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El uso politico de la Historia romana (después de Maquiavelo)

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Scritto da Administrator | 14 Settembre 2011

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Asuncion, 19 settembre 2011, El Cabildo.
Attilio Mastino, Rettore dell’Università di Sassari
El uso politico de la Historia romana (después de Maquiavelo)

1. La secessione della plebe al Monte Sacro nella lettura di Simón Bolivar

Tito Livio, parlando della secessione della Plebe a Roma sul Monte Sacro 2500 anni fa di fronte alle violenze del patriziato, racconta come Menenio Agrippa fosse riuscito a placare l’ira della Plebe raccontando un apologo col primitivo e rozzo modo di parlare di quell’epoca lontana, prisco illo dicendi et horrido modo: nel tempo in cui nell’uomo le membra non erano tutte in piena armonia, come ora, ma ogni membro aveva una sua facoltà di parlare e di pensare, le altre parti del corpo fecero una congiura contro il ventre, decidendo che le mani non portassero il cibo alla bocca, la bocca non lo ricevesse, i denti non lo masticassero. Ridussero così il corpo intero ad un’estrema consunzione, totum corpus ad extremam tabem venisse: era un modo rozzo ma efficace per indicare che tutte le componenti di una società sono ugualmente necessarie e solidali.

Sono stati recentemente celebrati a Roma i 2500 anni dalla secessione della plebe al Monte Sacro e dalla nascita del potere negativo dei tribuni della plebe, proprio a margine dell’episodio di Menenio Agrippa. Come è noto, ripensando alle radici romane della Res Publica, riflettendo sui rapporto tra Populus e singolo Civis, due concetti riletti durante la rivoluzione francese dai giacobini, in particolare da Robespierre sulle tracce di Rousseau, il 15 agosto 1805 a Roma sul Monte Sacro Simón Bolivar pronunciò un solenne giuramento che rinnovava l’impegno dei rivoluzionari per la libertà della grande patria iberoamericana. Nella lettera di Simón Bolivar a Simón Rodríguez del 19 gennaio 1824 il Libertador  parlava di un juramento profético pronunciato in quella <>.

2. La perfezione della repubblica per Nicolò Machiavelli: il tribunato

Se torniamo indietro nel tempo, le origini di questa rivalutazione della storia arcaica di Roma e dell’idea imperiale romana si collocano nel 500 in coincidenza con la nascita delle grandi monarchie europee: fu Nicolò Machiavelli il precursore di questa impostazione e l’immagine evocata da Menenio Agrippa è stata ripresa da M. e poi più volte fino ai giacobini per suggerire la necessità che la res publica ideale sia fondata su una collaborazione tra le diverse classi sociali, soprattutto che le nuove forme costituzionali debbano in qualche modo misurarsi con il modello romano di res publica: l’equilibrio rappresentato dalle diverse magistrature, il consolato, la dittatura, la censura, lo spazio di espressione della volontà popolare  attraverso i comizi, il ruolo del Senato, le diverse forme di partecipazione e di rappresentatività politica tanto avanzate.  In realtà la magistratura romana che a M. appare quasi connaturata alla repubblica è il tribunato della plebe, come ricorda il titolo del capitolo III del I libro dei Discorsi: Quali accidenti facessono creare in Roma i tribuni della plebe, il che fecie la republica più perfetta. I critici ritengono che la grande importanza attribuita al tribunato della plebe da parte di M. risieda nel fatto che tale magistratura abbia rappresentato ai suoi occhi lo strumento privilegiato della mikté, della mescolanza fra i diversi ordines, presupposta dalla costituzione mista teorizzata da Polibio. I tribuni pur essendo una magistratura «di parte» esercitano una funzione di mediazione, diretta a favorire la discussione e eventualmente a correggere le proposte del senato «E quegli (i tribuni) ordinarono con tante preminenzie (ad esempio la sacrosanctitas) e tanta riputazione, che poterono essere sempre di poi mezi intra la plebe et il senato, et obviare alla insolenzia de’ nobili».

In un libro recente, Sergio Roda si è chiesto la ragione del lungo e duraturo successo della vicenda storica della repubblica imperiale romana, in funzione della sua capacità di unificare e organizzare l’ecumene, assimilando popoli e culture diverse, attraverso la comunanza del diritto, della lingua, dell’autonomia cittadina, nonché l’attitudine di Roma ad offrire ai popoli conquistati, diversi per cultura, civiltà, tradizioni, usanze, credenze e religioni una qualità di vita e valori di riferimento collettivi universalmente apprezzati.

Nonostante le preoccupazioni sul possibile uso strumentale della storia romana piegata ai fini di una polemica politica contemporanea, la vicenda storica della città eterna rimane ancora oggi <>.

3. Antiquaria e attualità della lotta politica: la polemica di Guicciardini

Fu Nicolò Machiavelli a concepire nei Discorsi (come, del resto, anche nel Principe) il modello di Roma, dei suoi uomini illustri e delle sue vicende storiche, come un costante exemplum per leggere, interpretare ed indirizzare l'attualità: e ciò in un senso così accentuato, che il Guicciardini, nelle Considerazioni intorno ai Discorsi del Machiavelli sopra la prima Deca di Tito Livio, rivolge proprio a questo aspetto la sua critica, sostenendo che l'onnipresenza del modello romano non soltanto non contribuisce ad un approccio diretto alla realtà storica contemporanea, ma addirittura lo svisa, dirottando il punto di vista su situazioni e personaggi non confrontabili con il "particulare" che deve essere decodificato e condotto ad un esito "utile", cioè funzionale allo status politico, sociale, economico attuale.

Eppure il discorso di M. non è antiquario, ma fortemente contemporaneo.  Dopo l’esecuzione di Gerolamo Savonarola, il 19 giugno del 1498, Niccolò Machiavelli divenne segretario della seconda Cancelleria della Repubblica fiorentina e dopo una serie di missioni diplomatiche che lo portarono anche in Francia, nel 1502 si trovò a svolgere il suo incarico sotto la guida del gonfaloniere Piero Soderini. Nel 1512 a seguito della sconfitta, inferta a Prato da parte del papa Giulio II e di un esercito spagnolo, cadde la Repubblica fiorentina e il M. fu rimosso dall’incarico di Cancelliere e condannato ad un anno di confino. A partire dalla fine forzata della sua attività politica, Niccolò M. iniziò a scrivere in esilio i Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, interrompendone la stesura per comporre, probabilmente di getto, Il Principe e ultimando lentamente i Discorsi nel 1517. I Discorsi ripercorrono criticamente alcuni eventi della Storia romana repubblicana che costituivano il contenuto dei primi dieci libri dell’opera Ab urbe condita di Livio, nel clima della restaurazione augustea. Un tema particolarmente sentito dall’autore in quanto gli consentiva un parallelismo interpretativo con gli eventi della Repubblica fiorentina, ai quali aveva partecipato in prima persona, è rappresentato dalla nascita della Repubblica romana: «Volendo adunque discorrere quali furono li ordini della città di Roma e quali accidenti a la sua perfettione la condussero; dico come alcuni che hanno scritto delle repubbliche dicono essere in quelle uno de’ tre stati chiamati da loro principato, optimati e popolare; e come coloro che ordinano una città debbono volgersi ad uno di questi, secondo pare loro più a proposito». La repubblica romana nacque per M. da “accidenti” ossia dal caso o meglio dalla casualità complessa del corso della storia. Pur essendole mancato un legislatore unico come Licurgo che assicurò a Sparta con le sue leggi ottocento anni di libertà, per Roma «nondimeno furo tanti gli accidenti che in quella nacquero per la disunione che era intra la plebe e il senato, che quello che non aveva fatto uno ordinatore lo fece il caso».

4. I l modello della repubblica romana nei Discorsi

In una recente monografia sul M., Francesco Bausi, (Machiavelli, Roma, Salerno Editrice, 2005), nella parte dedicata ai Discorsi, ritorna sul modello romano riscoperto dal M.. Di grande interesse è il contributo di Gennaro Sasso, Machiavelli e i detrattori antichi e nuovi di Roma. Per l'interpretazione di Discorsi I 4, Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 1978 (poi raccolto in Machiavelli e gli antichi e altri saggi, Milano-Napoli, Ricciardi, 1987-1997).

Fu proprio M. a spiegare che per garantire la fortuna della res publica non è sufficiente la virtù del Principe, ma che occorre lavorare per garantire la virtù delle membra, dunque del popolo, anzi al fianco della virtù degli uomini singoli o delle folle risalta una virtù completamente spersonalizzata, quella delle leggi, dell’educazione, della religione – sempre considerata in funzione del suo valore politico e sociale. La vita dello Stato è pervasa da un soffio ampio e possente, è costituita da una molteplicità di forze del tutto sconosciute in precedenza. La res publica effigiata nei Discorsi non ha il carattere antropomorfico di cui si era rivestita nel Principe, ma non è più un organismo che vive tutto della virtù umana del suo capo, ma un organismo che vive soprattutto nei suoi ordini, di vita robusta se questi sono efficienti, in dipendenza di un largo fluire di virtù nel popolo, soprattutto in rapporto ad un ordinamento costituzionale che garantisce tutti i cittadini. Lo Stato appare ora come un corpo misto, che nasce, cresce, giunge a pieno sviluppo, si corrompe e muore, come un qualsiasi altro organismo naturale, per esempio lo stesso corpo umano, spesso preso a termine di raffronto con un processo circolare, quindi, di avvicendamento tra vita e morte, fra prosperità e decadenza, più rapido e disordinato per gli stati non bene ordinati e che non sanno a tempo rimediare ai mali, più lento per gli stati ben ordinati e che sanno provvedere a tempo. Il modo sicuro anzi unico di provvedere è rinnovarsi, ridursi ai principi, cioè ritornare alla primitiva vitalità e sanità, riprendere l’osservanza dei buoni costumi che erano all’inizio e che poi si sono guastati. Lo Stato che non si rinnova in tal modo è destinato a perire.

Un elemento fondamentale alla base della repubblica romana era rappresentato per il politico rinascimentale dal  principio di fondo che la monarchia aveva prodotto «molte e buone leggi» che costituirono una sorta di base per i futuri aggiustamenti e aggiornamenti costituzionali ma poiché lo scopo dei re era stato quello di «fondare uno regno e non una repubblica, quando quella città rimase libera vi mancavano molte cose che era necessario ordinare in favore della libertà, le quali non erano state da quelli re ordinate».

5. La teoria dei governi ripresa da Polibio

Il riferimento politico di tipo teorico risulta costituito per M. dalla costruzione polibiana della costituzione mista enunciata dallo storico greco nel VI libro delle Istoríai, articolata secondo il politico fiorentino in sei “governi”, prima definiti impropriamente “stati” di cui tre, “il principato”, “gli optimati” e “quello popolare” “buoni” nei loro principi e peraltro “facili a corrompersi in tre “governi pessimi”: «e ciascuno d’essi è in modo simile a quello che gli è propinquo, che facilmente saltano da l’uno a l’altro; perché il principato diventa tirannico, gli optimati con facilità diventano stato di pochi, il popolare sanza difficultà in licenzioso si converte». Certo l’aderenza a Polibio non è strettamente osservata da M. in ragione di una forte attualizzazione che lega l’autore alle vicende contemporanee; del resto i critici sottolineano con una certa unanimità come venga meno l’impostazione deterministica e naturalistica dell’autore greco, in particolare per ciò che concerne l’anacyclosis, -ciò che M. definisce il «cerchio nel quale girando tutte le repubbliche si sono governate e governano»- di fronte al ruolo della virtù umana, capace di incidere nel corso della storia per modificare gli eventi.

6. Il principium costitutivo della res publica, contro ogni provvidenzialismo

C’era un momento della storia dell’uomo che era esemplare, un modello anche per M., che non pensava alla perfezione della chiesa delle origini, né al momento cristiano della Rivelazione, ma al momento pagano di Roma antica, punto fermo della storia universale, al quale occorre sempre rifarsi per fare come gli arcieri prudenti ; così sussisteva la fiducia nel ridursi al principio, nel rifarsi indietro, o espressamente al modello romano o, genericamente, al <> da cui uno stato è sorto e che secondo il M., deve aver per forza alcun bene in sé.  Come non ricordare le parole di Gaio, che ricostruisce  il populi Romani ius fin dalla fondazione di Roma perché id perfectum esse, quod ex omnibus  partibus constaret: et certe cuiusque rei potissima pars principium est.

Sandro Schipani, introducendo a Sassari il III Convegno de L’Africa Romana, ha osservato che Roma ha capovolto il flusso funzionale della tradizionale città mesopotamica, da centripeto lo ha fatto diventare centrifugo. Non più dalla campagna alla città, ma ora dalla città alla campagna (o al mondo). Si tratta di espansione civica. L’urbs, per quanto cresciuta e fuoriuscita dalla cerchia muraria originale, resta contenuta in uno spazio relativamente piccolo; ciò che invece non è più contenibile in questo spazio è la civitas, potenzialmente liberata di ogni vincolo etnico e geografico. Si poté essere romani anche se etnicamente etruschi o sanniti o galli o greci o africani … anche se nati e restati per tutta la vita a migliaia di chilometri da Roma. In questo senso, la romanità si è diffusa senza cancellare le identità particolari e aggiungendo una nuova dimensione: occorre sottolineare l’importanza “costitutiva” del diritto, di questa ars, di questa scientia che non è l’espressione della forza del più forte, ma anche questa subordina, tanto che detta regole anche per i momenti più drammatici del suo manifestarsi, e distingue: <>> (D. 50,16,118).

7. Roma repubblica tumultuaria ?

Si spiega in questo quadro la polemica di M. con Polibio e Tito Livio in nel IV capitolo del I libro dei Discorsi a proposito dei tumulti che si svilupparono a Roma <>, recentemente commentata da Gennaro Sasso che erroneamente crede di poter arrivare fino ai Gracchi per un quadro che in  realtà è tutto di V secolo a.C.: e ciò a proposito delle opinioni di molti che dicono <>. Non è rilevante osservare in questa sede che il M. non ritenga la pace politica e sociale, l’omonoia,  il fondamento del buon governo, ma semmai alla rovescia proprio i tumulti, la lotta, il contrasto che animano le città libere, che rendono vitale il confronto politico nella repubblica, che garantiscono la libertà dei cives. Le lotte sociali come le prime contese tra i patrizi ed i plebei hanno una funzione positiva per l’edificazione della libertà e della potenza, la libertà nasce dalle disunioni, coincide con esse, si alimenta di esse, perché le lotte del popolo sono indirizzate in favore della libertà e della concordia. La stessa uccisione di Remo da parte di Romolo è un servizio reso alla res publica. Dunque i tumulti vanno lodati e non condannati, presentati come l’anima e la vita stessa della repubblica. Chi parla di scandalose violenze nelle lotte tra patrizie e plebei assume un atteggiamento antiromano, che M. condanna.  Solo le armi conquistano <>; e le armi debbono essere quali a lui piacevano, <>, non mercenarie. Ma questo è solo un aspetto.

8. Le ragioni del successo della repubblica: virtù militare, fortuna, equilibrio fra poteri nella costituzione

Né la virtù militare né la buona fortuna da sole spiegano il successo di Roma; la fortuna non è dea capricciosa e cieca, ma invece il segno visibile di un’elezione, che solo una virtù eticamente costituita può sul serio meritare, al di là del capriccio della sorte o del valore degli eserciti: in questo senso M. non può apprezzare <>.

Anche se fraintendendo in parte le sue fonti  dalle quali è separato da un vero e proprio abisso cronologico ma anche categoriale, M. non attribuisce alla fortuna o all’astratto valore dei soldati e dei capi militari il successo dell’invictum Romanum imperium, bensì invece alla qualità della sua organizzazione politica, ordini, leggi e armi, perché <>. Come testimonia l’invettiva machiavellica in Caesarem atque imperatores,  M. dopo il Principe ci appare come un militante “repubblicano”,  nel senso che interpreta una concezione repubblicana della storia di Roma, assumendo un atteggiamento fortemente critico sull’età imperiale. La stessa periodizzazione proposta, repubblicana, umanistica e anticesariana dell’opera, ne è una testimonianza.

9. La libertà dei cittadini nella repubblica

Il lascito più alto e profondo della repubblica romana risulta essere quello della libertà, la monarchia aveva fallito perché non era stata capace di intervenire a colmare vuoti “costituzionali” «che era necessario ordinare in favore della libertà». Nel V capitolo del I libro dei Discorsi, già nel titolo si fa riferimento ad un tema che a partire dalla riflessione rinascimentale giunge addirittura al pensiero politico contemporaneo per ciò che concerne la salvaguardia delle democrazie e l’equilibrio dei poteri, quello di «dove più sicuramente si ponga la guardia della libertà o nel popolo o ne’ grandi; e quali hanno maggiore cagione di tumultuare o chi ne vuole acquistare o chi vuole mantenere». Per M. la libertas repubblicana è sinonimo di “vivere libero” ossia del diritto dell’individuo di godere dei diritti civili e politici e ciò può realizzarsi soltanto all’interno della forma di governo repubblicana. Certo vi è una oscillazione tra la scelta di prediligere una repubblica aristocratica sul modello di Sparta o su quello della Repubblica Serenissima possibile modello di Firenze piuttosto che una repubblica di stampo popolare sul modello di quella romana: M. sembra accordare una preferenza ad uno sbilanciamento della repubblica verso la componente popolare perché coloro che detengono il potere economico «possedendo molto, possono con maggior potenza e maggior moto fare alterazione (cambiare tipo di governo)». M. pronuncia un giudizio estremamente critico sui leaders della pars popularis dai Gracchi a Mario considerati come causa dell’inizio del disfacimento repubblicano per giungere sino a Cesare «Né sia alcuno che s’inganni per la gloria di Cesare sentendolo massime celebrare dagli scrittori; perché quegli che lo laudano sono corrotti dalla fortuna sua e spauriti dalla lungheza dello imperio, il quale (reggendosi sotto quel nome) non permetteva che gli scrittori parlassono liberamente di lui»: Vi è da sottolineare che l’anti-cesarismo, un filone tradizionale nella riflessione umanistica fiorentina, in M. assume maggiore vis polemica allorché il pensiero dell’autore corre alle tentazioni autoritarie di Lorenzo de’ Medici il giovane. Del resto all’opposto dell’equilibrio di poteri o del buon governo che si deve esercitare attraverso le istituzioni repubblicane risiedono per M. la tirannide e il tiranno che soffocano la libertà, accentuano le diseguaglianze sociali e deviano da un principio-base dell’ordinamento repubblicano quello del perseguimento del “bene commune”: «Sono pel contrario infami e detestabili li uomini distruttori delle religioni, dissipatori de’ regni e delle repubbliche, inimici della virtù, delle lettere, e d’ogni altra arte che arrechi utilità e onore alla umana generazione; come sono gl’inpii, i violenti, gl’ignoranti dapochi, gli oziosi, i vili… Nientedimeno di poi quasi tutti, ingannati da uno falso bene e da una falsa gloria si lasciono andare…e potendo fare con perpetuo loro onore o una repubblica o uno regno, si volgono alla tirannide».

10. Anticesarismo e imperialismo

Eppure M. non è certo un detrattore dell’imperalismo e della conquista, una necessità dettata dalla realtà delle cose.  M. osserva la storia di Roma vedendo certo l’insuccesso della caduta dell’impero, la decadenza, il dubbio sull’aeternitas imperiale, e su questo piano sarà seguito da Montesquieu per il quale Roma <>, quando <>. Del resto l’organismo imperiale cominciò a declinare quando la sua <> fu <> e trasferita in Oriente a Costantinopoli.

M. ritiene che nella più bella fra le imprese umane .- l’impero di Roma – fortuna e virtù avevano collaborato insieme nel superiore disegno del Romaion megas daimon del De Romanorum fortuna di Plutarco: l’impero fu dunque l’espressione culminante di una maturità dei tempi, immiserita certo nel presente, ma pur destinata a ricostituirsi, di necessità, nel tempo storico degli stati moderni, ad una sola condizione, empirica e determinata, che un’altra città riesca ad organizzare se medesima nelle stesse forme politiche, costituzionali, militari, in cui quella si era, ai suoi tempi, <>.  E ciò a prescindere dalla provvidenzialità classica o cristiana della Fortuna e dalla esemplarità della storia di Roma, paradigma dell’eccellenza politica, costituzionale e militare, evento irripetibile nella vicenda umana, specie grazie alla virtù dei padri. M. non parla della virtù frugale delle origini, senso religioso della vita, assenza di rapacità e di libido, senso del limite, modestia, moderazione; intende invece parlare della forza della costituzione, della virtù dei cittadini, del coraggio dei soldati. Gennaro Sasso ha tentato di identificare i destinatari della polemica di M., i detrattori dell’idea di Roma, coloro che hanno enfatizzato i disordini della repubblica dopo la morte dei re, i certamina civilia; tra gli antichi, primo tra tutti Sallustio e poi S. Agostino, e tra  moderni, specie in ambiente veneziano filoaristocratico e antiromano in materia di politica e di storia: tra tutti Bernardo Rucellai, che in realtà non fu il portatore di un’opinio antiromana.

11. Gli sviluppi successivi: la constitutio Antoniniana

Questa posizione di M. alla fine del 500 è riflessa nei quattro libri dell’umanista e filologo fiammingo Iustus Lipsius, Admiranda, sive De magnitudine romana, della grandezza di Roma, pubblicato nel 1598, tematiche riprese nel 1625 dal filosofo britannico Francis Bacon, nel saggio Of the True Greatness of Kingdoms and Estates, dove si teorizza che è necessario evitare di ridurre la massa della popolazione in condizioni di totale asservimento a pochi nobili. Attraverso la concessione della cittadinanza, i Romani riuscirono ad allargare la classe dirigente, con una politica di inclusione degli stranieri che inizia in età regia con l’arrivo a Roma dei sabini di Atta Clausus, per proseguire in età repubblicane e svilupparsi in età imperiale: momenti significativi erano già per Lipsius, il discorso dell’imperatore Claudio in Senato, conservatoci da Tacito e dalla tabula claudiana per la concessione della civica agli abitanti della Gallia Comata e la  costituzione di Caracalla del 212, la constitutio antoniniana de civitate, che sostanzialmente cancellava la categoria dei peregrini, istituendo una realtà unitaria, quella dei cittadini che superava le nationes e le gentes, lasciandosi alle spalle anche quella dicotomia denunciata da Elio Aristide tra cives-politai e sudditi, upekoi, che ancora nell’età degli Antonini rappresentava una realtà di fatto quasi insuperabile. Oggi possiamo dire che risolvendo tale aporia dando dignità e voce ai provinciali, alle popolazioni locali, a tutti i gruppi che l’avevano portato al potere, Caracalla dimostrava più grande degli altri Antonini, fondava un nuovo secolo aureo, realizzava per primo un impero universale aperto a tutti gli uomini.

12. Gli illuministi

La lezione di M. fu pienamente raccolta dagli Illuministi un secolo dopo Bacone, se nell’Esprit des lois Montesquieu nel 1748 ribadiva che la Res publica Romana, malgrado la presenza di limiti oligarchici, poteva essere considerata sinonimo di libertà, autodeterminazione e partecipazione dei cittadini.  Il dispotismo dell’imperium fondato da Augusto limitò le libertà e impose dall’alto leggi che <>.  Montesquieu non apprezzava la concezione di cittadinanza, ma riconosceva che i Romani costruirono un meccanismo che consentì di non ridurre il numero dei cittadini nonostante le continue guerre. Nelle Consideratons sur les causes de la grandeur des Romains e de leur décandence pubblicata quindici anni prima, Montesquieu aveva distinto le buone leggi adottate da Roma, capaci di far grande un popolo o una piccola repubblica, ma assolutamente inadatte a governare: la decadenza dell’età imperiale è legata alla perdita della libertà ed alla fine della repubblica, che decadde perché Roma concluse troppo presto la sua opera. Temi ripresi da David Hume e da Edward Gibbon e che hanno in qualche modo un’eco nella dichiarazione d’indipendenza dei tredici Stati Uniti d’America, che proclamano l’uguaglianza fra gli uomini e i diritti inalienabili alla vita, alla libertà ed anche alla ricerca della felicità.

Scrivendo nel 1773, Condillac ricostruiva per il Principe di Parma le vicende della Roma repubblicana, che fu capace di garantire la libertà del cittadino chiamato in prima persona a gestire il potere, prima della degenerazione imperiale e dell’affermarsi dell’assolutismo e del <>.

Naturalmente ci sono molti altri protagonisti di un dibattito che si infiammò già con il Contratto Sociale di Rousseau, per il quale la sovranità è indivisibile e inalienabile e risiede essenzialmente in tutti i membri del corpo, operando attraverso le leggi. Sullo sfondo c’è ancora Menenio Agrippa, con la consapevolezza che nella res publica l’individuo rinuncia al suo sfrenato arbitrio, alla sua indipendenza naturale, ma per farsi persona, per conquistare la vera libertà, la quale consiste nell’unione di tutti nella legge.

13. L’idea di Roma in José Gaspar Rodriguez Francia e nella costituzione del Paraguay

La lezione del M., filtrata attraverso l’esperienza rivoluzionaria giacobina, compare nitidamente nel pensiero giuridico e storico dei padri fondatori della Repubblica del Paraguay e nella esperienza di codificazione del diritto, così come è stata recentemente tracciata da Pierangelo Catalano, soprattutto con riferimento alla proclamazione del triumvitato del 1811, poi della nomina dei due consoli con giurisdizione e autorità identica José Gaspar Rodriguez Francia e Fulgencio Yegros, all’indomani del secondo Congresso del I ottobre 1813, dopo la vittoria sull’argentino Manuel Belgrano: lasciando un anno dopo la suprema potestas in occasione del terzo congresso tenutosi il 15 maggio 1814, i due consoli resero ampiamente conto del loro operato e proposero al popolo la nomina di un magistrato titolare del potere esecutivo unico, come rimedio imposto dalle circostanze gravi che si stavano attraversando, un dittatore per salvare la patria dagli intrighi degli stranieri, spagnoli ed argentini. Da qui la nomina del dott. Francia prima come  dittatore temporaneo per tre anni, poi nel congresso del 1817 fino alla morte nel 1840 come dittatore perpetuo, il titolo che era stato di Giulio Cesare. Il plenipotenziario del governo di Buenos Aires Nicolás De Herrera già nel 1813 aveva accusato il dott. Francia i essere un <>.  Noi non sappiamo se il dottor Francia avesse letto direttamente M., è certo che tra i libri della sua biblioteca studiati da Josefina Pla, accanto a moltissimi autori classici ellenistici e romani, c’era la Histoire romaine di Charles Rollin, nell’edizione stampata dal 1738 e il compendio in lingua spagnola Historia romana di Juan de Haller del 1735.

Il modello romano mediato dall’interpretazione rousseauiana non fu abbandonato, se l’anno dopo la morte del dittatore perpetuo furono nominati prima un triumvirato provvisorio poi due consoli per un triennio Mariano Roque Alonso e Carlos Antonio López, quest’ultimo poi primo Presidente della repubblica del Paraguay a partire dal 1844. L’esperimento del dott. Francia, per quanto frainteso e travisato, non sarebbe stato completamente abbandonato ma anzi ripensato con riferimento al popolo romano modello di tutti i popoli liberi.

Al di là del giudizio storico, interessa in questa sede andare alla ricerca delle ragioni per le quali il modello repubblicano romano fu assunto prima dai giacobini e poi in iberoamerica come capace di ispirare un sistema costituzionale di un paese come il Paraguay in una situazione di emergenza militare. Temi che hanno un’eco nella riflessione politica di Giuseppe Garibaldi che traspare nelle Memorie, a partire dai tempi di Rio de Janeiro e di Montevideo a difesa delle repubbliche del Rio Grande nella rivolta dei farrapos e dell’Uruguay (1835-46), e poi soprattutto a difesa della repubblica romana nel 1849.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 14:52

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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