I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani.

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Scritto da Administrator | 28 Agosto 2016

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Attilio Mastino
I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano:
i rapporti tra cristiani e pagani.

Per un paradosso della storia, la prima notizia relativa alla presenza di cristiani in Sardegna nell’età di Commodo precede di vent’anni la più significativa testimonianza dei culti pagani nell’isola, la ricostruzione del tempio del dio “nazionale” Sardus Pater, che documenta la vitalità delle antiche tradizioni pagane locali: tra il 213 ed il 217 d.C. si può infatti datare l’epigrafe dedicatoria all’imperatore Caracalla, in occasione dei restauri dell’antico tempio di Antas in comune di Fluminimaggiore nella Sardegna sud-occidentale, a breve distanza dall’isola circumsarda di Sulci-Sant’Antioco, che Tolomeo conosce come Molilbòdes, l’isola del piombo, Plumbaria.

Si tratta di un edificio, completamente nuovo non solo rispetto a quello cartaginese costruito per Sid Addir Babi, ma anche rispetto a quello di età graccana (o augustea), che oggi conosciamo attraverso le terrecotte architettoniche del frontone; il tempio severiano testimonia la sopravvivenza dell’antico culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melkart), dell’eroe greco Iolao Padre compagno di Eracle e probabilmente dell’arcaico Babi, forse un dio venerato da età preistorica presso il santuario nella vicina grotta di Su Mannau. Sovrapposto infine al Sardo figlio di Makeris delle fonti greche.

La cosa straordinaria è che il culto pagano del dio “nazionale” veniva affiancato e integrato con il culto di Eracle, padre di Sardus, e di conseguenza – secondo un progetto che potrebbe esser attribuito già a Commodo – affiancava Caracalla ad Eracle e lo integrava al culto imperiale, ormai fondato su un’articolata organizzazione provinciale (con sede a Carales) e municipale (che è documentata nella vicina Sulci). L’aditon bipartito del tempio testimonia forse la pratica congiunta del culto, se dobbiamo immaginare la statua di Sardus col suo caratteristico copricapo di piume in una cella (rimane un dito in bronzo di 15 cm. di lunghezza) e quella di Caracalla-Ercole nell’altra cella, mentre l'altare era localizzato secondo l'uso romano sula scalinata d'accesso al tempio. Oggi conosciamo meglio la planimetria del tempio tetrastilo, suddiviso longitudinalmente in anticella, cella e penetrale.

Risulta singolare il fatto che la dedica epigrafica in dativo, la quale collega il tempio del dio nazionale dei Sardi al nome dell’imperatore negli anni della “ripresa cosmocratica” di Antonino Magno, sia stata effettuata una ventina d'anni dopo la prima vicenda a noi nota di cristiani esiliati nella vicina area mineraria, inviati in condizioni di schiavitù secondo i Philosophoumena attribuiti al presbitero romano Ippolito eis metallon Sardonias e liberati per l’intervento di Marcia (Marcia Aurelia Ceionia Demetrias), la compagna di Commodo. Tra essi era anche uno schiavo, il futuro papa Callisto, arrestato dopo il fallimento della banca di proprietà del liberto imperiale Carpoforo, banca impegnata a favore di orfani e vedove; i fatti si erano complicati per Callisto in seguito al pubblico scandalo avvenuto in una sinagoga urbana nel giorno di sabato, quando Callisto aveva tentato inutilmente di recuperare i suoi crediti.

È dunque ammesso pacificamente dagli studiosi che Callisto si trovasse in Sardegna per ragioni differenti da quelle che avevano provocato l’esilio en Sardonìa dei numerosi màrtures romani, inseriti nell’elenco ufficiale fornito a Marcia dal pontefice di origine africana Vittore:  siamo tra il 189 (elezione di Vittore a vescovo di Roma) e il 31 dicembre 192 (uccisione di Commodo). L’imperatore aveva firmato un editto (meglio una lettera assolutoria, ten apolùsimon epistolén) che disponeva la liberazione dei cristiani romani esiliati anni prima (sembra negli ultimi anni di Marco Aurelio) ad metalla in Sardegna a causa della loro fede, senza considerare in nessun modo Callisto, condannato per altri delicta dal praefectus urbi Seius Fuscianus ta il 185 e il 189.L’eunuco Giacinto (chiamato anche col titolo di presbitero), antico tutore di Marcia, fu incaricato di recarsi in Sardegna per liberare i cristiani romani e probabilmente informò innanzi tutto il prefetto equestre che governava la provincia: si tratta di un epìtropos anonimo, per Piero Meloni e Davide Faoro, anche se forse possiamo collocare proprio tra il 190 e il 192 quel C. Ulpius Severus, procurator Augusti e praefectus attivo in piena Barbaria, ricordato sulla targa dedicata a Diana e Silvano nel Nemus Sorabense, nelle foreste dei Montes Insani a mille metri di altitudine (Fonni).

Successivamente Giacinto dové presentarsi presso l'epitropeuon tes choras, il locale procurator metallorum imperiale, con l’elenco dei cristiani assolti e da liberare. Fu quest’ultimo e non il governatore provinciale a occuparsi concretamente del problema, visto che tutta la scena è ambientata nel campo di prigionia di Callisto e non nella capitale Carales.È dunque molto probabile che le miniere sulcitane fossero rette da un liberto procuratore imperiale con sede a Metalla,a breve distanza dalla valle di Antas attraversata dalla strada “costiera occidentale” a Tibula Sulcos: personaggio apparentemente analogo, forse addirittura da identificare col proc(urator) metallorum et praediorum, un liberto imperiale di età severiana, quel (Marcus Aurelius) Servatus Aug(ustorum duorum) lib(ertus), stretto collaboratore (adiutor)del prefetto provinciale Q. Baebius Modestus nel 211-212 nell’età di Caracalla e Geta (cat. 6, Fordongianus). Il distretto minerario appare fortemente presidiato dall’esercito romano e in particolare dalla cohors I Sardorum nei primi secoli dell’impero, in relazione proprio alla sorveglianza sui deportati e sugli schiavi impiegati nell’estrazione dei minerali nei metalla del fiscus imperiale (in particolare piombo argentifero, galena e ferro): a Grugua nel II secolo conosciamo un miles Farsonius Occiarius e un Charittus Cota[e f(ilius), miles coh(ortis) I? ] Sardorum, (centuria) Pa[---]; infine nella vicina Buggerru un Surdinius Felix (centurio) coh(ortis) I Sard(orum). L’area mineraria, passata dal controllo dell’aristocrazia sulcitana nelle mani di Cesare, a partire dall’età di Ottaviano fu parte integrante delle proprietà imperiali, come ha recentemente dimostrato Mattia Sanna Montanelli.

La vicenda è troppo nota per dover essere ricostruita nei dettagli, deformata con tutta probabilità da quella che in passato è stata ritenuta la malevola ostilità di Ippolito nei confronti di Callisto, che si sarebbe disperato davanti all’inviato imperiale e sarebbe comunque riuscito a farsi liberare; al suo rientro a Roma sarebbe diventato diacono, assistente di Zefirino, incaricato della manutenzione delle catacombe sulla Via Appia, infine pontefice per cinque anni tra l’età di Elagabalo e quella di Severo Alessandro (218-222).

Che le miniere fossero di proprietà del fisco imperiale è sicuro, come testimoniano i numerosi lingotti di piombo di produzione locale e di forma tronco-piramidale dalla miniera di Santa Lucia di Fluminimaggiore (Sa Colombera) già a partire dall’età di Adriano, recentemente studiati da Raimondo Zucca; analoga è la massa plumbea di Carcinadas presso Buggeru, così come i lingotti del relitto di Pistis ritrovati in comune di Arbus nel 1987, tutti di origine locale.

Nella valle di Antas qualche anno dopo la partenza di Callisto e degli altri cristiani romani assolti da Commodo, tra il 213 e il 217 il p(raefectus) p(rovinciae) S(ardiniae) (?) Q(uintus) Co[ce]ius Proculus avrebbe ricostruito dalle fondamenta il temp[l(um) D]ei [Sa]rdi Patris Bab[i.],ve[tustate c]on[lap(sum)], dedicandolo però non al dio pagano ma all’imperatore Caracalla: il nome in dativo dell’imperatore sembrerebbe farci escludere che l’iniziativa del restauro del tempio sia stata assunta da Antonino Magno; più probabilmente da un funzionario imperiale presente in Sardegna, come abbiamo supposto il governatore provinciale, alto soprintendente del culto imperiale nell’isola. Sembra più difficile un’iniziativa del responsabile dell’area mineraria, dato che il procuratore a noi noto negli stessi anni, responsabile dei metalla e dei praedia del fiscus imperiale, è il (Marcus Aurelius) Servatus liberto imperiale.

È stato supposto che l’occasione sia l’emanazione della constitutio antoniniana de civitate, che estendeva la cittadinanza romana anche ai peregrini di origine sarda; ma non è escluso che la ricostruzione del tempio vada collegata con la malattia di Caracalla, che negli stessi mesi ordinava anche in Sardegna di porre la dedica agli dei e alle dee, in esecuzione delle disposizione dell’oracolo di Apollo di Claros in Lidia, subito dopo la campagna germanica nel corso della spedizione in oriente. Eugenia Tognotti mi fa notare che forse andrebbe approfondito il tema delle caratteristiche della lunga malattia di Caracalla descritta da Dione Cassio 77, 15, 6-7 ed Herod. 4,8,3, iniziata dopo la morte di Geta e sviluppasi durante la spedizione contro gli Alamanni nel 213, durata almeno cinque anni se al momento della morte nell’aprile 217 Caracalla visitava il santuario di Luno a Carre: gli incubi notturni del principe, il rimorso per l’uccisione del fratello, l’apparizione di fantasmi (per Dione <<enosei de kai te psuché pikrois tisì fantasmasi>>), la cura del sonno davanti al santuario di Asclepio di Pergamo (dove secondo Erodiano si riempì di sogni finché ne ebbe voglia, <<es oson ethele ton oneiràton emforetheis>>), rimandano forse alla pratica del sonno terapeutico che certamente è documentata nello stesso periodo dalla statuina di Punta ‘e su coloru presso il santuario di Esculapio a Nora; forse proprio da questo tempio proviene l’iscrizione cat. 5, rinvenuta tra le <<rovine della chiesetta di S. Nicola, in comune di Sarrok, ma prossima a S. Pietro di Pula>>, trasferita sicuramente in età medioevale. Non senza forse un lontanissimo richiamo alla tradizione di età tardo-nuragica conosciuta nella Fisica di Aristotele, a proposito delle pratiche incubatorie determinate dall’assunzione di droghe presso gli eroi, che rappresentavano il fior fiore delle aristocrazie isolane, senza dimenticare la connessione tra le necropoli con tombe monosome tardo-nuragiche di Antas e quelle di Mont’e Prama.

Che il paganesimo fosse pienamente vitale in Sardegna all’inizio del III secolo è testimoniato proprio dalla ricostruzione del tempio del Sardus Pater, che riscopriva le “origini” africane dei Sardi, analoghe a quelle dei Severi, per quanto oggi possiamo ammettere che in passato si sia fin troppo enfatizzata “l’estraneità” del cristianesimo all’isola, in particolare in relazione alla provenienza dei martiri dioclezianei.

Chiudiamo l’ambito cronologico di questo intervento con l'episodio dell'esilio in Sardegna ricordato dal Catalogo liberiano – in Sardinia, in insula nociva, con allusione evidente alla malaria - del vescovo di Roma Ponziano (nominato il 21 luglio 233) e del presbitero Ippolito nel primo anno di Massimino il Trace, il 235: un episodio che conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d'esilio popolata da pagani, nella quale gli esiliati cristiani anche di altissimo rango non avrebbero potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Il Liber Pontificalis, apparentemente derivato dal Catalogo ma con non poche varianti e inesattezze, attribuisce impropriamente l’esilio di Ponziano ad una decisione di Severo Alessandro, nel suo ultimo anno.

Dimessosi il 28 settembre 235, secondo il Catalogo, in eadem insula discinctus est IIII K(a)l(endas) Octobr(es), Ponziano morì un mese dopo, il 30 ottobre, a causa del trattamento disumano che dové subire forse presso le stesse miniere sulcitane, adflictus, maceratus fustibus, apparentemente ad opera dei soldati incaricati di obbligare i prigionieri a lavorare nelle miniere (e ormai sappiamo che gli ausiliari romani erano concentrati in Sardegna solo a Carales e nell’area mineraria del Sulcis); molto dubbio e addirittura da escludere, pur considerando le osservazioni contrarie di Raimondo Turtas, è l’esilio nell’insula Bucina, forse Molara, fondato su una variante del Liber Pontificalis, che appare decisamente meno informato del Catalogo: Pontianus episcopus et Yppolitus presbiter exilio sunt deportati ab Alexando in Sardinia insula Bucina.Eppure l’arrivo sotto Gordiano III o Filippo l’Arabo di una delegazione della chiesa romana, guidata da papa Fabiano (236-250), incaricata di recuperare i corpi di Ponziano e di Ippolito,deposti in una tomba provvisoria in Sardegna, dimostra che la memoria del luogo in cui il vescovo di Roma e il suo comes Ippolito erano stati sepolti era rimasto nel ricordo della piccola comunità cristiana locale per quasi cinque anni: Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navem et sepelivit in cymiterio Callisti, via Appia; Ippolito fu sepolto invece nella catacomba di Ippolito. Avvenimento impensabile se i corpi dei due prelati fossero stati sepolti inizialmente a Molara, isola piccolissima e inospitale, che appare totalmente disabitata nell’antichità. Poco utile è la presenza a Cala Chiesa di una chiesa romanica monoansata intitolata più tardi, apparentemente solo in età spagnola, a San Ponziano.

È possibile che entrambi gli episodi (verificatisi rispettivamente tra il 190 e il 235) vadano collocati nelle miniere sulcitane, forse presso Metalla (identificata ora con Grugua), a breve distanza dalla valle di Antas nella quale negli stessi anni fu ricostruito il tempio dedicato al culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater Babi: un tempio che credo abbia rappresentato nell'antichità preistorica, poi in quella punica e soprattutto in età romana, il luogo alto dove era ricapitolata tutta la storia del popolo sardo, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e di confrontarsi con le culture mediterranee. È solo uno dei tanti dati sulla forza e sulla vitalità che le tradizioni pagane continuavano ad avere in Sardegna, dove per tutto il III ed anche nel IV secolo abbiamo notizia di restauri di edifici di culto pagani e, su base municipale e provinciale, della ramificata e capillare organizzazione del culto imperiale, che fu il modello territoriale diretto sul quale credo dovette impiantarsi la nuova organizzazione religiosa diocesana, che troviamo documentata (per la capitale provinciale Carales, successivamente qualificata come metròpolis) a partire dal concilio antidonatista di Arelate all'indomani della pace costantiniana, ma che risale sicuramente almeno al secolo precedente.

Il culto imperiale cittadino, collegato al culto della Dea Roma e articolato con un ricco calendario di celebrazioni affidate a flamines perpetui, flamines Augustales, flamines Augusti, Augustorum, divi Augusti o divorum Augustorum, è documentato a Carales, Nora, Sulci, Forum Traiani, Cornus, Bosa, Turris Libisonis, colonia anch’essa qualificata col titolo di metròpolis nelle passioni tarde; l’organizzazione provinciale del culto è testimoniata dall’epigrafia di Carales, Sulci, Bosa, Cornus e dalla adlectio nel consiglio municipale della capitale (splendidissimus ordo Karalitanorum ex consensu provinciae Sardiniae) dei flamini e dei sacerdoti provinciali, una volta usciti di carica. La geografia ha davvero un peso, se molti di questi centri divennero più tardi sede diocesana, come Carales (prima di Costantino) e le altre sedi citate per la prima volta nel 484 ma sicuramente più antiche: in occasione del Concilio convocato a Cartagine dal vandalo Unnerico, in totale sono documentati otto i vescovi trasmarini (non africani), ricordati tutti come episcopi insulae Sardiniae, nell'ordine il vescovo di Carales, forse già con l'autorità di metropolita su 7 vescovi suffraganei, di Forum Traiani, di Senafer, di Minorica, di Sulci, di Turris, di Maiorica e di Evusum; di essi dunque 4 sicuramente sardi, tre delle Baleari, uno, quello di Senafer, ancora della Sardegna (Cornus) piuttosto che della Corsica; conosciamo successivamente la Sancta Cornensis ecclesia con Boetius nel Concilio Lateranense Romano del 649; in piena età giudicale i territori della sede cornuense furono ereditati dalla diocesi di Bosa.

Raimondo Zucca ha scritto che il tempio del Sardus Pater ricostruito nell’età di Caracalla fu abbandonato dai fedeli dopo la pace religiosa, comunque dopo l’età costantiniana: le testimonianze più tarde sono infatti delle monete imperiali del IV secolo, che offrono evidentemente il terminus post quem per la caduta in disuso o per la distruzione violenta del tempio, forse per volontà del clero cristiano local. C'è da chiedersi quanti altri templi pagani nel corso del IV secolo e soprattutto nei due secoli successivi siano stati distrutti dai cristiani, oppure siano stati destinati ad altro uso o più probabilmente trasformati e riconvertiti, secondo le istruzioni che per un'epoca più avanzata furono impartite dai pontefici romani, come Gregorio Magno, a proposito della necessità di trasformare i templi degli Angli da luogo di adorazione dei démoni a luogo di adorazione del vero Dio.

Qui in onore di Caracalla ammalato, fervente ammiratore di Ercole e Libero (dii patrii di Leptis Magna, città natale proprio dell’imperatore) fu restaurato il tempio di Sardus Pater e di suo padre Eracle-Maceride-Melkart (Paus. X, 17,2). La loro immagine emerge ora sorprendentemente dalle terrecotte architettoniche tardo-repubblicane da riportare a botteghe urbane conservate al Museo di Fluminimaggiore, accompagnate dalle figure credo di Demetra-Cerere e proprio di Libero-Dioniso. E questo in una dimensione tutta interna alla Sardegna, addirittura “identitaria”, se veramente Cerere alla fine del II-inizi del I secolo a.C. allude alla produzione di grano dell’agricoltura sarda e forse alla fortuna dei populares nell’isola alla fine dell’età repubblicana; e se Libero-Dioniso-Bacco (più tardi collegati alle origini della dinastia severiana proveniente dalla Tripolitania) rimandano al lontanissimo ricordo dei Sardolibici isolani, noti per l’amore per il simposio e la loro caratteristica kulix, la coppa per bere il vino; forse un modo per richiamare antichi contatti tra la Sardegna e la Libia.

Infine, al centro del frontone tardo repubblicano del tempio, Sardus Pater è collocato in una posizione di rilievo, accanto ad Ercole, con la caratteristica corona ornata da tre file di penne, il calathos piumato con un’iconografia che coincide con l’immagine rappresentata sulle monete di età triumvirale coniate da Ottaviano per ricordare un antenato, Marco Azio Balbo governatore dell’isola nell’anno cruciale del consolato di Cesare (59 a.C.), alla vigilia dell’invasione romana in Gallia: il dio presenta quelle caratteristica “nazionali” e addirittura “regali” (già ben documentate per Sid) che richiamano l’eleutheria dei Sardi della Barbaria ricordata da Diodoro Siculo proprio in età triumvirale. La moneta, che noi conosciamo in oltre 200 esemplari, fu battuta con il sistema quartunciale in uso tra il 39 ed il 15 a.C. in quanto pesa un quarto di 27 gr. cioè di un'oncia. II fatto che sui rovescio compaia di profilo la testa barbata del Sardus Pater, con corona di penne e giavellotto porterebbe a collocare l’emissione in coincidenza forse con i restauro del tempio punico per iniziativa di Ottaviano, particolarmente interessato a valorizzare il culto nazionale dei Sardi.

Né va dimenticato che un altro antenato rimane sullo sfondo, Settimio Severo, padre di Caracalla, originario di Leptis Magna in Tripolitania, che aveva governato come questore l’isola nel 174 d.C.

Attilio Mastino

 

I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano:

i rapporti tra cristiani e pagani

 

 

Per un paradosso della storia, la prima notizia relativa alla presenza di cristiani in Sardegna nell’età di Commodo precede di vent’anni la più significativa testimonianza dei culti pagani nell’isola, la ricostruzione del tempio del dio “nazionale” Sardus Pater, che documenta la vitalità delle antiche tradizioni pagane locali: tra il 213 ed il 217 d.C. si può infatti datare l’epigrafe dedicatoria all’imperatore Caracalla, in occasione dei restauri dell’antico tempio di Antas in comune di Fluminimaggiore nella Sardegna sud-occidentale, a breve distanza dall’isola circumsarda di Sulci-Sant’Antioco, che Tolomeo conosce come Molilbòdes, l’isola del piombo, Plumbaria. Si tratta di un edificio, completamente nuovo non solo rispetto a quello cartaginese costruito per Sid Addir Babi, ma anche rispetto a quello di età graccana (o augustea), che oggi conosciamo attraverso le terrecotte architettoniche del frontone; il tempio severiano testimonia la sopravvivenza dell’antico culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melkart), dell’eroe greco Iolao Padre compagno di Eracle e probabilmente dell’arcaico Babi, forse un dio venerato da età preistorica presso il santuario nella vicina grotta di Su Mannau. Sovrapposto infine al Sardo figlio di Makeris delle fonti greche. La cosa straordinaria è che il culto pagano del dio “nazionale” veniva affiancato e integrato con il culto di Eracle, padre di Sardus, e di conseguenza – secondo un progetto che potrebbe esser attribuito già a Commodo – affiancava Caracalla ad Eracle e lo integrava al culto imperiale, ormai fondato su un’articolata organizzazione provinciale (con sede a Carales) e municipale (che è documentata nella vicina Sulci). L’aditon bipartito del tempio testimonia forse la pratica congiunta del culto, se dobbiamo immaginare la statua di Sardus col suo caratteristico copricapo di piume in una cella (rimane un dito in bronzo di 15 cm. di lunghezza) e quella di Caracalla-Ercole nell’altra cella, mentre l'altare era localizzato secondo l'uso romano sula scalinata d'accesso al tempio. Oggi conosciamo meglio la planimetria del tempio tetrastilo, suddiviso longitudinalmente in anticella, cella e penetrale.

Risulta singolare il fatto che la dedica epigrafica in dativo, la quale collega il tempio del dio nazionale dei Sardi al nome dell’imperatore negli anni della “ripresa cosmocratica” di Antonino Magno, sia stata effettuata una ventina d'anni dopo la prima vicenda a noi nota di cristiani esiliati nella vicina area mineraria, inviati in condizioni di schiavitù secondo i Philosophoumena attribuiti al presbitero romano Ippolito eis metallon Sardonias e liberati per l’intervento di Marcia (Marcia Aurelia Ceionia Demetrias), la compagna di Commodo. Tra essi era anche uno schiavo, il futuro papa Callisto, arrestato dopo il fallimento della banca di proprietà del liberto imperiale Carpoforo, banca impegnata a favore di orfani e vedove; i fatti si erano complicati per Callisto in seguito al pubblico scandalo avvenuto in una sinagoga urbana nel giorno di sabato, quando Callisto aveva tentato inutilmente di recuperare i suoi crediti. È dunque ammesso pacificamente dagli studiosi che Callisto si trovasse in Sardegna per ragioni differenti da quelle che avevano provocato l’esilio en Sardonìa dei numerosi màrtures romani, inseriti nell’elenco ufficiale fornito a Marcia dal pontefice di origine africana Vittore: siamo tra il 189 (elezione di Vittore a vescovo di Roma) e il 31 dicembre 192 (uccisione di Commodo). L’imperatore aveva firmato un editto (meglio una lettera assolutoria, ten apolùsimon epistolén) che disponeva la liberazione dei cristiani romani esiliati anni prima (sembra negli ultimi anni di Marco Aurelio) ad metalla in Sardegna a causa della loro fede, senza considerare in nessun modo Callisto, condannato per altri delicta dal praefectus urbi Seius Fuscianus ta il 185 e il 189.L’eunuco Giacinto (chiamato anche col titolo di presbitero), antico tutore di Marcia, fu incaricato di recarsi in Sardegna per liberare i cristiani romani e probabilmente informò innanzi tutto il prefetto equestre che governava la provincia: si tratta di un epìtropos anonimo, per Piero Meloni e Davide Faoro, anche se forse possiamo collocare proprio tra il 190 e il 192 quel C. Ulpius Severus, procurator Augusti e praefectus attivo in piena Barbaria, ricordato sulla targa dedicata a Diana e Silvano nel Nemus Sorabense, nelle foreste dei Montes Insani a mille metri di altitudine (Fonni).Successivamente Giacinto dové presentarsi presso l'epitropeuon tes choras, il locale procurator metallorum imperiale, con l’elenco dei cristiani assolti e da liberare. Fu quest’ultimo e non il governatore provinciale a occuparsi concretamente del problema, visto che tutta la scena è ambientata nel campo di prigionia di Callisto e non nella capitale Carales.È dunque molto probabile che le miniere sulcitane fossero rette da un liberto procuratore imperiale con sede a Metalla,a breve distanza dalla valle di Antas attraversata dalla strada “costiera occidentale” a Tibula Sulcos: personaggio apparentemente analogo, forse addirittura da identificare col proc(urator) metallorum et praediorum, un liberto imperiale di età severiana, quel (Marcus Aurelius) Servatus Aug(ustorum duorum) lib(ertus), stretto collaboratore (adiutor)del prefetto provinciale Q. Baebius Modestus nel 211-212 nell’età di Caracalla e Geta (cat. 6, Fordongianus). Il distretto minerario appare fortemente presidiato dall’esercito romano e in particolare dalla cohors I Sardorum nei primi secoli dell’impero, in relazione proprio alla sorveglianza sui deportati e sugli schiavi impiegati nell’estrazione dei minerali nei metalla del fiscus imperiale (in particolare piombo argentifero, galena e ferro): a Grugua nel II secolo conosciamo un miles Farsonius Occiarius e un Charittus Cota[e f(ilius), miles coh(ortis) I? ] Sardorum, (centuria) Pa[---]; infine nella vicina Buggerru un Surdinius Felix (centurio) coh(ortis) I Sard(orum). L’area mineraria, passata dal controllo dell’aristocrazia sulcitana nelle mani di Cesare, a partire dall’età di Ottaviano fu parte integrante delle proprietà imperiali, come ha recentemente dimostrato Mattia Sanna Montanelli.

La vicenda è troppo nota per dover essere ricostruita nei dettagli, deformata con tutta probabilità da quella che in passato è stata ritenuta la malevola ostilità di Ippolito nei confronti di Callisto, che si sarebbe disperato davanti all’inviato imperiale e sarebbe comunque riuscito a farsi liberare; al suo rientro a Roma sarebbe diventato diacono, assistente di Zefirino, incaricato della manutenzione delle catacombe sulla Via Appia, infine pontefice per cinque anni tra l’età di Elagabalo e quella di Severo Alessandro (218-222).

Che le miniere fossero di proprietà del fisco imperiale è sicuro, come testimoniano i numerosi lingotti di piombo di produzione locale e di forma tronco-piramidale dalla miniera di Santa Lucia di Fluminimaggiore (Sa Colombera) già a partire dall’età di Adriano, recentemente studiati da Raimondo Zucca; analoga è la massa plumbea di Carcinadas presso Buggeru, così come i lingotti del relitto di Pistis ritrovati in comune di Arbus nel 1987, tutti di origine locale.

Nella valle di Antas qualche anno dopo la partenza di Callisto e degli altri cristiani romani assolti da Commodo, tra il 213 e il 217 il p(raefectus) p(rovinciae) S(ardiniae) (?) Q(uintus) Co[ce]ius Proculus avrebbe ricostruito dalle fondamenta il temp[l(um) D]ei [Sa]rdi Patris Bab[i.],ve[tustate c]on[lap(sum)], dedicandolo però non al dio pagano ma all’imperatore Caracalla: il nome in dativo dell’imperatore sembrerebbe farci escludere che l’iniziativa del restauro del tempio sia stata assunta da Antonino Magno; più probabilmente da un funzionario imperiale presente in Sardegna, come abbiamo supposto il governatore provinciale, alto soprintendente del culto imperiale nell’isola. Sembra più difficile un’iniziativa del responsabile dell’area mineraria, dato che il procuratore a noi noto negli stessi anni, responsabile dei metalla e dei praedia del fiscus imperiale, è il (Marcus Aurelius) Servatus liberto imperiale. È stato supposto che l’occasione sia l’emanazione della constitutio antoniniana de civitate, che estendeva la cittadinanza romana anche ai peregrini di origine sarda; ma non è escluso che la ricostruzione del tempio vada collegata con la malattia di Caracalla, che negli stessi mesi ordinava anche in Sardegna di porre la dedica agli dei e alle dee, in esecuzione delle disposizione dell’oracolo di Apollo di Claros in Lidia, subito dopo la campagna germanica nel corso della spedizione in oriente. Eugenia Tognotti mi fa notare che forse andrebbe approfondito il tema delle caratteristiche della lunga malattia di Caracalla descritta da Dione Cassio 77, 15, 6-7 ed Herod. 4,8,3, iniziata dopo la morte di Geta e sviluppasi durante la spedizione contro gli Alamanni nel 213, durata almeno cinque anni se al momento della morte nell’aprile 217 Caracalla visitava il santuario di Luno a Carre: gli incubi notturni del principe, il rimorso per l’uccisione del fratello, l’apparizione di fantasmi (per Dione <<enosei de kai te psuché pikrois tisì fantasmasi>>), la cura del sonno davanti al santuario di Asclepio di Pergamo (dove secondo Erodiano si riempì di sogni finché ne ebbe voglia, <<es oson ethele ton oneiràton emforetheis>>), rimandano forse alla pratica del sonno terapeutico che certamente è documentata nello stesso periodo dalla statuina di Punta ‘e su coloru presso il santuario di Esculapio a Nora; forse proprio da questo tempio proviene l’iscrizione cat. 5, rinvenuta tra le <<rovine della chiesetta di S. Nicola, in comune di Sarrok, ma prossima a S. Pietro di Pula>>, trasferita sicuramente in età medioevale. Non senza forse un lontanissimo richiamo alla tradizione di età tardo-nuragica conosciuta nella Fisica di Aristotele, a proposito delle pratiche incubatorie determinate dall’assunzione di droghe presso gli eroi, che rappresentavano il fior fiore delle aristocrazie isolane, senza dimenticare la connessione tra le necropoli con tombe monosome tardo-nuragiche di Antas e quelle di Mont’e Prama.

Che il paganesimo fosse pienamente vitale in Sardegna all’inizio del III secolo è testimoniato proprio dalla ricostruzione del tempio del Sardus Pater, che riscopriva le “origini” africane dei Sardi, analoghe a quelle dei Severi, per quanto oggi possiamo ammettere che in passato si sia fin troppo enfatizzata “l’estraneità” del cristianesimo all’isola, in particolare in relazione alla provenienza dei martiri dioclezianei.

Chiudiamo l’ambito cronologico di questo intervento con l'episodio dell'esilio in Sardegna ricordato dal Catalogo liberiano in Sardinia, in insula nociva, con allusione evidente alla malaria - del vescovo di Roma Ponziano (nominato il 21 luglio 233) e del presbitero Ippolito nel primo anno di Massimino il Trace, il 235: un episodio che conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d'esilio popolata da pagani, nella quale gli esiliati cristiani anche di altissimo rango non avrebbero potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Il Liber Pontificalis, apparentemente derivato dal Catalogo ma con non poche varianti e inesattezze, attribuisce impropriamente l’esilio di Ponziano ad una decisione di Severo Alessandro, nel suo ultimo anno. Dimessosi il 28 settembre 235, secondo il Catalogo, in eadem insula discinctus est IIII K(a)l(endas) Octobr(es), Ponziano morì un mese dopo, il 30 ottobre, a causa del trattamento disumano che dové subire forse presso le stesse miniere sulcitane, adflictus, maceratus fustibus, apparentemente ad opera dei soldati incaricati di obbligare i prigionieri a lavorare nelle miniere (e ormai sappiamo che gli ausiliari romani erano concentrati in Sardegna solo a Carales e nell’area mineraria del Sulcis); molto dubbio e addirittura da escludere, pur considerando le osservazioni contrarie di Raimondo Turtas, è l’esilio nell’insula Bucina, forse Molara, fondato su una variante del Liber Pontificalis, che appare decisamente meno informato del Catalogo: Pontianus episcopus et Yppolitus presbiter exilio sunt deportati ab Alexando in Sardinia insula Bucina.Eppure l’arrivo sotto Gordiano III o Filippo l’Arabo di una delegazione della chiesa romana, guidata da papa Fabiano (236-250), incaricata di recuperare i corpi di Ponziano e di Ippolito,deposti in una tomba provvisoria in Sardegna, dimostra che la memoria del luogo in cui il vescovo di Roma e il suo comes Ippolito erano stati sepolti era rimasto nel ricordo della piccola comunità cristiana locale per quasi cinque anni: Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navem et sepelivit in cymiterio Callisti, via Appia; Ippolito fu sepolto invece nella catacomba di Ippolito. Avvenimento impensabile se i corpi dei due prelati fossero stati sepolti inizialmente a Molara, isola piccolissima e inospitale, che appare totalmente disabitata nell’antichità. Poco utile è la presenza a Cala Chiesa di una chiesa romanica monoansata intitolata più tardi, apparentemente solo in età spagnola, a San Ponziano.

È possibile che entrambi gli episodi (verificatisi rispettivamente tra il 190 e il 235) vadano collocati nelle miniere sulcitane, forse presso Metalla (identificata ora con Grugua), a breve distanza dalla valle di Antas nella quale negli stessi anni fu ricostruito il tempio dedicato al culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater Babi: un tempio che credo abbia rappresentato nell'antichità preistorica, poi in quella punica e soprattutto in età romana, il luogo alto dove era ricapitolata tutta la storia del popolo sardo, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e di confrontarsi con le culture mediterranee. È solo uno dei tanti dati sulla forza e sulla vitalità che le tradizioni pagane continuavano ad avere in Sardegna, dove per tutto il III ed anche nel IV secolo abbiamo notizia di restauri di edifici di culto pagani e, su base municipale e provinciale, della ramificata e capillare organizzazione del culto imperiale, che fu il modello territoriale diretto sul quale credo dovette impiantarsi la nuova organizzazione religiosa diocesana, che troviamo documentata (per la capitale provinciale Carales, successivamente qualificata come metròpolis) a partire dal concilio antidonatista di Arelate all'indomani della pace costantiniana, ma che risale sicuramente almeno al secolo precedente. Il culto imperiale cittadino, collegato al culto della Dea Roma e articolato con un ricco calendario di celebrazioni affidate a flamines perpetui, flamines Augustales, flamines Augusti, Augustorum, divi Augusti o divorum Augustorum, è documentato a Carales, Nora, Sulci, Forum Traiani, Cornus, Bosa, Turris Libisonis, colonia anch’essa qualificata col titolo di metròpolis nelle passioni tarde; l’organizzazione provinciale del culto è testimoniata dall’epigrafia di Carales, Sulci, Bosa, Cornus e dalla adlectio nel consiglio municipale della capitale (splendidissimus ordo Karalitanorum ex consensu provinciae Sardiniae) dei flamini e dei sacerdoti provinciali, una volta usciti di carica. La geografia ha davvero un peso, se molti di questi centri divennero più tardi sede diocesana, come Carales (prima di Costantino) e le altre sedi citate per la prima volta nel 484 ma sicuramente più antiche: in occasione del Concilio convocato a Cartagine dal vandalo Unnerico, in totale sono documentati otto i vescovi trasmarini (non africani), ricordati tutti come episcopi insulae Sardiniae, nell'ordine il vescovo di Carales, forse già con l'autorità di metropolita su 7 vescovi suffraganei, di Forum Traiani, di Senafer, di Minorica, di Sulci, di Turris, di Maiorica e di Evusum; di essi dunque 4 sicuramente sardi, tre delle Baleari, uno, quello di Senafer, ancora della Sardegna (Cornus) piuttosto che della Corsica; conosciamo successivamente la Sancta Cornensis ecclesia con Boetius nel Concilio Lateranense Romano del 649; in piena età giudicale i territori della sede cornuense furono ereditati dalla diocesi di Bosa.

Raimondo Zucca ha scritto che il tempio del Sardus Pater ricostruito nell’età di Caracalla fu abbandonato dai fedeli dopo la pace religiosa, comunque dopo l’età costantiniana: le testimonianze più tarde sono infatti delle monete imperiali del IV secolo, che offrono evidentemente il terminus post quem per la caduta in disuso o per la distruzione violenta del tempio, forse per volontà del clero cristiano local. C'è da chiedersi quanti altri templi pagani nel corso del IV secolo e soprattutto nei due secoli successivi siano stati distrutti dai cristiani, oppure siano stati destinati ad altro uso o più probabilmente trasformati e riconvertiti, secondo le istruzioni che per un'epoca più avanzata furono impartite dai pontefici romani, come Gregorio Magno, a proposito della necessità di trasformare i templi degli Angli da luogo di adorazione dei démoni a luogo di adorazione del vero Dio.

Qui in onore di Caracalla ammalato, fervente ammiratore di Ercole e Libero (dii patrii di Leptis Magna, città natale proprio dell’imperatore) fu restaurato il tempio di Sardus Pater e di suo padre Eracle-Maceride-Melkart (Paus. X, 17,2). La loro immagine emerge ora sorprendentemente dalle terrecotte architettoniche tardo-repubblicane da riportare a botteghe urbane conservate al Museo di Fluminimaggiore, accompagnate dalle figure credo di Demetra-Cerere e proprio di Libero-Dioniso. E questo in una dimensione tutta interna alla Sardegna, addirittura “identitaria”, se veramente Cerere alla fine del II-inizi del I secolo a.C. allude alla produzione di grano dell’agricoltura sarda e forse alla fortuna dei populares nell’isola alla fine dell’età repubblicana; e se Libero-Dioniso-Bacco (più tardi collegati alle origini della dinastia severiana proveniente dalla Tripolitania) rimandano al lontanissimo ricordo dei Sardolibici isolani, noti per l’amore per il simposio e la loro caratteristica kulix, la coppa per bere il vino; forse un modo per richiamare antichi contatti tra la Sardegna e la Libia. Infine, al centro del frontone tardo repubblicano del tempio, Sardus Pater è collocato in una posizione di rilievo, accanto ad Ercole, con la caratteristica corona ornata da tre file di penne, il calathos piumato con un’iconografia che coincide con l’immagine rappresentata sulle monete di età triumvirale coniate da Ottaviano per ricordare un antenato, Marco Azio Balbo governatore dell’isola nell’anno cruciale del consolato di Cesare (59 a.C.), alla vigilia dell’invasione romana in Gallia: il dio presenta quelle caratteristica “nazionali” e addirittura “regali” (già ben documentate per Sid) che richiamano l’eleutheria dei Sardi della Barbaria ricordata da Diodoro Siculo proprio in età triumvirale. La moneta, che noi conosciamo in oltre 200 esemplari, fu battuta con il sistema quartunciale in uso tra il 39 ed il 15 a.C. in quanto pesa un quarto di 27 gr. cioè di un'oncia. II fatto che sui rovescio compaia di profilo la testa barbata del Sardus Pater, con corona di penne e giavellotto porterebbe a collocare l’emissione in coincidenza forse con i restauro del tempio punico per iniziativa di Ottaviano, particolarmente interessato a valorizzare il culto nazionale dei Sardi.

Né va dimenticato che un altro antenato rimane sullo sfondo, Settimio Severo, padre di Caracalla, originario di Leptis Magna in Tripolitania, che aveva governato come questore l’isola nel 174 d.C.

Attilio Mastino

 

I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano:

i rapporti tra cristiani e pagani

 

 

Per un paradosso della storia, la prima notizia relativa alla presenza di cristiani in Sardegna nell’età di Commodo precede di vent’anni la più significativa testimonianza dei culti pagani nell’isola, la ricostruzione del tempio del dio “nazionale” Sardus Pater, che documenta la vitalità delle antiche tradizioni pagane locali: tra il 213 ed il 217 d.C. si può infatti datare l’epigrafe dedicatoria all’imperatore Caracalla, in occasione dei restauri dell’antico tempio di Antas in comune di Fluminimaggiore nella Sardegna sud-occidentale, a breve distanza dall’isola circumsarda di Sulci-Sant’Antioco, che Tolomeo conosce come Molilbòdes, l’isola del piombo, Plumbaria. Si tratta di un edificio, completamente nuovo non solo rispetto a quello cartaginese costruito per Sid Addir Babi, ma anche rispetto a quello di età graccana (o augustea), che oggi conosciamo attraverso le terrecotte architettoniche del frontone; il tempio severiano testimonia la sopravvivenza dell’antico culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melkart), dell’eroe greco Iolao Padre compagno di Eracle e probabilmente dell’arcaico Babi, forse un dio venerato da età preistorica presso il santuario nella vicina grotta di Su Mannau. Sovrapposto infine al Sardo figlio di Makeris delle fonti greche. La cosa straordinaria è che il culto pagano del dio “nazionale” veniva affiancato e integrato con il culto di Eracle, padre di Sardus, e di conseguenza – secondo un progetto che potrebbe esser attribuito già a Commodo – affiancava Caracalla ad Eracle e lo integrava al culto imperiale, ormai fondato su un’articolata organizzazione provinciale (con sede a Carales) e municipale (che è documentata nella vicina Sulci). L’aditon bipartito del tempio testimonia forse la pratica congiunta del culto, se dobbiamo immaginare la statua di Sardus col suo caratteristico copricapo di piume in una cella (rimane un dito in bronzo di 15 cm. di lunghezza) e quella di Caracalla-Ercole nell’altra cella, mentre l'altare era localizzato secondo l'uso romano sula scalinata d'accesso al tempio. Oggi conosciamo meglio la planimetria del tempio tetrastilo, suddiviso longitudinalmente in anticella, cella e penetrale.

Risulta singolare il fatto che la dedica epigrafica in dativo, la quale collega il tempio del dio nazionale dei Sardi al nome dell’imperatore negli anni della “ripresa cosmocratica” di Antonino Magno, sia stata effettuata una ventina d'anni dopo la prima vicenda a noi nota di cristiani esiliati nella vicina area mineraria, inviati in condizioni di schiavitù secondo i Philosophoumena attribuiti al presbitero romano Ippolito eis metallon Sardonias e liberati per l’intervento di Marcia (Marcia Aurelia Ceionia Demetrias), la compagna di Commodo. Tra essi era anche uno schiavo, il futuro papa Callisto, arrestato dopo il fallimento della banca di proprietà del liberto imperiale Carpoforo, banca impegnata a favore di orfani e vedove; i fatti si erano complicati per Callisto in seguito al pubblico scandalo avvenuto in una sinagoga urbana nel giorno di sabato, quando Callisto aveva tentato inutilmente di recuperare i suoi crediti. È dunque ammesso pacificamente dagli studiosi che Callisto si trovasse in Sardegna per ragioni differenti da quelle che avevano provocato l’esilio en Sardonìa dei numerosi màrtures romani, inseriti nell’elenco ufficiale fornito a Marcia dal pontefice di origine africana Vittore:  siamo tra il 189 (elezione di Vittore a vescovo di Roma) e il 31 dicembre 192 (uccisione di Commodo). L’imperatore aveva firmato un editto (meglio una lettera assolutoria, ten apolùsimon epistolén) che disponeva la liberazione dei cristiani romani esiliati anni prima (sembra negli ultimi anni di Marco Aurelio) ad metalla in Sardegna a causa della loro fede, senza considerare in nessun modo Callisto, condannato per altri delicta dal praefectus urbi Seius Fuscianus ta il 185 e il 189.L’eunuco Giacinto (chiamato anche col titolo di presbitero), antico tutore di Marcia, fu incaricato di recarsi in Sardegna per liberare i cristiani romani e probabilmente informò innanzi tutto il prefetto equestre che governava la provincia: si tratta di un epìtropos anonimo, per Piero Meloni e Davide Faoro, anche se forse possiamo collocare proprio tra il 190 e il 192 quel C. Ulpius Severus, procurator Augusti e praefectus attivo in piena Barbaria, ricordato sulla targa dedicata a Diana e Silvano nel Nemus Sorabense, nelle foreste dei Montes Insani a mille metri di altitudine (Fonni).Successivamente Giacinto dové presentarsi presso l'epitropeuon tes choras, il locale procurator metallorum imperiale, con l’elenco dei cristiani assolti e da liberare. Fu quest’ultimo e non il governatore provinciale a occuparsi concretamente del problema, visto che tutta la scena è ambientata nel campo di prigionia di Callisto e non nella capitale Carales.È dunque molto probabile che le miniere sulcitane fossero rette da un liberto procuratore imperiale con sede a Metalla,a breve distanza dalla valle di Antas attraversata dalla strada “costiera occidentale” a Tibula Sulcos: personaggio apparentemente analogo, forse addirittura da identificare col proc(urator) metallorum et praediorum, un liberto imperiale di età severiana, quel (Marcus Aurelius) Servatus Aug(ustorum duorum) lib(ertus), stretto collaboratore (adiutor)del prefetto provinciale Q. Baebius Modestus nel 211-212 nell’età di Caracalla e Geta (cat. 6, Fordongianus). Il distretto minerario appare fortemente presidiato dall’esercito romano e in particolare dalla cohors I Sardorum nei primi secoli dell’impero, in relazione proprio alla sorveglianza sui deportati e sugli schiavi impiegati nell’estrazione dei minerali nei metalla del fiscus imperiale (in particolare piombo argentifero, galena e ferro): a Grugua nel II secolo conosciamo un miles Farsonius Occiarius e un Charittus Cota[e f(ilius), miles coh(ortis) I? ] Sardorum, (centuria) Pa[---]; infine nella vicina Buggerru un Surdinius Felix (centurio) coh(ortis) I Sard(orum). L’area mineraria, passata dal controllo dell’aristocrazia sulcitana nelle mani di Cesare, a partire dall’età di Ottaviano fu parte integrante delle proprietà imperiali, come ha recentemente dimostrato Mattia Sanna Montanelli.

La vicenda è troppo nota per dover essere ricostruita nei dettagli, deformata con tutta probabilità da quella che in passato è stata ritenuta la malevola ostilità di Ippolito nei confronti di Callisto, che si sarebbe disperato davanti all’inviato imperiale e sarebbe comunque riuscito a farsi liberare; al suo rientro a Roma sarebbe diventato diacono, assistente di Zefirino, incaricato della manutenzione delle catacombe sulla Via Appia, infine pontefice per cinque anni tra l’età di Elagabalo e quella di Severo Alessandro (218-222).

Che le miniere fossero di proprietà del fisco imperiale è sicuro, come testimoniano i numerosi lingotti di piombo di produzione locale e di forma tronco-piramidale dalla miniera di Santa Lucia di Fluminimaggiore (Sa Colombera) già a partire dall’età di Adriano, recentemente studiati da Raimondo Zucca; analoga è la massa plumbea di Carcinadas presso Buggeru, così come i lingotti del relitto di Pistis ritrovati in comune di Arbus nel 1987, tutti di origine locale.

Nella valle di Antas qualche anno dopo la partenza di Callisto e degli altri cristiani romani assolti da Commodo, tra il 213 e il 217 il p(raefectus) p(rovinciae) S(ardiniae) (?) Q(uintus) Co[ce]ius Proculus avrebbe ricostruito dalle fondamenta il temp[l(um) D]ei [Sa]rdi Patris Bab[i.],ve[tustate c]on[lap(sum)], dedicandolo però non al dio pagano ma all’imperatore Caracalla: il nome in dativo dell’imperatore sembrerebbe farci escludere che l’iniziativa del restauro del tempio sia stata assunta da Antonino Magno; più probabilmente da un funzionario imperiale presente in Sardegna, come abbiamo supposto il governatore provinciale, alto soprintendente del culto imperiale nell’isola. Sembra più difficile un’iniziativa del responsabile dell’area mineraria, dato che il procuratore a noi noto negli stessi anni, responsabile dei metalla e dei praedia del fiscus imperiale, è il (Marcus Aurelius) Servatus liberto imperiale. È stato supposto che l’occasione sia l’emanazione della constitutio antoniniana de civitate, che estendeva la cittadinanza romana anche ai peregrini di origine sarda; ma non è escluso che la ricostruzione del tempio vada collegata con la malattia di Caracalla, che negli stessi mesi ordinava anche in Sardegna di porre la dedica agli dei e alle dee, in esecuzione delle disposizione dell’oracolo di Apollo di Claros in Lidia, subito dopo la campagna germanica nel corso della spedizione in oriente. Eugenia Tognotti mi fa notare che forse andrebbe approfondito il tema delle caratteristiche della lunga malattia di Caracalla descritta da Dione Cassio 77, 15, 6-7 ed Herod. 4,8,3, iniziata dopo la morte di Geta e sviluppasi durante la spedizione contro gli Alamanni nel 213, durata almeno cinque anni se al momento della morte nell’aprile 217 Caracalla visitava il santuario di Luno a Carre: gli incubi notturni del principe, il rimorso per l’uccisione del fratello, l’apparizione di fantasmi (per Dione <<enosei de kai te psuché pikrois tisì fantasmasi>>), la cura del sonno davanti al santuario di Asclepio di Pergamo (dove secondo Erodiano si riempì di sogni finché ne ebbe voglia, <<es oson ethele ton oneiràton emforetheis>>), rimandano forse alla pratica del sonno terapeutico che certamente è documentata nello stesso periodo dalla statuina di Punta ‘e su coloru presso il santuario di Esculapio a Nora; forse proprio da questo tempio proviene l’iscrizione cat. 5, rinvenuta tra le <<rovine della chiesetta di S. Nicola, in comune di Sarrok, ma prossima a S. Pietro di Pula>>, trasferita sicuramente in età medioevale. Non senza forse un lontanissimo richiamo alla tradizione di età tardo-nuragica conosciuta nella Fisica di Aristotele, a proposito delle pratiche incubatorie determinate dall’assunzione di droghe presso gli eroi, che rappresentavano il fior fiore delle aristocrazie isolane, senza dimenticare la connessione tra le necropoli con tombe monosome tardo-nuragiche di Antas e quelle di Mont’e Prama.

Che il paganesimo fosse pienamente vitale in Sardegna all’inizio del III secolo è testimoniato proprio dalla ricostruzione del tempio del Sardus Pater, che riscopriva le “origini” africane dei Sardi, analoghe a quelle dei Severi, per quanto oggi possiamo ammettere che in passato si sia fin troppo enfatizzata “l’estraneità” del cristianesimo all’isola, in particolare in relazione alla provenienza dei martiri dioclezianei.

Chiudiamo l’ambito cronologico di questo intervento con l'episodio dell'esilio in Sardegna ricordato dal Catalogo liberiano – in Sardinia, in insula nociva, con allusione evidente alla malaria - del vescovo di Roma Ponziano (nominato il 21 luglio 233) e del presbitero Ippolito nel primo anno di Massimino il Trace, il 235: un episodio che conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d'esilio popolata da pagani, nella quale gli esiliati cristiani anche di altissimo rango non avrebbero potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Il Liber Pontificalis, apparentemente derivato dal Catalogo ma con non poche varianti e inesattezze, attribuisce impropriamente l’esilio di Ponziano ad una decisione di Severo Alessandro, nel suo ultimo anno. Dimessosi il 28 settembre 235, secondo il Catalogo, in eadem insula discinctus est IIII K(a)l(endas) Octobr(es), Ponziano morì un mese dopo, il 30 ottobre, a causa del trattamento disumano che dové subire forse presso le stesse miniere sulcitane, adflictus, maceratus fustibus, apparentemente ad opera dei soldati incaricati di obbligare i prigionieri a lavorare nelle miniere (e ormai sappiamo che gli ausiliari romani erano concentrati in Sardegna solo a Carales e nell’area mineraria del Sulcis); molto dubbio e addirittura da escludere, pur considerando le osservazioni contrarie di Raimondo Turtas, è l’esilio nell’insula Bucina, forse Molara, fondato su una variante del Liber Pontificalis, che appare decisamente meno informato del Catalogo: Pontianus episcopus et Yppolitus presbiter exilio sunt deportati ab Alexando in Sardinia insula Bucina.Eppure l’arrivo sotto Gordiano III o Filippo l’Arabo di una delegazione della chiesa romana, guidata da papa Fabiano (236-250), incaricata di recuperare i corpi di Ponziano e di Ippolito,deposti in una tomba provvisoria in Sardegna, dimostra che la memoria del luogo in cui il vescovo di Roma e il suo comes Ippolito erano stati sepolti era rimasto nel ricordo della piccola comunità cristiana locale per quasi cinque anni: Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navem et sepelivit in cymiterio Callisti, via Appia; Ippolito fu sepolto invece nella catacomba di Ippolito. Avvenimento impensabile se i corpi dei due prelati fossero stati sepolti inizialmente a Molara, isola piccolissima e inospitale, che appare totalmente disabitata nell’antichità. Poco utile è la presenza a Cala Chiesa di una chiesa romanica monoansata intitolata più tardi, apparentemente solo in età spagnola, a San Ponziano.

È possibile che entrambi gli episodi (verificatisi rispettivamente tra il 190 e il 235) vadano collocati nelle miniere sulcitane, forse presso Metalla (identificata ora con Grugua), a breve distanza dalla valle di Antas nella quale negli stessi anni fu ricostruito il tempio dedicato al culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater Babi: un tempio che credo abbia rappresentato nell'antichità preistorica, poi in quella punica e soprattutto in età romana, il luogo alto dove era ricapitolata tutta la storia del popolo sardo, nelle sue chiusure e resistenze, ma anche nella sua capacità di adattarsi e di confrontarsi con le culture mediterranee. È solo uno dei tanti dati sulla forza e sulla vitalità che le tradizioni pagane continuavano ad avere in Sardegna, dove per tutto il III ed anche nel IV secolo abbiamo notizia di restauri di edifici di culto pagani e, su base municipale e provinciale, della ramificata e capillare organizzazione del culto imperiale, che fu il modello territoriale diretto sul quale credo dovette impiantarsi la nuova organizzazione religiosa diocesana, che troviamo documentata (per la capitale provinciale Carales, successivamente qualificata come metròpolis) a partire dal concilio antidonatista di Arelate all'indomani della pace costantiniana, ma che risale sicuramente almeno al secolo precedente. Il culto imperiale cittadino, collegato al culto della Dea Roma e articolato con un ricco calendario di celebrazioni affidate a flamines perpetui, flamines Augustales, flamines Augusti, Augustorum, divi Augusti o divorum Augustorum, è documentato a Carales, Nora, Sulci, Forum Traiani, Cornus, Bosa, Turris Libisonis, colonia anch’essa qualificata col titolo di metròpolis nelle passioni tarde; l’organizzazione provinciale del culto è testimoniata dall’epigrafia di Carales, Sulci, Bosa, Cornus e dalla adlectio nel consiglio municipale della capitale (splendidissimus ordo Karalitanorum ex consensu provinciae Sardiniae) dei flamini e dei sacerdoti provinciali, una volta usciti di carica. La geografia ha davvero un peso, se molti di questi centri divennero più tardi sede diocesana, come Carales (prima di Costantino) e le altre sedi citate per la prima volta nel 484 ma sicuramente più antiche: in occasione del Concilio convocato a Cartagine dal vandalo Unnerico, in totale sono documentati otto i vescovi trasmarini (non africani), ricordati tutti come episcopi insulae Sardiniae, nell'ordine il vescovo di Carales, forse già con l'autorità di metropolita su 7 vescovi suffraganei, di Forum Traiani, di Senafer, di Minorica, di Sulci, di Turris, di Maiorica e di Evusum; di essi dunque 4 sicuramente sardi, tre delle Baleari, uno, quello di Senafer, ancora della Sardegna (Cornus) piuttosto che della Corsica; conosciamo successivamente la Sancta Cornensis ecclesia con Boetius nel Concilio Lateranense Romano del 649; in piena età giudicale i territori della sede cornuense furono ereditati dalla diocesi di Bosa.

Raimondo Zucca ha scritto che il tempio del Sardus Pater ricostruito nell’età di Caracalla fu abbandonato dai fedeli dopo la pace religiosa, comunque dopo l’età costantiniana: le testimonianze più tarde sono infatti delle monete imperiali del IV secolo, che offrono evidentemente il terminus post quem per la caduta in disuso o per la distruzione violenta del tempio, forse per volontà del clero cristiano local. C'è da chiedersi quanti altri templi pagani nel corso del IV secolo e soprattutto nei due secoli successivi siano stati distrutti dai cristiani, oppure siano stati destinati ad altro uso o più probabilmente trasformati e riconvertiti, secondo le istruzioni che per un'epoca più avanzata furono impartite dai pontefici romani, come Gregorio Magno, a proposito della necessità di trasformare i templi degli Angli da luogo di adorazione dei démoni a luogo di adorazione del vero Dio.

Qui in onore di Caracalla ammalato, fervente ammiratore di Ercole e Libero (dii patrii di Leptis Magna, città natale proprio dell’imperatore) fu restaurato il tempio di Sardus Pater e di suo padre Eracle-Maceride-Melkart (Paus. X, 17,2). La loro immagine emerge ora sorprendentemente dalle terrecotte architettoniche tardo-repubblicane da riportare a botteghe urbane conservate al Museo di Fluminimaggiore, accompagnate dalle figure credo di Demetra-Cerere e proprio di Libero-Dioniso. E questo in una dimensione tutta interna alla Sardegna, addirittura “identitaria”, se veramente Cerere alla fine del II-inizi del I secolo a.C. allude alla produzione di grano dell’agricoltura sarda e forse alla fortuna dei populares nell’isola alla fine dell’età repubblicana; e se Libero-Dioniso-Bacco (più tardi collegati alle origini della dinastia severiana proveniente dalla Tripolitania) rimandano al lontanissimo ricordo dei Sardolibici isolani, noti per l’amore per il simposio e la loro caratteristica kulix, la coppa per bere il vino; forse un modo per richiamare antichi contatti tra la Sardegna e la Libia. Infine, al centro del frontone tardo repubblicano del tempio, Sardus Pater è collocato in una posizione di rilievo, accanto ad Ercole, con la caratteristica corona ornata da tre file di penne, il calathos piumato con un’iconografia che coincide con l’immagine rappresentata sulle monete di età triumvirale coniate da Ottaviano per ricordare un antenato, Marco Azio Balbo governatore dell’isola nell’anno cruciale del consolato di Cesare (59 a.C.), alla vigilia dell’invasione romana in Gallia: il dio presenta quelle caratteristica “nazionali” e addirittura “regali” (già ben documentate per Sid) che richiamano l’eleutheria dei Sardi della Barbaria ricordata da Diodoro Siculo proprio in età triumvirale. La moneta, che noi conosciamo in oltre 200 esemplari, fu battuta con il sistema quartunciale in uso tra il 39 ed il 15 a.C. in quanto pesa un quarto di 27 gr. cioè di un'oncia. II fatto che sui rovescio compaia di profilo la testa barbata del Sardus Pater, con corona di penne e giavellotto porterebbe a collocare l’emissione in coincidenza forse con i restauro del tempio punico per iniziativa di Ottaviano, particolarmente interessato a valorizzare il culto nazionale dei Sardi.

 

Né va dimenticato che un altro antenato rimane sullo sfondo, Settimio Severo, padre di Caracalla, originario di Leptis Magna in Tripolitania, che aveva governato come questore l’isola nel 174 d.C.
Ultimo aggiornamento Domenica 28 Agosto 2016 23:17

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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