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Premio Ozieri di letteratura sarda.

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 24 Novembre 2014

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Attilio Mastino
Intervento introduttivo
Premio Ozieri di letteratura sarda, Ozieri 22 novembre 2014

Mi legano da sempre al Premio Ozieri di letteratura sarda tanti sentimenti, tanti rapporti, tante storie diverse e lontane, che oggi si affollano disordinatamente nella mia mente.

Innanzi tutto la gratitudine per esser stato chiamato a presiedere la Giuria per questa 55° edizione, grazie alla volontà del Presidente Vittorio Ledda, del sorprendente segretario Antonio Canalis, soprattutto del mio carissimo Nicola Tanda presidente emerito della giuria, punto di riferimento per tante generazioni di poeti.

E poi l’anno scorso nell’edizione del 23 settembre 2013, quando mi era stato conferito il “Trofeo città di Ozieri” destinato a chi avesse contribuito a far conoscere la Sardegna e la sua cultura fuori dall’Isola: una soddisfazione grande per un premio inatteso, che ho ricevuto con orgoglio e gratitudine, perché c’è chi ha capito e c’è chi ha saputo guardare con saggezza oltre le polemiche e forse anche oltre gli errori.

Ma voglio tornare molto più indietro e ricordare i rapporti che mi hanno legato per anni alla città di Ozieri, alla casa editrice Il Torchietto che ha stampato tanti nostri volumi, ai Sindaci, alla Comunità Montana del Monteacuto nel cuore della Sardegna. Gli anni della Presidenza della Scuola media di mio fratello Luigi, che oggi mi ha pregato di portare il suo saluto. Il legame con Guido Sechi.

Prima ancora, il rapporto forte intenso talora conflittuale con Antonio Sanna, professore di linguistica sarda nella Facoltà di Lettere di Cagliari e poi nella Scuola di specializzazione in Studi Sardi negli anni 70, per tanto tempo – 18 anni - presidente di questa Giuria. Nicola Tanda ha ricordato oggi la sua dura prigionia in India catturato dagli inglesi, che gli costò il polmone sinistro.

Fu Antonio Sanna a proporre alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Cagliari l’approvazione delle due delibere del 1971 e 1974 che sono alla base della mobilitazione di moltissimi comuni della Sardegna sul tema della Lingua sarda: nel 1977 nella stessa direzione andava una relazione della Scuola in Studi Sardi scritta anche da me, che l’anno prima avevo fatto approvare una delibera al Consiglio Comunale di Bosa sul bilinguismo.

Prima di lui avevano presieduto la giuria del premio, a fianco del segretario fondatore Tonino Ledda, Domenico Masia, Cicito Masala, Rafael Catardi. Tra i membri della giuria che si sono succeduti con una grandissima passione lasciatemi ricordare almeno un amico scomparso meno di un anno fa e che stasera ricordiamo a Sassari,  Nardo Sole.

Poi la lunga stagione di Nicola Tanda, con tanti successi e tanta forza. Sullo sfondo c‘è una scelta non scontata, la progressiva codificazione e circolazione letteraria plurilingue che è alla base anche dell’edizione di quest’anno.

Ma mi sono rimasti nel cuore, nei primi anni della manifestazione, i premi conquistati dal poeta che mi è più caro, il poeta della disperazione scomparso un anno fa, Orlando Biddau, lui col rimorso di aver sperperato tutte le sue primavere; prima ancora il premio assegnato a mio zio Primo Mastinu per la poesia Sa Fozzighedda nella VI edizione del premio, l’attenzione e la partecipazione di mio padre Ottorino a diverse edizioni, sempre sulla scia di quella vena poetica in lingua sarda fondata sull’ironia e sulla critica corrosiva di nostro prozio Giovanni Nurchi, l’autore di Bosa risuscitada, un trionfo dopo le argute malignità de Sas Isporchizias de Bosa di Melkiorre Murenu.

Sullo sfondo, l’apprezzamento per i premi assegnati a tanti poeti, voglio ricordare almeno Pedru Mura il poeta di Isili, operaiu ‘e luche soliana, currende un’odissea ‘e rimas nobas, e poi il caro Giommaria Cherchi scomparso di recente; il ricordo di Anzeleddu Dettori a Bonorva per S’Ischiglia e prima ancora indirettamente del poeta Antonio Cubeddu ancora ad Ozieri, nella edizione e nella lettura originale che ne avevano fatto vent’anni fa Nardo Sole e Tore Tedde.

Il lento passaggio della Sardegna dall’oralità alla scrittura. Del resto la storia del Premio, anche con la sua conflittualità latente e con la sua creatività, è tracciata con ben altra competenza della mia da Nicola Tanda nel volume di Carlo Delfino Editore Quale Sardegna ? Pagine di vita letteraria e civile. Ma voglio ricordare anche il bel libro di Salvatore Tola sui 50 anni di premi letterari in Sardegna.

Ma al di là di tutto ciò c’è una cosa davvero personale, soprattutto la data di inizio del Premio città di Ozieri, nel settembre 1956, che lo rende il premio con più lunga attività a favore della cultura sarda, una data che mi conduce direttamente agli ultimi luminosi mesi di vita di mia madre Anna Scampuddu, per la quale oggi mi pace rileggere qualche verso della poesia scritta da Ottorino, che testimonia una perdita irreparabile ma anche un legame che ancora ci unisce. La solitudine disperata, il lutto, ma anche un amore che continua.

Torra

ca su cane tou

est truciénde

de tristésa.

Torra

ca su puddedru tou

appo inseddau

cun bàttiles doràdos

e sonaggios de prata.

Torra

ca ti dépene fagher festa

montes e baddes in fiore;

torra

ca sos puzones

ti depene cantare

in armoniòsu coro.

Torra

ca ti déppene saludàre

sos mares chena lacana

e sos chelos chena nue.

Torra

ca pro te appo

furadu lughentes

istellas.

Torra

pro mi dare cun calore

paghe, felitzidade

e ischindittas de amore.

Ecco, io auguro che le poesie e le opere di questa straordinaria 55° edizione del Premio siano in grado di dare calore, pace, felicità e scintille d’amore.

Ho seguito con curiosità e un poco in punta di piedi in questi mesi l’attività dei componenti della giuria del Premio Ozieri, Antonio Canalis, Clara Farina, Dino Manca, Paolo Pillonca, Cristina Serra, Salvatore Tola: ne ho tratto l’impressione di una professionalità, di una qualità, di una capacità di interpretare la creazione letteraria e lo specifico della poesia con un metodo davvero saldo, con l’utilizzo di categorie riconosciute, con una serena convergenza sulle regole da adottare che certo non mi aspettavo, perché non sempre sono stato in grado di cogliere la ricchezza di un dibattito che ha pienamente investito pure gli ambienti accademici, influenzato il Consiglio Regionale al quale si deve la legge 26 del 1997, che ha preceduto la legge nazionale 482/99, espressione della carta europea delle lingue regionali o minoritarie firmata dall’Italia l’anno dopo ma non ancora ratificata.

E’ nella carta europea che si avvia il riconoscimento delle lingue regionali o minoritarie quale espressione della ricchezza culturale di un territorio; si definisce il rispetto dell’area geografica di ogni lingua, facendo in modo che le divisioni amministrative già esistenti o nuove non ostacolino la promozione della lingua; la Carta impone la necessità di un’azione risoluta per promuovere le lingue regionali o minoritarie al fine di salvaguardarle; afferma la facilitazione e l’incoraggiamento all’uso orale o scritto delle lingue regionali o minoritarie nella vita pubblica e privata; promuove gli studi e la ricerca sulle lingue regionali o minoritarie nelle università o negli istituti equivalenti.

Soprattutto ho apprezzato in tante poesie e in tante opere presentate per questa edizione del Premio la tensione verso un’interpretazione profonda della letteratura sarda, che parte da una conoscenza di un mondo che progressivamente sto davvero scoprendo con i sapori, i profumi, le sensazioni, i ritmi, le musiche, i temi di un tempo lontanissimo che ci appartiene e che ci apparterrà nel profondo.

E ancora ho riflettuto molto sull’importanza e sulle profonde implicazioni che hanno avuto i premi di poesia, primariamente quello di Ozieri, sul terreno della valorizzazione e dell’arricchimento della lingua sarda. Come non pensare a Giovanni Maria Dettori e alla sua opera Sa Limba Sarda oe:

Fis, de tempus meda, presonera

tra nuraghes e baddes soliànas

ninnàda dae fadas fitianas

lagrimàda, che prenda, da’ s’aera.

Il testo letterario, si sa, è il testo a più alta densità comunicativa e il linguaggio poetico – a marcata valenza simbolica e connotativa – è per sua stessa definizione modellizzante ed esemplare.

Questo lo abbiamo imparato a scuola. Questo lo abbiamo appreso dalle grandi letterature europee.

Insieme al sardo, lingua neolatina, oggi noi parliamo una continuazione del toscano, anche grazie ai modelli letterari e linguistici di poeti e scrittori come Dante, Petrarca, Boccaccio e Manzoni. I poeti impegnati a scrivere le loro cantones sono importanti. Altro che «dopolavoristi»!

Il debito di riconoscenza che tutti abbiamo nei loro confronti - per la progressiva crescita della lingua sarda e per il salto di qualità che la loro poesia, con il suo carattere profetico, è stata capace di imprimere – è grande.

Da qui nasce la consapevolezza di come la lingua - fondamentale strumento di rappresentazione del mondo e della vita - possa diventare un elemento fortemente unificante per la società sarda, simbolo di sovranità e di identità, capace di produrre ricadute occupazionali a favore dei giovani della Sardegna.

Dico francamente che ho molto da imparare in questo campo e che la Sardegna ha poeti di grandissimo livello, capaci di esprimere la realtà con una sensibilità e una forza che lasciano senza fiato, motivati da un forte impegno sociale. Tematiche che non riescono a passare attraverso la pallida lingua italiana e che semmai rimandano alle lontane radici latine, tra inventio, dispositio, memoria, elocutio e actio per seguire la Rhetorica ad Herennium dell’inizio del I secolo a.C.

Questa è un’esperienza che peserà nella mia vita e nella vita di tanti di noi e che deve orientare tante prospettive future anche di un premio come questo che deve costantemente ripensare la sua storia, per indicare un orizzonte di modernizzazione e di crescita.

Un grazie va a chi ha voluto e ha portato avanti giorno per giorno un impegno in su Centru de documentazione de sa letteratura sarda del Palazzetto di Via Amsicora, un archivio per le opere letterarie della Sardegna, che raccoglie una documentazione unica e preziosa per la cultura della nostra isola, un patrimonio di testi letterari, di documentazione sugli autori, di carteggi, di fotografie, di filmati, di registrazioni sonore e musicali che oggi rappresenta un giacimento documentario da tutelare e rendere accessibile agli studiosi, ai letterati, agli appassionati. Penso a tante altre tesi di laurea.

Il Premio Ozieri (che ha un simbolo che amiamo, la decorazione della pisside preistorica di San Michele)  ha rappresentato per decenni una delle più importanti palestre compositive e scuole letterarie della Sardegna, un punto di riferimento imprescindibile nel panorama culturale della nostra Isola e una realtà oramai consolidata nella promozione e valorizzazione della lingua sarda.

Soprattutto è stato luogo di dibattito, su temi centrali quali quelli sulla questione sarda, sull’identità, sulla promozione e valorizzazione della cultura e della lingua sarda.

Antonio Canalis ha parlato di un ininterrotto richiamo alle ragioni della specificità isolana, attraverso un uso “politico” dell’attività poetica come momento di riflessione e di rilettura attorno ai problemi della Sardegna, verso una nuova stagione dell’autonomismo sardo.

Sono convinto che in futuro dal Premio Ozieri e dai tanti altri premi letterari che mi sono cari, vere scuole di scrittura creativa per i sardi, dovrà partire la nuova politica linguistica della Regione Sarda.

Le lingue dei sardi possono essere un elemento distintivo dell’autonomia, della sovranità del Popolo Sardo, però solo a patto di difendere le radici culturali profonde di queste lingue, di conservarle come specchio di un mondo che ci appartiene e che in esse si riflette con immediatezza: ma solo se riusciremo a pensare sempre più in sardo (o in sassarese, gallurese, algherese, tabarchino), rendendoci conto criticamente che ci sono differenze tra città e campagna, tra città e paese, tra paese e paese. Sono problemi sui quali dobbiamo ancora confrontarci.

La presenza oggi dell’Assessore Claudia Firino è preziosa per delineare un impegno, un orizzonte, una prospettiva.

Dobbiamo tutti svolgere il nostro ruolo con scrupolo, con prudenza, con la voglia di ascoltare e di capire. Sempre rifacendoci ai grandi maestri che ci hanno preceduto, senza indulgere a posizioni di retroguardia. Non ritengo giusto sposare posizioni preconcette e ci dobbiamo battere per la promozione della lingua sarda e delle altre lingue del territorio come lingue dell’oggi e del domani, come segni di identità e come elementi distintivi per le culture e per le tradizioni della Sardegna.

Personalmente sono convinto che dobbiamo promuovere il plurilinguismo, ma per la lingua sarda chiederei – come recitano le linee guida approvate dalla Regione sulla Limba Sarda Comuna del 2006 – che si parta dalle radici, che si rispettino e si valorizzino le varietà locali, in una reale ottica di protezione delle minoranze, che si difendano i territori senza atteggiamenti di dirigismo linguistico che sarebbero nefasti, pur in una prospettiva di semplificazione ortografica e, sul piano scritto, di standardizzazione progressiva.

Come dimenticare l’accordo sulle norme ortografiche proposto dal Premio Ozieri, modello per tanti altri premi ?

Sia in prosa che in poesia, il Premio Ozieri può portare a sintesi molte posizioni, creare una forte unità di intenti che sia capace di includere e non di escludere, costruire alleanze, sinergie, piattaforme comuni coinvolgendo i protagonisti di un dibattito nel quale vogliamo entrare a testa alta e con rispetto per le posizioni di tutti, per costruire una vera sovranità della Sardegna.

Nicola Tanda parlava di quanto senso di responsabilità e di quanta consapevolezza occorra oggi per essere poeti in Sardegna.

C’è una pagina del mio maestro Giovanni Lilliu in cui sostiene che la lingua sarda è grado di comunicare a livello locale, ma è anche «in grado di tradurre per iscritto qualunque pensiero o qualunque esperienza della realtà del mondo in cui viviamo. Dunque lingua, in effetti, quella sarda, per natura, è lingua perché è ampiamente espressiva».

Bisogna partire da qui per ribadire che la lingua sarda non è espressione dialettale, ma esprime un’eleganza, una qualità, una profondità che non rinneghiamo. L’Università di Sassari ha collocato la difesa della lingua sarda nel nuovo statuto e intende battersi in difesa del bilinguismo e per la promozione della lingua sarda. Farà i corsi di lingua per insegnanti come ha già fatto l’Università di Cagliari. Credo ci sia necessità di una maggiore integrazione tra politiche universitarie e politiche linguistiche regionali. L'Università è una risorsa. Non c'è futuro senza l'Università per la Sardegna e per il Paese. L'Università è innanzi tutto al servizio della Sardegna.

I nostri poeti sono prima di tutto sardi che osservano la propria terra con affetto, ma che sono capaci di evocare e quasi di dar vita alle cose solo chiamandole coi nomi che generazione dopo generazione sono stati attribuiti a tutte le mille articolazioni di un paesaggio che amiamo.

L’edizione di quest’anno del Premio coincide perfettamente con il centenario dalla morte di Sebastiano Satta avvenuta il 29 novembre 1914, a 47 anni d’età: nei giorni scorsi l’on.le Annico Pau, intellettuale ed ex Sindaco di Nuoro ha scritto al sindaco di Sassari Nicola Sanna per ricordare la laurea in Giurisprudenza conseguita da Sebastiano Satta a Sassari nel 1894, la sua attività di giornalista per L’Isola. Ne ha richiamato il contributo come letterato, giornalista e animatore di convivi culturali, in quella città che un mio prozio sardista, il deputato nuorese Pietro Mastino definì <<la sua patria seconda: Sassari>>. Nell’archivio storico dell’Università a Palazzo Segni ho ritrovato nei giorni scorsi il fascicolo di Sebastiano Satta, che inizia con la licenza liceale conseguita all’Azuni il 18 luglio 1888. E poi i 18 esami sostenuti presso la Facoltà di Giurisprudenza, con la laurea del 21 luglio 1894 con una tesi su Gli eserciti e gli armamenti stanziali nel rapporto economico e morale.

Lasciate anche a noi la possibilità oggi di ricordare il grande poeta Sebastiano Satta, che fu anche un appassionato cultore della lingua sarda, come in alcune poesie, fra le quali resta molto cara ai nuoresi Su battizu eseguita in canto dal Coro di Nuoro.

Satta amava la Barbagia e non nascondeva di nutrire sentimenti di simpatia e rispetto per la folta schiera di banditi che, per sfuggire alla cattura, si davano alla macchia. Secondo il poeta nuorese, i banditi altro non erano che degli uomini divenuti simili ad animali randagi, che manifestavano con le loro gesta fuorilegge una barbarica ribellione a un ordine sociale ingiusto e inaccettabile. La poesia sattiana mette dunque in luce tutta la tragedia della Sardegna, immortalata come: "madre in bende nere che sta grande e fiera in un pensier di morte".

Oggi i nostri poeti si lasciamo alle spalle i pensieri di morte e gli armamenti e la Sardegna si apre con dolcezza verso un futuro luminoso di speranza, perché davvero vorremmo che giungesse la primavera, con le parole di Pedru Mura, il poeta di Isili. Vorremmo:

chi colet ridende su beranu

chin tottu sos profumos ch'hat in sinu;

pro chi avantzet cantande s'arbèschia

chin tottu sos lentores de manzanu;

pro chi si nde cunfortet su desertu

e ti torret sos fizos fattos frores.

Ultimo aggiornamento Domenica 07 Dicembre 2014 23:09

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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