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Domenico Ruiu, Il fotografo dei rapaci.

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 11 Marzo 2013

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Attilio Mastino
Domenico Ruiu, Il fotografo dei rapaci
Nuoro, 9 marzo 2013
*Testo breve

I  rapaci occupano da sempre uno spazio significativo nella letteratura sulla Sardegna per rappresentare un ambiente naturale, gli spazi solitari del Gennagentu, ma anche una cultura e una tradizione, frutto di osservazioni e di riflessioni che iniziano nel mondo antico con lo Pseudo Aristotele.

Nel De mirabilibus auscultationibus lo Pseudo Aristotele racconta il mito relativo alle favolose colonizzazioni dell’isola dalle vene d’argento, la Argurofleps nesos,  ricorda che questa terra fu prospera e dispensatrice di ogni prodotto, eudaimon e pamphoros: si narra che il dio Aristeo il più espero tra gli uomini nell’arte di coltivare i campi, produrre il miele, l’olio, il vino, il latte, fosse il signore di Ichnussa, occupata prima di lui solo da molti e grandi uccelli, upo megalon ornéon émprosthen kai pollòn katechoménon. Come non ricordare che un’isola circumsarda, l’isola di San Pietro, era nell’antichità conosciuta da Plinio e da Tolomeo come  Acciptrum insula – Hierakon nesos, l’isola degli sparvieri o dei falchi ?  Qui ancora nel XVIII secolo gli abitanti dell’isola usavano prendere i falconi dai nidi per allevarli e venderli sulle coste dell’Africa settentrionale.

Il tema dei molti e grandi uccelli che abitano i monti della Sardegna attraversa la letteratura sarda. Nella Carta de Logu di Eleonora di Arborea si afferma che constituimus et ordinamus,qui alcunu homini non deppiat bogare astore nen falconi dae niu e chi trovava un falco doveva consegnarlo al giudice. Questo non tanto per protezione dei falchi, ma per ribadire che questi animali appartenevano di diritto alla classe dirigente. E Giuseppe Pulina ha affermato che i rapaci rappresentano l’aristocrazia dell’aria.

Possiamo partire però da Francesco Cetti nel 700 per arrivare fino a Grazia Deledda, a Sebastiano Satta, ad Antonino Mura Ena, ad Antioco Casula Montanaru, fino all’ultimo libro di Antonello Monni, Il bambino dalla milza di legno, con la figura di Gargagiu, rozzo pastore barbaricino ma anche osservatore acuto e maestro impareggiabile, capace di conoscere le abitudini della femmina d’astore a Su Pinu, delle aquile di Gollei, degli avvoltoi di Sos Cuzos in S’Orgolesu o nelle codule di Dorgali, di Baunei e di Urzulei. Capace di leggere i pericoli, i fruscii di una nidiata, perfino i silenzi, in grado di raccontare i primi giorni di un grifone, i primi voli di Gurturju Ossariu.

In Tipi e paesaggi sardi, Grazia Deledda sintetizza questi temi parlando di una sua visita sul Bruncu Spina: <

Nella nostra gita sul Gennargentu, fu data la caccia ad uno di questi grandi e superbi abitatori delle montagne sarde. Non era dei più grandi, eppure quando piombò e giacque a terra, all’ombra di una roccia, tra i fiori della genziana, grande, maestoso, col petto metallico insanguinato e i ferrei artigli, contratti in uno spasimo d’ira,  non so, mi parve vedere un guerriero armato caduto in battaglia, tanta solennità di forza vinta spirava. Conservo ancora gli artigli ridotti a due candelieri !>>.

Dietro questo straordinario volume di Domenico Ruiu c’è la profondità di una storia, un retroterra di osservazioni compiute nel tempo da pastori, cacciatori, gente comune, conoscenze, informazioni sul patrimonio bio-ornitologico della Sardegna, ma anche un lungo cammino personale iniziato più di cinquanta anni fa a Nuoro quando il bambino si innamorò commosso di questo grifone prigioniero e furente che veniva condotto per le strade della città come un trofeo o un drago mostruoso che emetteva suoni e lamenti e rimandava a un mondo fatto di mistero e di vita vera. Da allora tanta strada, tante difficoltà, tanti sacrifici personali, anche tante incomprensioni e ostilità. Ho visto Domenico all’opera a Bosa, lungo le falesie del Marragiu o verso i costoni di Badde ‘e Orca a Montresta, assieme al nostro compianto Helmar Schenk, l’ornitologo scomparso un anno fa, a studiare le abitudini dei grifoni, a farci conoscere un mondo incantato al quale noi stessi ci accostavamo per la prima volta con incredulità e sorpresa, finalmente con rispetto. L’ho visto in Barbagia a discutere sul Parco Nazionale del Gennargentu voluto dalla Provincia di Nuoro e a seguire negli anni 80 la difficile redazione e poi la stentata applicazione dal 1989 della legge 31 per l’istituzione e la gestione dei parchi, delle riserve e dei monumenti naturali, nonché delle aree di particolare rilevanza naturalistica ed ambientale. Una battaglia che ha incontrato resistenze e incomprensioni (penso alle spiritose polemiche sugli accoppiamenti dei grifoni a Bosa), che oggi vediamo vinta anche in quei luoghi che più hanno resistito e che non volevano capire.

In questi anni Domenico ha continuato con passione a coltivare le sue curiosità, le sue ricerche, la sua attività, con pazienza, con attese e con successi veri,  creando reti di appassionati, legandosi alle associazioni naturalistiche da Legambiente alla Lipu, dal WWF al Club alpino, ma anche collaborando con gli Enti locali in qualche caso inizialmente ostili,  alimentando la sua straordinaria conoscenza del territorio e delle abitudini dei rapaci. Oggi credo sia diventato uno tra i più grandi fotografi naturalisti europei, proprio per questa sua abilità, ha recentemente osservato Piero Mannironi, di entrare in questo mondo parallelo abitato dai rapaci senza essere un intruso, senza far percepire la propria presenza, imparando a scivolare silenzioso come un’ombra fra picchi rocciosi, gole profonde, boschi ombrosi e glabre falesie.

Queste immagini ci portano in luoghi impervi e difficili da raggiungere, a Bosa ma anche in tanti altri luoghi nell’isola e fuori dall’isola fino alla Finlandia e all’Alaska, in tante montagne solitarie e appartate, in tanti costoni selvaggi, con appostamenti durati ore e giorni, per raggiungere con faticose arrampicate spazi alpestri quasi inaccessibili per un fotografo appassionato che però non dispone delle ali come i suoi amici.

Le immagini che vediamo in  questo volume di Publinova finiscono per essere un punto di arrivo, espressione delle esperienze di generazioni e generazioni di uomini, che hanno osservato i rapaci quasi con un sentimento religioso, con un mistero che è anche  frutto delle percezioni di un intero popolo, in relazione al paesaggio e  in rapporto alla natura, perché dietro c’è tutta la letteratura sarda quando si china a descrivere il paesaggio, secondo Dino Manca con <>. <topos questo accettato e condiviso da una buona parte degli autori sardi, cioè di un microcosmo proprio perché malfatato e dolente, orgogliosamente difeso e, da taluni, significativamente proiettato in una dimensione edenica se non trasfigurato in un luogo di evasione mitica, dove la natura è comunque percepita come spazio idillico, incontaminato, carico di emozioni e suggestioni incantatorie: Così in Mararcanda di Francesco Zedda, un luogo dove le aquile si levano in volo sulla cima del monte Corrasi, . verso Oliena, dove l'occhio può spaziare da Sas Treccas a Lillobè, da Filistorro a Osposidda; fino al Cedrino che con le sue acque luminose scorre salta canta scendendo verso il mare. <>.

Sullo sfondo di paesaggi edenici l’isola è restituita e intesa, nelle pagine di tanti scrittori sardi, come luogo mitico e come archetipo di tutti i luoghi, terra senza tempo e sentimento di un tempo irrimediabilmente perduto, spazio ontologico e universo antropologico entro cui si consuma l’eterno dramma del vivere. Dentro questa rappresentazione del paesaggio sardo, non poteva mancare la fauna propria del territorio: ovini, bovini, suini, rapaci, falconidi et alia. Tutta l’opera deleddiana e sattiana è attraversata dalla presenza, descrizione, rappresentazione, proiezione antropomorfa e simbolica di rapaci (aquile o nibbi o astori o falchi o sparvieri), che nei titoli, nei nuclei tematici e narrativi o nelle sole unità descrittive contengono dentro la rappresentazione del paesaggio sardo la presenza dei rapaci. . In qualche caso ci rimangono racconti, poesie o romanzi i cui personaggi nelle loro attribuzioni fisiche e morali rimandano per similitudine o per metafora alle attribuzioni e alle caratteristiche proprietarie dei rapaci.

Così l’aquila ne La casa del poeta di Grazia Deledda, sulla rocca medioevale, sopra un borgo grifagno, in cima ad un monte di pietre che parevano blocchi di acciaio: Elia ricordava di aver veduta arrivare l’aquila, tutta ricca di piume, di superbia e di inesperienza, e posarsi sulla rocca come lo stemma sopravvivente degli antichi signori del luogo. Era stato lui a catturarla: dopo averle spezzato un'ala con un tiro di pallini, l'aveva presa, grande, dura e palpitante, le penne fulve insanguinate, e se l'era stretta al petto con rimorso e pietà. Adesso vivevano assieme, soli, lui in una stanzaccia terrena che doveva essere stata una sala d'armi, l'aquila in un cortiletto attiguo, appollaiata su un mozzicone di quercia, sopra una fila di cavoli bluastri.

Come dimenticare i falchi di Canne al vento, quando l’aurora pareva sorgere dalla valle come un fumo rosso inondando le cime fantastiche dell'orizzonte. Monte Corrasi, Monte Uddè, Bella Vista, Sa Bardia, Santu Juanne Monte Nou sorgevano dalla conca luminosa come i petali di un immenso fiore aperto al mattino; e il cielo stesso pareva curvarsi pallido e commosso su tanta bellezza. Ma col sorgere del sole l'incanto svanì; i falchi passavano stridendo con le ali scintillanti come coltelli, l'Orthobene stese il suo profilo di città nuragica di fronte ai baluardi bianchi di Oliena; e fra gli uni e gli altri apparve all'orizzonte la cattedrale di Nuoro.

In Marianna Sirca Grazia Deledda descrive un lungo appostamento che mi ricorda la pazienza di Domenico Ruiu, con  le aquile marine che stridevano  fra le grandi rocce nere, forse scogli che il mare ritirandosi aveva lasciato scoperti. Tutto era silenzio; nell'ombra sotto la montagna pochi lumi brillavano nel paesetto e si spegnevano e si riaccendevano, scintille in un focolare coperto di cenere: di tratto in tratto un alito lieve di vento frugava le macchie e portava l'odore del mare; e la rete d'oro delle stelle si abbassava sempre più sulla terra silenziosa. Erano luci vaghe della sua coscienza, simili ai guizzi di chiarore che sfioravano il cielo sopra le montagne della costa e non erano lampi. Le ore passarono, il cielo si separò dal mare e le aquile stridettero. Così tutto fu rosso, dopo l'argento dell'alba; poi tutto oro e azzurro; e il vento sbatté gli alberi contro il cielo; passarono le nuvolette bianche d'estate, i falchi e i nibbi; il sole fu in mezzo al cielo e la conca dell'acqua lo rifletté intero.

In Cani da battaglia, attorno a Perda Liana, ai raggi del sole morente, Sebastiano Satta presenta un quadro colorato animato dalle aquile:

Aquile nere vanno incontro al sole,

Alte divine; Gennargentu splende

Nella gran sera cinta di viole.

A me è particolarmente caro Antioco Casula, Montanaru, il poeta di Desulo, quando ricorda gli arestes istores che calano da Punta Paolina fino al mare.

Moven dae s’altura

sos istores cun boghes de rapina,

e cantat sa natura

dae sas puntas finz’a sa marina.

Cun largu giru ala

totta ti esto dae serr’in serra

cund’una este ’e gala

sas tuas tancas tristas, sarda terra.

Nelle Memorie del  tempo di Lula, Antonino Mura Ena  si colloca proprio al centro del sistema culturale sardo, sullo sfondo del Monte Albo. Il capolavoro, Il cacciatore delle aquile, racconta di Emanuele, il ragazzo malato che voleva diventare allevatore di aquile, capace di inventare storie intorno alla tomba del suo aquilotto: perché le aquile vengono a trovare le tombe dei loro figli. Hanno la vista lunga e l'odorato acuto. Volano in alto e avvertono se i loro figli sono sepolti. Allora vanno a trovarli. Anche presso la tomba del suo aquilotto verrà sicuramente qualche aquila.

Al di là della Sardegna, i rapaci hanno avuto un ruolo nella fantasia e nelle culture dell’uomo probabilmente fino dalla Preistoria.  Vorrei però concentrarmi in conclusione sulla fase romana della storia del mondo.  Una serie di episodi, ricchi di elementi di derivazione mitografica, riportati dalle fonti storico letterarie rendono ancora ben vivo al lettore di oggi il rapporto di profondo rispetto che intercorreva tra il popolo di Roma o meglio di tutto il Lazio antico e alcuni uccelli rapaci come l’avvoltoio, l’inquietante vultur e la possente aquila. Il rispetto era determinato non soltanto dal timore per l’aspetto e le dimensioni di questi uccelli quanto piuttosto dalla convinzione che essi si muovevano all’interno della sfera del sacro, quasi si trattasse di una sorta di tramiti tra il numen delle divinità e gli esseri umani.

Conosciamo bene il ruolo decisivo dell’avvoltoio nella vicenda della disputa per la conquista del potere tra i due gemelli Romolo e Remo: sarebbe diventato re della nuova città che i gemelli intendevano fondare il primo che avesse ricevuto degli auspici tratti dal volo degli avvoltoi; Remo, salito sull’Aventino, vide per primo sei vultures in volo, d’altro canto Romolo dalla sua postazione sul Palatino ne scorse il doppio ma per secondo in ordine di tempo, la discussione tra fratelli si concluse tragicamente con l’uccisione di Remo da parte di Romolo. Ciò che oggi voglio altresì sottolineare è che il vultur sembra avere un ruolo ambivalente, da una parte quello di rappresentare la presunta volontà divina dall’altro quello di preannunciare un evento negativo, come in questo caso quello della morte di Remo.

Per quanto riguarda l’aquila, essa per i Romani era stata ab origine un simbolo di regalità e potere, ciò è senza dubbio un topos culturale e non solo nell’antichità classica, ma in ambito latino-romano la derivazione di tale valenza simbolica va collegata al mondo etrusco e alla pratica dell’aruspicina e della divinazione, annunciando a Tanaquilla l’ascesa al trono di Tarquinio Prisco.  Sono le aquile simbolo del potere di Giove che proteggono la marcia delle legioni romane e che diventano identificative e protettrici dei corpi militari già dal secondo consolato di Gaio Mario dopo Giugurta.

Del resto non si può non fare cenno alla figura mitologica, nata nel mondo greco e poi riadattata per il pubblico romano nell’Eneide di Virgilio, creata ad hoc per mettere in evidenza la paura innata nei confronti dei predatori pronti a compiere incursioni rapaci sulla terra; mi riferisco alle orrifiche arpie, uccelli rapaci dal bel volto di donna capaci di depredare le mense riccamente imbandite e di insozzarle con il loro tremendo fetore, arrivando con terribili stridi. Nel III libro dell’Eneide questi rapaci dal volto femminile vivevano alle isole Strofadi, là dove giungono Enea, il padre Anchise e i profughi troiani, reduci da una burrasca: i Troiani dopo aver ucciso capre e buoi e aver allestito un banchetto per cibarsi di queste carni vengono attaccati dalle arpie, che scuotono le ali con grandi clangori e predano (diripunt) le vivande, e con il loro immondo contatto contaminano tutto.

Sarebbe bello addentrarsi nell’affascinate e dettagliata descrizione scientifica e naturalistica del mondo dei rapaci tramandataci da Plinio il Vecchio nel X libro della Naturalis historia. Qui un posto speciale è occupato dall’aquila, con una dettagliata classificazione di sei distinti tipi, il melanaetos o leporaria, di colore scuro, il pygargus dalla coda bianca; il morphnos, l’aquila dei bacini lacustri, nerissima, con i denti e senza lingua, il percnocterus o oripelagus simile ad un vultur e con le stesse caratteristiche predatorie, capace solo di portare in volo prede già morte; il gnesion di colore rossastro e infine l’haliaetos dalla vista acutissima, grande pescatore. Vi era poi la specie delle aquile denominata barbata che gli Etruschi definivano ossifraga, per la sua abitudine di cibarsi delle ossa delle sue prede dopo averle spezzate, facendole cadere dall’alto, che è stata avvicinata al gipeto. C’è da meravigliarsi per questa staordinaria messe di notizie riportate da Plinio con capacità quasi documentaristica: ed ecco le tecniche di caccia delle aquile, i tipi di prede: quadrupedi, cervi, serpenti che a loro volta tentano di predare le uova dell’aquila; le curiosità: la pietra aetite inglobata nel nido di alcune specie di aquile, una pietra che ne contiene un’altra quasi che si trattasse di un utero, dalle capacità curative; e poi la classificazione delle sedici specie di accipiter, di falco, il rapporto suggellato dalla caccia tra uomo e accipiter, il cybindis, il falco notturno che lotta selvaggiamente con l’aquila tanto che spesso vengono catturati stretti l’uno all’altro; e lo straordinario nibbio dal quale gli uomini osservandone il volo attraverso il vario piegarsi della coda hanno imparato l’arte di governare le imbarcazioni col timone: «in caelo monstrante natura quod opus esset in profundo» e del resto anche gli avvoltoi per timone usano la coda. Per Plinio poi il grifone, il gryphas è davvero una creatura favolosa dell’Etiopia: «et gryphas aurita aduncitante rostri fabulosos» al pari dei pegasi creature alate dalla testa di cavallo della Scizia. Dopo avere accompagnato molti imperatori, l’aquila diventa cristiana e compagna dell’evangelista Giovanni. Nel Medioevo assume un valore araldico e grazie agli Asburgo il simbolo dell’aquila a due teste si diffonde ovunque, utilizzato per sintetizzare l’idea di impero sovrannazionale, ma adottata anche da varie rivoluzioni e sommosse della prima metà del XIX secolo.

Desidero concludere. Plinio racconta che nella città di Sesto (nel Chersoneso Tracio) era celebre la gloria di un’aquila: allevata da una ragazza dolce e delicata, l’aquila le dimostrava gratitudine portandole prima uccelli, poi cacciagione; alla fine, dopo che la fanciulla morì e fu acceso il rogo, l’aquila vi si gettò sopra e si lasciò bruciare insieme a lei. Per questo episodio gli abitanti eressero in quel luogo un monumento celebrativo, un vero e proprio heroon, chiamato di Giove e della Vergine, perché l’aquila è l’uccello sacro a quel dio che aveva amato la giovane.

Questo libro fa riemergere attraverso le immagini tanti ambienti naturali che amiamo, tante storie dimenticate, tanti rapporti tra cielo e terra, lasciandoci l’impressione forte di seguire il volo di un dio, di assumere per un istante magico lo sguardo di un genius loci che ancora ci parla.


  • Ringrazio per la collaborazione i miei carissimi Dino Manca, Paola Ruggeri, Dolores Turchi, Barbara Wilkens.
Ultimo aggiornamento Giovedì 23 Maggio 2013 09:49

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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