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Saluto introduttivo all’VIII Congresso internazionale di studi fenici e punici.

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Scritto da Administrator | 21 Ottobre 2013

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Attilio Mastino
Saluto introduttivo all’VIII Congresso internazionale di studi fenici e punici
Carbonia 21 ottobre 2013

Cari amici,

può apparire paradossale che a partecipare ai Mysteria iniziatici, ai sacra di questo Ottavo Congresso internazionale di studi fenici e punici (Dal Mediterraneo all’Atlantico: uomini, merci e idee tra Oriente e Occidente) sia stato ammesso anche un profano come me che si occupa di storia imperiale romana: debbo questo onore all’amico Piero Bartoloni, al quale mi legano sentimenti di simpatia, di amicizia di stima che vanno ben oltre il piano professionale.

Lasciatemi esprimere in apertura l’ammirazione per la sua straordinaria attività scientifica, per le tante imprese archeologiche nazionali e internazionali da lui dirette, per la sua scuola schierata in prima fila con gli allievi Michele Guirguis, Gabriele Carenti, Sara Muscuso, Rosanna Pla Orquin, Elisa Pompianu, Antonella Unali. Mi ha sempre colpito la sua fedeltà al Maestro Sabatino Moscati, che ha fondato la serie dei vostri Congressi a Roma nella Sede centrale del CNR tra il 5 e il 10 novembre 1979, dieci anni dopo la nascita del Centro di studio per la civiltà fenicio punica del CNR.  Piero Bartoloni ha voluto che a Palazzo Segni a Sassari presso il nostro Dipartimento di Storia venisse ospitato il Centro di studi interdisciplinari Sabatino Moscati, con la preziosa donazione dei volumi del Maestro. Qui coltiviamo insieme tanti progetti per il futuro.

Lasciatemi allora portare il saluto dei colleghi dell’Università di Sassari in occasione di questa solenne cerimonia inaugurale, che vuole innanzi tutto segnare la continuità tra gli studiosi, anche il debito di riconoscenza per chi ci ha preceduto. E insieme il senso di gratitudine per chi ha scelto la Sardegna per questa ottava sessione dei vostri incontri, per il Comitato Scientifico internazionale presieduto da M’hamed Hassine Fantar, laureato ad honorem nel nostro Ateneo, per il Comitato Scientifico Nazionale, per il Comitato d’onore, per la Segreteria organizzativa, per tutti i partecipanti, provenienti da oltre venti  paesi.  Benvenuti in Sardegna.

Fu proprio Fantar a organizzare a Tunisi nel novembre 1991 il terzo Congresso, dopo il secondo di Roma del 1987. Da allora in poi i successivi congressi si sono celebrati ogni quattro anni nelle sedi di Cadice, di Palermo, di Lisbona e di Hammamet. Proprio ad Hammamet nel 2009, Maria Eugenia Aubet presentava al VII Congresso Internazionale di Studi Fenici, la sintesi sui Fenici e i Cartaginesi nel Mediterraneo curata da Sandro Filippo Bondì in cui la Sardegna occupa un posto rilevante; nello stesso anno usciva il volume di Piero Bartoloni su I Fenici e i Cartaginesi in Sardegna; l’anno dopo quello di Paolo Bernardini su Le torri, i metalli, il mare. Storie antiche di un’isola mediterranea. Ma, soprattutto, il 2009 è segnato dalla monumentale edizione degli scavi del Foro di Nora, opera d’eccellenza per il rigore e la completezza documentari, curata da Jacopo Bonetto, che ha riaperto, con i dati straordinari sull’insediamento fenicio e punico nell’area del foro,  la riflessione sugli itinerari di ricerca che rappresentano il cuore dell’indagine sui Fenici.

In tutti questi anni si era più volte ventilata l’opportunità di celebrare il Congresso proprio in Sardegna, ma non vi era mai stata la possibilità concreta di riuscirci davvero. Finalmente quest’anno è stato possibile, grazie all’impegno di Piero Bartoloni, di realizzare quello che per alcuni è stato un sogno. Ma Sabatino Moscati, Ferruccio Barreca, Gianni Tore e altri studiosi a noi tutti cari, ma ormai scomparsi, sono comunque accanto a noi e gioiscono di questo evento.  Nei giorni scorsi ho ricordato con rimpianto proprio Gianni Tore ad Alghero in occasione del XX Convegno de L’Africa Romana, a quindici anni dalla scomparsa

Grazie allora a quanti hanno consentito che questo evento potesse concretizzarsi, grazie a Tore Cherchi, già presidente della Provincia di Carbonia Iglesias e a Marinella Grosso assessore al turismo. Grazie a Roberto Neroni, commissario della Provincia. Grazie ai Sindaci di Carbonia Giuseppe Casti, di Sant’Antioco Mario Corongiu, di Calasetta Antonio Vigo e di Villamassargia Francesco Porcu.

Cari amici,

l’Università di Sassari vi accoglie con orgoglio in Sardegna, sperando che questa settimana di incontri, di relazioni, di dibattiti, sia anche un’occasione feconda per conoscere nel profondo quella che un commentatore di Platone chiamava l’isola dalle vene d’argento. Voi studierete le fasi di formazione e di sviluppo degli insediamenti fenici in stretta relazione con le problematiche di interrelazione tra i fenici e le comunità autoctone della Sardegna e con i momenti di trapasso e di trasformazione dalla fase fenicia a quella cartaginese. Parlerete di abitati e vita quotidiana, di arte e di artigianato, di interazioni culturali, sostrati e adstrati, di necropoli e riti funerari, di religione e archeologia del sacro, di epigrafia, di filologia,  di numismatica, di storia in una dimensione che è insieme interdisciplinare e davvero mediterranea. In questo orizzonte vorremmo che dedicaste una particolare attenzione alla Sardegna, a Nora, la città più antica dell’isola per Pausania e Solino, che la vogliono fondata da Norace proveniente da Tartesso, figlio di Ermes e Erizia, la ninfa di Gades. Bondì ha parlato di un rimbalzo dei fenici dall’Iberia, arricchitisi con il commercio dell'argento iberico e quindi defluiti verso la Sardegna meridionale, per fondare la loro prima colonia, Nora, utilizzata come una vera e propria base di partenza per l'ulteriore colonizzazione dell' Occidente, in un quadro davvero mediterraneo. E poi gli altri insediamenti costieri fenici: a iniziare da Sulky, dove un solido impianto urbano coloniale pare attestato fin dall’VIII sec.a.C..

Vorrei ricordare che l’Ateneo sassarese è impegnato a Sant’Antioco (e nella vicina Monte Sirai) a partire dal 2000; il cantiere di scavo aperto nel sito del Cronicario, diretto da Piero Bartoloni, fiore all’occhiello delle ricerche fenicio-puniche in Sardegna, prosegue ininterrottamente fornendo dati, documenti e studi di sintesi su particolari tematiche e classi di materiali di cospicuo interesse, puntualmente editi.  Accanto a Sulky vi sono Karalis e Bitia,  Tharros, Othoca e Neapolis, per le quali da più parti, inizia a sostenersi una fisionomia di fondaco o enoichismòs sviluppatosi all’ombra degli assetti organizzativi indigeni e a stretto contatto fisico con le comunità nuragiche, come potrebbe verificarsi nel giacimento oggi più significativo sotto questo particolare aspetto: Sant’Imbenia, nel golfo di Alghero, altro “faro” della ricerca dell’Università sassarese sotto il coordinamento magistrale di Marco Rendeli

Non posso qui né mi compete addentrarmi nella complessità della tematica che ho evocato; ma vorrei ricordare in questo contesto della ricerca almeno il caso di Tharros e di Othoca.  Nel primo sito le indagini dell’Università di Sassari curate da Raimondo Zucca hanno prodotto un completo rovesciamento della nostra percezione del primo insediamento fenicio nel sito, postulando su solide basi documentarie l’esistenza di un primitivo approdo emporico ai margini dell’attuale laguna di Mistras e a ridosso del moderno borgo di San Giovanni di Sinis.  Nel secondo, l’Ateneo sassarese, rappresentato da Raimondo Zucca, Pier Giorgio Spanu e Paolo Bernardini, ha avviato gli scavi nell’area di Is Olionis, sede dell’abitato fenicio, dove, a giudicare dai dati preliminari, un centro di tipo urbano non sembra precedere momenti di fine VII sec.a.C.

Credo sia prudente per me fermarmi sulla soglia del vostro incontro, anche se mi preme osservare come la problematica dell’interrelazione tra Fenici e indigeni si allarga ora ad una valutazione più matura della cultura indigena che si sviluppa tra l’età del Ferro e l’età orientalizzante grazie ad una nuova rilettura dei principali ripostigli e complessi di bronzi di votivi legati agli insediamenti di santuario, al ritrovamento di significativi contesti chiusi in aree cruciali per il tema dell’interrelazione, come, di nuovo, Sant’Imbenia, alla scoperta di alcuni peculiari oggetti “esotici” in contesti indigeni come l’anfora iscritta fenicia di Arcu Is Forros o lo spillone con problematica iscrizione da Antas, alle riflessioni sulla componente orientale presente sulla notissima produzione della statuaria di pietra di Monte Prama in territorio di Cabras; si inserisce in questa trama il recente studio di Raimondo Zucca sulla circolazione di segni scrittori di origine cipriota, fenicia e greca nelle comunità indigene della prima età del Ferro.

Non meno determinanti sono i progressi della ricerca sulla fase di trapasso e di trasformazione dalla fase fenicia a quella cartaginese e che impongono una lettura più articolata e duttile dell’avvio della presenza punica nell’isola che supera progressivamente i tradizionali concetti di interventismo e invasione militare.  Mentre si sono imposti, in via generale, i concetti di fluidità e di permeabilità come caratteristica antropologica e culturale degli stabilimenti fenici almeno a partire dal VII sec.a.C. e il dato della circolazione di materiali e “merci”  di origine cartaginese tra il Mediterraneo e l’Atlantico, gli studi sulla ceramica, soprattutto nel distretto sulcitano, sottolineano il fenomeno di forte continuità piuttosto che di rottura tra le rispettive tradizioni artigianali fenicia e  punica e indeboliscono il presunto orizzonte traumatico e violento di passaggio alla dominazione punica in Sardegna.

Oggi queste posizioni trovano un importantissimo riscontro archeologico nella documentazione emersa dalle recenti ricerche in area sulcitana e, in particolare, nel sito di Monte Sirai e della sua necropoli, nella quale si sono individuati i sepolcri di personaggi di etnia cartaginese a partire dal secondo quarto del VI sec.a.C.; molti di essi mostrano di appartenere a ceti socialmente elevati. Alla presenza di elementi di spicco della aristocrazia cartaginese nell’isola in momenti ben precedenti le fasi della conquista militare, nota dalla tradizione storica e dalle fonti testuali, si accompagna il quadro di un V secolo in Sardegna che non può più leggersi in modo univoco come momento di crisi e di trauma successivo all’invasione militare: la situazione di Tharros, ma anche le acquisizioni recentissime di Paniloriga, centro fiorente in questa fase cronologica, o le aggiornate riletture di alcuni complessi funerari della stessa Sulky restituiscono quadri di maggiore complessità.  In quest’ottica di rinnovamento sarà certamente interessante una iniziativa di studio che coinvolge la Soprintendenza Archeologica di Cagliari e l’Università di Sassari e di cui è promotore e hegemon il Professor Mario Torelli e che riguarda la rilettura delle fasi storiche e archeologiche del santuario di Sid Sardus Pater ad Antas, da molti ritenuto il luogo celebrativo della c.d. “pacificazione” punica tra il V e il IV sec.a.C.

Emerge da questi studi una nuova percezione dell’interrelazione tra città e territorio rurale nella Sardegna tardopunica ed ellenistica che vuole fare a meno, in primo luogo, di una tradizionale visione imperialistica e che viceversa scopre l’assenza sul territorio di strutture coloniali impegnate nello sfruttamento sistematico delle risorse, una articolata variabilità insediativa rurale che procede in continuità in età punica e punico-ellenistica senza nessuna cesura significativa legata all’intervento cartaginese.

Sembrerebbe che, per descrivere il fenomeno con le parole di un giovane studioso, Andrea Roppa, <<nel corso della fase punica le comunità indigene parteciparono attivamente nel più ampio mondo punico alla definizione di nuovi rapporti e alla rinegoziazione di nuovi assetti sociali e culturali …>>; un approccio, come è evidente, che porta in sé un altissimo potenziale di novità nella percezione dei fenomeni storici, artigianali ed economici che coinvolgono la Sardegna alle soglie del primo e medio ellenismo e che conduce a ridimensionare in modo cospicuo anche il concetto di resistenzialità tradizionalmente applicato alle fasi del passaggio al dominio romano in ambito sia urbano che rurale.

Mi ha sempre colpito la vicenda di Amilcare che abbandona con le truppe mercenarie il Monte Erice per trasferirsi a Cartagine e poi in Spagna, furibondo per la perdita di tutti gli interessi cartaginesi in Sardegna, dopo l’occupazione romana di Tiberio Sempronio Gracco, che già Polibio riteneva ingiusta.

Concludendo, la Sardegna fenicia e punica si presenta come un laboratorio vivo e stimolante di sperimentazione e di elaborazione, una formidabile officina di ricerca legittimamente titolata, per il suo spessore e il suo ruolo scientifici, per la sua caratteristica di vero e proprio scrigno della memoria della cultura fenicio-punica e di memoria storica degli studi della disciplina, ad ospitare questo vostro importante congresso internazionale. Auguri di buon lavoro.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Novembre 2013 22:05

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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