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Enzo Aiello studioso di Costantino

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 11 Novembre 2014

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Attilio Mastino
Enzo Aiello studioso di Costantino
Messina, 29-30 ottobre 2014

Sono davvero commosso per esser stato chiamato a ricordare oggi a Messina il nostro Enzo Aiello, a oltre un anno da quel giorno in cui ci ha lasciato a 56 anni di età, ripercorrendo con affetto le tappe che già Lietta De Salvo aveva tracciato ad Alghero con il suo commosso ricordo del 29 settembre 2013 per il XX Convegno de L’Africa Romana.

Grazie dell’invito a tutto il Dipartimento di civiltà antiche e moderne dell’Università di Messina e all’Associazione di studi tadoantichi, per aver promosso questo convegno internazionale Fra Costantino e i Vandali per Enzo Aiello, studioso tra i più acuti della figura del primo imperatore cristiano, soprattutto amico vero col quale tutti avremmo voluto condividere ancora pienamente per i prossimi decenni aspirazioni, desideri e curiosità scientifiche comuni. Almeno fino a quella data del 25 luglio di un anno fa, quando fu stroncato da un’atroce fulminante malattia, che recise alla base tante speranze e tanti progetti. Eravamo nell’anno costantiniano, e nel giorno dell’acclamazione di Costantino.

Lo avevo chiamato qualche settimana prima al telefono, l’avevo sentito affaticato ma circondato dalle cure dei suoi; mi aveva colpito per l’affetto che aveva voluto manifestarmi di nuovo, parlandomi della sua famiglia e dei suoi studi, i volumi in preparazione, i suoi studenti.

Oggi vorrei ricordarlo per la sua bontà, per la sua delicatezza, per la sua sensibilità, partendo dagli anni sardi di Enzo, tra il maggio 85 e l’agosto 87, quando prese alloggio in una casa di San Gavino Monreale, dove si era trasferito per seguire Giusy che insegnava nella locale Scuola Media: erano gli anni in cui proprio nella chiesa di San Gavino (a 100 m. di distanza) Francesco Cesare Casula scopriva l’effigie della regina di Arborea, la giudicessa Eleonora, il cui nome qualche anno dopo, nel ’92, sarebbe stato attribuito alla nostra Eleonora Aiello, oggi studentessa di informatica a Pavia. Ricordo gli amici comuni, primo tra tutti Mauro Piras, tornato di recente a presiedere il Comitato provinciale del CSI di San Gavino, appena sposato con Luisa Casu: gli Aiello subito dopo il matrimonio abitavano nella stessa palazzina di Via Fermi, nell’appartamento di sopra, proprio a San Gavino, Enzo passava le sue lunghe giornate nello studio e preparava la tesi di dottorato sulla Pars Constantiniana degli Excerpa Valesiana, che avrebbe discusso nel 1987 con Emilio Gabba, Lellia Cracco Ruggini e Chiara Longo Pecorella. Si limitava allora ad assistere Giusy prima di insegnare lui stesso a Guspini e prima del trasferimento a Capo D’Orlando e a Milazzo lui, a Salina nelle Eolie Giusy. Tanta fatica, tanti sacrifici, ma anche tanta gioia. E poi ricordo la prima regata de Is Fassonis, le preistoriche rozze imbarcazioni costruite con le piante di falasco delle paludi sarde a Santa Giusta tutti insieme a godere la festa sullo stagno e una settimana dopo una splendida giornata passata nel mare di Bosa e nella antica casa di famiglia di mio padre nella vigna di Nigolosu a Magomadas, più tardi tra le rovine di Cornus, la città di Ampsicora raccontato da Tito Livio in occasione del Bellum Sadum del 215 a.C. Una compagnia incantevole, con mio figlio Paolo ancora bambino. Una giornata passata a discutere degli ultimi studi costantiniani di Salvatore Calderone, di Lietta De Salvo e degli altri amici siciliani, con tante idee e tanti progetti in corso. Infine, la sua partecipazione ai nostri convegni su L’Africa Romana fino alla XIV edizione (Il controllo militare del Mediterraneo in età tetrarchica e costantiniana), il suo emozionante ritorno in Sardegna e la mia presenza ripetuta a Messina a casa Aiello in Salita Contino, a Palermo, a Catania tra tanti amici, come nella giornata di oggi. I concorsi. Aveva preso a collaborare con me e con Mons. Antonio Francesco Spada, specialista del culto di Costantino nella Sardegna bizantina e con noi aveva partecipato all’edizione della corsa a cavallo del 5 luglio 2002, l’Ardia di Sedilo, presentando una relazione in occasione del convegno su Tradizioni religiose e istituzioni giuridiche del popolo sardo, il culto di S. Costantino imperatore tra oriente e occidente, parlandoci del mito di Costantino, linee di una evoluzione, con un intervento poi pubblicato su Diritto&Storia, la fortunata rivista elettronica di Francesco Sini con la quale avrebbe continuato a collaborare.

Il caso ha voluto che questo convegno si svolga all’indomani del mio recente viaggio in Algeria, negli ultimi giorni del mandato di rettore, con ancora negli occhi il mausoleo di El-Khroub e il museo di Cirta, un tempo capitale del Regno indipendente di Numidia. Ho passato una settimana a Constantine, la città rifondata dall’imperatore Costantino dopo la battaglia del Ponte Milvio e la sconfitta di Massenzio, distruttore della colonia romana di Cirta, dopo la morte di Lucio Domizio Alessandro, l’usurpatore alleato di Costantino ricordato sul miliario sardo di Carbonia. Come non pensare al primo lavoro costantiniano di Enzo, Costantino, Lucio Domizio Alessandro e Cirta: un caso di rielaborazione storiografica, presentato ad Alghero in occasione del VI Convegno internazionale de L'Africa romana ? Un tema che sarebbe stato ripreso e commentato in Africa ipsa parens illa Sardiniae da Paola Ruggeri.

Ero a Constantine per partecipare ad un convegno internazionale su Massinissa, il re alleato di Scipione l’Africano e vincitore su Annibale a Zama e ho parlato delle dimensioni del Regno di Numidia fino agli Emporia sulle Sirti (in Tunisia) e fino alla Tripolitania (in Libia). Il fatto stesso che l’antica Cirta abbia mantenuto fino ad oggi ininterrottamente il nome di Constantina, ricordando il primo imperatore cristiano, la dice lunga sulla complessità della storia e sulle eredità comuni. Il museo francese di Cirta mantiene il sapore di un tempo lontano, quello di un luogo privilegiato per riscoprire il rapporto tra culture locali, impero romano e rivoluzione cristiana, all’indomani della sconfitta di Massenzio al Ponte Milvio. Una città, Constantina, per Leone Magno onorata così tanto a gloriosissimae memoriae dell’imperatore Costantino dopo la pace religiosa, ut ab eius vocabulo praeter nomen proprium, quo Arelas vocatur, Constantinae nomen acceperit. E’ come se Cirta e Arelate avessero rappresentato per Costantino il prototipo di quello che poi sarebbe stato realizzato a Costantinopoli sul Bosforo.

Proprio a Constantina, rifondata dopo la distruzione di Cirta, rimangono molte dediche epigrafiche riconoscenti, che esaltano il trionfo del primo imperatore cristiano, ricordato in una dimensione spaziale universale (conservator totius orbis) ed estesa nel tempo, con i titoli di perpetuae Securitatis ac libertatis auctor, triumphator omnium gentium ac domitor universarum factionum, qui liberatem tenebris servitutis oppressam sua felici victoria nova luce inluminavit et revocavit. Sono rimasto impressionato dalla straordinaria accoglienza che ci è stata riservata ad Algeri e a Constantine, dall’entusiasmo per un confronto internazionale che si è svolto negli stessi giorni in cui sui vicini monti dell’Aurés veniva rapito e decapitato un turista francese. In fondo la gente ha il desiderio di pace e non apprezza gli estremisti e i diabolici disegni dei sanguinari jihadisti collegati all'ISIS del califfato iracheno-siriano. La presenza di ben tre ministri (due donne, quelle della cultura e dell’educazione superiore) e l’impegno della Presidenza della repubblica algerina ci raccontavano la voglia dell’Algeria di oggi, superata la lunga fase postcoloniale, di riscoprire le proprie radici, senza trascurare i periodi pre-islamici, la fase numida, la fase cartaginese, la fase romana, quella vandala e quella bizantina. La civiltà cristiana sintetizzata da Agostino di Ippona.

Mi è stato chiesto di presentare, con l’aiuto di Sebastiano Busà e Marilena Casella, la produzione scientifica costantiniana di Enzo partendo da questa splendida seconda recente edizione del volume La Pars Constantiniana degli Excerpta Valesiana. Introduzione, testo e commento storico, 21° volume della collana Pelorias, Messina 2014, ripreso a due anni di distanza dalla prima edizione, corretto, completato con gli indici delle fonti e dei nomi moderni e pubblicato per volontà degli amici e degli allievi, con un sentimento e un legame che davvero ho ammirato e un poco invidiato. Questo libro conclude una ricerca durata oltre trent’anni e testimonia come Aiello abbia dedicato la maggior parte della sua produzione scientifica alla figura dell’imperatore Costantino con un’attenzione particolare alla storiografia antica sulla vicenda costantiniana, come si può cogliere dalla fine indagine speculativa condotta, a partire dalla tesi di dottorato e proseguita poi in vari saggi, su un testo tanto interessante quanto complesso quale la Pars prior degli Excerpta Valesiana (come definita dal Gardthausen nella sua edizione teubneriana del 1875), nota anche, ma impropriamente, come Origo Constantini imperatoris: una biografia pagana del primo imperatore cristiano, pubblicata da Henry de Valois nel 1636, ma, secondo Aiello, redatta non molto tempo dopo la morte di Costantino e in una non ben identificata epoca epitomata ed interpolata con brani di autori cristiani, fra cui Orosio. Si tratta di un testo ricco di informazioni su Costantino, ma estremamente problematico sia per l’epoca di composizione e l’identificazione del possibile autore o dell’ambito culturale e ideologico nel quale venne redatto, che per la tradizione del testo, tramandato da un testimone unico, il Berolinensis-Philips 1885 del IX secolo.

Da una prima monografia uscita in contemporanea con l’opera di I. Koenig (1997), che ha avuto successivi aggiornamenti e rielaborazioni (2005), nasce questo volume che presenta l’edizione critica del testo, la traduzione, ed uno scrupoloso e puntuale commento dell’opera, da cui emergono il rigore filologico e l’acribia storica che hanno caratterizzato la ricerca di Aiello.

Nell’introduzione l’autore ripercorre le varie tappe di quella che lui definisce “cronaca di un’avventura”: dal manoscritto degli Excerpta, all’edizione pubblicata in appendice all’edizione delle Res gestae di Ammiano Marcellino nel 1636; alle successive edizioni degli Excerpta; al carattere di frammento o testo unitario della Pars Constantiniana; alla ricerca del titulus; alla presenza di inserti orosiani (sono cinque i passi pregnanti − V, 20, 29; VI, 33, 34, 35 – il cui intento non sembra ad Aiello quello di cristianizzare tout court il testo, come dimostra l’assenza di momenti salienti della vicenda costantiniana, quali la visione della croce o la conversione, ma piuttosto quello di correggere o integrare la portata di alcune osservazioni presenti nel testo); alla struttura della Pars Constaniniana, che ripercorre le vicende del primo imperatore cristiano essenzialmente secondo i topoi della narrazione biografica (l’origine, la famiglia, l’educazione ricevuta, le imprese giovanili in Oriente presso Diocleziano e Galerio; la fuga in Britannia dal padre Costanzo Cloro; l’acclamazione il 25 luglio 306 d.C.; la guerra contro Massenzio; gli scontri con Licinio; la fondazione di Costantinopoli; la guerra contro i goti; e la morte); ai punti di contatto con la storiografia contemporanea a Costantino (sostanziali analogie narrative e lessicali con Lattanzio, collegamenti con Eusebio, affermazioni analoghe a Prassagora), al confronto con la tradizione dell’Enmann Kaiser Geschichte (così come è confluita nei breviaria di Aurelio Vittore ed Eutropio e nell’Historia Augusta), con l’Epitome de Caesaribus, con Zosimo e Zonara, ovvero, come scrive l’Autore, “il fantasma di Nicomaco Flaviano”, concludendo che forse l’autore dell’excerptum, certamente un pagano (che pure manifesta un palese atteggiamento filocostantiniano), potrebbe appartenere proprio alla cerchia di Nicomaco Flaviano.

Seguono il testo in 35 brevi capitoli (secondo la suddivisione del Gardthausen nel 1875), di cui Aiello ha curato l’edizione critica, rispettando il più possibile le lezioni offerte dal manoscritto, e la traduzione che non riporta le interpolazioni.

Il Commento riprende le tematiche affrontate nell’introduzione, mostrando, paragrafo per paragrafo, attraverso un’attenta analisi interna e comparativa, analogie o divergenze rispetto alle fonti cui si è già accennato, sempre con lo sguardo critico dello storico che contestualizza in modo puntuale ogni frase nel vortice evenemenziale.

Chiudono il volume una ricca bibliografia che passa in rassegna le varie edizioni, gli studi moderni sull’opera. Di ausilio al lettore gli indici delle fonti e degli autori moderni curati da Sebastiano Busà, dottore di ricerca e allievo di Enzo Aiello.

Sullo stesso argomento Aiello aveva pubblicato vari saggi: uno sugli aspetti generali del testo (Alcune osservazioni su genesi e struttura della ‘pars prior’ degli Excerpta Valesiana, in Esegesi, parafrasi, compilazione in età tardoantica, Atti III Convegno Int. Associazione Studi Tardoantichi, Pisa 7-9 ottobre 1999, a cura di C. Moreschini, Napoli 1995, pp. 21-38), e un altro sull’utilizzo di Orosio quale fonte principale degli interventi interpolatori, in cui Aiello tenta di dimostrare le ragioni dell’utilizzo del testo da parte del presbitero spagnolo, e dunque della sua fortuna dal V secolo in poi (Aspetti della fortuna di Orosio. Il caso della Pars prior degli Excerpta Valesiana, in Aa. Vv., Ad Contemplandam sapientiam. Studi di Filologia Letteratura Storia in memoria di Sandro Leanza, Soveria Mannelli 2004, pp. 5-29).

Per il resto, dell’ampia produzione scientifica costantiniana di Enzo Aiello mi limiterò a dire che comprende aspetti diversissimi ed è espressione di curiosità e passioni vere, con le proiezioni del mito di Costantino dal medioevo fino ai giorni nostri. La fortuna di Costantino, il “mito” si collocherebbero in realtà già alla fine del IV secolo, quando, soprattutto sulla scorta della Vita Constantini di Eusebio, vengono redatte tutta una serie di biografie, fiorite soprattutto in Oriente e protrattesi per circa dodici secoli, in cui compaiono i momenti significativi della vicenda costantiniana: la visione della croce, la battaglia di Ponte Milvio, il battesimo, la donazione e i rapporti fra l’autorità civile e quella ecclesiastica, la conversione.

Su quest’ultimo aspetto, negli Actus Sylvestri è rinvenibile una complessa tradizione agiografica, che, messo da parte il Costantino storico, presenta un Costantino lebbroso, guarito dal vescovo di Roma Silvestro attraverso il battesimo, contrapponendosi alla violenta reazione pagana anticostantiniana, sviluppatasi dopo il Sacco alariciano del 410 (Costantino, la lebbra e il battesimo di Silvestro, in Costantino il Grande. Dall’antichità al medioevo (Atti del Convegno di Macerata, 18-20 dicembre 1990), a cura di G. Bonamente e F. Fusco, Macerata 1992, pp. 17-58).

Questa tradizione, in realtà, come sottolinea Aiello, sarebbe sorta già alla fine del IV secolo, per attenuare la portata della notizia relativa al battesimo ariano di Costantino, che, nello scontro fra ariani e niceni, aveva portato al sorgere di una forma di anticostantinianesimo fra gli stessi cristiani (Costantino ‘eretico’. Difesa della ‘ortodossia’ e anticostantinianesimo in età teodosiana, in Atti Accademia Romanistica Costantiniana X, Spello-Perugia-Gubbio 7-10 ottobre 1991, Napoli 1995, pp. 55-83).

La fortuna di questi aspetti è stata indagata da Aiello sia in relazione alla denuncia che ne fa Gerolamo nel Chronicon (Sulla fortuna della notizia geronimiana su Costantino ‘eretico’, «Messana» 13, 1992, pp. 221-237), sia in relazione alle origini del confronto fra Costantino e il vescovo di Roma Silvestro, adombrato dall’imperatore: alle reticenze delle fonti storiche sul difficile periodo del papato di Silvestro, subentrò presto una tradizione agiografica volta ad esaltarne l'operato pastorale (Cronaca di una eclisse. Osservazioni sulla vicenda di Silvestro I vescovo di Roma, in Il tardoantico alle soglie del 2000 (V Convegno Associazione Studi Tardoantichi, Genova 3-5 giugno 1999), a cura di G. Lanata, Genova 2000, pp. 229-248).

L’ultimo atto dell’esaltazione mitologica si può considerare l’inaugurazione dell’obelisco posto nella Piazza del Laterano da Sisto V (10 agosto 1588), sulla cui base, oltre ad epigrafi riguardanti la storia dell’obelisco, può scorgersene una che ricorda il battesimo di Costantino da parte di Silvestro, quasi a voler riaffermare la tradizione canonica della leggenda. Tra il XVI e il XVII secolo, tra il rinnovamento umanistico e il movimento protestante da un lato e la riforma cattolica dall’altro, la figura di Costantino si trovò al centro di animati dibattiti, e le costruzioni mitiche, sottolinea Aiello, a poco a poco sparirono. Soprattutto per opera della Riforma protestante, l’indagine storiografica viene elevata al piano documentario: lo stesso Lutero critica aspramente la donazione e la supremazia romana. La moderna storiografia sul primo imperatore cristiano si ispira al pensiero dei riformatori, che “avevano visto in Costantino colui che aveva creato una chiesa “di stato”, della quale si era posto alla testa” (Alle origini della storiografia moderna sulla tarda antichità: Costantino fra rinnovamento umanistico e riforma cattolica, in Hestiasis 4, Studi di Tarda Antichità offerti a Salvatore Calderone, Studi Tardoantichi IV, Messina 1987 [1991], pp. 281-312).

La chiesa romana, dal canto suo, aveva cercato di mantenere gli elementi che avevano contraddistinto il mito di Costantino, destinato ad assurgere ad una peculiare centralità nel confronto fra autorità religiosa e autorità politica; tale mito è stato analizzato nel suo sviluppo nell’età medievale e in quella moderna, partendo dall’articolo del lontano 1988 Aspetti del mito di Costantino in Occidente: dalla celebrazione agiografica all’esaltazione epica, Annali Facoltà di Lettere di Macerata 21, 1988, pp. 87-116; Successivamente: Alle origini, cit. 1992; Cassiodoro e la tradizione su Costantino, in Cassiodoro dalla corte di Ravenna al Vivarium di Squillace (Atti Conv. Int., Squillace 25/27 ottobre 1990), a cura di S. Leanza, Soveria Mannelli 1994, pp. 131-157; Il mito di Costantino. Linee di una evoluzione, Diritto@Storia 2003, pp. 1-11; Il mito di Costantino nella Roma di Cola di Rienzo, in Costantino il grande tra Medioevo ed età moderna (Trento 22-23 aprile 2004), a cura di G. Bonamente, G. Cracco, K. Rosen, Bologna 2008, pp. 81-121).

La presenza costantiniana nella storiografia moderna è stata approfondita da Aiello nel ripercorrere l’attività scientifica di Salvatore Calderone, riesaminando in particolare il suo Costantino (Il ‘Costantino’ di Calderone. Linee di una evoluzione, in Salvatore Calderone (1915-2000). La personalità scientifica (Conv. Int. di Studi, Messina-Taormina 19-21 febbraio 2002), a cura di L. De Salvo, V. Aiello (Pelorias 17), Messina DiScAM 2010, pp. 151-167. Cfr. anche Per Salvatore Calderone: ricordo di un maestro, «Koinonia» 25/1, 2001, pp. 5-17), nella convinzione che “lo stato romano è divenuto cristiano attraverso il suo imperatore, che stringe con il Dio dei cristiani un patto esclusivo”.

Sono state indagate altre vicende costantiniane come la citata usurpazione di L. Domizio Alessandro, con il quale Costantino dovette probabilmente aver stretto un’alleanza in chiave antimassenziana, alleanza dissimulata dalla storiografia favorevole a Costantino (Costantino, Lucio Domizio Alessandro e Cirta: un caso di rielaborazione storiografica, in L’Africa romana VI, pp. 179-196); o il problema dei rapporti fra Costantino e Crispo, analizzato attraverso l’eco che ne sarebbe giunta fin nella tradizione delle Chansons de Geste (I silenzi su Costantino, in Costantino il Grande nell’ età bizantina (Atti Conv. Int. Ravenna, 5-8 aprile 2001) «Bizantinistica» 5, 2003, pp. 277-307); o nella lirica e nel melodramma italiano (Adulterio e incesto in “Fausta” di Donizetti: la sublimazione della storia all’ombra del mito, in Sublimazione e concretezza nell’eros del melodramma, Convegno Messina 24 novembre 2004), Roma 2007, pp. 147-164; Il dramma familiare di Costantino nel melodramma italiano, «Koinonia» 32, 2008, pp. 9-39).

Alla inaspettata ed insperata vittoria di Costantino su Massenzio, soldato esperto, e al “cosiddetto editto di Milano” Aiello ha dedicato, in occasione del Convegno di Niš (3-5 giugno 2010), un contributo in cui mostra l’eccezionalità della vittoria costantiniana, dovuta ad un errore del nemico, letto come segno tangibile della benevolenza del Dio dei cristiani. Le decisioni di Milano sarebbero, per lo Studioso, una manifestazione concreta della riconoscenza di Costantino a quel Dio. L’interesse di Aiello venne inoltre catalizzato anche da una vicenda accaduta durante la prima guerra tra Costantino e Licinio nel 316-317 (A proposito di una singolare epigrafe costantiniana da Augusta Traiana in Tracia [AE 1907, 47], in Corona Laurea, Studii in onorea Luciei Țeposu Marinescu, a cura di M. Bărbulescu, C. Museţeanu, D. Benea, Bucuresti 2005, pp. 5-12; cfr., inoltre, su Licinio, La nascita di Licinio nella ‘Nova Dacia’. Considerazioni su una denominazione poco nota, in S. Nemeti, F. Fodorean, E. Nemeth (eds.), Dacia Felix, Studia Mihaeli Bărbulescu oblata, Cluj-Napoca 2007, pp. 433-440). Un aspetto importante della vicenda costantiniana, il rapporto dell’imperatore con il vescovo Ossio di Cordova in occasione di alcuni snodi importanti della politica religiosa di Costantino (la vicenda donatista ed ariana, Nicea ed il dopo Nicea) e riguardo alla questione della manumissio in ecclesia vengono indagati da Aiello in un contributo pubblicato sulla recente Enciclopedia costantiniana (Ossio e la politica religiosa di Costantino, in Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano, Roma 2013, vol. 1, pp. 261-273).

Nella produzione di Aiello non mancano poi gli studi su problemi successori, sull’eredità dello “stato” trasmesso ai figli come un patrimonio, e sul “tempo del potere”: L’eredità del potere. Considerazioni su un principio da Costantino e Teodosio, in Atti Accademia Romanistica Costantiniana XVII ( Perugia- Spello 16-18 giugno 2005), Roma 2010, pp. 1005-1019. Nel problema della successione, molto sentito nel mondo romano, di cui era spesso responsabile l’esercito, e dall’età costantiniana, anche la chiesa, si innesta quello della successione all’interno di uno stesso gruppo familiare, in cui l’imperium viene trasferito agli eredi come patrimonium. In età tardoantica la successione ereditaria trova valutazioni negative in vari autori, ad es. in alcuni passi degli Scriptores Historiae Augustae, appunto per la identificazione di imperium e patrimonium, mentre nel Panegirico del 291 in onore di Massimiano è presentata positivamente, in quanto l’impero è un’eredità indivisa, accettata da Diocleziano e Massimiano. “Nell’età di Costantino l’idea dell’imperium come patrimonium diviene centrale nella riflessione sulla trasmissione del potere” (p. 1007): l’impero viene considerato come un possesso della famiglia da trasferire agli eredi come un bene ereditario, quasi fosse una legge di natura, principio largamente attestato nella Vita Constantini, dove Eusebio applica un principio del Vecchio Testamento alla vicenda di Costantino, ‘scelto’ da Dio e da questi ricompensato con lunghi cicli di regno e con una ricca discendenza, prolungando il suo regno dopo la morte. Aiello si richiama a un tema ampiamente trattato, in una splendida relazione a Vandoeuvres nel 1972, dal Maestro di Aiello, il Prof. Calderone (Teologia politica, successione dinastica e consecratio in età costantiniana, in Le culte des souverains dans l’empire romain, Entretiens Hardt 19, 1972, Vandoeuvres-Genève 1973, pp. 215-261), per il quale Costantino continuò a regnare anche dopo la morte attraverso i cesari.

Aiello, analizzando i Panegirici latini, il De mortibus persecutorum di Lattanzio, e soprattutto La Pars prior degli Excerpta Valesiana, nota che Costantino in un primo momento elabora questo concetto basandosi, non tanto sul principio giuridico romano, quanto su quello biblico, per cui, sull’esempio della monarchia davidica, il regno doveva andare ad uno solo dei figli. La volontà di Costantino sarebbe dunque stata di trasmettere il potere ad uno solo dei figli, forse Costantino II, il figlio maggiore. L’atteggiamento del sovrano sul problema della successione non è sempre coerente. Dopo il 1° marzo 317 (nomina del figli di Costantino e Licinio a cesari), questo principio viene abbandonato, e il sovrano sceglie di seguire la tradizione giuridica romana, per cui la successione passa a tutti i figli, a cui anzi si aggiungono anche i nipoti Dalmazio e Annibaliano Dalmazio: questi, secondo la interpretazione di Calderone della basileia dopo la morte, sarebbero rimasti a lungo cesari, mentre l’unico Augusto rimaneva lui, nelle absidi del cielo, che continuava a governare attraverso i suoi figli.

Il principio della corrispondenza fra imperium e patrimonium riappare alla fine del IV sec. nel De obitu Theodosii di Ambrogio, in cui è trattato il tema della hereditas raccolta dai principes pueri, attraverso i quali i sudditi possono ancora continuare a vedere l’imperatore, che ora regna dai cieli, non separandosi da Costantino, che per primo aveva scelto la fides e che aveva lasciato ai suoi successori l’eredità della fede, che, trasmessa ai figli, avrebbe assicurato loro un regno felice. Ambrogio, per dimostrare l’utilità della successione dinastica, non poteva che richiamarsi a Costantino, che aveva regnato per 30 anni, e aveva lasciato i figli, di cui uno, Costanzo, avrebbe regnato a sua volta per 24 anni. Ma la cosa che Aiello sottolinea è che stavolta non si trattava della trasmissione di un bene materiale, ma di una hereditas fidei. “La distanza che in poco più di un cinquantennio si era venuta a realizzare fra l’ideologia di Eusebio di Cesarea e quella di Ambrogio, viene da quest’ultimo annullata ponendo Costantino e Teodosio l’uno accanto all’altro, divenuti da quel momento modello del perfetto imperatore cristiano” (p. 1019).

Sullo stesso tema si veda anche: Il problema della successione nella dinastia costantiniana, in Tyrannis, Basileia, Imperium (giornate seminariali in onore di S. N. Consolo Langher, Messina 17-19 dicembre 2007), a cura di M. Caccamo Caltabiano, C. Raccuia, E. Santagati, Messina DiScAM 2010, pp. 507-524.

Aiello torna sulla successione nella dinastia costantiniana in un saggio di poco posteriore, partendo da un brano del cap. 18 del de mortibus (contenente il dialogo fra Diocleziano, vecchio e malato e Galerio, che vuole convincere il primo ad abdicare, con conseguente problema della successione) e raffrontandolo con altre fonti come i Panegirici o la Pars Prior degli Excerpta Valesiana, e le opere di Eusebio. Riprende il problema della successione davidica (successione al primogenito) contrapposta a quella del diritto romano, che prevede la successione per tutti i figli, cercando di capire quale fosse la reale volontà di Costantino in merito. Il lavoro si propone dunque di enucleare alcuni aspetti particolari del brano, finora poco evidenziati, cercando di capire quale fosse il reale pensiero di Costantino.

Nel dialogo fra Galerio e Diocleziano, questi è riluttante alle proposte che gli vengono dal collega e propone la successione dinastica di Massenzio e Costantino, i figli dei due cesari. Dopo una estenuante discussione, proposte e controproposte, si giunge alla conclusione che i nuovi cesari saranno Severo a Massimino Daia, con la momentanea esclusione di Costantino e Massenzio. Nel brano dell’opera lattanziana, sulla cui datazione si discute (ma pare sia da collocare dopo il 215, più esattamente nel 316), Diocleziano, sostenitore del principio della scelta del migliore, opposta alla successione dinastica, appare invece sostenitore della successione dinastica affidata ai figli di Massimiano e di Costanzo. Questo risulta essere il risultato della interpretazione di Lattanzio: mentre Galerio sembra sostenere il principio tetrarchico, Diocleziano invece sembra optare per una successione dinastica che vede favoriti Massenzio e Costantino. E per la successione dinastica sembra propendere Lattanzio. La prospettiva di Lattanzio non è solo la ricostruzione del passato, ma anche una riflessione sul presente, con riferimento alla successione di Costantino. Infatti, dal confronto con le altre fonti risulta un atteggiamento non sempre coerente di Costantino. In un primo momento, fra l’incontro di Milano e lo scoppio del primo conflitto con Licinio, Costantino, privo allora di figli legittimi, per evitare che Licinio potesse avvantaggiarsi, gli propone la nomina a cesare di Bassiano, sostenendo il principio della successione del migliore, quasi ignorando di avere un figlio, Crispo, con il quale i rapporti non erano stati mai buoni, e che non sembra rientrare nel suo progetto di successione. La contrapposizione tra Costantino e Licinio in tema di successione deve essere certamente posteriore alla nascita di Licinio iuniore nel luglio 314. I progetti di Costantino si modificano nel corso del tempo; egli sembra oscillare tra la successione davidica (che era stata da lui invocata al momento di succedere al padre Costanzo (Vita Constantini) e quella del diritto successorio romano. Nella interpretazione eusebiana (v. Calderone Vandoeuvres) la successione predisposta da Costantino prevedeva un unico augusto in cielo, che avrebbe guidato dall’alto i cinque cesari (i tre figli e i due nipoti) (Vita Const. e Tricennalia). Difficile capire cosa veramente volesse l’imperatore. Aiello “sottovoce” esprime dubbi sulla vera volontà di Costantino, concludendo (p. 521): “Poteva Costantino, uomo dalle grandi idee ma anche oltremodo concreto, non pensare che questa soluzione alla lunga avrebbe creato problemi, immaginando un regno a cinque che avrebbe fatto fatica a durare?”, oppure voleva che, mettendo in campo una serie di candidati, si creasse una sorta di “selezione che lasciasse emergere il migliore.

Particolare interesse assume la simbologia della spada in rapporto al potere imperiale (L’imperatore e la spada. Lettura di un simbolo in chiaroscuro, in Istituzioni, carismi ed esercizio del potere (IV-VI secolo d. C.), a cura di G. Bonamente, R. Lizzi Testa (Munera 31), Bari 2010, pp. 11-30) quale emblema del potere. E’ ponendosi in una prospettiva di lunga durata che Aiello indaga le valenze simboliche della spada/gladius. Aiello parte dalla constatazione del valore simbolico della spada, della lancia, del vexillum e del diadema che nella Britannia anglosassone del X secolo diventano i segni di una sorta di traslatio imperii dalla monarchia carolingia a quella sassone e in cui questo valore ideale viene sancito dal riferimento, più o meno diretto, a Costantino, Aiello, soffermando l’attenzione, tra i quattro oggetti, sulla spada, ne ripercorre la presenza nelle fonti come elemento fortemente rappresentativo della semantica del potere. Si parte dalla disamina di alcune significative testimonianze circa il gladius ed il pugio, di cui Aiello ripercorre per grandi linee la semantica, fino alla definitiva identificazione delle due tipologie di arma da taglio, testimoniata per il IV secolo dall’HA. E’ poi sul valore simbolico della spada che l’autore si sofferma, ripercorrendo le testimonianze letterarie: da quelle sulle armi dei Salii a quelle che, in ambito più strettamente militare, sottolineano la funzione della spada come segno di comando militare al quale è connessa l’amministrazione della giustizia a partire da Augusto. A questa stessa sfera semantica si ricollega l’espressione ius gladii per indicare il potere di comminare la pena di morte a cittadini romani colpevoli di gravi reati a partire dal III secolo, laddove la spada va a sostituire la tradizionale scure, certamente prima di Caracalla. Ma il dato forse più interessante che emerge dal breve saggio di Aiello è la pressoché totale scomparsa della spada come simbolo di vittoria e di potere nel dopo-Costantino, laddove viene sempre più frequentemente sostituita da una croce o da un labaro.

Chiuderei con l’articolo dedicato alla politica di Costantino e dei suoi familiari, che poggia sul riesame delle fonti che attestano le spese dei Costantinidi appunto nell'edificare chiese, per dimostrare come l'imperatore abbia speso somme ingenti per le chiese attingendo a tutte le voci possibili del bilancio imperiale: fiscalità generale, «sacrae largitiones, res priuata» (V. Aiello, Edilizia religiosa e finanziamento imperiale al tempo dei Costantinidi, Cristianesimo nella Storia 2012 33 (2), 425-448). L’autore si cimenta con lo spinoso problema della provenienza delle risorse finanziare per la costruzione di edifici religiosi da Costantino a Costanzo II collocandolo nell’ambito dei problemi ‘costantiniani’ la cui chiara comprensione risulta da secoli offuscata dal protagonismo, nelle fonti letterarie a partire dal Liber Pontificalis, di una figura di Costantino come imperatore che, pienamente convertito, avrebbe avviato una imponente attività edilizia religiosa, soprattutto a Roma. Aiello nota come tali notizie, fra l’altro non confermate dalla testimonianza delle altre fonti più vicine cronologicamente, vadano intese nell’ambito della mitizzazione di Costantino come primo imperatore cristiano, facendo inoltre osservare come molte notizie di edificazione di chiese a Roma e nelle province in età costantiniana e post-costantiniana riportino l’attività edilizia all’azione dei vescovi delle città, e non dell’imperatore. In realtà Costantino interviene su una situazione precaria dell’edilizia cristiana dopo le persecuzioni, spesso invitando i vescovi a provvedere attingendo, per le risorse finanziarie, ai fondi in mano ai governatori provinciali o alle prefetture al pretorio; in generale, in Occidente Costantino sembra far ricorso alla res privata, mentre in Oriente ai fondi delle sacrae largitiones e a quelli delle PP. E’ invece di rilievo l’attività edilizia religiosa costantiniana in Palestina, che ci è testimoniata da Eusebio, per la quale l’intervento di Costantino è personale e diretto. Dallo studio esce un quadro che, sottolineando anche il ruolo dei successori di Costantino, ridimensiona la comunque importante attività di costruzione di edifici religiosi cristiani da parte dell’imperatore.

Aiello, a partire dal silenzio delle fonti contemporanee, e in particolare di Eusebio, riguardo alla costruzione di edifici sacri a Roma da parte di Costantino, ridiscute la monumentalizzazione cristiana dell'urbe così come emerge dalle pagine del «Liber Pontificalis», testo scopertamente celebrativo di un imperatore considerato l'incarnazione del perfetto sovrano cristiano; dalle fonti emerge invece che già negli anni 312-315 all'interno della chiesa romana si era avviato un processo di reazione contro l'autorità imperiale (V. Aiello, Costantino, il vescovo di Roma e lo spazio del sacro, in G. Bonamente, N. E. Lenski, R. Lizzi Testa (curr.), Costantino prima e dopo Costantino, Bari, 2012, 181-207).

La riflessone di Enzo Aiello su Costantino è stata estesa e quanto mai approfondita, forse più di quanto non si sia compreso. Non c’è stata una volontà agiografica, tale che forzasse i dati per dimostrare la fulminea conversione al cristianesimo. Certo i suoi lavori hanno influenzato profondamente un libro che mi è caro, quello di Augusto Fraschetti La conversione. Da Roma pagana a Roma cristiana, Bari 1999, col quale pure avevamo polemizzato dieci anni fa – io e Alessandro Teatini - a proposito del trionfo del 315, nell’articolo dedicato all’arco di Cherchel che cita il Pons Mulvi e raffigura la scena del trionfo di Costantino ancora immerso nella cultura pagana.

Ho riflettuto su alcune posizioni di Enzo Aiello a proposito della politica edilizia di Costantino visitando la basilica della natività a Betlemme, la basilica di Nazaret, quella di Aquileia, il Santo Sepolcro, infine le basiliche romane. Resta l’impressione di una forte onestà intellettuale, che sostanzialmente ha portato Aiello a ridimensionare il ruolo del primo imperatore cristiano.  Abbiamo ormai imparato molte cose sulla complessità del rapporto tra paganesimo e cristianesimo nella figura di Costantino e dei suoi successori. L'insieme di questa documentazione dimostra che artificiosamente su Costantino furono poi concentrati avvenimenti e decisioni che in realtà debbono essere attribuiti agli imperatori successivi. Ad esempio l'abbandono del Campidoglio dovrà essere posticipato nel tempo rispetto a Costantino: solo scrivendo nel 403 dalla lontana Palestina, nell' anno del trionfo di Onorio su Alarico, Girolamo poteva osservare: «il Campidoglio dorato diviene sudicio per l'incuria; la fuliggine e le ragnatele hanno ricoperto tutti i templi di Roma. La città si sposta dalle sedi che le sono proprie e il popolo romano, riversandosi per i templi semidiroccati, accorre alle tombe dei martiri»: auratum squalet Capitolium; fuligine et aranearum telis omnia templa cooperta sunt; movetur urbs sedibus suis et inundans populus ante delubra semiruta currit ad martyrum tumulos.

Ultimo aggiornamento Martedì 11 Novembre 2014 11:26

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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