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Il fuoco di Vesta: Il fuoco sacro nella Roma antica Convegno su La sacralità del fuoco.

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Scritto da Administrator | 29 Maggio 2014

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Il fuoco di Vesta: Il fuoco sacro nella Roma antica.
Convegno su La sacralità del fuoco.
Sassari, 13 maggio 2014

Sii propizia, Vesta! In tuo onore apro le labbra, se mi è lecito di partecipare ai tuoi riti. Ero assorto nella preghiera, ho sentito il potere divino, e la terra è brillata, lieta, di luce purpurea. Non ti ho visto, dea (lontano da me le menzogne poetiche!), non potevi esser vista da un uomo (vv. 250-255).

Con questi versi Ovidio nei Fasti invoca la dea Vesta, una delle divinità femminili maggiormente rappresentative del Pantheon romano assai più di quanto non lo sia stata per quello greco la sua omologa Hestia: il poeta sottolinea una caratteristica contraddistintiva della dea, quella di essere rispettata dall’universo maschile in quanto espessione di una femminilità inviolabile anche attraverso lo sguardo.

Del resto all’interno della aedes di Vesta non erano presenti statue e altri tipi di immagine della dea, identificandosi il suo numen con il fuoco che ardeva perenne nella dimora sacra. Secondo il mito da Opi e Saturno sarebbero nate Giunone Cerere e Vesta, delle tre la sola Vesta scrive sempre Ovidio: «si rifiutò di accettare un marito: Che c’è di strano se, vergine, si diletta di ministre vergini, e ai suoi riti ammette soltanto le mani caste? Tieni conto che Vesta non è altro che la fiamma viva, e dalla fiamma non vedi nascere mai nessun corpo. Giustamente dunque è vergine, non riceve e non rende seme, e ama chi ha la stessa sua condizione».

Quali erano i motivi per i quali il fuoco che ardeva nella aedes Vestae aveva un carattere sacro? Anzitutto le radici del culto di questa dea vanno ricercate alle origini della religione romana, al momento in cui il re sabino di Curi, Numa Pompilio, espertissimo…d’ogni legge divina e umana (LIV., I, 18, 1: consultissimus viromnis divini atque humani iuris), decise di infondere «con costumi e giuste leggi»  nuove prospettive di sviluppo alla città di Roma, da poco tempo fondata da Romolo «con la forza delle armi, (LIV., I, 19,1).

In una delle mie ultime inaugurazione di anno accademico ho ricordato che Tito Livio, nel primo dei libri ab urbe condita, racconta le cerimonie che il re sabino Numa Pompilio celebrò in Campidoglio per la solenne inauguratio, alla ricerca degli auspici favorevoli per il futuro, con il desiderio di fondare per la seconda volta la città di Roma, con il diritto, con le leggi e con la moralità intesa nel senso del disinteresse e del rigore nell’amministrare la res publica: Urbem novam (…) iure eam legibusque ac moribus de integro condere parat. Fece così costruire nella parte più bassa dell’Argileto un tempio in onore di Giano, la cui chiusura era sinonimo di pace, e soprattutto si occupò di istituire sacerdoti come ad es. i Flamini di Giove, di Marte e di Quirino, i 12 Salii addetti al culto di Marte Gradivo e «nominò anche le vergini di Vesta, sacerdozio, questo, originario di Alba e non estraneo alla stirpe del fondatore.

Ad esse, perché rimanessero in permanenza a custodire il tempio, assegnò uno stipendio per conto dello stato, e con la verginità e con altre pratiche religiose le rese venerabili e sacre» (LIV. I, 20, 3: virginesque Vestae legit, Alba oriundum sacerdotium te genti conditoris haud alienum. His ut adsiduae templi antistes essent stipendium de publico statuit; virginitate allisque caerimoniis venerabiles ac sanctas fecit.).

Anche Ovidio, sempre nei Fasti al libro VI ricollega la costruzione del tempio di Vesta e l’istituzione delle Vestali al re Numa: «Quaranta volte, dicono, Roma aveva celebrato le feste Parilie, quando la dea guardiana del fuoco fu accolta nel proprio tempio, opera del re pacifico, di cui la terra sabina non generò mai nessuno più timoroso del dio». Il legame tra il re e la dea definita guardiana del fuoco è esplicitato dal poeta con riferimento ad una Roma arcaica, anche nel tessuto urbanistico, con il tempio di Vesta che riproduceva le capanne a pianta circolare di derivazione italica, molto simili alle capanne del Palatino, il nucleo più antico della città di Roma e con l’atrio di Vesta che si innestava sulla reggia di Numa: «Le costruzioni che ora vedi, con i tetti di bronzo, allora le avresti viste di paglia; le pareti erano intessute di flessibile vimine. Il piccolo luogo su cui oggi si erge l’atrio di Vesta, era allora la grande reggia di Numa intonso.»

Ovidio ci offre poi la sintesi di maggiore efficacia circa il ruolo divino e le funzioni di Vesta: «Si dice tuttavia che la forma del tempio fosse quella che resta oggi, e c’è sotto un motivo: Vesta è lo stesso che terra, a entrambe sta sotto il fuoco guardiano: significano la casa entrambi, la terra e il fuoco (265)». Dunque Vesta assimilata alla Terra (ma non nella forma di Tellus, quest’ultima assai spesso piuttosto in coppia con Caeres, del resto Tellus in età imperiale perde quella venerazione di cui aveva goduto in età arcaica e per parte dell’età repubblicana) e legata strettamente al controllo del fuoco, elemento simbolico di una struttura sociale fondata sull’elemento familiare e gentilizio (il fuoco come espressione della domus, della familia e della gens come aggregato di familiae); dal fuoco domestico la funzione protettrice di Vesta si sposterà successivamente al focolare centrale della città, in origine quello del re e successivamente delle istituzioni dell’urbs dall’epoca repubblicana con una continuità ininterrotta sino all’epoca imperiale.

Vesta e le sue sacerdotesse Vestali, in numero di sei, con a capo del collegio la Virgo Vestalis Maxima, rivestivano un ruolo determinante, grazie alla custodia del fuoco, che ardeva nel santuario della dea e non doveva mai spegnersi (veniva spento una sola volta il primo marzo, ma immediatamente si provvedeva all’accensione di un nuovo fuoco) anche a livello politico come garanti in un certo senso dell’aeternitas di Roma e delle sue istituzioni. Del resto molto più pragmaticamente l’accensione con le selci e la conservazione del fuoco avevano motivato la creazione di una struttura religiosa dalle caratteristiche formali di una aedes, e non di un templum nella quale veniva custodito un bene prezioso per la comunità cittadina. Per questo motivo le Vestali, appartenenti a famiglie patrizie, reclutate dal Pontefice massimo da bambine (tra i sei e i dieci anni), nei trent’anni del loro sacerdozio dovevano condurre uno stile di vita integerrimo, rimanendo vergini e vegliando a turno il giorno e la notte il fuoco sacro.

In caso di spegnimento, la colpevole veniva duramente fustigata; una punizione estremamente dura veniva comminata poi se una delle sacerdotesse veniva meno al rispetto del precetto di verginità: la Vestale che avesse avuto rapporti con un uomo veniva rinchiusa in una fossa con poca acqua, latte, olio e pane, presso il campus sceleratus, nelle vicinanze di Porta Collina e il di lei amante veniva fustigato fino a morirne. Altro compito rituale di grande importanza e responsabilità affidato alle Vestali era quello della preparazione della mola salsa, l’impasto di farina e sale che durante i sacrifici veniva sparso sul capo della vittima da immolare; del resto alle Vestali toccava anche, in occasione dei Lemuria (14 maggio, per esorcizzare gli spiriti dei morti), al termine di una processione che si fermava presso il ponte Sublicio, gettare nel Tevere i ventisette fantocci in giunco, con mani e piedi legati, rappresentanti gli Argei, i Greci giunti a Roma al seguito di Ercole. Le vere e proprie feste in onore di Vesta, i Vestalia, cadevano il nove giugno, in questa occasione le matrone potevano entrare a piedi nudi nell’atrio del Penus Vestae, interdetto anche nei giorni di festa agli uomini ad eccezione del Pontefice Massimo. La festa si concludeva con una pulizia rituale della aedes Vestae (quando stercus delatum fas).

Il tempio di Vesta, dopo una prima fase sul Palatino fu ricostruito all’estremità orientale del Foro romano, vicino alla Regia, in direzione della Via Sacra mantenendo la caratteristica architettonica della forma circolare: insieme alla casa delle Vestali esso costituiva un unico complesso architettonico denominato atrium Vestae, il penetrale, accessibile alle sole Vestali, era denominato Penus Vestae, si trattava di una cavità nella quale erano custoditi cimeli e arredi di altissimo valore sacrale quali il Palladio, il simulacro di Atena, che si voleva recato con sé da Enea profugo da Troia.

Occorre sottolineare che insieme alle cerimonie collettive di conservazione del fuoco, assicurate dalle sacerdotesse di Vesta, esisteva una dimensione intima e familiare del culto del focolare e del fuoco, con cerimonie quotidiane e mensili in onore dei Penati e dei Lari, che rappresentavano i protettori della casa, gli antenati divinizzati; per i Penati in particolare il padrone di casa offriva un mucchietto di farina e un pizzico di sale che gettava tra le fiamme del focolare, perché gli antenati erano presenti a tavola.

Certamente il fuoco sacro ed eterno del focolare familiare e collettivo trovava nella dea Vesta un’espressione simbolica di valore benefico ma accanto ad esso occorre valutare anche un altro aspetto del fuoco, quello della devastazione che probabilmente trovava espressione in Vulcano, secondo alcuni studiosi comparabile al Velchanos cretese e con radici nel Mediterraneo preindoeuropeo, anche se il sincretismo immediatamente percepibile era quello, piuttosto tardo con l’Efesto greco, il fabbro divino. Vulcano rappresentava, la forza distruttrice degli incendi, è difficile infatti ravvisare in questa divinità elementi di purificazione: il suo altare, dove venivano eseguiti sacrifici, si trovava nell’angolo nord-occidentale del Foro e veniva denominato Volcanal ed era in posizione soprelevata di circa cinque metri rispetto al Comitium. In questo spazio aperto, oltre all’ara dedicata al dio, bruciava un fuoco perenne: l’area sacra, secondo la tradizione romana, era stata dedicata al dio da Romolo che vi avrebbe fatto porre una quadriga in bronzo, sottratta come bottino di guerra ai Fidenati e una statua, con iscrizione in greco, celebrativa dei propri successi. In occasione delle feste in suo onore, i Volcanalia, il 23 di agosto, si bruciavano dei piccoli pesci e ciò ha fatto pensare al trasferimento sul piano simbolico dell’antitesi tra due degli elementi costitutivi della natura, acqua e fuoco. Esisteva ad ogni modo un legame tra Vesta e Vulcano se abbiamo notizia per il 217 a.C., dopo la disfatta romana presso il lago Trasimeno, della cerimonia di espiazione e purificazione nei confronti di dodici divinità, il c.d. lectisternium, in occasione della quale istituzioni e privati offrivano un banchetto ai simulacri delle divinità esposti pubblicamente su letti da simposio: su un lectus vennero collocate le statue di Vesta e Vulcano a conferma dei legami tra due divinità collegate al fuoco, immediatamente percepibili all’epoca dai fedeli. Vulcano è secondo il mito greco il costruttore dell’automa bronzeo Talos, della tradizione mitografica egeo-cretese e sarda che racchiudeva in sé le caratteristiche dell’eroe primordiale, violento, espressione della forze incontrollabili della natura. Secondo la versione canonica del mito, Talos, forgiato nel bronzo da Efesto (Vulcano), fabbro divino dall’inclita arte, venne posto dal re Minosse a guardia dell’isola di Creta. Il collegamento con la Sardegna è attestato da una variante della narrazione mitica antica che risale a Simonide di Ceo, poeta lirico greco del VI secolo a.C.

Nella narrazione, l’automa bronzeo sarebbe nato in Sardegna, dove avrebbe a lungo dimorato, prima di spostarsi a Creta, al servizio di Minosse. Nell’isola che gli avrebbe dato i natali, Talos si rese protagonista dell’uccisione di molti Sardi, che abbracciava dopo aver portato il suo corpo ad essere incandescente sul fuoco: per le modalità violente con le quali venivano eliminati, al momento del decesso i Sardi digrignavano i denti in una smorfia di dolore, il cosiddetto <<riso sardonico>>. Nel mito di Talos e in questo suo porsi come ponte tra la Sardegna e Creta sono racchiusi, elementi che rimandano a contatti tra la civiltà nuragica e quella minoico-micenea, soprattutto in rapporto allo sviluppo della produzione metallurgica e ai commerci nel bacino del Mediterraneo lungo la direttrice che muoveva dall’Egeo orientale verso il Mediterraneo occidentale e la Sardegna.

Un elemento che ci riporta al fuoco come elemento divinatorio e come espressione o meglio presagio di regalità è contenuto nel racconto di Livio (I, 39) relativo ad un episodio della prima infanzia di Servio Tullio: il futuro sesto re di Roma, il re delle innovazioni democratiche e del progresso urbanistico della città, da bambino sarebbe cresciuto in casa del re Tarquinio Prisco-Lucumone e di sua moglie Tanaquilla, in quanto la madre, Ocrisia, moglie di Servio Tullio padre, dopo la presa di Cornicolo da parte dei Romani, incinta, fu presa a benvolere dalla regina che si accorse della sua nobiltà e la tenne come una sorta di dama di compagnia. Al bambino Servio Tullio occorse un prodigio di cui parlò tutto il palazzo: mentre dormiva intorno al suo capo si svilupparono delle fiamme (puero dormienti, cui Servio Tullio fuit nomen, caput arsisse ferunt multorum in conspectu) che Tanaquilla impedì fossero spente, impedendo che il bambino fosse toccato finché non si fosse svegliato spontaneamente: al risveglio il piccolo Servio era del tutto illeso e la regina esperta di arti divinatorie disse al marito «Vedi questo fanciullo che noi alleviamo così poveramente? E’ chiaro ch’egli un giorno nei tempi difficili, sarà la nostra luce e il sostegno della reggia in rovina: perciò educhiamo con tutta la nostra amorevolezza chi potrà darci gran lustro in pubblico e in privato». In realtà secondo la versione mitica originaria (tratta da Livio dall’annalista Licinio Macro), Ocrisia la madre di Servio sarebbe stata fecondata, dopo la morte del marito e il trasferimento forzato da Cornicolo a Roma, da una fiamma del focolare domestico, il Lar familiaris, secondo una nota tradizione del mito antico che considerava il fuoco come elemento fecondatore.

Desidero a questo punto parlarvi di un aspetto eroico del fuoco nella visione dei Romani, collegato alla virtus e alla fides, mi riferisco all’episodio di Caio Muzio, un giovane romano che, durante l’assedio della città da parte di Porsenna, si introdusse nel campo nemico per pugnalare il re etrusco ma per errore uccise lo scriba del sovrano: «Poiché il re, acceso d’ira e insieme atterrito dal pericolo ordinava in tono di minaccia ch’egli fosse stretto in un cerchio di fuoco… (Muzio) esclamò: perché tu comprenda che scarso valore abbia il corpo per coloro che mirano ad una grande gloria; e pose la mano destra su un braciere acceso per il sacrificio. E poiché ve la lasciava bruciare, come se il suo animo avesse perduto ogni sensibilità, il re, balzato giù dal seggio diede ordine che il giovane fosse allontanato dall’altare» ( LIV. II, 12, 12, 13). Da quel momento il giovane C. Muzio ebbe il cognome di Scaevola, il mancino.

Si può arrivare al sacco di Roma da parte dei Galli nel 390 a.C., quando secondo Plutarco il saggio Lucio Albino fece salire sul carro le vestali che portavano in salvo il fuoco sacro, conducendole a Caere.

Possiamo dire, credo senza tema di esagerare che i Romani avessero una visione tradizionale, domestica, fecondatrice ed eroica del fuoco, distante dalla interpretatio greca e da quella orientale, perlomeno sino all’epoca alto-imperiale. Con il diffondersi delle religioni orientali e dei culti solari si diffusero divinità e riti che amplificarono in senso filosofico, esoterico ed escatologico il culto del fuoco sacro. I Romani del I secolo a. C. sentirono come profondamente estraneo e lontano dai canoni tradizionali il rito praticato da Mitridate, il re del Ponto, dopo la vittoria su Murena, quando il re vestito di porpora e con la cappa immacolata del gran sacerdote, indossando il copricapo rosso ornato di stelle d’argento dei Magi, salì, con il seguito, sulla montagna di Buyuk Evliya Dag fino al tempio di Zeus Stratios dove si praticavano culti iranico-anatolici, legati allo zoroastrismo e dove i magoi pyraethoi, i magi custodi del fuoco, si occupavano di tenere sempre accesa sull’altare una fiamma, alimentata probabilmente da petrolio. Il rito prevedeva libagioni di latte, miele, vino e olio accompagnate da grani di incenso e da mirra gettati sulla pira, offerte agli dei ancestrali e a Zeus. Il falò bruciò per molti giorni e le lingue di fuoco si videro ad una distanza di 1000 stadi all’incirca 200 Km.

Con la ufficializzazione alla metà del III secolo del culto del Deus Sol Elagabalus, da parte dell’imperatore Antonino Elagabalo, vi fu addirittura il tentativo di coinvolgere le Vestali nella nuova tradizione dei culti solari e del fuoco solare: Elagabalo, si unì in matrimonio con la Vestale Aquilia Severa nel 221, un matrimonio durato un anno che destò un grande scandalo per il contravvenire alla regola che da sempre aveva imposto la verginità alle Vestali, durante il tempo del sacerdozio. Del resto sono noti i rapporti, forse di affari o comunque di amicizia, intercorsi a Roma tra il sacerdos Solis Alagabali, T. Iulius Balbillus e le virgines Vestales maximae, Numisia Maximilla e Terentia Flavola. A epoca successiva, tr il 247 e il 257, risale la vergine vestale massima Flavia Publicia della tabella imunitatis di un relitto recentemente ritrovato a Porto Torres.

Vorrei chiudere oggi questo intervento ricordando come il culto del focolare e della dea Vesta che resistette al diffondersi delle nuove religioni orientali cadde invece sconfitto dal Cristianesimo: l’editto di Teodosio del 382 che proibiva i culti pagani e stabiliva la rimozione degli oggetti di culto dell’antica religione, tra cui l’altare della Vittoria, e quello definitivo del 391 con cui si vietavano i sacrifici, l’adorazione di statue e la celebrazione di riti pagani posero fine ad un mondo religioso complesso, composito e inclusivo. Ci avviciniamo al secondo sacco di Roma del 410, che per una casualità provvidenziale della storia si verificò esattamente otto secoli dopo quello di Lucio Albino.

L’ultima Vestale Massima fu Coelia Concordia nel 384, il fuoco sacro venne spento nel 391, il Palladio custodito nel penus Vestae venne distrutto: Zosimo (V, 28) racconta il pianto disperato e le maledizioni lanciate da una delle ultime Vestali quando Serena, moglie di Stilicone, entrata nel tempio di Cibele, tolse dal collo di Rea la preziosissima collana che l’adornava.

Proprio Stilicone, il vandalo cristiano, è il personaggio maledetto dal pagano Rutilio Namaziano nel De Reditu, che pure credeva nell’eternità di Roma:  un qualche dubbio e una qualche apprensione per il futuro dell’impero ancora serpeggiavano (nonostante le assicurazioni di Giove per un imperium sine fine), se Namaziano accusava l’odiato Stlicone, di aver svelato l’arcanum di Roma, la misteriosa Anthusa, Amor, bruciando i libri sibillinii: più di Nerone bruci ora egli nel Tartaro, perché hic mundi matrem peculit, ille suam.

Ultimo aggiornamento Giovedì 29 Maggio 2014 20:45

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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