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Saluto introduttivo al XX Convegno de L’Africa Romana.

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Scritto da Administrator | 25 Settembre 2013

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Attilio Mastino
Saluto introduttivo al XX Convegno de L’Africa Romana
Alghero, 26 settembre 2013

Trent’anni fa!

Giovedì 16 e Venerdì 17 dicembre 1983, in Sassari, nel salone della Camera di Commercio, in via Roma, si svolgeva il I Convegno dell’Africa romana.

Era il 1404 del calendario dei nostri amici dell’Africa maghrebina.

Il mondo era diverso eppure così uguale a quello di oggi.

Scrivevamo faticosamente le circolari ancora con le nostre macchine da scrivere meccaniche. Internet nasceva il I gennaio e il 19 gennaio si annunziava il personal computer Apple Lisa. Il 25 ottobre Microsoft propone la prima versione di Word per DOS.

Nel 1983 veniva messo in circolazione il primo telefono cellulare.

I conservatori Ronald Reagan e Margareth Teatcher reggevano le sorti degli Stati Uniti e della Gran Bretagna.

L’URSS era retta da Yuri Andropov  e Reagan proponeva, in una rinnovata stagione della Guerra Fredda, lo “Scudo spaziale”. A dicembre il premio Nobel per la pace veniva assegnato al creatore del sindacato polacco Solidarność, Lech Wałęsa.

Giovanni Paolo II, il papa venuto da lontano, proprio dalla Polonia comunista sedeva sulla cattedra di Pietro da cinque anni.

In Italia era presidente della repubblica il socialista Sandro Pertini. Nel 1983 cadeva il governo Fanfani, il parlamento veniva sciolto e dopo le elezioni Bettino Caraxi, socialista, guidava il primo governo pentapartito.

Nel Maghreb la Tunisia era retta dall’eroe dell’Indipendenza Habib Bourguiba, Chadli Benjedid era già presidente dell’Algeria, in Marocco il re Hassan II regnava da 22 anni e aveva condotto la Marcia verde anticolonialista. Dal settembre 1969 Mu'ammar Gheddafi era Comandante della Rivoluzione della Grande Jamāhīriyya Araba Libica. In Egitto dal 1981 era presidente Hosni Mubarak.

Ma torniamo al microcosmo dell’Università di Sassari.

Nel luglio 1983 era sorto il primo Dipartimento dell’Ateneo, quello di Storia, che aggregava docenti  della Facoltà di Magistero, presieduta da Pasqualino Brandis, e della Facoltà di Giurisprudenza-Corso di laurea in Scienze politiche.

Insieme al collega Sandro Schipani si organizzò un convegno sull’Africa romana: 29 i partecipanti, tra cui sette docenti dell’università di Sassari (oltre a chi parla, Brandis, Schipani, Cicu, Vismara, Brigaglia, Moravetti), una dell’ateneo cagliaritano (la cara maestra Giovanna Sotgiu), due dell’Alma Mater studiorum di Bologna (il preside di Lettere Giancarlo Susini e la collega di Epigrafia latina Angela Donati), uno dell’Ateneo di Pisa (Giorgio Bejor), 14 delle soprintendenze archeologiche sarde e dell’Assessorato alla cultura della Regione sarda ed ancora tre valorosi colleghi tunisini, Hedi e Latifa Slim e Ammar Mahjoubi, cui si sarebbe aggiunto il contributo scritto della Naidè Ferchiou, purtroppo strappata al mondo degli studi e degli affetti qualche settimana addietro. Finalmente il professor Marcel Le Glay, cattedratico della Sorbonne-Paris IV, uno dei più eminenti studiosi del XX secolo dell’Africa romana, in particolare con i suoi tre volumi del Saturne Africain.

Mi sono proposto di evitare qualsiasi atmosfera di Amarcord, né, d’altro canto, spetta a chi parla di tracciare un qualsiasi bilancio su questi venti convegni dell’Africa romana, che sarà invece presentato, tra breve, dall’amico e maestro Guido Clemente.

Eppure volgendoci con emozione a guardare indietro, a considerare la strada percorsa, constatiamo con qualche rimpianto e forse anche con un po’ di nostalgia che è trascorso un lungo periodo di studi, di ricerche, di attività, che è stato anche un lungo periodo della vita di ciascuno di noi, un percorso fatto soprattutto di curiosità e di passioni vere.

L’iniziativa dell’Università di Sassari si è sviluppata ben al di là di quanto noi stessi potessimo allora immaginare: anche l’incontro di questi giorni documenta la crescita collettiva, il coinvolgimento sempre più ampio di specialisti, l’attenzione con la quale la comunità scientifica internazionale ha seguito la nostra attività, che ha finito per colmare uno spazio importante negli studi classici. Dai nostri convegni è derivata così una rete di rapporti, di relazioni, di amicizie, di informazioni, che crediamo sia il risultato più importante dell’esperienza che abbiamo vissuto in questi anni, con il sostegno e l’incoraggiamento delle autorità e di tanti amici, i nostri amici del Magreb, i nostri amici della riva nord del Mediterraneo, i nostri amici dei nuovi continenti, i nostri studenti, gli studenti impegnati nelle imprese dell’Africa romana.

Grazie per questi legami che oggi si rinnovano e che intendiamo continuare a coltivare in futuro. Tutti insieme, abbiamo costruito uno spazio di cultura, abbiamo prosciugato gli stagni, abbiamo schiuso un nuovo territorio ai nostri studenti, senza alcuna differenza per la loro fede, la loro appartenenza a questo o a quel paese: abbiamo lavorato insieme.

Non ci illudiamo di aver creato l’ortus conclusus della scientia: esso non esiste.  Abbiamo patito il dolore delle guerre e delle violenze che hanno arso nei territori da noi tanto amati, abbiamo gioito della forza giovanile delle rivoluzioni fiorite, lontano dal male della violenza e della sopraffazione, abbiamo trepidato affinché la nostra comune costruzione proseguisse, mattone dopo mattone.

Ma non ci siamo arresi: tutti noi, anche nelle condizioni difficili e terribili di questi trent’anni e in particolare di questo inizio di XXI secolo, abbiamo proseguito il nostro impegno di costruire ponti fra le due rive del Mediterraneo: come posso dimenticarmi dell’amicizia caldissima, affettuosa, gratuita riservatami da tutti i cari colleghi in terra d’Africa a partire da quel 1982, d quel dolce mese di settembre che mi rivelò d’incanto le filigrane della storia dell’Africa romana dall’alto dell’Hotel Reine Didon sulla collina Byrsa? Le impronte toponomastiche, archeologiche, filologiche, epigrafiche che consentivano di leggere il mosaico composito e ricchissimo di tradizioni, libiche, fenicie, puniche, romane, vandale, bizantine, islamiche che mi si parava di fronte: la cultura romana che assemblava le mille storie africane e che veniva accolta nella civiltà berbero-islamica dal volgere del VII secolo d.C.

Come posso dimenticare il denso caffè turco offertomi a Cartagine dal nostro maestro Azedine Beschaouch, nel palazzo cinto di gelsomini sul mare, in quella nuova Carthage, che eredita in filigrana tutte le civiltà?

Mi scorderò mai la lunga e appassionata storia dei nostri scavi di Uchi Maius, offertici dall’ Institut National du Patrimoine di Tunis insieme all’amicizia del caro Mustapha Khanoussi, nelle colline di Henchir ed Douamis? E Numlulis, Agbia, la Uthina di Habib Ben Hassen e Antonio Corda.

O gli scavi di Zama Regia, di Piero Bartoloni  e Ahmed Ferjaoui, a dominio della vallata che vide nel 202 a.C.  le truppe di Annibale e di Scipione confrontarsi in un prodigioso duello ?

O la scoperta della città sommersa di Neapolis, presso Nabeul, con il caro Mounir Fantar e tutta l’équipe tunisino-oristanese? E poi l’isola delle Sirene, Djerba e il deserto di Tozeur.

Potrò dimenticarmi di Lixus, nella Mauritania Tingitana, e le ricerche generosamente condotte grazie ai nostri amici Aomar Akherraz e Ahmed Siraj? E l’arco di Caracalla a Volubilis che abbiamo voluto sui nostri manifesti nella foto di Piero Bartoloni ? L’emozionante scoperta assieme a Geza Alfoeldy sull’epigrafe di Tetouan che ci ha conservato il nome inedito del castellum tamudense ?

Ho lasciato per ultimi due grandi paesi dell’immenso Maghreb: l’Algeria e la Libia. La conoscenza dei paesaggi urbani e rurali di queste nazioni, le ribollenti acque di Hammam Essalihine nel castello fortificato delle Aquae Flavianae, Mascula, l’attuale Kenchela, Hippona e Tagaste, le città dell’africano Sant’Agostino mi ritornano alla mente. E poi Theveste, Lambaesis, Diana Veteranorum, Cuicul, luoghi incredibilmente evocativi e ricchi di storie che ancora ci parlano.

Infine il gigantesco circo di Lepcis Magna sul Mare Mediterraneo, il porto severiano che conserva l’impronta incandescente del potere degli imperatori africani, la basilica; la villa marittima di Tagiura: il tempio di Iside di Sabratha, erto ancora sul mare in cui si svolgeva annualmente al rifiorire della primavera il navigium Isidis.

Fino a Cirene, alle grotte che per gli antichi hanno ospitato gli amori di Apollo e della sua ninfa, prima della nascita di Aristeo, il dio delle cose migliori.

Non sono queste elencazioni di un viaggiatore ottocentesco nelle terre della Barberia. Sono invece viaggi di studio, ricerche archeologiche epigrafiche, compiute in tanti anni con i nostri giovani, lasciatemi dire “i nostri giovani” in tutta la pregnanza del termine, quelli del Maghreb e quelli delle nostre Università.

Nei nostri convegni si sono incontrate tante storie diverse, sono state condensate tante esperienze, tante straordinarie imprese internazionali che hanno coinvolto tanti colleghi di tante altre università. Insieme abbiamo percorso l’Africa romana, intesa come raccordo e scambio di culture diverse: quelle anteriori dagli autoctoni berberi e numidi la cui parlata risuona ancora, e dei fenici, quelle posteriori fino ad oggi.

Raimondo Zucca mi ha raccontato un episodio avvenuto pochi giorni fa, una sera di questo mese di settembre nella Grande Moschea di Nabeul in Tunisia, quando  sono entrati, privi di calzature, i nostri studenti tunisini e sassaresi nell’ora serale della preghiera.

Un giovane di Nabeul ha lasciato la sala della preghiera e si è fatto incontro ai nostri. Li accoglieva e offriva loro un rametto profumato di basilico, dalle foglie piccole, come quelli dei monasteri ortodossi. Si è voluto intrattenere con loro per spiegare che Dio era il padre di tutti musulmani, ebrei e cristiani e che tutti erano fratelli. Riecheggiavano in quei pensieri le parole che papa Francesco (che abbiamo incontrato a Cagliari la settimana scorsa) aveva rivolto ai musulmani “nostri fratelli”. Quel giovane islamico ci consegna con quel rametto profumato il senso profondo della nostra costruzione comune dell’Africa romana, il senso di un’attenzione e di un rispetto che vogliamo affermare, il desiderio di un incontro e di una speranza. Benvenuti in Sardegna.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Settembre 2013 21:30

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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