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III Conferenza regionale per la ricerca e l’innovazione.

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| 13 Settembre 2012

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Saluto del Rettore dell'Università di Sassari alla
III Conferenza regionale su ricerca e innovazione
Cagliari, 14 settembre 2012.

Cari amici,

porto il cordialissimo saluto dei ricercatori, del personale e degli studenti della Università di Sassari, a questa III Conferenza regionale per la ricerca e la innovazione voluta dal Vice Presidente Giorgio La Spisa.  Due giornate che si stanno concentrando intorno alle sfide in atto, alle nuove politiche regionali di fronte alla strategia europea Horizon 2020, al capitale umano, alla formazione dei giovani anche attraverso le summer school, all'internazionalizzazione, alla valutazione, al trasferimento tecnologico, alla innovazione come prezioso strumento di competitività del territorio in Sardegna e nel Mezzogiorno nei tempi della crisi globale.

Quello di oggi  è un evento con contenuti non scontrati, un fatto nuovo, una occasione che testimonia la complessità dei problemi, delle questioni che noi abbiamo di fronte e con le quali giorno per giorno dobbiamo confrontarci. Non posso non apprezzare le sessioni tematiche dedicate ai Beni culturali tra innovazione e valorizzazione e alla Radioastronomia in Sardegna, all'indomani dell'assegnazione del premio Navicella di Castelsardo a Simona Murgia, professore associato di astrofisica all'Università di Stanford.

L'Università arriva a questo appuntamento dopo un difficile percorso di riforma che ha profondamente inciso sulla struttura stessa degli Atenei attraverso i nuovi statuti, la nascita dei nuovi dipartimenti, il rinnovo di tutti gli organi accademici e che ora giunge a toccare il cuore stesso del sistema, i singoli ricercatori, valutati nel momento in cui chiedono di accedere all'abilitazione nazionale come candidati o come commissari: i controversi giudizi in questi giorni espressi sulla produttività scientifica di tanti colleghi professori ordinari aspiranti a entrare nelle commissioni di abilitazione risultano spesso basati su indicatori discutibili rispetto alle mediane, ma indubbiamente pongono per la prima volta il problema di metodo, per una valutazione dell'impegno di ciascuno di noi, soprattutto per misurare il ruolo che ogni singola università può aspirare a ricoprire in un contesto competitivo come quello italiano ed europeo.

Questa conferenza cade in un momento di profonda trasformazione per il paese e per la Sardegna, ma anche in un momento in cui si discutono, anche negativamente, il prestigio, il ruolo della scuola e dell’università pubblica, spesso incapaci di inserirsi in una dimensione sovrannazionale, non sempre in grado di adeguarsi al velocissimo  progresso tecnologico, alle nuove tecnologie informatiche, alle recenti dinamiche economiche finanziarie, al mutamento delle professioni, alla innovazione continua che richiede una formazione continua.

La responsabilità dunque dell’università e della scuola in Italia, e particolarmente nel Mezzogiorno, è rilevante perché gli interventi innovativi in conoscenza avranno sicuramente riflessi positivi sull’intera società. C’è veramente però l’esigenza di far emergere nell’università le zone d’ombra, le incapacità di cogliere il nuovo, le difficoltà. L’università arriva certamente in ritardo a confrontarsi con l’innovazione e ciò soprattutto in Sardegna eppure nei tempi del federalismo il punto di partenza contro ogni omologazione deve essere quello del riconoscimento del valore e della diversità  dei territori che diventa capitale culturale, prezioso valore aggiunto se l’articolo 33 della Costituzione riconosce il significato straordinario dell’autonomia universitaria. Noi ci portiamo dietro delle tradizioni di studi che fanno parte della nostra identità di uomini di oggi e che possono costituire il lievito e la componente originale per il nostro entrare nel mondo delle nuove tecnologie.

L’università svolgerà un ruolo strategico di protagonista in Sardegna e nel Mediterraneo, recupererà prestigio e considerazione soprattutto se saprà stabilire rapporti e sinergie con grandi centri di eccellenza, a livello europeo, senza rinunciare ad una cooperazione però con la riva sud del Mediterraneo che favorisca un confronto culturale, che abbatta vecchi e nuovi steccati, che combatta la divaricazione che quasi inesorabilmente il mondo sta drammaticamente vivendo ancora oggi, con tante speranze come quelle alimentate dalle primavere arabe. Occorre innanzi tutto scrollarsi di dosso le politiche coloniali europee verso la riva Sud del Mediterraneo, perché il Mare nostrum è veramente il nostro mare. Erroneamente Franco Cassano nel Pensiero Meridiano considera <<L'espressione latina mare nostrum, odiosa per il suo senso proprietario>>, visto che  in realtà si tratta di una definizione che non è originariamente romana, ma fu coniata in ambiente greco già con Platone, comunque molti secoli prima  delle conquiste orientali di Roma, par’emin thalasse. Per Paolo Fedeli, questo è un chiaro esempio ancora una volta della mediazione effettuata dai Latini di fronte all’eredità culturale dei Greci. Eppure possiamo concordare con Cassano che Mare Nostrum è un’espressione che  <<oggi può essere pronunziata solo se si accetta uno slittamento del suo significato. Il soggetto proprietario di quell'aggettivo non è, non deve essere, un popolo imperiale che si espande risucchiando l'altro al suo interno, ma il <<noi>> mediterraneo. Quell'espressione non sarà ingannevole solo se sarà detta con convinzione e contemporaneamente in più lingue>>.

Dunque mi aspetto che questa terza Conferenza non sia una semplice celebrazione con l'enunciazione di buoni propositi ma possa veramente entrare nei problemi e segnalare tante criticità, tanti elementi di riflessione, tanti obiettivi da perseguire con rigore e senso di responsabilità che ci sono imposti dalla crisi economica e anche culturale che il paese sta attraversando. La crisi in Sardegna si sta estendendo ad una miriade di aziende e di imprese, dalla Vinyls di Porto Torres all'Alcoa di Portovesme, dalle miniere di Nuraxi Figus ad Ottana e alla cementeria di Scala di Giocca.  Al di là della frammentazione della crisi che promette ai nostri giovani un futuro nero per i prossimi anni, appare evidente che i problemi si concentrano in Sardegna intorno a due elementi fondamentali, il costo dell'energia ed ai trasporti:  su entrambi questi temi (e non solo) la ricerca universitaria può dare un contributo ed è per questo che abbiamo aderito in questi giorni al tavolo tecnico sulla chimica verde promosso dall'Assessore all'Agricoltura Oscar Cherchi. Ma siamo veramente impegnati su tanti altri fronti, perché l'innovazione in Sardegna passa attraverso le due Università, a condizione che sappiamo metterci al servizio della società civile, senza sprecare risorse, perseguendo la promozione del merito e delle competenze, la valutazione vera, l'internazionalizzazione, l'innovazione. Vorremmo raggiungere un obiettivo ambizioso,  aumentare la produttività, innalzare il numero dei laureati specie nelle discipline scientifiche, degli specializzati, dei dottori di ricerca, cogliendo le opportunità dei nuovi master internazionali voluti dall’Assessore Antonello Liori, un passo avanti rispetto al Master and back.  Vorremmo ridurre il numero dei falsi studenti, promuovere gli scambi Erasmus, la mobilità, lo sviluppo dell’informatica e dell’ITC, la conoscenza delle lingue straniere, combattere nuove forme di analfabetismo e introdurre una formazione più lunga. Soprattutto sostenere la ricerca di eccellenza capace di introdurre innovazioni nei diversi campi del sapere.

C'è un compito che ci aspetta e dobbiamo riconoscere i tanti ritardi che si sono accumulati specialmente in un Ateneo come il nostro che quest'anno ha celebrato i 450 anni di vita dalla nascita del Collegio Gesuitico, rivendicando una dimensione internazionale originaria. Nel richiamare le proprie radici storiche, l’Ateneo ha intrapreso un percorso di rifondazione come Università pubblica, all’interno di un sistema internazionale più competitivo e globale, ispirandosi ai principi di autonomia e di responsabilità; è consapevole della ricchezza delle tradizioni accademiche e del valore delle diverse identità. Si dà un ordinamento stabile, afferma il metodo democratico nella elezione degli organi, si dichiara attento al tema della formazione delle giovani generazioni e alle esigenze del diritto allo studio; colloca lo studente al centro delle politiche accademiche e promuove la cultura come bene comune. Rivendica i valori costituzionali, previsti per le «istituzioni di alta cultura», della libertà di scelta degli studi, di ricerca e di insegnamento, assicurando tutte le condizioni adeguate e necessarie per renderla effettiva. Si impegna a promuovere, d’intesa con le altre istituzioni autonomistiche, lo sviluppo sostenibile della Sardegna e a trasferire le conoscenze nel territorio, operando per il progresso culturale, civile, economico e sociale. C'è un articolo nel nuovo statuto dedicato alla promozione del progresso, al libero confronto delle idee e alla diffusione dei risultati scientifici, favorendo lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’ambiente, inteso come sistema di risorse naturali, sociali ed economiche. L’Ateneo si candida a partecipare alla definizione delle politiche pubbliche e delle scelte fondamentali relative allo sviluppo territoriale e può agire in accordo con gli operatori economici, il mondo produttivo, gli ordini professionali, i sindacati e le altre espressioni del mondo della cooperazione, del volontariato e del terzo settore.

L'art.7 dedicato alla ricerca precisa che l’Ateneo promuove e organizza la ricerca libera e orientata nei diversi ambiti disciplinari, contribuendo all’avanzamento culturale, scientifico, sociale ed economico locale, nazionale e internazionale. A tale fine, riconosce il libero movimento dei ricercatori e concorre alla crescita dello Spazio Europeo della Ricerca attraverso la selezione e la valorizzazione del proprio potenziale di ricerca; favorisce la collaborazione fra le diverse aree del sapere, l’integrazione e l’interdisciplinarità, per rispondere alle esigenze della società e rafforzare la propria competitività; promuove l’integrazione fra scienza e tecnologia per contribuire alla crescita e all’innovazione del sistema produttivo attraverso la valorizzazione e il trasferimento dei risultati della ricerca scientifica; orienta l’evoluzione della ricerca e l’aggiornamento delle tematiche di studio, favorendo l’interdipendenza fra ricerca e didattica.

La riforma crea positivamente una cellula di base, uno spazio nel quale ricerca e alta formazione si toccano, il dipartimento, che organizza e promuove le attività di ricerca scientifica, favorendo la collaborazione fra le diverse aree del sapere e l’interdisciplinarità, adottando il piano complessivo di sviluppo della ricerca e della didattica, approvando i programmi di ricerca interdipartimentali. I dipartimenti organizzano le attività didattiche, i corsi di studio, i dottorati di ricerca come palestra per le nuove generazioni. All'interno dei dipartimenti verrà costituto un Comitato per la ricerca che svolgerà attività di coordinamento, di promozione e di reperimento di finanziamenti, elaborerà il piano di sviluppo della ricerca fissando gli obiettivi strategici e operativi, svolgendo la funzione di monitoraggio delle performance, presenterà una relazione sulle attività svolte, da sottoporre al Consiglio del Dipartimento.

L'articolo 58 dello statuto fissa i rapporti con la Regione Sardegna  allo scopo di inserire l'attività universitaria nei processi di sviluppo operando per il progresso culturale, civile, economico e sociale della Regione e per diffondere nel territorio le conoscenze scientifiche e le esperienze didattiche più avanzate a livello internazionale.  L'Ateneo ha stipulato con la Regione nelle scorse settimane un’intesa triennale che consentirà di interagire positivamente con le politiche regionali e di indirizzare gli investimenti sugli obiettivi strategici di medio e lungo termine nel campo dell’alta formazione, della ricerca, del trasferimento tecnologico, dell’assistenza, con definizione di meccanismi competitivi e di forme di premialità, come quelle emerse a Sassari in occasione della visita del Presidente Fini con i 50 migliori ricercatori dell’Ateneo.  Abbiamo trovato con gli Assessori La Spisa e Milia una piena sintonia e una convergenza sugli obiettivi strategici: la Regione sta investendo in modo consistente a favore del sistema universitario sardo, che si presenta con una nuova fisionomia dopo la firma dell'accordo di federazione tra i due Atenei stipulata nel giugno scorso.

Il Piano strategico del nostro Ateneo indica per il prossimo triennio  alcuni obiettivi strategici e alcuni obiettivi operativi riconoscendo che <<L’eccellenza nella ricerca proiettata sempre più nella prospettiva internazionale costituisce una dimensione basilare per  costruire un Ateneo di qualità in grado di confrontarsi con gli altri sul piano nazionale e sviluppare politiche di attrazione di studenti anche da contesti territoriali non isolani>>.

Intendiamo migliorare il posizionamento dell'Ateneo nella ricerca scientifica e aumentare la quantità/qualità dei progetti, consolidare ed ampliare in campo internazionale le reti di collaborazione per la ricerca scientifica,  migliorare gli strumenti a supporto della gestione e rendicontazione dei progetti, migliorare la terza missione dell'Ateneo attraverso la valorizzazione e la diffusione del trasferimento tecnologico, migliorare gli strumenti di premialità al fine dell'attribuzione delle risorse.

Il piano strategico definisce i seguenti obiettivi operativi per il triennio:

- Migliorare il posizionamento nei Progetti di Interesse Nazionale (PRIN) e dei progetti in Futuro e Ricerca (FIRB), attraverso un accrescimento del tasso di partecipazione e di successo

- Facilitare la partecipazione e il successo sui progetti finanziati dalla Regione Autonoma della Sardegna sulla programmazione regionale e nell’ambito dei finanziamenti indiretti (FSE – FESR) e sul POR 2007-2013

- Facilitare il tasso di partecipazione e di successo sui progetti finanziati dall'Unione Europea nell'ambito del FP7 - FP8 e di altri programmi dell'UE, nonché da parte di altri soggetti internazionali

- Aumentare la qualità/quantità della produzione scientifica svolta con la collaborazione dei Visiting

- Implementare un sistema informatico centralizzato ed unitario per la gestione e rendicontazione di tutte le tipologie progettuali

- Integrare il sistema della ricerca e il sistema produttivo

- Disciplinare la premialità di Ateneo relativa alle Scuole di dottorato

- Attribuire le risorse alle Scuole di Dottorato anche in base alla logica premiale

Per restare alla legge regionale 7 del 2007, nel triennio abbiamo potuto assegnare oltre 200 premi per circa 2 milioni di euro per la premialità regionale destinata ai migliori ricercatori. Presso il nostro Ateneo risultano finanziati 130 progetti di ricerca per oltre 15 milioni di euro. È stato finanziato il Centro servizi di Ateneo per la ricerca CeSARSS con un investimento sul piano tecnologico superiore ai 4 milioni. Nasce il Centro universitario di ricerca di tecnologie per i BBCC il CIRTEBEC, con 1,5 milioni di euro suddivisi tra i due Atenei. Lascio da parte i consistenti finanziamenti del progetto INNOVARE, che sarà presentato dai Prorettori, ma ricordo gli investimenti del FSE in tema di dottorati di ricerca con l'attivazione di 117 borse con un costo di oltre 9 milioni; e poi gli assegni di ricerca ed i contratti di ricerca triennali per un totale di 6,7 milioni ancora del FSE, con un capitolo specifico sui BBCC. Infine il FESR che finanzia i nuovi laboratori didattici e di ricerca per oltre 4 milioni di euro.

Mi sembra doveroso dare atto dell'impegno crescente della Regione negli ultimi anni a favore delle due Università della Sardegna in particolare sul fondo unico, la cui consistenza è stata notevolmente incrementata grazie all'impegno della Commissione cultura, della Commissione bilancio, della Giunta, del Presidente Cappellacci, degli Assessori che si sono succeduti, di tutto il Consiglio Regionale. Il fondo unico deve assolutamente mantenere per i prossimi anni il livello del 2012, se vogliamo compensare i tagli disastrosi effettuati dal Governo a danno degli Atenei sul fondo di funzionamento ordinario nazionale (Sassari è crollata da 83 a 72 milioni di Euro in tre anni) e se vogliamo evitare che i due Atenei della Sardegna vedano compromesso lo sforzo di crescita, siano condannati al blocco del turn over e costretti ad aumentare le tasse studentesche.

Spiace dover ricordare che il patto di stabilità ha notevolmente ritardato i trasferimenti a favore degli Atenei e specialmente a favore dei consorzi universitari per le sedi gemmate. Molti nostri docenti, non pagati da anni per supplenze e contratti svolte a Nuoro e Oristano, rifiutano quest’anno di continuare a garantire il loro apporto didattico.

Eppure sono tanti i risultati ottenuti, la mobilità studentesca che ha raggiunto risultati certamente straordinari, i visiting professors (nell'ultimo anno l'Università di Sassari ha ospitato quasi 200 docenti stranieri), il rientro dei cervelli che l'Ateneo ha gestito con trasparenza e rigore; i premi di produttività, la premialità per i progetti di ricerca. E poi i finanziamenti europei, il settimo programma quadro, il Marittimo, l’ENPI, la biblioteca scientifica regionale e infine la nuova anagrafe della ricerca che rende trasparente la ricerca universitaria. A tutto ciò si sommano gli investimenti che le due università hanno effettuato con fondi propri. Dunque ci sono molti passi in avanti significativi per rendere la Sardegna l’isola della ricerca, un modello anche per altre regioni per una nuova economia della ricerca, per creare reti, per aprire la Sardegna verso l’esterno, per essere capaci di accogliere e non di respingere al centro del Mediterraneo, per evitare di essere chiusi e ripiegati su noi stessi. Dunque si segnalano alcuni grandi temi sui quali si sta investendo. Consentitemi di rivendicare con orgoglio i risultati raggiunti, le punte di eccellenza, il concentrarsi di nuclei di ricercatori.  Guardiamo con speranza verso la bio medicina, le neuroscienze, l’agroalimentare, le nanotecnologie, l’ICT, le biotecnologie, l’energia verde, i nuovi materiali. Voglio ricordare la chimica verde anche con riferimento all’impegno che le università assumono nei confronti del territorio per valutare se alcune iniziative industriali sono velleitarie o se meritano viceversa attenzione da parte degli amministratori pubblici.  In Sardegna la ricerca scientifica è insieme espressione di una tradizione di studi secolare, di reti di rapporti stabiliti nel tempo, ma anche si inserisce sempre di più in una grande comunità europea internazionale, costituisce le fondamenta per quella che è ormai la terza missione dell’università: il servizio a favore del territorio sul piano assistenziale sanitario, ma anche sul piano ambientale, sul piano economico, sul piano sociale, sul piano industriale, ma anche sul piano del trasferimento tecnologico a favore delle aziende.

Le università stanno cambiando, nascono nuove infrastrutture di ricerca, nuovi gruppi di ricercatori che fanno massa critica, nuove collaborazioni tra umanisti, medici e scienziati di più atenei. Ma proprio le dimensioni dell'investimento regionale in controtendenza in questo momento di crisi ci impongono una responsabilità e un'attenzione più alta, l'impegno a non creare false illusioni, la necessità di contrastare il diffuso precariato che ormai affligge gli Atenei italiani a danno di giovani che hanno curricula di tutto rispetto, titoli accademici certamente superiori a quelli che a suo tempo i ricercatori della mia generazione riuscivano a mettere insieme.

In questo quadro i giovani hanno diritto di ricevere dalle due università sarde non soltanto una formazione che consenta loro di confrontarsi ad armi pari in Europa con i loro coetanei, ma soprattutto devono ricevere stimoli, suggestioni, curiosità,  passioni che motivino il loro impegno futuro. Essi devono essere in grado di declinare con originalità e consapevolezza i grandi temi dei nostri giorni, la globalizzazione, il confronto tra culture, le identità plurali del Mediterraneo, partendo dalla nostra forte significativa e originale appartenenza sarda.

Naturalmente non ci nascondiamo i problemi, qualche volta i ritardi ed anche ne nostre incapacità: guardando un pochino dall’alto la ricerca, in Sardegna esistono dei problemi gravissimi che la classe politica si dovrebbe porre, innanzitutto esiste una forte esigenza di riequilibrio territoriale; la concentrazione degli investimenti soltanto in alcune realtà indebolisce fortemente il quadro regionale. C’è da lavorare veramente per censire, verificare, creare sinergie, con riferimento alle attività di tutti i soggetti, quindi CNR università, enti regionali. L’Università non contesta gli investimenti a favore degli altri Enti di ricerca, sostiene le politiche dei parchi, apprezza il nuovo corso di Porto Conte Ricerche, prende l'impegno di ricontrattare il protocollo d'intesa entro il prossimo anno, chiede sinergie e politiche di convergenza con Sardegna ricerche, anche attraverso una presenza dei due Atenei nel Comitato tecnico scientifico, richiede una compensazione territoriale con altri investimenti di AGRIS, di Porto Conte Ricerche, di Laore, di altri enti regionali che sviluppano attività di ricerca, in altri territori, fin nel cuore della Barbagia.

Devo dire che poi è evidente a tutti la debolezza di alcuni settori della ricerca e soprattutto è necessario creare massa critica perché dobbiamo costruire delle reti ed abbiamo dei settori da sviluppare.

Infine il tema della valutazione che peserà sempre di più sul fondo di funzionamento ordinario degli Atenei. Le Mediane e i nuovi indicatori ANVUR richiedono un costante aggiornamento delle politiche universitarie e pongono il problema della sinergia con gli Enti Regionali, con il CNR, con una valutazione dei costi e dei benefici e delle ricadute territoriali dei consistenti investimenti ottenuti da ciascuno. Nelle ultime riunioni sulla legge 7 e sul trasferimento tecnologico abbiamo insistito sul fatto che dobbiamo concentrarci sul Sistema regionale della ricerca, con l'obiettivo generale e la messa in rete delle strutture scientifiche e di ricerca. Anche  la Biblioteca scientifica regionale (sviluppata da Sardegna Ricerche) o gli altri sportelli aperti da SR per  la progettazione europea o per il supporto alla brevettazione non saranno un prodotto di SR ma del Sistema regionale con punti di consultazione/consulenza  sul territorio.

Dunque vorremmo che vengano in piena trasparenza valutati i prodotti della ricerca, le pubblicazioni, i brevetti, la gestione della proprietà individuale della ricerca, la nascita di nuove imprese, lo start up di nuove imprese innovative, alcuni spin off, l’organizzazione di progetti, di convegni, di altre attività, il trasferimento tecnologico.

Rispetto alla tradizionale missione formativa e di ricerca dell’università italiana, si è sviluppata negli ultimi anni la nuova vocazione, quella del trasferimento delle conoscenze: si è iniziato a considerare importante che le università si dotino anche di strutture, personale, strategie, strumenti per valorizzare i  propri  laureati  (placement)  ed  i  risultati  delle  proprie  ricerche  (trasferimento  di conoscenza o trasferimento tecnologico). In Sardegna ed in particolare nell’Ateneo sassarese questo processo è iniziato nel 2006 anno in cui il finanziamento MIUR ha permesso di avviare le attività di trasferimento tecnologico e successivamente la creazione di un vero e proprio ufficio dedicato.

Questo periodo è stato caratterizzato, per quanto riguarda la valorizzazione della ricerca e il trasferimento tecnologico, da alcuni avvenimenti: il nuovo codice italiano sulla Proprietà Industriale sui brevetti che ha stabilito la titolarità dei brevetti della ricerca in capo agli inventori, il finanziamento MIUR per la costituzione e il rafforzamento di Liaison Office, al quale il nostro Ateneo ha partecipato, insieme a Cagliari, Genova e Milano Bicocca con il progetto ILONET e di consolidarlo attraverso i finanziamenti regionali ILON@ Sardegna e l’attuale Innova.Re, la nascita e lo sviluppo di Netval (l’associazione nazionale degli uffici di trasferimento tecnologico) e del  Premio Nazionale per l’Innovazione (vinto nel 2009 dalla spin off Bioecopest) con le Start Cup Competition, i nuovi statuti delle università che indicano il trasferimento tecnologico fra i propri compiti istituzionali, la grande crisi economica e industriale con le sue conseguenze evidenti, la riduzione del finanziamento pubblico agli Atenei e agli Enti Pubblici di Ricerca.

Tali avvenimenti hanno avuto ruoli fondamentali nel creare le condizioni per l'assunzione di responsabilità della ricerca pubblica nel valorizzare i risultati a favore della comunità. È ora evidente una straordinaria vitalità della ricerca pubblica sul fronte del trasferimento, o quanto meno sull'investimento  nei  principali  strumenti:  aumentano  i  brevetti  e  aumentano  gli  spin-off  della ricerca che ancora poco impattano sulla economia regionale e sulla sua competitività industriale.

Oltre i risultati quantitativi, dobbiamo impegnarci per il prossimo decennio. Ci sono ancora molte criticità e considerazioni da fare: il panorama italiano risulta molto disomogeneo e le università a specializzazione scientifica detengono gran parte dei risultati, il sistema industriale è caratterizzato da piccolissime imprese distanti dalla ricerca (ancor più nella nostra regione), il trasferimento tecnologico viene da molti ancora scambiato con la consulenza tecnologica o scientifica, le collaborazioni pubblico/private sono ancora insufficienti, la crisi è ancora molto forte e limita gli investimenti industriali di medio/lungo periodo, manca ancora una chiara strategia nazionale che leghi la politica industriale con quella della ricerca.

È infatti indubbio che il riferimento al trasferimento tecnologico spesso viene rappresentato come limitato alle scienze fisiche e chimiche, all'ingegneria, alla medicina e alle biotecnologie, all'ambito agroalimentare e all'ambiente, mai alle discipline letterarie, economiche, giuridiche, artistiche. Come se la cultura propriamente detta non avesse prospettive di ricadute economiche.

Sarebbe opportuno, invece, considerare tutta la ricerca pubblica nel suo insieme, come valore potenziale da cui ottenere benefici per la società, attraverso l’integrazione delle discipline. Lo sviluppo di una economia, di una industria, di una società che si basa su nuova conoscenza è un valore irrinunciabile per garantire il progresso del Paese.

Oggi gli Uffici di Trasferimento Tecnologico delle università sono pronti ad evolvere e dare il proprio contributo per cambiare, in meglio, l’ecosistema dell’innovazione nel suo complesso.

Tuttavia è necessario ricordare che i processi di trasferimento tecnologico richiedono anni prima di iniziare a dare frutti rilevanti. Neanche le migliori esperienze internazionali hanno iniziato a dare risultati tangibili nel breve termine. Si tratta piuttosto di processi che necessitano di periodi di stratificazione, di cultura che si diffonde, di network che si consolidano, di mercati che maturano, ecc. Non si può quindi pensare che spin-off di successo e licenze di importi stratosferici possano maturare a pochi anni di distanza dalla nascita di un UTT.

Di contro non possiamo affermare che “è solo una questione di tempo e di maturazione del sistema” ma è anche doveroso domandarsi in quale direzione dovrebbe evolvere il sistema dell’innovazione nel suo complesso e quale potrebbe essere il contributo delle università in tal senso. Da questo punto di vista ben si inserisce il progetto Innova.Re che coinvolge ed aggrega i partner territoriali (gli atenei, la Regione Sardegna e Sardegna Ricerche) aumentando l’impegno in maniera coordinata e con crescente professionalità. Diverse forme organizzative sono possibili per la governance dell’innovazione a livello regionale che saranno sperimentate, anche facendo tesoro delle esperienze in corso a livello nazionale ed europeo.

Per concludere, nella consapevolezza che l’ecosistema dell’innovazione in Italia si è strutturato nel tempo in un certo modo, sarebbe necessario: avere un maggior numero di grandi imprese impegnate nel far crescere a loro volta le piccole imprese innovative; un settore pubblico più allineato alle tempistiche delle imprese e del mercato; imprenditori più orientati al rischio e investitori più rapidi nel prendere decisioni di investimento; cambiamenti anche nelle università, più agili e incisive nell’investire su filoni di ricerca innovativi e più vicini alle esigenze dell’economia e del mercato del lavoro, senza dipendere eccessivamente dalle scelte compiute nel passato. Tutto ciò faciliterebbe non poco i processi di valorizzazione dei risultati della ricerca pubblica al di là di un miglioramento incrementale della performance degli UTT.

Cari amici, consentitemi in chiusura di evocare il futuro che avanza: le due Università federate presto godranno (lo speriamo) dei nuovi investimenti con i fondi FAS nell’edilizia. Colgo l’occasione per chiedere al Presidente Cappellacci una chiara certificazione delle somme disponibili e dei tempi di spesa. Ulteriori risorse perverranno nell’informatica, nelle nuove tecnologie, nella ricerca. Chiediamo che a noi si uniscano tutti gli altri soggetti che possono concorrere allo sviluppo della ricerca in Sardegna, partendo dal mondo delle imprese e dalle Agenzie Regionali che debbono entrare in rete, fare sistema, confrontarsi in modo sempre più competitivo ed aperto, raccogliendo la sfida e creando ricchezza. Con speranze e ambizioni alte. Con senso di responsabilità e consapevolezza delle attese che ora ci accompagnano. Col dovere di rispondere alla fiducia accordataci. Anche con orgoglio e rivendicando una storia, una tradizione scientifica di eccellenza, una nostra cifra originale.

Ultimo aggiornamento Domenica 16 Settembre 2012 20:54

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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