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Ricordo di Ignazio Delogu

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Scritto da Administrator | 02 Agosto 2011

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Ricordo di Ignazio Delogu

Attilio Mastino

Sassari, 29 luglio 2011

Voglio partire da un ricordo intenso e doloroso, quando dai locali di questa Facoltà,  quindici anni fa, usciva la lenta processione che accompagnava il feretro del nostro amico Enzo Cadoni che ci aveva lasciato all’improvviso.

A ricordarlo sulle scale della Caserma Ciancilla, con parole che ci avevano commosso davvero, era stato Ignazio Delogu, unico protagonista della cerimonia con le sue incredibili capacità di affabulatore. Aveva rivelato in quell’occasione una sensibilità profonda, una capacità di parlare a nome di tutti, una sensibilità come quella di un amico ferito che riusciva a mettersi in sintonia con tutti.

Immaginerete perciò la mia emozione per esser chiamato a ricordare Ignazio alla presenza di Veronica, della sua famiglia, di tanti amici, di tante persone che gli hanno voluto bene.

Veronica mi aveva raccontato la sua lunga malattia: già sei mesi fa la sua fine sembrava imminente, il suo disagio, le speranze che si spegnevano, le preoccupazioni di chi gli stava vicino.

Capisco oggi il dolore della perdita, la sofferenza dei mesi scorsi, la lontananza, il senso di solitudine ricorrente negli ultimi anni, ma anche l’affetto e l’amicizia che ci aveva manifestato al telefono o in occasione dei suoi ultimi soggiorni a Sassari, un anno fa per la conferenza per il centenario della incoronazione della Madonnina delle Grazie tra i frati di Silki suoi amici.

L’associazione di San Pietro di Silki l’aveva voluta lui, assieme a Padre Francesco, assieme al notaio Faedda, assieme ai tanti amici che poi si erano dati da fare per promuovere nel 2001 il convegno tra Sassari e Usini sulla Società giudicale in Sardegna e sul condaghe, che Ignazio aveva tradotto nel 1997 partendo dall’edizione di Giuliano Bonazzi di un secolo prima. Un’operazione talvolta difficile e critica, ma preziosa per la riscoperta dello straordinario valore storico del documento.

Ignazio è stato il primo a rilevare la cura con la quale gli scrivani del monastero annotavano la delimitazione dei confini delle terre donate o acquistate e a segnalare alcuni aspetti formali - la brevitas stilistica, il succedersi di nuclei narrativi - che considerava i primi esperimenti di una nascente prosa romanza nella seconda metà dell’XI secolo. Delogu ci ha convinto che la descrizione dei confini dei saltos elemento fondamentale e ricorrente nelle schede del testo giudicale, avveniva con uno stile narrativo, che sembra seguire idealmente lo spostarsi degli agrimensori a cavallo sul terreno, tra corsi d’acqua, nuraghi, cippi di confine, monumenti romani che continuavano a marchiare il paesaggio isolano.

Ignazio idealizzava il medioevo sardo: per lui anche l’organizzazione servile della società giudicale era da apprezzare, perché le consuetudini giuridiche locali, espressione del diritto romano classico, sopravvivevano e non lasciavano senza difese la classe dei servos.

Ignazio ha riflettuto da ultimo sulla sentenza di Gonario II, a proposito delle  carte poco affidabili («non sun de crederelas») esibite il 30 maggio nella corona giudicale in occasione della festa per l’anniversario del martirio di San Gavino a Torres e che dovevano poi essere nuovamente depositate nella corona di Sant’Elia de Monte Santo da parte di un gruppo di alcune centinaia di servi, protagonisti di una vera e propria rivolta legale contro il monastero. Per Delogu non si tratterebbe di carte di liberazione o di affrancamento di servi e ancelle, ma di antichi contratti di affittanza o enfiteusi, magari non più compresi in tutta la loro validità, risalenti a decenni o addirittura a secoli prima, che dimostravano comunque che i convenuti chiedevano «di essere considerati lieros ispesoniarios, cioè fittavoli o enfiteuti»: documenti che, se fossero stati esibiti dopo la sentenza, veri o falsi che fossero, non sarebbero stati più considerati prove attendibili della condizione di libertà dei servi del monastero.  Di conseguenza spesso non ci troveremmo di fronte a veri e propri servi ma a quelli che dovevano esser stati in origine dei possessori, comunque  fittavoli, enfiteuti, appartenenti a famiglie asservite nel corso del lungo e tormentato periodo di transizione dalla dominazione bizantina alle istituzioni giudicali.

In questo quadro c’è veramente una dimensione storica, uno sforzo di sintesi e di riflessione, che partiva dai dettagli, come a proposito della fierezza degli abitanti di Usini, perché cando b’at homine bi depet devet essere puru sa fieresa si no sa balentìa.

E sa balentia era tipica di Ignazio, anche quando si scontrava con i colleghi o battagliava azzuffandosi tra Omnium cultural o Obra cultural o altre istituzioni catalane a Prada nella Catalogna francese oppure ad Alghero, accalorandosi con una passione che ci sorprendeva sempre. Antonello Mattone lo ha definito entusiasta e quasi vorace nelle sue passioni, come quando scriveva sull’Unità nelle sue corrispondenze dalla Spagna franchista o dai paesi latinoamericani.

Aveva colpito tutti il carattere torrentizio della sua eloquenza, la sua conversazione brillante che copriva i più svariati argomenti, partendo dal medioevo, mischiando tante storie e tante vicende vicine e lontane. Qualche anno fa era stato preso di mira bonariamente ma con insistenza da un giornale locale, che per mesi, una volta alla settimana,  lo rappresentava nelle vesti di uno dei vescovi medioevali o dei santi del duomo di Sassari o di allenatore di basket e gli attribuiva l’orgoglio di essere il vero autore della Carta De logu di Eleonora; oppure immaginava che si vantasse di aver scritto un condaghe o qualche altro documento medioevale, di aver conversato con un lontano personaggio storico del passato, attribuendogli l’età di Matusalemme. Ignazio ne soffriva, ma soprattutto non riusciva a capire l’ironia di qualche suo ex allievo che – noi tentavamo di giustificare l’anonimo censore - forse era rimasto colpito dalla sua oratoria, dal tono alto delle sue lezioni, da una sapienza che qui a Sassari non sempre era di casa, e forse era un poco fuori luogo. Perché Ignazio è stato soprattutto un uomo colto, un intellettuale cosmopolita un poco aristocratico, un comunista che teneva le distanze con nobile distacco, che però non rinunciava a esprimersi anche sulla storia di Carbonia (l’argomento della sua tesi di laurea discussa a Cagliari con Alberto Boscolo) o del piccolo borgo di Uri, ma anche su Olzai, Fonni, Dorgali, Alghero, sempre attento al mondo del disagio, all’opposizione, al destino degli ultimi, agli aspetti sociali più profondi.

Apparentemente fuori luogo negli ambienti che spesso frequentava era questa sua straordinaria conoscenza del mondo iberoamericano radicata nelle sue origini algheresi, soprattutto coltivata a Roma tra i letterati spagnoli, futuri grandi scrittori fuoriusciti a causa della dittatura franchista. Il quartiere Prati era, in prevalenza, il loro quartiere. Scrittore e giornalista, Ignazio, dopo una iniziale militanza sardista si era iscritto al PCI.  Il Partito gli aveva affidato la responsabilità dell’istituto Italia-Cile, che  era stato costituito a Roma.  Le sue traduzioni dei versi di Pablo Neruda che lo legavano a Hernan Loyola amico da sempre, di altri poeti iberici., la sua amicizia con personaggi come Gabriel Garcìía Marquez, Mario Vargas Llosa e Rafael Alberti, che aveva tradotto in italiano in modo impareggiabile.  Su queste amicizie fiorivano vere e proprie leggende, come a proposito della sua visita nel Cile di Allende al seguito di Berlinguer, quando sulla stampa era stato definito spagnolescamente come . Ce le raccontavamo queste storie un poco barocche con ammirazione e sorpresa, ripercorrendo le tappe di una vita che si è mossa tra realtà e fantasia nei luoghi più diversi, diventando quasi mitica. Eppure Ignazio ha pubblicato saggi critici  e traduzioni dei maggiori poeti spagnoli, catalani, galeghi e latino-americani  con Mondadori, Garzanti, Guanda, La Nuova Italia, Editori Riuniti, Newton Compton.

Imprudentemente si era occupato anche di Preistoria e protostoria della Sardegna, con il celebre convegno di Oliena voluto da Mario Melis nel 1988, dedicato ai primi uomini in ambiente insulare, che lo aveva sfiancato e lasciato pieno di debiti. Lo studioso si muoveva male tra i ragionieri e rischiava di rimanere schiacciato da tante promesse non mantenute.

Perché l’uomo, con tutte le sue qualità che lo mettevano tanto al di sopra di noi, sapeva anche di essere fragile e  pieno di debolezze, lottava contro la solitudine ed ha desiderato fino all’ultimo di tornare nella sua città che oggi lo piange come scrittore, come poeta, come studioso che ha ottenuto tanti riconoscimenti prestigiosi.

Ogni tanto mi regalava i suoi lavori, i volumi di poesie in italiano o in logudorese premiati ad Ozieri, i racconti come quello su Carrera longa, la lunghissima via Lamarmora piena di vita e di storia, che riteneva più del Corso la vera erede della viabilità romana al margine del territorio di Turris Libisonis. Così La  luna di Via Ramai che gli aveva fatto guadagnare il premio letterario della città di Sassari, l’opera che aveva reso manifesto il suo amore per gli spazi angusti del centro storico, per Piazza Tola, per alcuni ristoranti caratteristici, per queste piccole realtà di quartiere cariche di storia e di umanità vera. Mi interrogava e verificava che li avessi davvero letti, si emozionava di fronte  al giudizio degli amici, ci teneva conservare un rapporto diretto e affettuoso anche a distanza.

Una parte non rilevante ma tuttavia centrale occupa nella sua produzione letteraria la poesia in lingua sarda. Sviluppatasi dopo i primi successi al Premio Ozieri viene raccolta e pubblicata nel volume, A boghe sola, nella collana della Biblioteca di Babele collana di letteratura sarda plurilingue della EDES. Scrive Nicola Tanda: “Quel senso di solitudine che è prima di tutto nel cuore, e che connotava allora il suo viaggio. Alimenta ancora la vena  di surreale malinconia che attraversa le diverse sillogi di questa raccolta. Nel confronto tra la Sardegna della memoria e quella  del presente, risultato di uno sviluppo lacerante che ha determinato  quasi la scomparsa della sua civilissima cultura, la voce del poeta si leva accorata e senza speranza e potrebbe indurci a essere più uniti e solidali. In A boghe sola, Ignazio Delogu raggiunge nelle intense vibrazioni della lingua madre la pienezza della maturità, grazie a un trattamento personalissimo della lingua e a una originale meditazione sui grandi temi dell’esperienza umana che rivelano una profonda affinità del poeta con alcune delle principali tradizioni italiane ed europee del XX secolo”.

Neppure l’ambiente locale così critico e talvolta così crudele come quello di Sassari ha però mai messo in discussione la grandezza di Ignazio Delogu, che ha anticipato su Rinascita il dibattito sull’autonomia della Sardegna vista da sinistra.

Giornalista, critico d’arte, regista, traduttore, grande affabulatore lo ha definito Manlio Brigaglia ieri su La Nuova Sardegna, richiamando giustamente la definizione di poligrafo, nel senso migliore del termine, cioè di chi possiede una passione culturale inquieta e talvolta indipendente che supera d’un balzo gli angusti steccati disciplinari tipici del mondo accademico. Lui che era laureato in Storia del Risorgimento a Roma, insegnò poi a Pescara, Bari, Sassari Letteratura ispano-americana. Dal 1993 è stato titolare della cattedra di Lingua e letteratura spagnola alla Facoltà di Lettere e poi a Lingue di Lingua e letteratura catalana e filologia romanza.

Socio di numerose Società scientifiche e Accademie, direttore di collane di pubblicazioni, Ignazio ha continuato a scrivere fino all’ultimo, a coltivare i suoi autori preferiti, ci ha lasciato manoscritti che l’Università oggi per mio tramite si impegna a pubblicare.

Ora che ascoltando la notte il tempo si avvolge all’infinito, ora che c’è stanchezza e magia in questo disfarsi delle ore, ora che il fogliame dei desideri è ormai sfiorito, Ignazio scompare a 83 anni e lascia in lutto con un senso forte di perdita  le nostre Facoltà di Lingue e Letterature straniere e di Lettere, il nostro Ateneo e la Sardegna.

Eppure, scriveva ieri Franco Fresi, oggi scopriamo tutti la profondità dell’uomo, con le sue qualità, le sue gioie, le sue sofferenze, capace di emozionarsi e di emozionarci. Forse è il momento di iniziare a capirlo davvero.

Sit tibi terra levis, caro Ignazio.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 10:54

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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