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Presentazione del volume di Mario Boninu e Stefano Flore.

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Scritto da Administrator | 04 Dicembre 2016

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Attilio Mastino
Presentazione del volume di Mario Boninu e Stefano Flore,
Tula, Retrattos e ammentos
, Chiarella Sassari
Tula, 8 gennaio 1994

Cari amici,

ho accolto con piacere l'invito manifestatomi dal sindaco di Tula Antonio Obino e dall'amico Stefano Flore di presentare oggi questo bel volume dedicato ai Retrattos e ammentos, ai ritratti ed ai ricordi di un paese che cerca con affetto il proprio passato: l'opera, pubblicata dall'editore Chiarella di Sassari in una splendida veste tipografica, contiene 165 immagini rigorosamente selezionate, molte delle quali raccolte dal Comune di Tula in occasione della mostra organizzata cinque anni fa; le immagini sono state commentate negli articoli a firma di Mario Boninu, di Giovanni Maria Demartis e del parroco don Eugenio Cocco, con una serie di informazioni inedite e sorprendenti sulla storia del paese.

Una storia che, va detto subito, è una piccola storia, una microstoria, che però si presenta con una sua dignità, con caratteri peculiari e con una autentica dimensione umana all'interno della più vasta storia della Sardegna. Una storia di una comunità che nel corso dei secoli non si è mai persa, che ha mantenuto un'identità ed un forte legame con i valori tradizionali: e credo che questo sia poi il dato che emergerà con più evidenza dalle cose che dirò.

In realtà - ha scritto Stefano Flore nell'introduzione - «questo libro non è nè vuole essere una storia; semmai tante piccole storie quotidiane di vita comune e lavoro, inserite in un percorso di immagini recuperate e ricomposte con cura per rimettere in gioco, oltre al sentimento, il grande patrimonio documentario dei valori della comunità tulese».

Non ho bisogno di presentare Stefano Flore, che ho visto lavorare per altre mostre e per altri volumi e che ha dato un contributo fondamentale per rendere leggibile un materiale fotografico non sempre di buona qualità, sicuramente ingiallito dal tempo ed ormai quasi illeggibile: l'ho visto all'opera del resto per il volume su Bosa nel passato, La città, la gente, il paesaggio tra '800 e '900, volume ugualmente in via di pubblicazione, frutto di una lunga ed appassionata ricerca, nel corso della quale sono stati recuperati documenti che sembravano definitivamente perduti.

Quando gli amici dell'Assessorato alla Cultura del Comune di Tula nel 1988 iniziarono a muoversi per raccogliere le fotografie storiche di Tula alla fine del'Ottocento non pensavano certo che sarebbe stato possibile acquisire una documentazione così abbondante e significativa, per illustrare la storia di uno tra i paesi più caratterizzati della Sardegna, un paese singolare, tra Monteacuto ed Anglona,  un  "luogo" senza confronti,  un territorio composto da un paesaggio di monti e di campagne, una campagna selvaggia e variata, un incredibile paesaggio inciso dal fiume, con sullo sfondo il lago; un paese legato alle sue tradizioni pastorali così come alla vita agricola della vallata,  oltre la quale si scorge  l'arco tracciato dal Coghinas.  Al di là dei discorsi e delle sterili dichiarazioni di intenti in questo caso c'è stato l'impegno concreto di un gruppo di amici e di appassionati che hanno voluto dare un contributo per chiarire tanti aspetti della vita di Tula alla fine dell'Ottocento, un periodo cruciale nello sviluppo urbanistico, culturale ed umano del paese.

Non si è fatto però allora l'errore - purtroppo assai frequente -  di mitizzare il passato di questo paese, ricercando le immagini oleografiche di paesaggi incantati o raccogliendo le  rappresentazioni parziali di  una realtà mitica ormai scomparsa.

L'Amministrazione Comunale aveva cercato di illuminare una tematica se vogliamo meno nobile ma più profonda, quella del lavoro e dell'organizzazione sociale, una materia che putroppo è rimasta fin qui ai margini dell'attenzione di specialisti e di storici. La protagonista principale di questo volume è dunque la gente di Tula nella sua vita di tutti i giorni: i ricchi proprietari, ma soprattutto la gente comune. E allora ecco le immagini che parlano dei pastori, dei contadini, degli artigiani, dei muratori, delle donne, dei giovani, dei tanti emigrati. Ecco le fotografie che raccontano una vivace tradizione di associazionismo, che risale a ben oltre l'Ottocento: la banda musicale, l'orchestrina, i militari in congedo, la società operaia, le confraternite, il Comitato di Sant'Elena, gli studenti, le associazioni cattoliche, i gruppi sportivi. E ancora le feste, i momenti di socializzazione e di incontro, legati alle fasi arcaiche e più tradizionali del lavoro, la tosatura, la macellazione del maiale,  la mietitura, la pigiatura dell'uva: e poi i pranzi nunziali, le scampagnate, le gite in barca sul lago, l'arrivo del circo Zanfretta. E ancora il mondo del lavoro, con la fatica di tutti i giorni: i mestieri, il falegname, l'artigiano, il fabbro ferraio, il muratore, il contadino con l'aratro e con la sua capanna circolare, il pastore impegnato nella mungitura, il netturbino con il suo carretto trainato da un mulo;  e ancora le donne, che lavano al ruscello, che tessono la lana ed il lino, che lavorano il pane, che fanno lavori di cucito, con l'arcolaio, che preparano cestini con il giunco. Tutto un mondo che vediamo nel tempo crescere, migliorare, arrivare ad una dimensione più vicina a noi, superando i disagi del passato.

Dalla lettura complessiva di questo volume e di queste immagini emerge un quadro a tinte forti di una realtà per tanti versi differente da quella di oggi, fatta di difficoltà, di sacrifici, di povertà, ma anche ricca di continue occasioni di solidarietà e di confronto, con una vita familiare più ampia e più partecipata.

La fotografia dunque può essere ora una fonte per scrivere la storia, uno strumento nuovo per una ricerca storiografica più attenta alla realtà sociale ed alle condizioni di vita della gente. Non può non osservarsi dunque che a Tula dovettero operare alcuni fotografi molto abili, di cui non credo ci sia rimasto il nome: li vediamo all'opera nei momenti importanti della comunità, con i loro arcaici apparecchi in legno a fuoco fisso, con i loro sfondi ed i loro panorami artificiali su tela spesso logori, per tentare di dare un'immagine più gradevole dei clienti orgogliosi di essere ritratti. Quando si è lontani da Tula, si cerca poi di farsi ritrarre eleganti, ben vestiti, come uomini e donne di successo, anche grazie a dei fotomontaggi che ritraggono i militari impegnati nei salti ad ostacoli a cavallo; oppure gli emigrati che vogliono inviare alle famiglie d'origine un messaggio tranquillizzante, di un successo ottenuto in America o nei paesi dell'emigrazione europea; talvolta abbiamo anche bei fotomontaggi con messaggi d'amore: un romanticismo ed una passione che non avremmo mai sospettato tra la gente dura di questi monti; ma forse la lontananza, la nostalgia, il difficile inserimento in altri ambienti può compiere miracoli.

Questa riflessione per immagini può consentire di avviare concretamente un discorso sul passato e sulla storia di una comunità quanto mai ricca di tradizioni civili e di stimolanti fermenti culturali, alla ricerca di informazioni nuove su un passato relativamente vicino, eppure per noi quasi sempre oscuro.

Tula alla fine dell'Ottocento è un paese ancora con moltissimi problemi igienici: le strade sono quasi impercorribili per il fango, imperversa la malaria causata dagli acquitrini e dal fiume, le disastrose condizioni igieniche e sanitarie suscitano apprensione, esiste un gravissimo problema di rifornimenti idrici, gli animali circolano liberamente per il paese, dalle galline ai gioghi dei buoi, i bambini sono scalzi e malvestiti, anche se non denutriti, la mortalità infantile è molto grave, la densità della popolazione sul territorio non supera i 20 abitanti per kmq., l'analfabetismo è pressocchè generalizzato, le scuole funzionano malissimo, le casupole quasi tutte a piano terra sono spesso malsane ed umide, il camposanto è in condizioni disastrose (diceva l'Angius nel Dizionario del Casalis alla metà dell'Ottocento che «serve per camposanto l'antico cemitero, che trovasi contiguo alla parrocchia e resta fuori dell'abitato; del quale perchè le inumazioni non eseguite secondo le prescrizioni esciono effluvi che contaminano l'aria che si respira»). Solo nel secondo dopoguerra, con l'intervento dell' ERLAS e con l'irrorazione del DDT verrà eliminata la piaga della malaria nelle zone paludose, segnalata del resto già nei secoli precedenti. Le fotografie documentano il momento dell'arrivo della nuova condotta idrica e della costruzione della prima fontana nel 1914: è la fine della grande sete di Tula, l'inzio per un processo di modernizzazione.

Fu però la costruzione della diga sul Coghinas a dare una svolta decisiva da un punto culturale a questo paese, che le immagini ci consentono di veder crescere progressivamente anche nella sua struttura urbanistica: voluta con l'intento di bonificare la pianura malarica del Campo di Ozieri, la diga ha determinato nascita dell'invaso, con una capacità di 255 milioni di metri cubi ed una superficie di 18 kmq.; essa  ha costretto Tula a sacrificare una parte del suo territorio e soprattutto le sue pianure più fertili; e però la centrale del Coghinas, entrata in funzione nel 1927, fu veramente un'innovazione, se essa fu la prima in Italia ad essere realizzata in caverna con tecniche d'avanguardia. La sala macchine, che immagazzina attualmente oltre 40 miloni di KWh, si trova in un locale scavato entro la roccia a circa 40 metri sotto l'alveo del fiume. La diga, a gravità per caduta, con un dislivello di oltre 100 metri, in muratura di pietrame, è a pianta rettilinea e raggiunge sulla fondazione un'altezza massima di 58 metri, una larghezza al coronamento di 185 metri ed uno spessore che varia dai 6 metri della sommità ai 37 metri della base, con una muratura che ha un volume totale di oltre 100 mila metri cubi. Le foto di questo libro documentano alcuni momenti del cantiere, nel quale hanno lavorato moltissimi operai di Tula, acquisendo una competenza ed una capacità tecnica notevole. Non pochi furono però gli incidenti in corso d'opera, che ci ricordano le recenti tragedie vissute dal paese proprio in questi giorni. Volevo ricordare oggi i nomi di Agostino Masala e di Antonio Migali.

Per il resto, l'economia di Tula è fondata nell'Ottocento sull'agricoltura e sulla pastorizia, soprattutto sull'allevamento di bovini, ben oltre un migliaio di vacche in un territorio relativamente ristretto: osservava l'Angius che «i Tulesi sono in situazione piuttosto comoda per commerciare e facilmente possono portare le loro derrate in Terranova. Vendono capi vivi pel macello alle beccherie delle principali città, i prodotti agrari a' negozianti d Sassari o di Terranova». Anche l'apicoltura, «proficua a' pochi che la esercitano», scriveva l'Angius, era praticata alla metà dell'Ottocento: l'abbondanza della macchia mediterranea sul monte di Tula, con il cistio, il citiso, il corbezzolo ed altre specie - sono parole dell'Angius - consentiva alle api di trarre molto miele dai fiori. L'agricoltura produceva cereali, ma anche orzo, fave, legumi; e poi il lino, fino a 1000 cantaretti di fibra ben pettinata; la viticoltura, con l'uva che «non si pigia ne' cupi, ma entro sacchetti di cannevaccio», tanto  il mosto sommava a 400 cariche. E poi il legname da ardere, il legname da costruzione e l'estrazione del sughero, che vediamo documentata su queste immagini solo indirettamente, con i vasi da fiori in sughero disposti dai fotografi sugli sfondi dei ritratti. Il tutto in un territorio dove la proprietà fondiaria è molto frazionata e i fondi di media non superano i 20 ettari.

Lo sport più diffuso è sicuramente la caccia, che è anche una straordinaria risorsa: le fotografie di questo libro ci mostrano carnieri straordinariamente abbondanti. Alla metà dell'Ottocento ancora l'Angius osservava che «il selvaggiume abbonda massime nelle montagne. I cinghiali sono in grandissimo numero e si trovano anche prossimi alla popolazione, e non si stenta ad incontrar cervi, daini, volpi, lepri ed il porco spino. Gli uccellatori fanno gran preda, massime in certe stagioni, di pernici, beccaccie, colombi, tortorelle, merli, tordi, quaglie, meropi ecc., e nelle acque anitre, folaghe, galline d'acqua ecc.». Più tardi si affermeranno i nuovi sports, il ciclismo prima di tutto con la comparsa delle prime biciclette, e poi il calcio ed il pugilato.

Per quanto riguarda il clima, l'Angius alla metà dell'Ottocento scriveva che questo centro aveva un'aria che non è molto da lodare per la salubrità: e ciò anche se il Monte Sassu protegge il paese dai venti del maestrale e del ponente, il monte Sassittu lo protegge dal libeccio ed i monti della Gallura dalla Tramontana e dal Grecale. Certamente il rilievo, l'alternarsi di ampie pianure, di colline e di aspre montagne, la grande varietà geologica e fisica, hanno influito oltre che sull'economia, sulle vicende umane e sulla storia di un territorio che appare generalmente ostile alle immigrazioni esterne e relativamente chiuso in sè stesso.

Il padre Angius aggiungeva che «i nativi del paese godono buona salute, fortemente temperati alle naturali condizioni del clima: egli è però vero che molti periscono ne' primi anni, e non tanto per la intemperie del clima, quanto perchè non si bada alla conservazione delle tenere creature, e non si usano le precauzioni, che ragione vorrebbe; il che si avvera, come altrove, massime nella classe più povera».

Una causa della generale situazione di arretratezza è sicuramente da individuarsi nel diffuso analfabetismo e nelle difficoltà incontrate dagli insegnanti incaricati di gestire le scuole elementari: le fotografie di questo volume documentano la diffusione del fenomeno delle pluriclassi, con scolaresche molto eterogenee, con giovani maschi e femmine delle età più differenti. Una situazione che ricorda da vicino quella della metà dell'Ottocento, denuciata da Padre Angius: «L'istruzione elementare ha poco o nulla giovato, perchè forse una trentina di persone in trent'anni hanno imparato a leggere ed a scrivere. I fanciulli che accorrono all'istruzione quando sono in maggior numero non sorpassano la quindicina».

Anche la scuola viene però rinnovata, ma solo in epoca fascista, con la costruzione del nuovo caseggiato scolastico: allora le fotografie documentano l'asilo infantile, le scuole elementari, gli alunni con le divise ordinatissime, e poi nel dopoguerra le scuole di cucito e di ricamo, le scuole serali.

I giovani più intraprendenti scelgono però l'emigrazione verso l'America e quindi verso altri paesi europei: è una diaspora di dimensioni eccezionali rispetto al resto della Sardegna, che impoverirà il paese delle sue forze più vive, ma che a giudicare dalle fotografie non viene vissuta come un dramma o come una sciagura. I giovani emigrati appaiono da queste immagini come ben vestiti, con un'eleganza forse un pò affettata, uomini di successo che lavorano con orgoglio e che sono apprezzati all'estero.

Sul vestiario tradizionale di Tula ha scritto molto bene nel volume Giovanni Maria Demartis e dunque mi limiterò ad osservare che accanto alle forme cittadine, che dimostrano l'esistenza di un ambiente non particolarmente conservativo e relativamente aperto alle influenze esterne, sopravvive per tutta la prima metà del Novecento a livello popolare soprattutto l'uso del costume maschile, ormai senza ragas, ma spesso con il corpetto di velluto scuro chiuso a doppio petto da una duplice fila di bottoncini, accompagnato da una giacca di orbace con cappuccio e risvolti di velluto. Ma sono poi sas berrittas o le barbe foltissime, oppure i baffi, che ci danno il senso di una tradizione rispettata quasi religiosamente, soprattutto a livello maschile. Le donne viceversa appaiono più evolute e sempre eleganti.

Molto significative sono le foto che riguardano il mondo della chiesa e della religione, che ha costituito una parte importante della vita dei cittadini di Tula nel passato, con una radice profondisima rappresentata dall'introduzione, sicuramente in età bizantina, del culto di Sant'Elena, la madre dell'imperatore Costantino, la scopritrice a Gerusalemme della vera croce di Cristo. La chiesa di Sant'Elena, ricostruita dal can. Giovanni Maria Squintu nel 1898, compare sullo sfondo delle cartoline del paese, quasi a segnare un momento di svolta di un villaggio che aveva deciso per la prima volta di pensare in grande e di rinnovarsi. E poi le altre chiese, prima tra tutte N.S. di Coros, lo splendido gioiello di arte medioevale, malamente restaurato, che dimostra non soltanto l'antichità delle origini del paese moderno, che alcuni studiosi collegano addirittura ai Korakensioi di età romana,  ma anche e soprattutto il gusto e la qualità delle maestranze locali nel giudicato del Logudoro: la chiesa, costruita nel XII secolo dai Vallombrosani, fu edificata con pietra cavata nelle cave di Monte Su Sassu ed ospitava un trittico cinquecentesco, di tono popolareggiante, attribuito ad un Gerolamo Pinna ed all'anno 1577. Credo che basterebbe soltanto questa chiesa per rivalutare la nobilità delle origini di questo paese.

Ma si pensi anche alle misteriose rovine di San Pietro che ogni tanto misteriosamente riemergono dalle acque del lago, con i ruderi della antica frazione di Ossuna.

E poi il legame di Tula con Castro, che è essenziale per comprendere la storia del paese, ristretto in confini molto ridotti ed in un territorio di appena 66 kmq., solo il 4% dell'intera Comunità Montana del Monteacuto. Castro è l'altro polo, il luogo sognato e vagheggiato, l'altra sponda, alla quale si giunge in pellegrinaggio a piedi ed a cavallo verso la chiesa di N.S., per Pasqua: Castro fu forse l'antica sede diocesana alla quale doveva appartenere l'antica Tula, poi passata a Bisarcio; un Costantinus de Castra è ricordato come vescovo di Bosa e poi arcivescovo di Torres nel 1073; un Attone episcopus castrensis è noto nel 1164. Tula passa poi alla diocesi di Bisarcio e quindi in quella di Alghero ed infine in quella di Ozieri. Non cessa però il legame di Tula con il territorio di Castro, ormai abbandonato dai suoi abitanti e trasferito nella circoscrizione comunale di Oschiri: ancora alla metà del XVIII secolo gli abitanti di Tula sostengono un'annosa lite con il Comune di Oschiri per il possesso, ha scritto recentemente Giuseppe Meloni, che ci ha fatto l'onore di essere qui oggi con noi, «di alcuni territori di confine costituiti da un territorio vallivo e collinoso ricco d'acque correnti e di alberi di rovere, situato nei pressi di quella che veniva definita la città di Castro».

Le numerose chiese del territorio di Tula sono un'espressione di una forte devozione religiosa, con radici importanti e con una ritualità tradizionale, che rimane profondamente radicata ancora nell'Ottocento e nel Novecento: ecco le fotografie delle tradizioni religiose, delle processioni, delle prime comunioni, del voto a Santa Rita, i canti della settimana santa. O ancora le visite pastorali del vescovo di Ozieri mons. Franco, a cavallo, protetto dai carabinieri regi. Oppure le belle figure dei parroci, con il titolo di vicari, il sac. Antonio Canalis, don Cadeddu, fino ad arrivare al nostro Don Cocco.

Una vera e propria rinascita religiosa parte dopo la seconda guerra mondiale, con le folle che seguono la processione del corpus domini, la chiesa che diventa l'unico punto di rifermento dopo la sconfitta del regime fascista e la fine della monarchia sabauda.

L'andamento demografico della popolazione è stato ben descritto da Mario Boninu, partendo dal censimento del 1846, allorchè Tula contava 926 anime, distribuite in 218 abitazioni. L'Angius faceva un calcolo separato per gli immigrati galluresi, che servivano in campagna, considerandoli quasi dei servi che non facevano parte della comunità: «Si deve poi aggiungere - scriveva l'Angius - la popolazione silvestre di anime 119, distinte in famiglie 23, in case 22, sì che il totale delle anime sarebbe di 1045. Queste famiglie galluresi, che per poter fruire de' pascoli si avvassallano, come usasi dire, ossia si sottomettono a tutte le gravezze degli abitanti».

La popolazione arriva alle 1400 unità nel 1901, per superare i 2000 abitanti nell'immediato secondo dopoguerra. Attualmente la popolazione di Tula è in calo, fino ad arrivare ai 1707 abitanti del 1991.

A proposito del carattere degli abitanti, citerò solo alcuni giudizi sbrigativi dell'Angius, che non possono non lasciare perplessi: «i tulesi sono gente dabbene, sebbene facilmente irascibili e nell'ira facili ad eccedere, sobri, laboriosi, di buoni modi, cortesi co' forestieri e buoni vicini colle popolazioni limitrofe, e disposti ne' bisogni a favorirli ed ajutarli».

Il concetto della laboriosità ho visto che ritorna anche nell'introduzione al volume scritta dal sindaco Antonio Obinu: in realtà l'Angius, descrivendo le campagne di Tula,  distingueva tra l'inerzia dei pastori e la laboriosità dei contadini (che pure producevano solo un quarto del frumento che poteva essere prodotto negli ottimi terreni della valle). «In altri tempi il Sassu era popolatissimo di grandi vegetabili; adesso la selva è in molte parti diradata dal ferro ed in qualche parte dal fuoco. Si trovano mescolate la quercia, il rovero, l'elce con diverse altre specie cedue. In molti siti la vegetazione è di ammirabile prosperità, e fruttifica tanto da restarne soddisfatti i pastori, che di rado si mostrano contenti pur quando la natura benignamente favorisce alla loro inerzia, che meriterebbe perpetue disdette».

E poi il problema dell'insicurezza nelle campagne, della criminalità, a stento contenuta dai Regi carabinieri e dalla locale compagnia barracellare: «in altri tempi - scrive ancora l'Angius verso il 1850 - il monte Sassu era un luogo di asilo pei banditi, dove, riuniti in grosse masnade, riposavano sicuri dopo le loro escursioni, nulla temendo della forza pubblica, perchè questa mancava. Sebbene anche in tempi poco lontani continuassero a frequentarvi; tuttavolta è vero che non vi facevano ordinara stazione, e di rado vessavano i passeggieri». E precisava: «I banditi erano non già tulesi, ma fuoriusciti dell'Anglona ed anche della Gallura».

Come non pensare allora al ritratto, molto negativo, che nel 1769 aveva fatto degli abitanti di Tula un funzionario piemontese, Vincenzo Mameli de Olmedilla: molto inclini al furto del bestiame, nel quale si distinguevano ora come ladri ora come vittime, a causa della vicinanza delle montagne che davano sicuro riparo dopo i misfatti; oziosi a tal punto che la giornata lavorativa del contadino terminava a mezzogiorno, per cedere il posto al divertimento ed al gioco.  A giudizio del pignolo funzionario piemontese, gli abitanti di Tula non avevano senso del diritto, dell'autorità, nè avevano rispetto per i terreni seminati. É sempre il contrasto tra agricoltori e pastori, che è una costante della storia della Sardegna e che vede le autorità sempre impegnate a favorire la sedentarizzazione agricola, perchè ponendo un freno alla pastorizia ed alla transumanza, si pensava di riuscire a tagliare le strutture che  alimentavano il banditismo.

Tula alla fine dell'Ottocento è però anche un paese che è deciso a svolgere un ruolo determinante in Sardegna e nel Regno d'Italia: i suoi ragazzi si segnalano  per l'impegno che mettono nel servizio militare, soprattutto in guerra, nelle colonie, e poi nella grande guerra, sul Carso, e quindi in Abissinia.

E poi la preziosa documentazione sul ventennio fascista, con i balilla ed i giovani in divisa, con i saggi ginnici del sabato fascista, con la preparazione pre-militare e poi la grande sciagura della guerra: prima in Spagna a Saragozza dalla parte di Franco, poi in Libia sul deserto o sul fronte greco-albanese.  E poi il servizio civile nel Monteacuto, come milizia territoriale fascista, quindi come barracelli. Sull'altro versante, quello dell'antifascismo, c'è poi la luminosa figura di Rino Canalis, morto a Roma per mano dei tedeschi, martire delle Fosse Ardeatine.

Mi ha sorpreso anche il numero relativamente alto di marinai della Regia Marina presenti a Tula, un paese che non ha propriamente delle tradizioni marinare, anche se è possibile vedere nelle foto qualche gita in barca sul lago subito dopo la costruzione della diga sul Coghinas, il grande monumento che ha cambiato il destino di questo territorio e l'aspetto stesso della vallata.  Le tradizioni pescherecce di Tula, ricordate dall'Angius non sono del resto molto significative:  «E' parimente abbondante la pesca ne' vicini fiumi, principalmente nel Termo, il quale somministra alle mense trote deliziose, anguille grosse e saporitissime nell'autunno, e talvolta anche pesci di squame, il muggine e la boga».

Sono particolarmente interessanti le fotografie che raccontano i successi e le vicende dei tulesi nel corso del loro servizio militare: in finanza, tra i carabinieri, nel 46° reggimento di fanteria che poi diventerà il 152° Brigata Sassari, addirittura tra le giubbe rosse. C'è un orgoglio, una consapevolezza del dovere compiuto, una soddisfazione profonda nelle immagini dei reduci che rientrano dalla guerra alla vita di paese. Tula ha inviato anche i ricchi proprietari, gli esponenti della sua evoluta élite borghese a combattere, come l'ufficiale medico, i tanti cavalleggeri, i marinai. E poi i tanti decorati, i morti in guerra ricordati nel monumento ai caduti inaugurato nel 1929, i feriti ospitati negli ospedali militari, i parenti superstiti che ricevono le medaglie.  Un doloroso contributo di sangue, che ora può essere meglio compreso attraverso queste immagini.

Questa alternanza tra banditismo e necessità d'ordine, tra la resistenza all'autorità costituita e la difesa delle proprietà, tra la libertà individuale e l'esigenza di una pace da imporre con le armi, è una costante della storia della Sardegna interna e di questo territorio in particolare e va molto più indietro nel tempo di quanto non possano documentarci queste immagini, che pure ci fanno riflettere quando vediamo affiancati due fratelli che si tengono per mano, l'uno terribile e minaccioso in costume sardo, l'altro più civile in divisa da fante in licenza premio.

Come non ricordare allora le tradizioni precedenti, come non tornare indietro di due millenni e rileggere la storia di queste montagne, pensando all'età romana ed all'oscillazione tra la resistenza deigli indigeni Balari della regione di Tula e di Perfugas contro i romani da un lato e l'impulso inarrestabile verso l'integrazione culturale dall'altro lato ?

Mi consentirete una piccolissima digressione a questo proposito.

Come è noto nel corso dei lavori effettuati dalla Soprintendenza archeologica di Sassari nell'area in cui sorge la chiesa romanica di N.S. di Coros, presso il cimitero di Tula, sono state individuate negli scorsi anni alcune sepolture romane e sono stati recuperati un piccolo sarcofago ed una stele funeraria romana. Quest'ultimo monumento, recentemente pubblicato dalla mia allieva Paola Ruggeri, contiene l'epitafio inedito di Marcus Iunius Germanus, un signifer, un  portabandiera della coorte dei Liguri, un reparto formato da fanti e da cavalieri, incaricato della sorveglianza della cassa militare,  forse un sardo che ha ottenuto la cittadinanza romana dopo aver combattuto per 18 anni contro i Balari, morendo poi a 50 anni nell'età di Nerone. Il reparto dei Liguri è già noto proprio alla metà del I secolo d.C. grazie all'iscrizione funeraria rinvenuta ad Olbia del veterano Gaio Cassio Blesiano, decurione e capo della cavalleria, sepolto da un Tiberio Claudio Eutico, già schiavo di Atte, la liberta di origine orientale amata dall'imperatore Nerone che aveva ad Olbia estese proprietà e fiorenti aziende.

Ora è probabile che questa coorte di Liguri sia la stessa che poi alla fine del I secolo d.C. è stata fusa con un reparto di Corsi originari della Gallura, costituendo un unico reparto.

Va osservato che le coorti ausilarie erano composte di peregrini privi della cittadinanza romana, dunque inizialmente dei Liguri e poi dei sardi reclutati nelle località in cui il reparto prestava servizio. Non escluderei dunque che Marco Giulio Germano fosse un sardo originario proprio della regione di Tula, inquadrato nella coorte dei Liguri, che doveva avere i suoi accampamenti presso la vicina località di Castro: del resto solo 7 km. separano in linea d'aria Nostra Signora di Coros da Nostra Signora di Castro e dal colle di San Simeone di Oschiri, dove sorgeva l'antico accampamento di Luguido, importante caposaldo militare tra Anglona e Monte Acuto lungo la strada che da Hafa (nei pressi dell'oderna Mores) conduceva a Tibula (in prossimità di Capo Testa), attraversando il fiume sul ponte romano collocato proprio nelle vicinanze di Tula: in questo accampamento debbono essersi avvicendati tre diversi reparti militari,  nell'età di Augusto una coorte di Aquitani poi trasferita in Germania,  più tardi sotto Nerone la coorte di Liguri equitata ed alla fine del I secolo d.C. la prima coorte di Sardi. L'attestazione della coorte dei Liguri a Tula ed ad Olbia va indubbiamente messa in relazione con l'attività svolta dal reparto nell'Anglona e nel Loguroro, a controllo del territorio dei Balari, una popolazione indigena ricordata da Tito Livo in lotta contro i Romani già dal II secolo a.C.: non è escluso che l'altopiano di Su Sassu sia stato utilizzato dai Balari per attaccare i convogli romani che percorrevano sul fondovalle la strada romana diretta verso Nord in direzione di Tibula-Santa Teresa. In questo settore operativo il ruolo difensivo dell'accampamento di Luguido-Castro e delle altre postazioni collocate sulle alture a controllo della vallata del fiume Coghinas deve esssere stato essenziale. Del resto l'occupazione romana del territorio di Tula è sicura già in epoca molto antica, come dimostrano ad esempio la rioccupazione del nuraghe Occultu, le necropoli tardo-repubblicane sulle sponde del Coghinas, i ritrovamenti di Sos Montorzos, di Tuva Ossu, con bolli su lucerne e su piatti del I secolo a.C. A Nord di Tula l'Angius segnalava molti ruderi, con diversi oggetti e fondamenta di edifici, probabilmente d'epoca romana in località Sa Trajada. Per non parlare poi della rioccupazione romana di altri monumenti nuragici nelle vicinanze, ad iniziare dallo splendido nugaghe Burghidu in territorio di Ozieri.

Parlando forse di questo territorio Strabone nel I secolo a.C. sottolineava l'esistenza di un aperto conflitto tra i razziatori delle montagne e gli abitanti delle pianure, sedentari ed organizzati alla romana: «sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle caverne e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori».  E ancora Diodoro Siculo rilevava che «il popolo degli Iliensi, trasportate le proprie sedi sui monti, abitò certi  luoghi ardui e di accesso difficile, ove assuefatti a nutrirsi di latte e di carni, perché si occupano di pastorizia, non hanno bisogno di messi; e perché abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie in luogo di case, con facilità scansano i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi ed i Romani sovente li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all'obbedienza».

Con l'età medievale il territorio ha mantenuto un insediamento umano diffuso, entro la curatoria del Monteacuto nel Giudicato del Logudoro, come dimostra il recente importante studio sui villaggi abbandonati di Giuseppe Meloni: in un raggio di meno di 7 km. si possono ricordare ben sei unità di innsediamento, Tula, Orvei, Lesanis, Ossuna, Balanotti e Castro. In particolare nell'attuale territorio comunale di Tula erano Lesanis, nella diocesi di Bisarcio, San Pietro Ossuna le cui rovine sono oggi dentro il lago a 3 km. ad oriente del paese ed Orvei sulle alture a Nord dell'attuale paese presso la chiesa di S. Leonardo de su Sassu. Solo a partire dal 1400 il territorio ha conosciuto un processo di progressiva concentrazione o se volete di inurbamento, con l'abbandono dei villaggi vicini a favore del capoluogo Tula: quest'ultimo centro dovè essere evidentemente quello nel quale si andarono concentrando nel tempo i servizi per l'intero territorio.

Spero mi vorrete perdonare questa lunga divagazione storica. E' stato però un modo per dirvi quanto interessante, ricca e vivace sia la storia di questo territorio. Credo che ci siano veramente molti motivi per esserne orgogliosi.

Ultimo aggiornamento Martedì 06 Dicembre 2016 22:42

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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