Sono stati presentanti nuovi documenti e sono stati aperti archivi e musei.  Ieri ho potuto visitare alla Cittadella, all’interno del forte di Castello, la mostra su Gaetano Cima, i progetti per lo Spedale civile, per Porta Stampace, per il Mercato Carlo Felice, per il ricovero San Vincenzo, per il Bastione Darsena e la Carrettera da porta S. Agostino, per la Parrocchiale San Giacomo, per il Teatro Civico, per la Piazza del Carmine tra il 1842 ed il 1863.

Tanti altri documenti verranno presentati nel Convegno che oggi si inaugura.

Nei giorni scorsi a Sassari, discutendo il volume del reumatologo cagliaritano prof. Ugo Carcassi abbiamo messo al centro delle celebrazioni la figura del generale Giuseppe Garibaldi, la sua tomba solitaria a Maddalena, le sue imprese tra Uruguay, il Rio della Plata che ho visitato poche settimane fa, la Russia, le Alpi e la Sicilia. La sua capacità di trascinare una generazione di giovani entusiasti e appassionati verso l’obiettivo di costruire una patria.

La concessione della cittadinanza di Sassari al generale Garibaldi nel 1861 ha avuto innanzi tutto lo scopo di restituire una patria all’esule che aveva perduto la sua Nizza. Ma è stato anche il modo che hanno avuto i Sassaresi, primi in assoluto, a legare la Sardegna all’impresa dei Mille.

Vorrei oggi  tentare brevemente di far rivivere, in questo intervento introduttivo, qualche frammento di quell’entusiasmo giovanile, di quelle “grandi speranze” che in Sardegna si alimentarono del mito di Giuseppe Garibaldi. Oggi  Garibaldi è Caprera, Garibaldi è Sardegna; scrive il giornalista Paolo Rumiz, durante una sua visita all’isoletta dell’arcipelago maddalenino: . Certo sono tantissimi i luoghi garibaldini, ricordati con una targa commemorativa “qui soggiornò l’eroe dei due mondi…” e tanti mi è capitato di vederne, penso solo alla casa Whittacker, nell’isola di Mozia, davanti al golfo di Trapani, dove l’eroe si fermò a dormire ma nessuno ha il sapore sardo e internazionale della dimora di Garibaldi a Caprera.

Del resto che, per molti giovani sardi della sua epoca, Garibaldi abbia incarnato le fattezze dell’eroe è testimoniato dalla vicenda, poco nota, di Pietro Tamponi, l’archeologo olbiese, fondatore del Museo epigrafico di Olbia presso la Basilica di San Simplicio, fuggito nel 1867 a soli sedici anni dal collegio di Pistoia presso il quale era stato mandato dai genitori per compiere studi umanistici, per arruolarsi nell’esercito garibaldino capeggiato dal figlio di Garibaldi, Menotti. Si era nell’anno del tentativo d’invasione dello Stato Pontificio, dello scontro con i Francesi, della disfatta dell’esercito garibaldino a Mentana, della battaglia di Monterotondo del 25 ottobre del 1867 dove morirono circa 150 volontari garibaldini, tutti ragazzi come il Tamponi. Voglio ricordare il maddalenino Antonio Viggiani, caduto combattendo a Monterotondo: <>, del quale Garibaldi scrisse nelle Memorie: <>. Eppure Tamponi non dimenticò mai i suoi ideali di ragazzo se ancora nel 1895 scriveva a proposito di Garibaldi, definendolo il “leggendario eroe”, “sempre ben vivo nel cuore di tutti” e arrivando a immaginare che l’eroe “quando il fato d’Italia segni l’ora di guidare la patria a nuove pugne…scoperchiando l’avello, ritornerà alla testa dei martiri nostri, come nei tempi eroici, portando lo stendardo nelle prime file; e fra il cruento canto della vittoria, dalla spuma del sangue dei nuovi martiri, si vedrà sorgere al cielo la sua figura, piovente la chioma leonina sulla camicia rossa, gentile come un eroe di Virgilio, bello come un dio indigete lampeggiante fra l’imperversare della bufera”. Certo queste parole sono forse antiquate e lontane ma incarnano il senso di una generazione di Sardi che credette senza riserve nell’ideale dell’unità d’Italia e dell’unità europea nel quale anche la Sardegna e la sua identità avrebbero trovato un posto di primo piano. A questo proposito sono quanto mai significative le parole scritte da Victor Hugo a Tamponi nel 1870 dal suo esilio di Hauteville House in Normandia: .

Questa fede portò inevitabilmente a degli eccessi  se pensiamo alla vicenda di una delle più clamorose falsificazioni ottocentesche, quella delle Carte d’Arborea , pubblicate da Pietro Martini nel 1863, documenti che inventavano di sana pianta il mito di una Sardegna patria di eroi di filosofi e di poeti, falsificazione alla quale presero parte un gruppo di intellettuali dell’isola, nel momento critico del passaggio dalla “Sardegna stamentaria” allo “Stato italiano risorgimentale”: Salvator Angelo De Castro, Gavino Nino, fose lo stesso Giovanni Spano. Attraverso la vicenda delle Carte d’Arborea siamo in grado di ricostruire uno spaccato di personaggi e storie, indissolubilmente legate ad esempio a quelle garibaldine e dell’Unità d’Italia, come quella di uno dei probabili autori della falsificazione il canonico Gavino Nino, poeta, autore di tragedie, racconti opuscoli, contrario alla cessione della Sardegna alla Francia nel 1862, violento difensore di alcuni garibaldini di cui conosceva talmente bene le vicende da arrivare a firmare, all’epoca in cui era direttore del Regio ginnasio di Bosa, un violento opuscolo contro il Municipio, con  il nome di Giuseppe Dettori, un giovane maestro elementare, destituito dall’insegnamento nel 1861, per essersi arruolato nell’esercito garibaldino e non essersi curato di “prevenire il municipio di tale sua gita e del suo prossimo ritorno”.

Possono sembrare piccole storie di provincia, lontane dalla grande storia ma che in realtà si intrecciano indissolubilmente con essa, tessere di un mosaico che ricostruisce, a volte con fatica, con un duro lavoro di ricerca, la memoria di un’unità spesso contraddittoria sempre in bilico ma nella quale tanti ragazzi hanno creduto e per la quale si sono sacrificati come quel giovane Goffredo Mameli, l’autore delle parole del tanto discusso “Canto degli Italiani”, morto a ventidue anni nel 1849, nella difesa della Repubblica romana e i cui antenati erano originari di Lanusei in Ogliastra.

Si chiude oggi con questo convegno l’esperienza trentennale del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari e credo anche del Dipartimenti di Studi storico geografici e artistici e del Dipartimento storico politico dell’Università di Cagliari.

C’è tanta nostalgia e rimpianto. Eppure in questi giorni stiamo costruendo la nuova università del futuro, con il nuovo statuto, con i nuovi dipartimenti, con le nuove Facoltà: guardiamo a questi tre decenni con soddisfazione per le tante iniziative portate avanti, per i tanti risultati raggiunti, per le reti di relazioni che si sono sviluppate in questi anni, per i numerosi filoni di ricerca originali e innovativi.

Auguri per questi vostri lavori, benvenuto ai tanti ospiti,  soprattutto auguri per il nostro futuro.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 18:43

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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