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Presentazione della mostra antologica "Sentimenti e colori d’oriente"

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 24 Giugno 2013

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Attilio Mastino
Presentazione della mostra antologica
Sentimenti e colori d’oriente di Leokdia Sas Buffoni
Sassari, 14 giugno 2013

Attraverso le opere di Leokadia Sas Buffoni riscopriamo oggi sentimenti e colori d’oriente, con i profumi, i sapori, le sensazioni di un mondo lontano che amiamo soprattutto per il mistero. Complessivamente questi 25 pezzi (un paravento, 6 rotoli, molte altre opere su carta di riso e in seta) ci presentano una visione della vita che è innanzi tutto fondata sulla serenità, sull’equilibrio, sulla pace: il primo pannello contiene un richiamo ai principi della filosofia Tao, che ci rimanda al vecchio maestro Lao Tzou e al VI secolo a.C., per i quale la via per comprendere il sistema del Taoismo passa su un’armonia del mondo fondata su tre diverse prospettive, che incanalano desideri e risonanze, l’universo, la terra, l’uomo.

L’universo con questo cielo straordinario che sovrasta ogni cosa con le nubi, con le nebbie ma anche con i colori delle stagioni; i fiori come i narcisi della primavera o i crisantemi colorati dell’autunno, e poi i paesaggi orientali, le lagune incantate, i dirupi, le colline, gli alberi, l’ambiente naturale ma anche il paesaggio trasformato dall’uomo con i ponticelli per attraversare con eleganza gli specchi d’acqua, le case, gli spazi sempre misurati attraverso la figura umana. Non c’è paesaggio che non sia dimensionato all’uomo protagonista, perché l’uomo è la misura di tutte le cose, anche dell’universo e della terra, è il punto di riferimento costante per la pittrice così come per il filosofo.

La figura del filosofo compare più volte, certo con una ripresa di maniera che recupera un retroterra di esperienze e di letture precedenti, ma che pure viene reinterpretata con il viso di una persona cara. Se c’è un tema di fondo in questa mostra è quello del rapporto che Leokadia Sas Buffoni istituisce  tra una tradizione antica e vitale e un’interpretazione originale che ci porta il sapore fresco della novità e della vita vera. Attraverso i suoi maestri, in particolare attraverso l’insegnamento del prof. Chen Bing Sun, la pittrice si riconosce in un genere, si colloca nel quadro di un’arte raffinata ma anche irrigidita e standardizzata in un canone come quella cinese. Eppure riesce a parlare con originalità e con gusto.

Dunque la pittura che diventa pretesto per riflettere sui principi, la libertà rappresentata dai cavalli al galoppo, la consonanza di affetti, la sinergia, la fedeltà coniugale (come quella rappresentata dalle coppie di pavoni o di fagiani), la saggezza (quando si richiamano i poeti o i filosofi), la gioia (attraverso i crisantemi colorati), la ammirazione per la longevità (rappresenta dal pino), la purezza e l’innocenza (simbolizzata dal fiore di loto).

Basta guardare la vetrinetta degli attrezzi, i pennelli, i timbri,  per capire le difficoltà tecniche di una pittura come questa, questi acquarelli su carta di riso o su seta, con le lettere che fanno immaginare studi di calligrafia, con soggetti ripesi dalla tradizione culturale cinese ma originale per tante suggestioni nuove, con i colori straordinari delle stagioni. Eppure apprezziamo particolarmente  i lavori in bianco e nero, che con pochi tratti riescono a creare un’atmosfera, un ambiente, un rapporto intenso.

Anche la prospettiva sul piano tecnico non ha nulla di occidentale, ma rimanda a un’arte millenaria, ad una dimensione artistica nobile, se le tecniche più antiche risalgono al XII secolo, alla dinasti a Sung prima dell’arrivo in Cina dei Mongoli. E se è vero che gli imperatori cinesi amavano la pittura. Con le sue belle espressioni Antonio Debidda parla di una padronanza tecnica che sorprende, perché Leokadia ha introiettato in modo prodigioso tecniche e sensibilità orientali, anche modi di vivere, di osservare l’orizzonte, di leggere il mondo, di sognare partendo da nostalgie e da rimpianti, che ci conducono in Cina, ma toccano il Giappone, la Corea, il Regno Unito, per tornare in Polonia e giungere infine in Sardegna: con una dimensione internazionale che è veramente il senso ultimo di queste immagini dolci e delicate.

Vorrei concludere con il quadro che raffigura il fiore di Loto, che collega insieme tradizioni diverse, quella cinese per la quale il loto è simbolo di purezza e di innocenza e . quella greca, che immagina il Loto come una droga che fa dimenticare la patria e il ritorno.

Omero nel IX libro dell’Odissea racconta la leggenda della terra dei Lotofagi, terra alla quale Ulisse accompagnato da tutti i suoi compagni riesce ad approdare dopo un tremendo uragano e una terrificante tempesta, durata nove giorni, che ha trasportato la flotta spinta dal vento Borea lontano dalla terra dei Ciconi e dal pericolosissimo Capo Malea (a Sud del Peloponneso), fin verso il fondo dl Mediterraneo, il favoloso “muchòs” dal quale le navi arenate nella Grande Sirte non riescono più a partire.

Qui abitavano i lotofagi, il leggendario popolo di pacifici mangiatori di loto, un cibo delizioso che dava l’oblio: è un itinerario tempestoso collocato nel tempo mitico nel quale Apollonio Rodio immagina la rotta degli Argonauti, così come Virgilio rappresenta il viaggio di Enea e dei Troiani, prima di giungere alla Cartagine di Didone.

Strabone identificava la terra dei lotofagi con l’isola di Meninx, l’attuale Djerba, nella Piccola Sirte, dove alcuni compagni di Ulisse per aver assaggiato i frutti del fiore di loto, i frutti dolci e piacevoli dalle virtù leggendarie, dimenticarono la patria e il ritorno.

Chi di essi mangiava il dolcissimo frutto del loto – narra Omero – non aveva più voglia di tornare e di raccontare ciò che aveva visto, ma preferiva restare là tra i lotofagi e cibarsi di loto, e obliare il ritorno. Ritorno a cui l’eroe Ulisse a forza dovette costringerli – piangenti – prima di partire per l’isola dei Ciclopi, forse la Sardegna.

A Djerba all’epoca di Augusto ancora si mostravano le prove del viaggio di Ulisse e un altare all’eroe a ricordo di quei frutti ospitali che seducevano tanto gli stranieri e i viaggiatori da far loro dimenticare la patria.

Ulisse rappresenta il prototipo dell’esploratore, il viaggiatore per eccellenza. E ciò sia nell’interpretazione classica come nell’interpretazione medioevale e moderna. Dante Alighieri descrive l’Ulisse che è in noi, l’uomo destinato a seguir virtute e canoscenza, che egli ammira perché un eroe insaziabile di sapere e di conoscere sa rischiare la sua vita per fare esperienza.

I viaggi di Leokadias Sas Buffoni non sono stati forse altrettanto  avventurosi:  eppure i suoi quadri ci parlano di un mondo lontano, sintetizzato nel fiore di loto o in un paesaggio, temi che rimandano a un ordine interiore, al desiderio di pace e di serenità, ad una dimensione che segna anche una pausa di riflessione, a un legame che non si spezza neppure con il tempo.

In questi colori d’oriente c’è però anche la Polonia di un tempo lontano, come nei panorami innevati dell’inverno.

C’è persino la Sardegna, come con i cavalli al galoppo simbolo di libertà o nei melograni di Bancali.

C’è infine il legame forte e intenso con Nando Buffoni che si scorge nelle fattezze di un filosofo amico.

Ultimo aggiornamento Lunedì 24 Giugno 2013 08:40

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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