1

Seguimi su ....

FacebookTwitterLinkedIn

Orlando Biddau, il poeta della disperazione.

PDFStampaE-mail

Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 08 Settembre 2011

Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 

Orlando Biddau, il poeta della disperazione.

di Attilio Mastino (1993)

La recentissima pubblicazione a cura dell’Editore Chiarella di Sassari, con il contributo dell’Amministrazione provinciale di Nuoro, del Comune di Modolo e della Comunità montana del Marghine e della Planargia, dei tre volumi di poesie di Orlando Biddau (L’anima degli animali, Le verdi vigilie e, inedito, L’inverno inconsolabile) consiglia una più attenta riflessione su un poeta “scomodo”, un grande poeta dalla sensibilità acutissima, le cui opere sono state fin qui trascurate, a prescindere dai riconoscimenti ufficiali attribuiti all’autore.

Orlando Biddau nacque da genitori sardi a Fiume nel 1938: un trauma vivissimo furono per lui, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale e la fine del Fascismo, il viaggio in nave (un piroscafo nero, dall’aspetto terrificante), il forzato rientro in Sardegna, la fame, l’angoscia della madre per l’assenza del padre ancora in guerra.

Modolo, il paese di origine della famiglia, ha rappresentato in quegli anni un piccolo universo, un paradiso di pace in un mondo sconvolto dalla guerra, e questo non solo per la famiglia Biddau e per gli altri sfollati; basta pensare a Melkiorre Melis rientrato dalla Libia invasa dagli inglesi, che ci ha lasciato una straordinaria testimonianza di quegli anni nel dipinto Ultime luci a Modolo (datato al 1945): per Antonello Cuccu «una calibrata e misuratissima tessitura di tonalità “basse” (siamo al crepuscolo), costruita attorno a una prevista pennellata “alta”, fuoco emozionale dell’opera, che descrive la folgore di un riflesso solare sul vetro di un infisso domestico»; l’attenzione è catturata dall’immagine di una donna vestita di nero, che torna a casa portando sulla testa un’anfora d’acqua, accompagnata da una bambina. La vita a Modolo conserva ancora un sapore antico, di cui la brocca per l’acqua da bere è un po’ il simbolo.

Come non collegare a questo quadro il Racconto d’estate di Orlando Biddau? «Nella lena agostana me n’andavo / assorto sulle oscure risonanze / della brocca di creta, e tenace perdurava il limìo nell’aria crespa». E poi, al meriggio: «e l’anfora d’argilla m’assillava. / Qual tremito di mani, quali labbra / vi attinsero i loro sortilegi? / Quale scongiuro più forte, / dell’acqua sparsa?» E poi il rientro del padre dalla guerra sfortunata, la rabbia, la povertà: «giunse l’uomo spezzato dalla guerra, / faceva vino cattivo, era intrattabile: / un pomeriggio di settembre la sua donna / se lo trascinò in vigna con i bambini. / Il rigoglio dei tralci, la brezza più dolce / della carezza materna compirono il miracolo: / la ricomposta famiglia si sentì felice / quale mai sarebbe più stata». Ma la felicità è di breve durata e c’è un prezzo da pagare, tanto che la vigna dopo qualche tempo va definitivamente in malora.

Quella di Biddau fu un’adolescenza inquieta e difficile: «Mi trascino dall’età della ragione / una memoria dilaniata dalla fame / e l’insonnia scavate dentro grembo / nero della madre come incontro al supplizio».

E poi, crescendo il lavoro pesante, da manovale muratore, interrotto da poche settimane d’estate, quando correva a perdifiato «per stancarmi / e rimediare qualche sogno la notte / che mi facesse trasecolare al risveglio; / o, sazio di giochi coi compagni, / si dava nuova lena alla / corsa col cerchio lungo tutte le strade / polverose della contrada … / sporchi e sudati ci si bagnava nudi / al ruscello, tra i fichi e i cotogni / della valle ed il declivio dei vitigni».

E poi gli studi superiori a Bosa, la città ancora oggi cara alla memoria. E poi Cagliari, Genova, nel 1967 la grande occasione, la laurea in Lettere alla Sorbonne di Parigi, il riconoscimento ad Ozieri per le sue poesie in lingua sarda; e poi ancora gli studi ad Urbino, alla scuola di Carlo Bo, la tesi di laurea in Lingue straniere su Les illuminations di Rimbaud.

Un’esperienza, questa di Urbino, interrotta nel 1970, allorché Biddau sceglie il ritorno in Sardegna e l’insegnamento ad Oristano: questa strada però si rivela impossibile: l’insegnamento è una vita che non fa per lui. Nascono i problemi di salute, le difficoltà, si impone il ritorno nel paese della sua infanzia, Modolo, dove da allora si dedica alla letteratura ed agli studi prediletti. Scrive le sue poesie ed ottiene alcuni tra i più ambiti riconoscimenti ancora ad Ozieri nel 1988 (Premio Tonino Ledda) ed a Sassari (I Premio Pompeo Calvia).

La lirica di Orlando Biddau è ricca di stimoli letterari, soprattutto per l’influenza che le letture dei poeti del Novecento hanno avuto nell’animo del poeta: sono evidenti le influenze del simbolismo, del surrealismo, dei lirici nuovi, dell’ermetismo; ma è soprattutto Eugenio Montale, accanto a Rimbaud ed a Garcia Lorca, che viene riconosciuto come il suo modello ed il suo maestro.

L’originalità della poetica di Biddau è rappresentata dal ruolo degli animali, visti nelle loro sofferenze, nelle loro angosce, nei loro sentimenti che li avvicinano in modo impressionante agli uomini: «Sono il gufo cieco che non trova / riparo alla bufera notturna».

C’è un episodio della sua infanzia che lo condiziona, la morte dell’agnellino che gli era stato regalato da bambino: «giocavo con l’agnello della mia verde infanzia / fu sgozzato per pasqua: interminabile pomeriggio / in cui digiuno girovagai per i campi / tra i miei mesti olivi e lo stormire del vento».

E ancora: «Non so il latrato lugubre, il lamento della bestia destinata al mattatoio …/ la mia pena al confronto è una goccia / nell’oceano e mi condanna ogni ciottolo / nel mio passo se invoco la morte. / Sono ormai d’oltretomba e sopravvivo / all’angoscia dell’agnello trascinato al macello / i guizzi estremi del luccio preso all’amo / urlano nei millenni che brucio in eterno». Oppure: «furoreggia il tempo e m’assale il mio demone / hanno trascinato un maiale al macello / il suo lamento sanguina il vuoto lutulento».

La notte del poeta è ormai popolata da incubi, da rimorsi, dalla disperazione, dall’angoscia: «Si vorrebbe dormire un sonno pesante che ti lasci di pietra / un sonno da cui svegliarsi del tutto rigenerati / e non venir assalito dai rimorsi che logorano come la bassa marea / ogni giorno che ho da mettere al mondo / discendo i gradini slabbrati d’ardesia della mia morte».

E i pensieri di morte sono come il lamento del cardellino accecato: «non ho che i miei occhi da cavare, perché la vita è spietata / e l’innocente muore col cuore nel fango».

Il rigoglio della primavera aggiunge angoscia ad angoscia: «Son condannato alla mola dei giorni / e il cavallo cieco non ricorda la strada». E allora la solitudine, il tedio, lo sconforto per quello che non è stato: «Sperperai le mie primavere / in un sonno malsano, e al risveglio, / non avevo che il silenzio del gufo, / ed un verme nel cuore».

La sua disperazione è innanzi tutto una malattia, l’«inadeguatezza a vivere», che lo segna «come i tatuaggi indelebili della gente di mare o di carcere». I ricordi lo tormentano, perché nulla è lacerante come la memoria, che sanguina a toccarla; è ancora il mondo degli animali a suscitare nel profondo del suo animo una tempesta: «il verso familiare del gufo all’imbrunire / mi rimanda le mie estati lontane, / quando il tempo era senza peso / e l’aria lievitava di favolose promesse».

C’è un episodio che ha segnato la sua adolescenza, una svolta, un momento tragico, la morte della madre, una donna semplice e triste, che ha lasciato in lui un’impronta profonda: «Sempre più arduo, solitario e smarrito / è il mio sentiero dacché tu non sei più / a consolarmi con le tue mani diafane / e la voce trepida e apprensiva / di chi timida visse in silenzio / un’attesa di lunghi anni d’infamia / e di condanna sognando di visitare di notte una tomba / col mio nome infangato e infranto / che ripulivi con furtive lacrime». E ancora: «Ora che non sei più mi chiedo il segno / inspiegabile della tua vicenda, / aspetti sconosciuti, minuzie, domande non rivolte e che ormai / è troppo tardi formularti».

E quando ritrova la memoria si dispera: «T’ho trovato, madre, nel buio / miele d’una lunga insonne notte / d’inverno. Il focolare spento, e il vento ramingo ululava con la gola / nera e insondabile della malaventura, dal camino deserto».

C’è poi un altro personaggio, nelle poesie di Orlando Biddau, ed è Anna, «una ragazza / minuta e spaurita, permalosa / e imprevedibile, dai capelli corvini / e gli occhi fondi d’apprensione / selvaggia, quasi in essi si dibattesse / una lucertola colta al laccio»: «strana ragazza, che veleno sprizzi a ogni tua / impronta». È lei, con il suo morso di murena, con la sua unghiata di predace, la sola che ha avuto comprensione per il poeta «depresso da idee persistenti di morte», la sola con la quale il poeta può vivere, perché «è meglio la tua scossa di torpedine / insabbiata in un dolore torbido e bieco / che la felicità d’un insano mortorio». È lei, questo «scricciolo spaurito dalla furia delle intemperie», che riesce a donare la gioia nei momenti di abbandono. È lei che consente al poeta di trovare «la mia porzione di cielo e una stella fissa nel nero notturno che m’avvolge»; è lei che rimette in moto un cuore guasto da anni.

L’uno e l’altra si sorreggono a vicenda contro «la facile pietà, i mormorii e gli sguardi / obliqui» della gente; eppure «per noi non c’è posto al banchetto, / si chiude la porta che dà nella sala». Del resto la convivenza tra i due sfortunati è difficile: «Se il comune sentiero dovesse biforcare, / l’incubo della tua assenza s’addolcirà / nel tempo come sorba o dattero o corbezzolo, / solo per il calore assicurato a una casa».

Alle volte si cerca insieme la fine del tormento: «Solo una morte precoce potrà assicurarci il riscatto e il riposo sotto un unico cippo»; e allora «la tua garrula voce di tordo s’incupirà / subitanea, il tuo riso arguto si rannuvolerà, / e moriremo affiancati in un sonno comune».

C’è nell’opera di Biddau la spiegazione del suo ripiegarsi su se stesso, del suo ritorno alle radici ed all’infanzia, del suo chiudersi nel paesaggio amato della sua valle e del suo piccolo paese , Modolo: nei suoi viaggi all’estero ha sempre cercato i paesaggi che gli ricordassero la sua terra, la sua dimensione vera di vita, quasi come un bimbo che torna nel grembo materno. Così in Spagna: «a Siviglia consumai la mia inquietudine, per ritrovare all’Alhambra / di Granada e nei vicoletti e piazzuole della Cattedrale / il filo conduttore che mi avrebbe riportato al mio paesaggio».

Solo a Modolo, però, può «aspirare l’antico odore d’infanzia, / può rinascere lieve l’illusione, / rinverdire la formula, l’idillio / che schiuda l’incantesimo».

E qui fioriscono i ricordi che lo rasserenano, come i ricordi della casa della sua infanzia: «il granaio con la frutta appesa ad essiccare e i mazzi d’aglio e di cipolle / le ghirlande di sorbe, i grappoli / d’uva, le noci e le mandorle / le grosse collane di fichi, / le pere e le melagrane / e le melerose, odorose / di tutte le primavere di mia nonna ». E poi nascono tanti altri ricordi, l’infanzia nelle braccia di Marta, che tesseva dei cestini d’asfodelo, la benedizione delle case per Pasqua, con i chierichetti che cantano, l’afa stagnante del vicolo: «Selvaggia la mia terra, valli / e monti, macigni, rupi, / e per confini il rombo del mare….L’anima nostra è distorta / come una tanca di sughere, / che il maestrale ha inclinato / tutte in una direzione, per sempre, senza rimedio. Che almeno al vagabondo / possa lei indicare / la via del vento».

Le gioie che ancora prova sono quelle legate alle vendemmie, alle mietiture, ai pascoli, alla raccolta delle olive, ma sempre con una punta di disperazione: «M’è angoscia e tenerezza andar per miei olivi / ove mia madre ha disperso i suoi giorni». «Luce d’acerba mandorla, i ritorni / d’infanzia han foglie di nespolo al crepuscolo / Al crocevia degli olivi la casa è deserta… Aspetta il sonno per vivere un’altra prigionia, / il fiume alla foce rinsangua la mia solitudine, / con l’affollata memoria e le prime intemperie d’autunno».

La fanciullezza riemerge anche ripensando a Bosa, a questa città fluviale che gli è cara, ma che pure suscita qualche apprensione, soprattutto nei momenti di festa. Molti di noi, di fronte al carnevale di Bosa, hanno provato talvolta un forte sentimento di disagio, di isolamento, di estraniazione, in certe occasioni, quando per ragioni diverse non ci siamo lasciati coinvolgere nella festa. Per certi versi il Carnevale di Bosa è inquietante ed oscuro ed il poeta riesce a cogliere in modo splendido questi sentimenti: «Odio i giorni di festa in cui i belati / si spengono in un silenzio incredulo / dilaga il dolore per tutte le vene / al delta ove sfocia l’esistenza verso il mare / del nulla». « Hanno esposto la carcassa di un cinghiale al ludibrio della folla / in questa città carnascialesca ed è vano fuggire / dalla mia inermità nel trapasso o nell’evasione / perché l’infamante marchio degli esclusi si estende ad ogni plaga». È impossibile tornare sereni, perché «non puoi ridare la luce alla farfalla / dalle ali tarpate né la gioia al vecchio somarello / subissato d’angherie all’inizio del carnevale».

Nella confusione del carnevale bosano anche la scomparsa del cane Eugenio può diventare una tragedia da ricordare con angoscia: «Nel trambusto del carnevale cittadino / ti perdevo: le vie e le piazze care dall’infanzia / s’irrigidirono ostili al mio accoramento / indifferenti all’angustiata indagine sciolsi / le mie residue lacrime nel ritorno / a piedi in paese. Dopo una mezz’ora sento il tuo / iterato raspare alla porta di casa».

Ma di Bosa il poeta ha nel cuore soprattutto il paesaggio, la marina, le case, la stazione degli eucalipti: «La mia inerzia si scioglieva al sole / lungo il viale o dalla città alla marina, / o più spesso lungo la strada inversa / presso la stazione si destava al singulto del vento»; e ancora: «La pioggia indolente rimena / un antico torpore assopito, si perdono le acace nella nebbia / presso la vecchia stazione / che sa le partenze e le soste, la via del fiume lungo i giunchi / e i canneti, il mare aperto»; e poi il centro storico, visto in modo quasi allucinato: «Si guadagnava la città dopo un’ora / circa di cammino. I rintocchi dell’orologio / sul corso dilatavano lo spazio angusto / in modo inverosimile; le forbici del barbiere / lo esaltavano di mitiche figure e arabeschi. / Ma gli angeli alle volte e alle vetrate / della Cattedrale trasudavano angoscia; / la vita in libertà era ai viali alberati e sui / lungofiume che immettevano nella piazza / principale, ove pulsava un vento caparbio» (Visione di città).

Eppure però sono soprattutto l’Isola Rossa, la foce del fiume, il mare che hanno un significato per il poeta: «Respira il mare ed io son vivo, / le barche in secca a un porticciolo di sassi / come ramarri al sole. Venimmo / un mattino a quest’isola verde / per sciogliere il voto, ed il passo / e il respiro era incerto a violare / le intatte scogliere ove cielo / e mare si fondevano. / Candide ali si aprivano / sulle braccia nude dei fanciulli, / colombacci marini; tra frusci / d’azzurro e spumeggi / si tuffavano in acqua, emergevano / con un riso acerbo, agguantando / esultanti un’orata! / Tenera come la gola della lucertola / la memoria della spina di ieri. / Dietro il faro e la torre / un pane frugale, e di ritorno / con un fiore di giunco. / Come lungo cammino della memoria, / come arsura bramosa dell’oblio, / un fiore di giunco» (Per voto).

La poesia L’ultimo rifugio è introdotta da alcuni versi di Montale (Quivi / gettammo un dì su la ferrigna costa / ansante più del pelago la nostra / speranza! ): «Quando ancora alla corda senza scampo, / ancora a queste rive venivo, / come alla casa paterna che non sa / dove andare all’estuario del Temo / sconsolati gabbiani planavano lenti sul greto, / più in là, oltre il modo ed il colle di mirti / intatte spiagge e scogliere lunari, / in scenari a balzi di rocce / ove reciti Amleto i suoi furori, / preludi al funebre canto». Sono i paesaggi che tornano nella poesia Sas Covas: «Ormai fuori di me, barcollavo / cercando fra le rocce / striate e iridate come nuovo / paesaggio lunare la mia / identità mi smarrivo / nella desolazione di crateri / spenti, banchi d’arenaria / rosi da un sole alienato, / luci inaudite, cisterne / di magia, abissali / variazioni oceaniche / scongiuri ed incantesimi / che mi portassero alla città, / alla viva sorgente, al pozzo».

E poi il viaggio per mare (Nel porto dell’antica città, con un verso iniziale di Rimbaud: Et libre soit cette infortune): «Nel porto dell’antica città un bianco veliero / ci attende. Salperemo assieme ai gabbiani ubriachi / d’azzurro incantato, alle ultime ore di sole / che reclusi nel limbo d’attesa andiamo cogliendo / lungo muri devastati e macerie e riporti fin sino / alla lastra del mare e che serbano tutto il sapore / del frutto fuori stagione. Teniamoci in serbo / gli attoniti scricchi del meriggio in sfacelo per quando / entreremo nell’alma città dalla luce sapiente / ch’ogni moto dell’animo plachi, e l’intima / fibra disseti del suo desiderio. Oh l’altro sole, / lontano da quelli che cadono sulle stagioni, / e la sua ombra!…/ E dunque ormai consumiamo il cammino / lungo il molo gettato contro il cielo su immobili / mari d’ardesia. Siam respinti in esilio all’estremo / confine del mondo; più avanti c’è solo l’agguato, / la folle Musa impietrita in statua di sale / con voce suadente m’invita a discendere i gorghi / senza ritorni dei suoi tenebrosi tentacoli».

Ancora nella stessa poesia Alla foce del Temo: «Se fosse veglia o sogno l’inquietudine / che nottetempo mi spingeva a queste / rive adusate non so più….». C’era una costruzione tra Bosa Marina e Turas, che era ancora lorda dei residui di guerra, nella quale il poeta giocava da bambino, S’Istalle ‘e Avanzu: ad essa Biddau dedica una splendida poesia. E poi, ancora alla foce del Temo, nella poesia Sas Covas: «L’ansia irrefrenabile delle onde / mi spingeva a queste rive / per declivi e altipiani / ove tra macchie di mirti / e lentischi s’aprivano grotte / ricoperte d’agavi e fichidindia, / abbarbicati sulle rocce digradanti / al chiaro greto del fiume, / tra giuncaie e stenti canneti / sino alla placida foce..».

Orlando Biddau, come si vede, è dunque un grande poeta, legato intimamente al suo paese (Modolo) ed a quella che considera la sua città (Bosa); ci piace segnalarlo, perché crediamo che finora sia stato non solo trascurato, ma anche talora un po’ ingiustamente misconosciuto.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 14:37

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

 12 visitatori online