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Orlando Biddau

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Scritto da Administrator | 24 Ottobre 2011

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Attilio Mastino
Orlando Biddau

Modolo, 21 ottobre 2011

Stasera in questa sala c’è una sedia vuota ed è la sedia di Orlando Biddau, che in queste ore sta soffrendo, per questo suo eterno male di vivere che lo divora, per questa ferita sulla quale (Elegia):  è lo stesso dolore di un altro poeta di Modolo, Peppino Deriu:  (Sonetto al compagno Cicittu Deriu).

Ed è anche il dolore di Anna Cossu, che riesce nel dolore ad intravedere una stella che spende alla fine del tunnel: (Trina): è la stella che Peppino Deriu augura possa sorgere anche per Orlando: (A Orlando Biddau).

Eppure, nell’assenza che sanguina, è possibile oggi ritrovare tra noi Orlando Biddau, questo poeta difficile e scontroso, grazie a chi ha voluto quest’incontro, grazie a Ilenia Ruggiu, ad Omar Chessa, ai nostri relatori di oggi, a Clara Farina che ringrazio tutti per essersi associati in questa riflessione.

Orlando Biddau è innanzi tutto un poeta “scomodo”, un grande poeta dalla sensibilità acutissima, le cui opere sono state fin qui trascurate, a prescindere dai riconoscimenti ufficiali attribuiti all’autore.

Lui stesso mi ha scritto nei giorni scorsi, nascondendosi dietro le parole di Eugenio Montale, per raccontare le sue sette diverse raccolte, le prime tre delle quali sono contenute nei volumi di cui curai io stesso la pubblicazione nel 1991 quando mi trovavo ad essere assessore nella Provincia di Nuoro presso l’Editore Chiarella, combattendo insieme con il poeta e con l’anziano signor Bruno:   L’anima degli animali, Le verdi vigilie e L’inverno inconsolabile.

Le verdi vigilie, dove sarebbe contenuta la . Per il mio amico Marco Manotta si tratta di una.

Poi L’anima degli animali, che . Qui per Manotta.

E poi L’inverno inconsolabile, per lo stesso poeta.

Ancora Una fame di vento, , assieme a Il gufo cieco,: è l’ultimo libro (Una fame di vento ed il Gufo cieco) pubblicato da Nicola Tanda presso la EDES, presentato da Paola Ruggeri alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari tre anni fa.

E poi due raccolte che non ho mai letto, Sale d’acqua e di grano. Infine la settima raccolta, Nostalgia della memoria.

Accanto alla poesia, un’opera in prosa, il duro romanzo autobiografico Predestinazione ambientato in parte in Sardegna ed in parte in una clinica psichiatrica,  imperniato sulla figura di un prete odiato ed amato, don Angelo Chessa, parroco di Modolo in Planargia. Come non pensare alla polemica del parroco con i suoi compaesani, che ritroviamo pari pari oggi nella poesia di Peppino Deriu, Sos oppressores modolesos ? Un legame di amore e di odio con quei cittadini definiti serpes sine ulla affectione, che ritorna nelle poesie di Orlando, alimentando una sofferenza che è anche un modo per tentare di capire gli altri, di essere di nuovo accolto in pace dal parroco e dalla comunità.

Forse allora occorre partire dalla tormentata biografia del personaggio. Orlando Biddau nacque da genitori sardi a Fiume nel 1938: un trauma vivissimo furono per lui, dopo lo scoppio della seconda guerra mondiale e la fine del Fascismo, il viaggio in nave (un piroscafo nero, dall’aspetto terrificante che vediamo sulle immagini in bianco e nero di quegli anni su History Channel), il forzato rientro in Sardegna, la fame, l’angoscia della madre per l’assenza del padre ancora in guerra.

Modolo, il paese di origine della famiglia, ha rappresentato in quegli anni un piccolo universo, un paradiso di pace in un mondo sconvolto dalla guerra, e questo non solo per la famiglia Biddau e per gli altri sfollati. E anche per i soldati lontani, come Peppino Deriu che nel 1943 continuava a guardare a Modolo da Palau con nostalgia e rimpianto in tre bellissime cartoline galluresi.

Sono stato recentemente a Tripoli, alla Scuola musulmana di arti e mestieri un tempo diretta da Melkiorre Melis, all’epoca di Italo Balbo: il grande artista, in fuga dalla Libia occupata dagli inglesi, a Modolo si rifugiò nel 1944 per interrompere una fuga lunga e dolorosa.  Il pittore ci ha lasciato una straordinaria testimonianza di quegli anni nel dipinto Ultime luci a Modolo che cattura l’immagine di una donna vestita di nero, che torna a casa portando sulla testa un’anfora d’acqua, accompagnata da una bambina. La vita a Modolo conserva ancora un sapore antico, di cui la brocca per l’acqua da bere è un po’ il simbolo, come nel  Racconto d’estate di Orlando Biddau, quando la brocca di creta e l’anfora d’argilla diventano un assillo, per la paura dell’acqua sparsa, per gli immaginari sortilegi, per le atmosfere al crepuscolo.

E poi il rientro del padre dalla guerra sfortunata, la rabbia, la povertà: «giunse l’uomo spezzato dalla guerra, / faceva vino cattivo, era intrattabile: / un pomeriggio di settembre la sua donna / se lo trascinò in vigna con i bambini. / Il rigoglio dei tralci, la brezza più dolce / della carezza materna compirono il miracolo: / la ricomposta famiglia si sentì felice / quale mai sarebbe più stata». Ma la felicità è di breve durata e c’è un prezzo da pagare, tanto che la vigna dopo qualche tempo va definitivamente in malora.

Quella di Biddau fu un’adolescenza inquieta e difficile: «Mi trascino dall’età della ragione / una memoria dilaniata dalla fame / e l’insonnia scavate dentro grembo / nero della madre come incontro al supplizio».

E poi, crescendo il lavoro pesante, da manovale muratore, interrotto da poche settimane d’estate, quando correva a perdifiato «per stancarmi / e rimediare qualche sogno la notte / che mi facesse trasecolare al risveglio; quando si dava nuova lena alla / corsa col cerchio lungo tutte le strade / polverose della contrada … / sporchi e sudati ci si bagnava nudi / al ruscello, tra i fichi e i cotogni / della valle ed il declivio dei vitigni».

Quasi costretto dal parroco, si iscrive poi al Seminario diocesano (dove pure trova degli amici, come Antonio Francesco Spada) e svolge  gli studi superiori a Bosa, la città ancora oggi cara alla memoria, con il suo fiume, con l’isola alla foce del Temo, con i suoi gabbiani incantati, ma anche con la gente che festeggia un carnevale trasgressivo, che a Biddau appare violenta e rissosa, quasi allucinata. Con questa violenza nei confronti di un somarello subissato di colpi e dei cani inseguiti dai monelli.

E poi Cagliari, Genova, nel 1967 la grande occasione, la laurea in Lettere alla Sorbonne di Parigi, il riconoscimento ad Ozieri per le sue poesie in lingua sarda; infine gli studi ad Urbino, alla scuola del rettore Carlo Bo, la tesi di laurea in Lingue straniere.

Un’esperienza, questa di Urbino, interrotta nel 1970, allorché Biddau sceglie il ritorno in Sardegna e l’insegnamento ad Oristano: questa strada però si rivela impossibile: l’insegnamento è una vita che non fa per lui. Nascono i problemi di salute, le difficoltà, si impone il ritorno nel paese della sua infanzia, Modolo, dove da allora si dedica alla letteratura ed agli studi prediletti, soprattutto ai suoi animali.

La lirica di Orlando Biddau è ricca di stimoli letterari, ma la sua originalità è rappresentata dal ruolo degli animali, visti nelle loro sofferenze, nelle loro angosce, nei loro sentimenti che li avvicinano in modo impressionante agli uomini: «Sono il gufo cieco che non trova / riparo alla bufera notturna». C’è un episodio della sua infanzia che lo condiziona, la morte dell’agnellino che gli era stato regalato da bambino, qui in questi viottoli di Modolo: «giocavo con l’agnello della mia verde infanzia / fu sgozzato per pasqua: interminabile pomeriggio / in cui digiuno girovagai per i campi / tra i miei mesti olivi e lo stormire del vento».

Da allora il demone lo assale e la notte del poeta è ormai popolata da incubi, da rimorsi, dalla disperazione, dall’angoscia, quando si affollano i pensieri di morte, che sono come il lamento del cardellino accecato: «non ho che i miei occhi da cavare, perché la vita è spietata / e l’innocente muore col cuore nel fango».

Il rigoglio della primavera aggiunge angoscia ad angoscia: «Son condannato alla mola dei giorni / e il cavallo cieco non ricorda la strada». E allora la solitudine, il tedio, lo sconforto per quello che non è stato: «Sperperai le mie primavere / in un sonno malsano, e al risveglio, / non avevo che il silenzio del gufo, / ed un verme nel cuore».

La sua disperazione è innanzi tutto una malattia, l’«inadeguatezza a vivere», che lo segna «come i tatuaggi indelebili della gente di mare o di carcere». I ricordi lo tormentano, perché nulla è lacerante come la memoria, che sanguina a toccarla.

C’è un episodio che ha segnato la sua adolescenza, una svolta, un momento tragico, la morte della madre, una donna semplice e triste, che ha lasciato in lui un’impronta profonda: «Sempre più arduo, solitario e smarrito / è il mio sentiero dacché tu non sei più / a consolarmi con le tue mani diafane / e la voce trepida e apprensiva / di chi timida visse in silenzio / un’attesa di lunghi anni d’infamia / e di condanna sognando di visitare di notte una tomba / col mio nome infangato e infranto / che ripulivi con furtive lacrime». E l’infamia è il ricovero del padre e di lui stesso in un ospedale psichiatrico, disposto dalle autorità implacabili e vendicative.  E quando ritrova la memoria si dispera: «T’ho trovato, madre, nel buio / miele d’una lunga insonne notte / d’inverno. Il focolare spento, e il vento ramingo ululava con la gola / nera e insondabile della malaventura, dal camino deserto».

C’è poi un altro personaggio, nelle poesie di Orlando Biddau, ed è Anna, sua moglie, poetessa anch’essa, «una ragazza / minuta e spaurita, permalosa / e imprevedibile, dai capelli corvini / e gli occhi fondi d’apprensione / selvaggia, quasi in essi si dibattesse / una lucertola colta al laccio»: «strana ragazza, che veleno sprizzi a ogni tua / impronta». È lei, con il suo morso di murena, con la sua unghiata di predace, la sola che ha avuto comprensione per il poeta «depresso da idee persistenti di morte», la sola con la quale il poeta può vivere, perché «è meglio la tua scossa di torpedine / insabbiata in un dolore torbido e bieco / che la felicità d’un insano mortorio». È lei, questo «scricciolo spaurito dalla furia delle intemperie», che riesce a donare la gioia nei momenti di abbandono. È lei che consente al poeta di trovare «la mia porzione di cielo e una stella fissa nel nero notturno che m’avvolge»; è lei che rimette in moto un cuore guasto da anni.

L’uno e l’altra si sorreggono a vicenda contro «la facile pietà, i mormorii e gli sguardi / obliqui» della gente; eppure «per noi non c’è posto al banchetto, / si chiude la porta che dà nella sala». Del resto la convivenza tra i due sfortunati è difficile: «Se il comune sentiero dovesse biforcare, / l’incubo della tua assenza s’addolcirà / nel tempo come sorba o dattero o corbezzolo, / solo per il calore assicurato a una casa».

Alle volte si cerca insieme la fine del tormento: «Solo una morte precoce potrà assicurarci il riscatto e il riposo sotto un unico cippo»; e allora «la tua garrula voce di tordo s’incupirà / subitanea, il tuo riso arguto si rannuvolerà, / e moriremo affiancati in un sonno comune».

C’è nell’opera di Biddau la spiegazione del suo ripiegarsi su se stesso, del suo ritorno alle radici ed all’infanzia, del suo chiudersi nel paesaggio amato della sua valle e del suo piccolo paese, Modolo: nei suoi viaggi all’estero ha sempre cercato i paesaggi che gli ricordassero la sua terra, la sua dimensione vera di vita, quasi come un bimbo che torna nel grembo materno. Così in Spagna: «a Siviglia consumai la mia inquietudine, per ritrovare all’Alhambra / di Granada e nei vicoletti e piazzuole della Cattedrale / il filo conduttore che mi avrebbe riportato al mio paesaggio».

Solo a Modolo, però, può «aspirare l’antico odore d’infanzia, / può rinascere lieve l’illusione, / rinverdire la formula, l’idillio / che schiuda l’incantesimo».

E qui fioriscono i ricordi che lo rasserenano, come i ricordi della casa della sua infanzia: «il granaio con la frutta appesa ad essiccare e i mazzi d’aglio e di cipolle / le ghirlande di sorbe, i grappoli / d’uva, le noci e le mandorle / le grosse collane di fichi, / le pere e le melagrane / e le melerose, odorose / di tutte le primavere di mia nonna ». Le gioie che ancora prova sono quelle legate alle vendemmie, alle mietiture, ai pascoli, alla raccolta delle olive, ma sempre con una punta di disperazione.

Con le sue straordinarie poesie, Orlando Biddau riesce a condurci per mano a toccare le profondità inquietanti di un’esistenza smarrita, di un abisso di pena che è anche fatto di consapevolezza, di vigile osservazione di se stesso, di simpatia e di partecipazione per il dolore del mondo.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 22 Maggio 2013 15:07

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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