su I Greci e la Sardegna, Il mito e la storia, di Ignazio Didu.

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Scritto da Administrator | 07 Febbraio 2015

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su I Greci e la Sardegna, Il mito e la storia, di Ignazio Didu
Cagliari, 13 gennaio 2003
Casa dello studente
Intervento di Attilio Mastino

Dobbiamo salutare con viva soddisfazione l’uscita di questo volume su I Greci e la Sardegna, Il mito e la storia, di Ignazio Didu, per me un amico carissimo da più di trent’anni ma anche uno dei più acuti studiosi della Facoltà di Lettere dell’Università di Cagliari, che con quest’opera, che mi auguro possa essere presto presentata anche a Sassari,  si è dedicato ad un tema che mi è caro e che è stato affrontato negli ultimi tempi da molti studiosi, spesso con punti di vista divergenti, con ottiche molto diverse e con analisi forse troppo puntuali, fondate su specifici aspetti della tradizione.

Ignazio Didu tenta un approccio gobale, esamina le fonti letterarie greche e latine, non trascura la documentazione archeologica, le monete, le iscrizioni, si cimenta anche come fotografo. Gli stimoli e le occasioni per estendere oggi il dibattito sono infiniti e mi limiterò perciò a sottolineare lo sforzo, che risulta veramente felice, di mettere in evidenza le diverse stratificazioni mitiche, il sovrapporsi di leggende di origine differente, la cronologia di un complesso sistema mitografico che ci è conservato solo in parte certo con molte omissioni e che appare ora con una sua logica interna, ad iniziare dalla leggenda di Phorcus, figlio di Nettuno e di una Ninfa, padre delle Gòrgoni dell’estremo occidente, Medusa, Stenno ed Euriale, che era stato re della Sardegna e della Corsica e che veniva venerato come una divinità marina.

Questo volume inizia con i nomi stessi della Sardegna e discute la pretesa greca che il nome più antico dell’isola fosse greco, Ichnussa oppure Sandaliotis, nomi presenti rispettivamente già in Mirsilo di Metimna ed in Timeo, che testimoniano comunque un’approfondita conoscenza cartografica della Sardegna da parte della marineria greca in età precedente al III secolo a.C.

Ignazio Didu ha il merito di porre con chiarezza il problema delle fonti di Timeo, studiando le fase pre-timaica testimoniata in Diodoro e pree-sallustiana testimoniata in Pausania, risalendo indietro nel tempo fino ad Omero ed al riso sardonico, il cui collegamento con la grande isola tirrenica è stato di recente dimostrato da Giulio Paulis. Ne consegue che il nome più antico dell’isola dalle vene d’argento fu in realtà Sardò, Sardinia, che le fonti avvicinano all’eroe libico Sardus Pater, il figlio del dio Maceride, il Melkart fenicio o l’Eracle greco, oppure in alternativa ad una Sardò, moglie di Tirreno, l’eroe eponimo del popolo etrusco. Proprio Tirreni sarebbero per Strabone i più antichi abitatori della Sardegna, mentre più prudente è Pausania, che dice di ignorare l’origine dei primi sardi e parla di una seconda migrazione di popolazioni libiche guidate appunto da Sardus, il dio che i Sardi vollero rappresentare in una statua donata al santuario oracolare di Delfi e che era venerato ad Antas, in un tempio che è veramente il luogo alto dove è ricapitolata tutta la storia del popolo sardo nell’antichità, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e confrontarsi con le culture mediterranee. E’ merito di questo volume aver avvicinato il mito di Sardus ai Shardana noti in Egitto tra il XIV ed il XII secolo a.C., un popolo di guerrieri noto fin dai tempi di Amenofi IV, impegnati nel mercenariato ancora nell’età di Ramesse III, in un’area vasta, che partiva dalle regioni ad occidente dell’Egitto ed arrivava sino alla Palestina ed alla Siria.  Il difficilissimo tema dei Shardana e dei popoli del mare si innesta con un altro aspetto essenziale trattato in questo volume, quello dei traffici micenei e degli esiti che la documentazione archeologica ormai riconosce nell’isola, indicando un’origine peloponnesiaca, cretese o cipriota per ceramiche che arrivano a collocarsi nel XIII e nel XII secolo a.C., proprio nel momento di massimo sviluppo della civiltà nuragica, che sul piano architettonico sembra aver maturato almeno nella fase iniziale soluzioni sostanzialmente autonome dalle suggesioni orientali. Eppure proprio le torri nuragiche vengono avvicinate nel mito alle tholoi micenee, con riferimento al magistero di Iolao e prima ancora di Aristeo e di Dedalo, per quanto Pausania denunci l’incongruenza cronologica, almeno a livello di cronologia mitica, della sua fonte, che è diversa da quella impiegata da Diodoro Siculo.

C’è dietro questo mito tutta la sorpresa dei Greci e se si vuole l’ammirazione per una civiltà evoluta sul piano architettonico come la civiltà nuragica e insieme c’è l’orgoglio greco e la pretesa di ricondurre alla civiltà ellenica le splendide realizzazioni di un popolo barbaro che, agli occhi dei Greci, in realtà si era imbarbarito di recente ma in origine poteva essere ricondotto a tutti gli effetti all’area della grecità.

Aristeo, nell’età dei Lapiti e dei Centauri, fu il primo eroe greco a raggiungere la Sardegna, introducendo la coltura degli alberi da frutto, la raccolta del miele e l’allevamento delle api, il vino, l’olio, in una Sardegna che ancora non conosceva le città. La rotta da lui seguita per raggiungere dalla Grecia la Sardegna sarebbe quella dei Micenei, attraverso le Cicladi, Creta e la Cirenaica infine la Sicilia. Ad ambito miceneo rimanda anche la figura di Talos, l’automa bronzeo costruito da Efesto, che Simonide collega alla Creta di Minosse e Zenobio alla Sardegna. Pausania ricorda poi Norace, il figlio di Ermes e di Erizia, la figlia del mostro iberico ucciso da Eracle, che diede il nome all’isolotto che chiude il golfo di Cadice. Egli sarebbe giunto in Sardegna da Tartesso ed avrebbe fondato la prima città, Nora. Ignorato da Diodoro Siculo, il mito di Norace è stato interpretato in chiave fenicia da Bondì, anche se una traccia ci potrebbe portare indietro nel tempo fino al VII secolo a.C. ed alla Gerioneide di Stesicoro. Né manca del resto un’interpretazione differente, iberica, che intende sottolineare i rapporti culturali tra la Sardegna e il mondo iberico e balearico.

La figura centrale del mito non solo in Diodoro ma anche in Pausania e nelle loro fonti, che appaiono più antiche di quanto fin qui non si sia immaginato, è senza dubbio Iolao, il nipote e compagno di Eracle, che arricchisce la saga ed il mito del conquistatore dell’occidente, ripercorrendo una vicenda che inizia negli anni giovanili di Eracle alle falde del Monte Citerone quando il re Tespio con un inganno fece unire le sue 50 figlie con l’eroe-cacciatore, che generò così i 50 Tespiadi che alla morte del padre avrebbero colonizzato la Sardegna, garantendo ai loro discendenti una libertà che l’oracolo di Apollo aveva promesso per sempre. Per Diodoro fu Iolao a fondare Olbia ed Ogrile (ma pensiamo anche alle leggendarie Eracleia e Thespeia) ed a far arrivare dalla Sicilia Dedalo, il costruttore di daidàleia, di gumnàsia e di dikastéria e fu Iolao a dare il suo nome alla pianura della Sardegna ed al popolo degli Iolei, variamente confusi con i Diaghesbei di Strabone e con gli Iliensi del mito di Pausania ma anche con il popolo storico ricordato da Livio e testimoniato dall’epigrafe di Nurac Sessar di Mulargia, il cui nome comunque potrebbe essere alla base della nascita anche del mito di Iolao.

Piero Meloni, avviando nel 1942 questo filone di studi, arrivava a sostenere che forse tracce del culto di Iolao sopravvivevano in Sardegna, perché il mito dell’eroe potrebbe ricordare l’arrivo di elementi greci che importarono il culto di Iolao da Tebe e dalla Sicilia, in epoca assai precedente alla prima grande colonizzazione occidentale dell’VIII-VII secolo a.C.

Pausania e la sua fonte Sallustio, che parlava della Sardegna nelle storie probabilmente in una digressione legata alla spedizione antisillana di Marco Emilio Lepido e di Perperna fino a Tharros, conoscono la tradizione mitografica su Iolao, ma la affiancano a quella degli Ilienses, i compagni di Enea dispersi da Eolo al largo delle isole Eolie ed approdati secondo Servio inizialmente alle Arae Neptuniae, lo scoglio tra Carales e Cartagine che segnò il confine per oltre un secolo tra l’impero cartaginese e l’impero romano: un luogo mitico ma non troppo, oggi lo scoglio tunisino di Keith nella secca di Scherki, dal quale Enea sarebbe partito per raggiungere la Cartagine di Didone e da dove gli Eneadi invece avrebbero proseguito per sbarcare in Sardegna, diventando i capostipiti del popolo barbaricino degli Ilienses.  Ritengo che uno dei meriti principali di questo volume e più ancora dell’articolo che Ignazio Didu ha recentemente pubblicato sugli studi in onore di Michele Cataudella sia quello di aver nettamente distinto il mito degli Iolei dal mito degli Iliensi e ciò attraverso una scrupolosissima analisi delle fonti ed attraverso l’individuazione di due distinti filoni mitografici che appartengono a tempi e ad ambienti del tutto diversi. Intanto si può dire che il mito che collega il popolo della Barbaria ad Ilio, ad Enea ed alla distruzione di Troia è certamente più recente  del mito di Iolao, che è arrivato a Timeo da una fonte molto più antica.

Gli Ilienses sono tra i populi celeberrimi della Sardegna, ma il loro nome non compare negli Annalisti per i primi 60 anni della presenza romana, se Livio li cita solo a partire dalla rivolta del 181 a.C. domata quattro anni dopo dal padre dei Gracchi. Il nome che Livio usa per indicare gli Ilienses sembra più generico, quello di Sardi Pelliti, con riferimento agli alleati di Ampsicora in rivolta contro i romani. Eppure Silio Italico collega proprio i Sardi Pelliti alleati di Annibale ai Teucri-Ilienses, se Ampsicora può vantare le sue origini troiane: namque ortum Iliaca iactans ab origine nomen.

Rimane veramente il sospetto, che era già di Ettore Pais, che la costruzione di una sorta di parentela etnica tra i Romani ed i Sardi attraverso le comuni origini troiane sia antica e risalga indietro nel tempo, fose anche molto prima di quando le Arae Neptuniae avevano iniziato ad essere veramente un punto di confine nel Mare Africano tra l’impero di Roma e l’impero di Cartagine e ciò non dopo il 3° trattato tra Roma e Cartagine del 306 ma più tardi, probabilmente a partire dal 234 a.C. in occasione di quello che riteniamo il 6° trattato, dopo la conclusione della prima guerra punica e la rivolta dei mercenari, dopo anche il trionfo di Tito Malio Torquato quando fu chiuso il tempio di Giano e la Sardegna entrò definitivamente all’interno della sfera di influenza romana.

Per Servio, il punto del Mediterraneo sul quale erano stati gettati i Troiani divenne un luogo sacro, votato a Nettuno, sul quale i sacerdoti cartaginesi da tempo immemorabile effettuavano sacrifici, ibi Afri et Romani foedus inierunt et fines imperii sui illic esse voluerunt.

Sull’altro versante, non si può ovviamente andare più in basso del 146 a.C. dopo la distruzione di Cartagine, anche se l’ambiente che può aver maturato e sviluppato il mito degli Ilienses sardi, certamente già organizzato in ambito greco ed ellenistico da alcuni secoli, non sembra lontano dal poeta Ennio, nato nel 239 a.C. in Apulia, che nel corso della rivolta di Ampsicora aveva 24 anni. A lui Silio Italico attribuisce l’uccisione di Hostus il figlio di Ampsicora, mentre è certo che Catone nel 204 a.C. lo portò con sé a Roma ormai trentacinquenne alla fine della sua questura. Voglio dire che in sostanza il mito degli Ilienses della Barbaria sarda come lo leggiamo in Pausania potrebbe esser stato sistemato cronologicamente prima delle grandi rivolte del II secolo a.C. e potrebbe in gran parte ascriversi ad Ennio direttamente o più tardi alle Origines di Catone.

Il mito delle origini troiane di Roma è troppo noto: in un recente  saggio su L'identità incompiuta dell'Italia romana Andrea Giardina scrive che <<in un certo momento della loro storia, i Romani si erano convinti di essere discendenti dei Troiani>>. L'assunzione e la valorizzazione di questo mito delle origini secondo lo studioso può fornire una chiave di lettura <<degli orientamenti secolari del dominio romano>>, se è vero che il mito delle origini troiane dei Romani era funzionale allo scopo di creare una parentela etnica alternativa a quella con l'ethnos greco avvertito come diverso. Tale percezione sopravvisse più o meno contraddittoriamente con la crescente grecizzazione della società romana, successiva all'espansione in Magna Grecia e alla conquista dell'Oriente greco, tanto da avere un'attualità ancora ai tempi di Plinio il Vecchio. Del resto non va dimenticato che il sottofondo propagandistico della stessa spedizione di Pirro era stato quello di presentare l'azione del re epirota quale quella del nuovo Achille che riattualizzava lo scontro tra Achei (macedoni, epiroti) e Troiani (nella veste dei loro discendenti Romani). Quella di Giardina, come si può osservare, è una posizione che si discosta dalla consueta assimilazione Troiani-Greci e che propone una lettura diversa del mito delle origini troiane dei Romani, certamente presente proprio attraverso la mediazione magnogreca nel Lazio fin dal VI secolo a.C.

L'aspetto più interessante e più immediatamente percepibile in rapporto alla funzionalità del mito delle origini troiane dei Romani è però quello che riguarda la sua utilizzazione strategica da parte romana nell'ottica dell'espansione nella penisola  e nei territori extra italici, in particlare in una grande provincia transmarina come la Sardegna. Il tentativo era quello di utilizzare leggende locali o leggende ellenistiche già esistenti, al fine di creare un apparentamento etnico tra Romani e alcune genti o città tale da giustificare rapporti di alleanza, utili ai fini di azioni militari di conquista o di assoggettamento di popoli e territori.

I popoli che vantavano origini troiane erano: gli Iliensi della Troade ai quali, secondo quanto testimoniato da Svetonio, l'imperatore Claudio concesse l'esenzione perpetua dai tributi in quanto Romanae gentis auctores; alcune genti libiche; gli Elimi della Sicilia nord occidentale, fondatori delle città di Segesta, Erice ed Entella; i Choni della Siritide nella Lucania; i Veneti; gli Arverni; gli Edui. Infine gli Iliensi della Sardegna, l'unico altro popolo il cui etnico sembrerebbe direttamente derivato dal poleonimo Ilio, almeno se è valida la trascrizione dell’epigrafe di Mulargia.

L'alleanza  diplomatica connessa a fini strategici appare evidente  ad esempio nel caso dei Veneti in concomitanza con le operazioni militari romane in Istria nel 129 a.C.; nel caso degli Edui nel periodo degli interventi  in Gallia degli anni 125 e seguenti, come pure nel caso degli Elimi allorché i Romani strinsero un'alleanza con Segesta in funzione anticartaginese. Acutamente Lorenzo Braccesi nota che: «la pubblicistica contemporanea fu pronta a recepire e diffondere il messaggio propagandistico: Nevio ad esempio canterà d'Enea e del suo arrivo in Sicilia, Accio d'Antenore e del suo approdo in terra venetica».

Non risulta che gli Ilienses della Sardegna si siano mai alleati ai Romani, ma forse il mito era un tentativo inteso ad agevolare rapporti che poi non ebbero sviluppo. Dunque il problema principale in rapporto alle origini troiane di alcune genti e città è  quello di tentare di stabilire l’epoca di formazione di tali tradizioni. La fase delle alleanze stabilite tra Romani ed altri popoli sulla base di una presunta consaguinitas risulta infatti successivo e molto più tardo al costituirsi dei singoli nuclei di tradizioni leggendarie. In sostanza l'uso strumentale del passato mitico da parte dei Romani sembra basarsi su un sostrato ideologico precostituito che appare già ben consolidato in epoche precedenti, in alcuni casi già nel V secolo a.C.

In questo senso è esemplificativo il caso degli Elimi e della loro presunta origine troiana. Secondo Tucidide (6, 2, 3): «Dopo la presa di Troia alcuni Troiani fuggendo agli Achei giunsero in Sicilia su barche, e, abitando al confine dei Sicani, tutti insieme furono chiamati Elimi: e le loro città erano Erice e Egesta. Si aggiunsero ad abitare con loro anche alcuni Focesi provenienti da Troia, in quel tempo gettati da una tempesta prima nella Libia e poi in Sicilia». Il passo evoca per Braccesi le navigazioni esplorative dei Focei in Occidente, nel corso dell'VIII secolo, lungo le rotte connesse dalla leggenda ai nòstoi troiani. Del resto sono noti storicamente gli interessi commerciali Focei in Sicilia. Tucidide avrebbe dunque tramandato una tradizione composita, all'interno della quale sarebbe avvenuta una saldatura tra racconto leggendario, quello dell'arrivo di genti troiane in Sicilia che presero il nome di Elimi e realtà storica, presenza commerciale focea nella Sicilia nord-occidentale. Tale tradizione sarebbe nata in ambito ateniese nel V secolo per motivi di ordine politico nell'ottica dell'esaltazione di Atene quale metropoli del mondo ionico, pronta ad affermare il suo ruolo in Occidente ai danni dell'elemento dorico così efficacemente rappresentato a livello economico e militare dalla dorica Siracusa. Era perfettamente calzante all'affermazione di questo ruolo ateniese la synghéneia tra Atene, rappresentante del mondo ionico e Segesta, città della Sicilia fondata dagli Elimi-Troiani che si erano fusi ab initio ai Focei della Ionia.

Non desta meraviglia la valorizzazione, che ritroviamo ad esempio nella notizia tucididea ma che riguarda altre popolazioni comi i Choni della Siritide, della synghéneia tra ethnos greco e ethnos troiano: nel V secolo e ancora dopo le guerre persiane l'iconografia del troiano nella foggia dell'abito e nel tratto esteriore non differiva da quella dell'elleno, esisteva tuttalpiù una distinzione di carattere culturale registrata dalla riflessione storiografica. Tutto ciò doveva però drasticamente cambiare nel IV secolo quando i Troiani divennero i bàrbaroi per eccellenza.

Dunque i Romani hanno utilizzato e se si vuole strumentalizzato leggende più antiche della diaspora troiana. Proseguendo su questa strada occorre forse rivalutare il peso della presenza di tradizioni greche sulla Sardegna in età arcaica. Racconti marinari di avventurose navigazioni di marinai greci, tempeste, naufragi, incontri con spaventevoli mostri marini nei mari tra la Sardegna e la Corsica risalgono alcuni già ad età arcaica e si svilupparono ancora nel V e nel IV secolo nell’ambito dei rapporti tra Sicilia e Sardegna.

Paola Ruggeri ha studiato di recente il nesonimo Phintonis insula di Plinio e di Tolomeo, oggi Caprera, nello stretto delle Bocche di Bonifacio (l’antico Taphros di Plinio), che mette in rapporto con i versi del poeta viaggiatore Leonida di Taranto che nel IV secolo a.C. ricordava il naufagio di un nocchiero, Fintone, figlio di Baticle nativo di Ermione in Argolide, ucciso dal mare in tempesta sotto la furia dell’impetuoso vento di settentrione scatenato da Arturo, la fulgida ma sinistra stella della costellazione di Bootes. Su una spiaggia di un’isola sarda forse era possibile scorgere il tumulo che copriva le ossa di un marinaio greco naufragato nel IV secolo a.C. o anche prima.

Una presenza greca ancora più antica sulle coste della Sardegna sembra suggerita dalla geografia, dalla denominazione stessa di alcune isole, la stessa Asinara come Herakleus nesos, o la Kallodes nesos che ha un nome apparentemente di origine ionica, oppure la Molibodes Nesos oggi Sant’Antioco, o l’isola dei bagni di Era presso Olbia o infine le Leberides nesoi, che tradizioni marinare massaliote farebbero meglio intendere come Balearides, ma il cui nome sarebbe travisato nella traduzione latina Cuniculariae. Certo non può escludersi che alcuni toponimi siano solo la versione greca di nomi latini, ma questo non è possibile ad esempio per  il Korakodes limen, oggi Su Pallosu, il porto frequentato dai cormorani, oppure per lo stretto di Tafros che in Plinio compare anche con l’equivalente latino Fossae, derivato da un nome che sembra assegnato dalla marineria massaliota.

Inquietante è del resto la collocazione sulla costa meridionale della Corsica di quel Surakousanòs limen che sembra in rapporto con la politica di Ierone di Siracusa nel V secolo a.C. sviluppata poi da Dionigi il vecchio all’inizio del secolo successivo, nell’ambito della ripresa di un’attività antietrusca.

In tale periodo sarebbe nato, sull’altra sponda delle Bocche, il toponimo greco Lòngones, riferito a Santa Teresa di Gallura, che pare ugualmente del V-IV secolo a.C. e di origine siracusana.

L’interesse di Siracusa per le coste sarde, forse documentato dalla presenza dei Siculensioi nella Sardegna sud-orientale, potrebbe addirittura precedere la fondazione di Olbia alla metà del IV secolo a.C. da parte dei Cartaginesi, il che pone il problema della presenza del toponimo greco, del connesso culto di Ercole cacciatore del leone nemeo e del recente ritrovamento di materiale arcaico ad Olbia e nella pianura retrostante, come il frammento di anfora chiota datata da Rubens D’Oriano a partire dalla seconda metà del VII secolo a.C., oppure come le anfore ioniche di VI secolo o massaliote di V o la fibula di Golfo Aranci ancora di V secolo a.C.

La prudenza ereditata dal nostro maestro consiglia ad Ignazio Didu di tenere al momento un poco da parte tale documentazione e di resistere alle suggestioni di chi vorrebbe immaginare un tentativo di colonizzazione focese oltre che ad Alalia in Corsica anche in Sardegna ad Olbia alla metà del VI secolo a.C. alla vigilia della battaglia del mare sardonio.

Loro sanno che io stesso ho sostenuto in passato una posizione diversa.

Ma se il discorso di Didu viene accolto, ne scaturisce di conseguenza, attraverso un rigoroso esame delle fonti, una rilettura che ridimensiona alquanto l’importanza della citazione aristotelica sul sonno terapeutico che si praticava presso le tombe degli eroi, forse le tombe dei giganti, e che Simplicio commentava nel VI secolo d.C. con riferimento proprio al mito dei 9 figli di Eracle rimasti in Sardegna, i cui corpi restavano non soggetti a putrefazione ed intatti ed apparivano come dormienti. Eroi che secondo Tertulliano liberavano dalle visioni coloro che giacevano a dormire nel loro tempio.

Didu ritiene che siano confluite nella fonte di Simplicio, probabilmente già nell’età dei Severi, due distinti filoni, uno dei quali, quello di Iolao e dei 9 Tespiadi, non sarebbe stato originariamente presente nella Fisica di Aristotele.

Quel che è certo è che Aristotele conosceva in Sardegna una pratica incubatoria che Didu giustamente avvicina a quella testimoniata già nel V secolo a.C. per i Nasamoni africani in Erodoto: i Nasamoni - scrive Erodoto - praticano la divinazione recandosi presso i sepolcri degli antenati e addormentandosi su di essi dopo aver pregato: ognuno poi utilizza come vaticinio la visione che ha avuto in sogno.

A parte le suggestioni che questo passo propone per chi studia le relazioni e gli scambi di popolazione tra Sardegna e Nord Africa nei primi decenni dell’occupazione cartaginese dell’isola, mi sembra rilevante  il riferimento ai sepolcri degli antenati per la pratica dell’incubazione presso i Nasamoni, un dato che forse potrebbe consentire di valorizzare ulteriormente la notizia aristotelica, se non altro in termini di livelli cronologici, se Aristotele ha potuto utilizzare fonti di almeno V secolo che conoscevano dall’interno la Sardegna cartaginese.

Come si vede, a me sembra che questo volume rappresenti un nuovo punto di partenza per una ricerca sui rapporti tra Sardegna e mondo greco dall’età micenea fino ad età ellenistica e mi pare che la prudenza e perfino in qualche caso il salutare scetticismo dell’autore alla fine consentano di fondare una fase nuova che parta da alcuni dati di fatto sicuri e dalla consapevolezza della complessità del quadro mitografico che abbiamo di fronte.

Siamo pervenuti forse ad un nuovo punto di equilibrio tra i risultati e le prospettive della ricerca archeologica e un esame rigoroso delle fonti letterarie, senza più la pretesa di ricostruire un sistema coerente e unitario soprattutto in rapporto alle accertate articolazioni cronologiche del mito, che ha raccolto  stimoli differenti sul piano culturale, impulsi egei, greci, ellenistici, orientali, ma anche apporti fenicio-punici o libici o iberici o nuragici o romani, soprattutto fenomeni di sincretismo tra le figure del mito e le divinità, se Sardus Pater ad esempio ha lo stesso titolo di Iolao pater in quanto fondatore ed un tempio in comune  col punico Sid e con l’enigmatico Baby.

Vi ringrazio.

Ultimo aggiornamento Sabato 07 Febbraio 2015 16:57

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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