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Attilio Mastino risponde a Vito Biolchini sull'insegnamento della Lingua Sarda all'Università

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Scritto da Administrator | 20 Luglio 2011

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Attilio Mastino risponde a Vito Biolchini sull'insegnamento della Lingua Sarda all'Università

La risposta del rettore dell'Università di Sassari, Attilio Mastino, a un post pubblicato da Vito Biolchini, direttore di "Radio press", sul suo blog (http://vitobiolchini.wordpress.com) relativo alla posizione dell'Ateneo sull'insegnamento della lingua sarda.

Caro Vito Biolchini,

ti ringrazio per l’occasione ulteriore che mi dai di chiarire le posizioni dell’Università di Sassari su una questione sin troppo strumentalizzata e ‘urlata’, in cui ognuno ha messo ciò che poteva, finanche, talvolta, la cattiva educazione e l’insulto teso a intimorire. Ti ringrazio perché, al di là delle interviste rilasciate al volo tra una seduta del Senato Accademico e del Consiglio di Facoltà, fra i mille impegni, mi dai opportunità di mettere alcuni punti fermi: se preferisci, ti do la versione autentica, pregandoti di leggere meno frettolosamente i documenti che abbiamo prodotto sinora.

1) Ho nominato, ormai ben più di un anno fa, una Commissione di Ateneo col compito di rispondere a una precisa sollecitazione della Regione: progettare dei corsi di formazione per insegnanti di lingua minoritaria (mettiamole dentro tutte, non solo il sardo). La Commissione ha interpretato con spirito critico le indicazioni provenienti dalla RAS, ritenendo peraltro di averle rispettate pienamente. La RAS contesta questo aspetto, in particolare per ciò che riguarda l’uso veicolare delle parlate locali: non entro nei dettagli, anche perché il progetto tra qualche giorno verrà messo on-line nel sito di Ateneo, cosicché chiunque potrà valutarlo anche in relazione alle linee guida della RAS (e vedrà, in particolare, che l’uso veicolare delle lingue minoritarie è garantito in 300 ore laboratoriali). Quello che voglio sottolineare, però, è che noi redigiamo i nostri progetti come meglio valutiamo in base a scienza e coscienza, la RAS deve comunicare in tempi ragionevoli se li approva o meno. A cadaunu s’arte sua, niente di più, niente di meno.

2) So bene che una delle proprietà essenziali del linguaggio umano è l’onniformatività: vuol dire che, in linea teorica, ogni lingua è in grado di esprimere ogni contenuto. In linea pratica, può accadere che nei secoli una lingua, per ragioni storiche, sia stata usata per determinate funzioni comunicative e non, per esempio, in àmbito scientifico. Non penso che non si possa farlo, ma che bisogna farlo con i giusti strumenti: per es., perché la RAS non finanzia un Istituto per la terminologia, anziché affidarsi ai soliti studiosi che si autocertificano, convinti di essere i demiurgi della lingua?

Fin qui credo sia chiaro. Adesso ti riporto per intero il primo punto delle osservazioni che abbiamo formulato al nuovo piano triennale: “Nel piano triennale (=PT) si insiste, a più riprese, sulla necessità di emancipare le lingue regionali dalla cultura tradizionale che esse riflettono e ‘agganciarle’ sic et simpliciter al mondo moderno e ai suoi contenuti: bisogna tuttavia considerare che, agli occhi dei parlanti, le lingue locali, che si identificano primariamente con la propria varietà dialettale e non con uno standard calato dall’alto, sono legate strettamente a quella cultura tradizionale che si vorrebbe superare d’un balzo. Occorre dunque contemperare il reale con le aspirazioni: ogni forzatura, ogni assenza di gradualità produrrebbe degli strappi e forti sensazioni di straniamento.” Tu, con abilità faziosa, manipoli il nostro pensiero: non diciamo che non si può fare, diciamo soltanto che occorre procedere con cautela e gradualità, rispettando in primo luogo le aspettative dei parlanti (che si possono benissimo conoscere con indagini sociolinguistiche ad hoc: il pericolo sono le minoranze che si ritengono interpreti illuminate delle esigenze dei propri concittadini).

3) Questione della LSC. In effetti sei tu a mescolare le carte. Noi di Sassari la abbiamo tirata in ballo nel documento in cui formuliamo le nostre osservazioni critiche sul piano triennale (che è cosa diversa dal progetto del corso di formazione per insegnanti di lingua minoritaria). Perché? Perché la politica linguistica regionale è incentrata su questa varietà che, da sperimentale, è stata promossa, inopinatamente, a standard: chi lo ha deciso? Inoltre: noi siamo per un equilibrato modello polinomico, in pratica pensiamo che a) nessuna varietà, naturale o artificiale, dovrebbe essere considerata come la varietà di riferimento della lingua sarda, rispetto alla quale le altre varietà diverrebbero ipso facto dei dialetti; b) la lingua sarda è una sola nel rispetto della sua diversità interna e la sua esistenza è fondata sulla decisione democratica dei parlanti di identificarla con un nome specifico e di dichiararla autonoma rispetto alle altre lingue riconosciute; c) al fianco della lingua sarda esistono e sono ugualmente meritevoli di tutela le cosiddette varietà alloglotte (sassarese, gallurese, algherese e tabarchino).

Ti invito a guardare questo sito:
http://prouvenco.presso.free.fr/poulinoumio.html

E per capire i danni che può produrre l’imposizione di uno standard unico:
http://www.swissinfo.ch/eng/culture/Romansh_speakers_rebel_against_standard_language.html?cid=29637410

4) Un’altra cosa. L’Università ha il dovere di interrogarsi sulla direzione di senso di quello che si fa. Dove vogliamo arrivare: a insegnare “la” lingua minoritaria, o “in” lingua minoritaria (che sono due cose ben diverse)? Al di là di ogni considerazione soggettiva in merito, la seconda opzione impone più di una cautela, se non altro perché siamo in grado di sapere cosa pensano i sardi in merito a questo problema. Da una recente ricerca sociolinguistica, infatti, è emerso che moltissimi sardi sono d’accordo a introdurre il sardo a scuola. Quando però sono stati interrogati su come questo dovrebbe avvenire in pratica, la stragrande maggioranza (80,1%) si è dichiarata del tutto favorevole a dedicare una parte dell’orario settimanale all’insegnamento della varietà locale (in pratica, come avviene per le lingue straniere); una percentuale del 40,7% si è invece detta del tutto favorevole all’utilizzo di essa, al posto dell’italiano, per approfondire la conoscenza della storia e della cultura locale (dunque utilizzo del ‘dialetto’ come lingua veicolare, ma solo per trattare temi che a esso appaiono più connaturati); pochi (percentuali abbondantemente sotto il 10%) si sono detti invece del tutto favorevoli a impiegare la parlata locale e non l’italiano come lingua veicolare per lo studio di alcune o di molte materie curricolari. Spero sia chiaro.

5) Approfitto per confermare tutto il mio apprezzamento per il lavoro svolto dalla Commissione di Ateneo incaricata di progettare il corso di aggiornamento per la formazione degli insegnanti di lingua sarda. Il fatto che, come Rettore, mi sia dovuto interfacciare con la RAS in una posizione di ascolto e di confronto, non significa in alcuno modo che io abbia mai inteso distaccarmi dai cardini scientifici e didattici indicatimi e condivisi con la mia Commissione, in cui mi riconosco in pieno, come Rettore e come uomo di scienza.

6) Colgo l’occasione per informarti che sto proponendo per il nuovo Statuto dell’Università di Sassari, che verrà approvato il 26 p.v., un articolo relativo alla difesa delle lingue minoritarie della Sardegna, e in particolare del sardo, come patrimonio fondamentale di oggi e del futuro.

7) Alla luce di quanto detto, ribadisco la superficialità inaccettabile del tuo discorso. A cadaunu s’arte sua: che non è un arroccamento su posizioni di privilegio, ma (scomodo) senso di responsabilità.

Un saluto cordiale,

Attilio Mastino

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 10:09

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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