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Tonino Oppes, Il ballo con le janas, Racconti.

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Scritto da Administrator | 31 Dicembre 2015

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Tonino Oppes, Il ballo con le janas, Racconti, Domus de janas editore, Cagliari 2015
Pozzomaggiore, 5 gennaio 2016

Per questa serata si è mobilitato il Comune di Pozzomaggiore, Isperas, gli alunni della Suola Media, l’editore Domus de janas. Grazie a Gianni Piu e a Paolo Pillonca per i loro interventi.

Tonino Oppes continua a percorrere una sua strada originale, con una prosa luminosa e una narrativa che emoziona, con questo volume dedicato alle leggende sulle janas della cultura popolare sarda, reinterpretando in copertina e nel testo il celebre quadro La danza di Liliana Cano, un’artista ribelle e non convenzionale che amiamo. Ma questa volta si fa accompagnare dalle nitide illustrazioni di Daniele Conti, che raffigurano una danza scatenata, quella di quattro bellissime fate che travolgono la vita del giovane protagonista, Antine, un ragazzo  capace di amare, di sognare e di vedere al di là del reale. Un incantamento.

Checché ne pensi l’autore, anche se l’ispirazione di queste 15 storie è davvero legata alla cultura popolare della Sardegna, alle tradizioni dei paesi e delle campagne sarde, in particolare a Pozzomaggiore, c’è una dimensione personale che prevale, una visione del mondo positiva e poetica, il mito della bellezza, dell’amore, del ballo, della musica, della festa, che sembrano aspetti periferici e dimenticati della cultura sarda tradizionale, rappresentata purtroppo sempre come animata da una barbarica ribellione a un ordine sociale ingiusto e inaccettabile. La poesia di Sebastiano Satta metteva in luce tutta la tragedia della Sardegna, immortalata come "madre in bende nere che sta grande e fiera in un pensier di morte".

Non che manchino in queste pagine le cose terribili, i drammi e la povertà della Sardegna, la siccità, i malefici, la musca maccedda, Lughia rabiosa come presso la domu de janas, una tomba neolitica di Pompu, sul Monte Arci oppure sulla vetta di Cuccureddì sul M. Santa Vittoria a Esterzili (a circa mille metri di altitudine). Qui la tradizione narrava i misteri della Domu de Orgìa, la casa della maga, nota in tuta la Sardegna come Luxìa Arrabiosa o Georgìa Arrabiosa, distrutta dal dolore per la perdita dei figli e ridotta in pietra, come la sventurata Niobe della tradizione classica. Pietrificata  come il contadino blasfemo che aveva continuato ad arare mentre passava la processione di San Marco a Tresnuraghes. Oppure le altre spaventose immagini del repertorio abituale di un’isola irrigidita e chiusa su se stessa nel dolore, le streghe malefiche condannate dall’opinione pubblica o dall’inquisizione, come nel caso della bruxia Julia Carta originaria di Mores a Siligo, capace di scagliare i malefici e di manipolare forze oscure, alla fine condannata e costretta ad abiurare nel castello di Sassari nel 1596.  L’invidia, le uccisioni dei vecchi, i sequestri, la criminalità che risorge ancora oggi anche là dove non ti aspetti.

Ma Tonino Oppes scopre la dolcezza della memoria, ritrova il filo dei ricordi di un’infanzia luminosa e spensierata che è stata felice, è capace di far emergere l’incanto di una Sardegna diversa, dove le Janas non sono le malefiche bitie dalla duplice pupilla che inceneriscono con lo sguardo, le streghe del Malleus maleficarum, ma donne innamorate della vita, timide nei loro affetti, custodi di tesori luccicanti, che come Tidora sanno donare una felicità senza tempo, fatta di passione e di dedizione senza ricompense, di gioia : <<qualche volta – racconta Tidora – dopo aver fatto l’amore, abbiamo portato i nostri uomini nel palazzo di Monte Oe, per mostrargli i tesori nascosti in un grande pozzo scavato nell’ultima stanza. Durante il viaggio gli spiegavamo come comportarsi, dovevano solo guardare>>. Antine aspetta Tidora nel suo letto, lei lo trova bellissimo, per un anno intero lo bacia appassionatamente, danza con lui magicamente, gli fa scoprire l’amore al ritmo di una musica soave; e lui la osserva quando lei vola via, senza voltarsi indietro; la fata gli aveva lasciato in bocca un forte profumo di frutto di corbezzolo maturo, appena raccolto, dopo una notte di rugiada, come nella campagna sarda non più fatta solo di rocce e di vento, descritta nel libro di Ignazio Camarda Custa bella de ervas familia e de animales.  Allo stesso modo il poeta Orlando Biddau raccontava l’amore per la sua donna, sentendolo pian piano spegnersi: <<Se il comune sentiero dovesse biforcare, / l'incubo della tua assenza s'addolcirà / nel tempo come sorba o dattero o corbezzolo, / solo per il calore assicurato a una casa >>.

Contribuisce a definire questo clima fiabesco l’ammirazione per un ambiente naturale incontaminato pro custa terra de Musas, santa et beneitta e per una cultura millenaria sintetizzata dalle misteriose finestrelle buie delle domus de janas preistoriche scavate sui costoni del Monte Chirisconis che si affaccia sul Rio Badu ‘e Crabolu a Suni, quasi fosse una torta di marzapane abitata da minuscoli geni benefici. Proprio a Suni io stesso ho scoperto i miei primi nuraghi, prima a Nuraddeo nell'altipiano di Pedrasenta sulla strada per Padria, arrampicandomi sul finestrone della grande torre e poi scendendo per la scala interna nelle viscere del nuraghe, fino alla camera più bassa, con la sua nicchia poligonale interrata, un luogo pieno di fascino e di mistero. Altre volte scendevamo a piedi lungo il viottolo di Binzales, verso la vallata di Modolo, al margine dell'altopiano della Planargia, fino ad arrivare al protonuraghe Seneghe, che ci impressionava per i suoi cunicoli al posto dell’ogiva, per le sue nicchie, per i suoi crolli, per le sue scale, all’esterno per le vaschette in pietra usate ancora dai pastori per abbeverare i maiali. Infine Sirone, con i suoi misteri raccontati da Pietro Casu, il monastero dei cistercensi di Sant’Ippolito completamente demolito dove la leggenda voleva che si conservasse un tesoro medioevale, unu siddadu custodito da un cane demoniaco.  Mi rendo conto che sto spostando la scena un po’ troppo verso il mare e sto mischiando i miei ricordi con quelli dell’amico; eppure c’è in questo libro anche il mare di Bosa, osservato dalle colline da chi vorrebbe partire verso altri mondi come da Palos. E poi  quella strada attraversava finalmente il fiume Badu ‘e crabolu e alla fine ci faceva arrivare a Gurulis vetus, Padria, la città delle tre colline, tanto legata al mito di Ercole e dei suoi 50 figli, che sono al centro del XII capitolo di questo libro, l’isola dei miti, che fa riemergere l’idea che nell’immaginario collettivo già degli antichi greci e romani la Sardegna fosse una terra fertililissima, eudaimon, felice, apportatrice di tutti i prodotti, una terra dove i figli di Eracle e i loro discendenti avrebbero mantenuto per sempre la libertà promessa al padre dal dio Apollo. Bene ha fatto Tonino ad allargare lo sguardo all’immagine ideale e fiabesca che gli scrittori classici avevano sulla Sardegna, un punto di vista esterno ma non estraneo alla realtà sarda: quella che per Erodoto era l’isola più grande del mondo, appariva nei miti greci come una terra “felice”, che per grandezza e prosperità eguagliava le isole più celebri del Mediterraneo; le pianure erano bellissime, i terreni fertili, mancavano i serpenti, i lupi, altri animali pericolosi per l’uomo, non vi si trovavano erbe velenose (tranne quella che produceva il “riso sardonico”); collocata nell’estremo Occidente, l’isola appariva notevolmente idealizzata, soprattutto a causa della leggendaria lontananza e collocata fuori dalla dimensione del tempo storico. Ciò non significa affatto però che i Greci e più di loro i Cartaginesi ed i Romani non avessero informazioni precise sull’ambiente e sulla società isolana, variamente intrecciate con il mito: il paesaggio in particolare era sentito come fortemente originale, caratterizzato da una incredibile biodiversità, percorso sulle montagne dai mufloni, nelle lagune dai fenicotteri, sulle montagne dai molti e grandi uccelli - megalon ornéon kai pollòn; ma erano soprattutto i nuraghi dell’età del bronzo che marchiavano il paesaggio isolano modificato dall’uomo, le torri a cupola, «le tholoi dalle mirabili proporzioni costruite all’arcaico modo dei Greci», che il mito attribuiva a Dedalo, l’eroe fondatore dell’architettura greca, arrivato in Sardegna su invito di Iolao, il compagno di Herakles; nuraghi forse distrutti dallo schiaffo di un dio, dall’onda voluta da Poseidone, per soffocare l’Atlantide del mito. L’Eracle di Gurulis (identificato con il libico Maceride con il fenicio Melqart) era il leggendario padre di Sardus, il dio venerato nel tempio di Antas assieme al padre contubernale in due diversi penetrali. Quella che veniva poeticamente chiamata l’”isola dalle vene d’argento”, divenne poi Ichnussa e Sandaliotis, una terra fortunata, caratterizzata da una mitica eukarpía, da una straordinaria abbondanza di frutta e di prodotti: il latte, il miele, l’olio, il vino, che si attribuivano alla generosità del dio Aristeo, il figlio di una ninfa. Ancora nel IV secolo l’Expositio totius mundi parlava di una Sardinia ditissima fructibus et iumentis et valde splendidissima. Gli antichi definivano la bellezza del paesaggio attraverso le ninfe che abitavano il Golfo delle Ninfe, Porto Conte, attraverso la ninfa Ciene amata da Apollo, madre appunto di Aristeo e attraverso la sposa di Ermes, l’Erizia di Gades, all’estremo occidente, madre di Norace il fondatore di Nora.

I miti classici intorno a Gurulis Vetus  trovano un riscontro nella realtà delle scoperte archeologiche che raccontano di Eracle e della sua clava, del leone e delle sue fatiche, di Minerva che ha dato il nome all’altopiano che separa Romana da Montresta, la dea greca che viene raccontata nell’VIII capitolo con accenti originali e inattesi. Risalendo la stradina che dal lago sul Temo conduce al piede del Monte Minerva ogni settimana rientrando a Bosa osservo la rocca dei Doria e il pittoresco villaggio fortificato di Monteleone, e poi sul colle di Monte Minerva, più in alto le varie diramazioni fino ad arrivare al misterioso Palazzo Minerva di Luigi Canetto, le tante fattorie ancora oggi popolate di cavalli e di altri animali  che si fanno accarezzare dal viaggiatore. Erano stati gli Ateneniesi arrivati assieme ai figli di Eracle secondo il mito greco a fondare Gurulis: e qui il protagonista osserva la dea ateniese protetta dal caratteristico elmo intenta a trasformare la capanna originaria in un grande palazzo e al risveglio si trova al centro di un sogno inatteso: <<dormiva in un letto vero, sopra un comodo materasso. Non c’era più la stuoia, ma soprattutto non c’era più la capanna. Si trovava dentro una casa con tante stanze, in una c’era un telaio nuovissimo>>. Come impazzito è uscito di corsa e davanti alla porta ha trovato uno splendido cavallo: era nero, come piaceva a lui. Lo ha osservato bene, aveva la coda di seta. E’ saltato subito in groppa, lanciandolo al galoppo. Nell’aria, la gioia del ragazzo si fondeva con il suono metallico degli zoccoli del cavallo, che sembrava fatato. L’animale dalla coda di seta correva veloce, più veloce dell’aquila reale che aveva steso le sue ali in cielo e volava lontano dal nido. Il giovane correva ora nel territorio di Villanova tra Punta Cancarados, Monte Ozzastru, fino alle cascate di Sa Entale, dove finiva per incontrare le janas di Sas Concas, che lo avrebbero fatto re di questo Monte: un luogo splendido, che nella primavera profumava di rose.

Ma se lasciamo da parte per un momento gli altri luoghi, al centro di questo libro, nel cuore dell’autore, c’è il paese amato, Pozzomaggiore, il luogo dell’infanzia, con intorno tutta la Sardegna con il suo ambiente naturale, dal villaggio abbandonato di Rebeccu fino ad Aritzo o ad Orani, dal nuraghe Appiu che si affaccia sul Marrargiu fino alla misteriosa Pedra Mendalza, il condotto vulcanico di Annaru a Giave che abbiamo visto essere il luogo dove sono ambientate altre leggende ed altri tesori; e poi le fate di Sos Sette Coroneddos di Banari, di Mandra Antine a Thesi, di Santa Lucia di Bonorva, di Bonuighinu di Mara, del dolmen di Sa Coveccada sotto il Monte Santo di Mores, di Funtana Pinta di Siligo, di Museddu a Cheremule, di Enas de Cannuja a Bessude, la voragine di Mamuscone a Cossoine, perfino i castelli come quello di Roccaforte a Giave o di Bonvehì-Bunuighinu.  Tanti luoghi diversi, fino alla rupe scavata con tante camere sotterranee di Sant’Andrea Priu ai piedi di Rebeccu a Bonorva, compresa <<una stanza dipinta con i colori della terra e del cielo>>, che avrebbe ospitato le janas. Uno spazio straordinario, con le pitture delicate che dalla preistoria arrivano all’età romana e oltre. A due passi da qui ho avuto anch’io un’emozione forte, a Sas Presones di Rebeccu, visitando l’edificio isolato, che sembra una casa colonica, ma che in realtà è quello che resta dell’antico praetorium imperiale con le terme destinate agli alti funzionari che da Karales raggiungevano Olbia lungo la via romana. Intorno, i luoghi conservano prodigiosamente ancora oggi il paesaggio antico, al piede delle colline vulcaniche del Meilogu e lungo la piana un tempo paludosa di Santa Lucia, sulla direttrice per Olbia, dopo la biforcazione per Turris.  Gli ambienti ancora in piedi hanno volta a botte e un pavimento in pietra che poggia su venti pilastrini per consentire il passaggio dell’aria calda per l’ipocausto delle terme: crollando parte del pavimento, dopo duemila anni, abbiamo ritrovato uno spazio sotterraneo che emoziona perché segnato dalle scritture antiche dei miliari del 122° miglio da Karales (183 km da Cagliari) abbandonati al margine della strada e reimpiegati nell’impianto termale tardo-antico.   Rimane sullo sfondo un enigma irrisolto, quello di comprendere le ragioni che hanno portato a raccogliere in un’unica località un numero tanto alto di miliari. Come è noto esistono punti miliari della Sardegna che hanno restituito in passato anche una decina di miliari, come a Sbrangatu presso Olbia. Eppure non escluderemmo che i miliari  di Sas Presones siano stati prelevati da diversi punti miliari vicini dopo esser stati sostituiti, quindi accatastati in un centro di raccolta, presso un edificio pubblico alla radice della strada per Olbia, proprio perché si trattava di un praetorium controllato direttamente dal governo provinciale. E dunque non escluderemmo che i lapicidi itineranti incaricati di reincidere e aggiornare i miliari dismessi potessero far capo ad un’officina lapidaria localizzata a ridosso di Sas Presones, oggi un luogo che ha il sapore profondo di una eloquente verità di vita, sintesi della storia lunga della nostra terra.

Ma in realtà i luoghi di questo libro sono quelli delle campagne di Pozzomaggiore, Monte Oe, Cannas de Chegia, S’oltu de sa ide, Pischina niedda, luoghi dove le stelle che guidano il cammino degli uomini si fermano sopra i colli, come sul colle di San Pietro con la sua chiesa medioevale; oppure sul misterioso palazzo di Monte Oe, mentre le fate che percorrono la strada per Cossoine arrivano fino al nuraghe Alvu, a questo stranissimo nuraghe coronato di calcare che caratterizza il paesaggio della valle.  Dal villaggio attorno al nuraghe era forse originario il soldato che conosciamo dal nuovo diploma trovato a Posada, il fante ex pedite Hannibal Tabilatis f(ilius) (si noti il nome punico) nato presso il Nur(ac) Alb(-), sua moglie - con nome paleosardo come il suocero e il padre - Iuri figlia di Tammuga, uxor eius Sordia (da intendersi come un vero e proprio etnico, difficilmente Sarda), i figli Sabinus e Saturninus con onomastica latina perché destinati al servizio militare; infine le figlie Tisare, Bolgitta, Bonassonis (?), tutte con nome paleosardo.

Dopo la crisi e la dissoluzione dell’età nuragica e la fine dell’età romana, durante l’età dei Giudicati dalla campagna è nato il paese, le sue case, le sue vie, le sue piazze: e il mistero è quello di saper tornare indietro nel tempo, immaginare e ricordare la leggenda della Jana che si era innamorata di un giovane, aveva ottenuto di poter vivere qui, accanto al suo uomo, aveva chiesto di poter costruire la sua casa vicino ad un pozzo: <<Così è nato il paese, in un avvallamento non lontano dal luogo in cui abitavamo già noi janas. Prima una casa, poi un’altra ancora, poi una chiesa, poi un’altra ancora. Una via, una piazza, tante piazze. I campi coltivati a grano, i vigneti, i pascoli abbondanti colorati dal bianco di migliaia di pecore, la terra ricca di acqua, uomini, donne e bambini che arrivavano dagli altri villaggi abbandonati. Almeno allora era così. Anche noi janas eravamo felici. Andavamo molto spesso in paese a ballare, a divertirci di notte, dopo un’intera giornata di lavoro>>. Ho scritto in questi giorni che non riesco a recitare i brani letterari come faceva un tempo Enzo Espa, lo scrittore nuorese scomparso un anno fa, con quella sua voce che costruiva paradossi, che modulava toni tra loro distanti, che faceva immaginare misteri lontani, con una profondità che lasciava incantati gli ascoltatori. Anche lui aveva scritto novelle, ma dure, nuoresi, pubblicate da Guido Fossataro a Cagliari nella bella raccolta di Racconti Nuoresi illustrati proprio da Liliana Cano, ahimé quaranta anni fa.

Altre leggende tradizionali le ho lette nei giorni scorsi a Suni in lingua sarda per la terza edizione del Premiu de contadura in limba sarda “Contos e Paristorias”, con tanta fantasia, curiosità, voglia di ritrovarsi. Ma la scrittura di Tonino Oppes è più limpida, i sentimenti via via che invecchia prorompono senza dighe, senza freni, con la voglia forte di ricordare per tutti, perché al centro di questo libro c’è il tema della memoria, un bene prezioso, una leva per far risorgere una terra che inevitabilmente si spopola, che ha bisogno di motivazioni forti per restare unita, perfino ha necessità di una capacità nuova di compatire e di compatirsi, di sacrificarsi per gli altri, perché come si esprime la mamma raccontata da Remundu Piras  ja basto deo a piangher po tres.

Ci sono nelle orecchie di Tonino ancora i canti uditi da ragazzo, come l’espressione <<dacci l’acqua o Signore che siamo stremati per la siccità>>, ripreso dal poeta di Modolo Orlando Biddau in una poesia del 1966, Sa Siccagna:

E filàda una corona de pruinca andaian

cantende de domo in domo: " Dadenos
s'abba  Segnore: sos pitzinnos cherent
pane sos pastores cherent erba,
sos avantzos de sa chena dàdenos..."

Custa càlema frimma in garrela sas musca
suta petas in camula appietadas , in bidros
consumidas su mesu die affrebbadu,
sa campagna ch'attitan desoladas
furriadorzas de chigula; e s'ajania
chi ti che trazat in s'umbra 'e s'aposentu
ue sognos s'ingalinan e disizos,
cun sa broca imbagantas in su jannile;
ed est terra de rosina in s'impedradu
ue passas andende a sa funtana,
a manu in chintu, broca a duas
asas, pienas de frores siccos
sas petorrras, de arrascios sos ojos.

Cherrinde sas isperas ch'ispighende

andas in sa messera, sen'isetu

ti remuzas sas dies, una pena cumassende
sena madrighe; e su cabu chilchende
in su ghindaalu  'e sa vida s'imbudrugliat

s'azzola.

Ma it'affinada como
isettas chi su tunciu nieddu ziret i
n frisca risada: as a viziliare ista
note a lampana alluta su segretu

de su 'eranu chi morit

ajanu, chi s'isprunit in allegria.

Sutta sa parra de sa luna

noa benis dae sa funtana

sa broca a cuccuru

s'andanta lenta.

Oppure il suono delle launeddas. Il correre dei cavalli per la festa di Costantino. O anche il gusto dolce della narrativa popolare che si conserva dall’infanzia, quando i bambini si nutrivano di pane e colostro e nella piazza di Pozzomaggiore circondavano il vecchio narratore che li incantava con le sue immagini e con la sua tradizione orale. Oggi se possibile ci trasmette ancora di più la voglia di continuare a sognare ed a farci sognare, di riuscire a ricavare per ciascuno uno spazio di solitudine e di silenzio – ma non di isolamento -, dove cogliere i suoni, i profumi, i misteri della nostra terra antica. Di guardare al futuro consapevoli di un’identità ricca e profonda.

C’è da chiedersi perché il paese di Pozzomaggiore abbia tanto peso in questo libro, perché ciascuno di noi è rimasto attaccato ad un paese dal quale non riesce a staccarsi. Come non pensare al romanzo La luna e  i falò di Cesare Pavese, scritto proprio negli anni della nostra giovinezza:  «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti».

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Gennaio 2016 22:25

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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