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Presentazione del romanzo Istevene, Bitti 1956, di Stefano Bitti.

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Scritto da Administrator | 30 Dicembre 2016

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Attilio Mastino
Presentazione del romanzo Istevene, Bitti 1956, di Stefano Bitti
Bitti, 27 dicembre 2016

A due anni di distanza da quel giorno terribile nella chiesa della Beata Maria Gabriella Sagheddu a Nuoro, Stefano Bitti ritorna prodigiosamente tra noi con questo commovente romanzo Istevene, che è insieme il ricordo di una fanciullezza lontana e rimpianta ma anche un diario sanguinante di una malattia, che non è solo quella dell’autore ma anche quella del suo paese e dell’isola amata e raccontata in tante occasioni pure nei documentari video sulla forza della tradizione che ho trovato su Sardegna digital library; chiudendo l’ultima pagina rimane in bocca il sapore dolce e amaro dell’ingiustizia del dolore, dell’impotenza di fronte ad un dio terribile e muto, della profondità di una sofferenza che commuove, della consapevolezza del carattere crudele della vita <<che metabolizza facilmente la morte, mentre sconvolge per sempre le singole esistenze silenziose>>.

Ma tra sos Bitzichesos, come osserva Luciano Piras, ai piedi del Monte Bannitu e del colle di Sant’Elia con i resti del nuraghe, con all’orizzonte il tavolato calcareo della catena del Mont’Albo, in questa comunità di uomini e di donne protagonisti di questo romanzo corale, davvero intenso è il richiamo di una fede rocciosa diffusa a livello popolare che si manifesta presso i tanti santuari locali, specie in occasione delle lunghissime feste come per S'Annossata a maggio, per Su Meraculu il 30 settembre, per Santu Jorgi il 23 aprile, per Su Sarvatore di Gorofai il 6 agosto.

In realtà il diario si sviluppa in modo inconsueto come un cannocchiale che si allunga dalla abbagliante nevicata del 1956 indietro e indietro nei drammatici ricordi di guerra di Istevene, nonno di Gavineddu, soprannominato “Billette”, avvenimenti che l’autore non ha vissuto ma che conosce, perché li ha sentiti raccontare cento volte e in qualche modo li ha fatti propri attraverso le immagini evocate in famiglia; perché per ricordare non è necessario vivere, ma è sufficiente attraversare una porta, entrare in una dimensione diversa, mettere in rapporto segni e significati, parole e cose, aggrapparsi ai luoghi, alla geografia, al paesaggio che fanno ricordare emozioni e scene dimenticate, in equilibrio tra realtà e fantasia. Così il mio amico Mario Medde nel suo recente romanzo Antiles. E antiles sono gli stipiti in basalto, gli architravi, le porte che occorre varcare e che immettono ad un territorio, ma anche ad una cultura, ad un ambiente sociale, ad un momento della nostra vita che conserva intatto il sapore della vita vera, il senso delle cose che ci sono care, il profumo della casa che continuiamo ad amare anche quando ne siamo stati sradicati e viviamo in una grande città.

Ricordo nitidamente anch’io quel 1956, l’anno della neve, che rimane in una foto di mia madre a Bosa, poco prima di morire, davanti alla giardinetta di mio padre, con le campagne del Marrargiu e della vallata del Temo chiusa dal colle di Serravalle completamente innevate: Mario Medde ci ha ricordato l’ondata di freddo gelido, il vento, il temporale; ha raccontato che fu un disastro per il bestiame e per i pastori dell’interno, a Norbello sul Tirso, dove rimaneva fortissima l’immagine di sos candelabros, enormi stalattiti che scendevano dai tetti delle case di un paese inconsueto che si stenta a riconoscere. Così nella memoria, Gavineddu, infreddolito, stacca da una tegola del tetto della casa di zia Lanosa a Bitti un ghiacciolo e lo succhia con avidità pensando all’arsura estiva. Così nell’ultima pagina <<i ghiaccioli appuntiti scendevano dai tetti, diventando sempre più lunghi e pericolosi>>. C’è in queste pagine accarezzate da un alone di magia un centro Sardegna trasformato in un deserto di neve e di ghiaccio, una Bitti che al vecchio Istevene fa tornare in mente però la guerra sulle Dolomiti orientali e le trincee di un’altra vita ormai lontanissima, quando una lunga nevicata durata più di una settimana ha coperto le piaghe prodotte dal conflitto, ha interrotto i combattimenti, ha consentito generosamente una pausa, una tregua, perfino una licenza per Natale. Così anche la nevicata del 1956, che rende irriconoscibile il territorio, forse sarà l’occasione per una vita nuova, fatta di giochi, solidarietà e gioia, come quella del piccolo Gavineddu impazzito di felicità: i nonni sapranno sopportare su carragliu della piccola peste, che sorride, immagina, organizza marachelle.

Mi sono chiesto il perché di questo ritorno al paese della gioventù nell’opera postuma di Stefano Bitti, un’opera che possiede un valore aggiunto per questa sua incompletezza dolorosa, perché interrotta dalla morte: Medde alla fine del suo volume citava Cesare Pavese de La luna e i falò: <<Chi può dire di che carne sono fatto ? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione>>. Del resto un paese ci vuole: <<Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti>>.

Stefano Bitti ha però guardato al suo paese durante tutta la vita, ne ha succhiato la lingua che tanto ci colpisce, consapevole che la scuola rischiava in passato e ancora oggi rischia attraverso l’italiano di cambiare il nome alle cose e finisce per sottrarre quanto si ha di più caro, per renderlo, con i nuovi maestri, anonimo e incomprensibile. Ecco in questo duro romanzo di formazione le espressioni tipiche, lo stile di un linguaggio che rimanda anche ad una rete di rapporti sociali che sono davvero profondi, con steccati tra servi e padroni ma anche con solidarietà vere, affetto, persino con lo sbocciare di un amore senza confini come quello sconvolgente tra il servo Belluchesole e la sfortunata Lughia, promessa a sua insaputa dal padre Kiriu al malvagio Corriolu in occasione della festa di San Giovanni, in una storia tragica che è tutta chiusa tra maggio per la novena dell’Annunziata e il 30 settembre per la festa del Miracolo, quando finisce per morire di crepacuore Zia Pepparosa, la madre di lei, travolta – metaforicamente - da una valanga di fango, i pettegolezzi di un paese difficile. Non vale la generosità del vecchio pastore, Ziu Matalleddu a Nurai, per soccorrere la sfortunata. Per l’autore la colpa di quest’incantesimo che ha portato morte e disperazione è tutta in questo ballo tondo di giovani belli e desiderati, un ballo emozionante e trasgressivo, anche a causa di questa figura ancestrale del cerchio che ritroviamo anche in quella piazza Asproni che è diventata davvero il punto nel quale il paese di oggi si riconosce e si identifica: qui talora si perde il senso del limite, si dimenticano le leggi non scritte, ci si rovina. E allora la sposa sfortunata, sopravvissuta, diventa poverissima dopo l’uccisione di Belluchesole vittima delle volpi malvagie e vendicative (uomini visti come animali) che l’hanno seguito e colpito, ma il delitto sarà conosciuto da tutti per il tradimento di uno degli amici dello sposo mancato. Lughia è ormai diventata vecchia, piegata dalla fatica e dall’artrosi: contro la sua casetta ora si accanisce anche la tempesta che precede la nevicata, mentre il palazzo di famiglia è abbandonato da decenni.  Allo stesso modo sotto il peso della neve crolla il tetto di Zio Trampalocu. Sembra di vedere il giovane Stefano-Gavineddu salire sulla Balilla di Ziu Vaddone e toccare incuriosito la freccia laterale lunga trenta centimetri con una luce gialla a intermittenza; oppure sul camion – un mostruoso leoncino - dei fratelli Bandinu, solo per la curiosità di osservare un mondo nuovo; ancora costruire dighe di terra, mischiarsi con i ragazzi suoi coetanei per cercare di frenare col fango l’irruenza dei rigagnoli dopo la tempesta, allargando a dismisura le pozzanghere create dalla pioggia sulla strada bianca; oppure assecondare Giuffi che tenta di volare dal colle di Santu Pedru distruggendo uno dopo l’altro gli ombrelli verdi di incerata del padre pastore, utilizzati come paracadute col desiderio di atterrare al centro del campo sportivo. Anche andare alla ricerca di tesori nascosti, in luoghi pieni di mistero, come a Santu Joglieddu ‘e Dure, la misteriosa Dure, al nuraghe di Ponte ‘e Murmusa e alle domus de janas di ziu Gallone a Monte Ruiu, ai villaggi abbandonati di Santu Petru e  di Kinnoe, spesso con la speranza di ritrovare le mitiche pentole e le anfore piene di monete. Oggi diremmo anche di Su Romanzesu.

Del resto che si tratti di un romanzo autobiografico è certissimo, come si scopre a proposito della croce di Buon Cammino, dove ancora oggi, dunque nel 2014, <<sono visibili un po’ al di sotto della piramide di granito della croce>> i segni di uno scavo archeologico clandestino. E qui l’autore si è davvero tradito, ricordano la sua infanzia un poco trasgressiva. Oppure a proposito delle emozioni suscitate dalla lettura un poco sorprendente del romanzo ungherese di Ferenc Molnár I ragazzi della via Paal, con l’eroismo e la tragica fine del protagonista Nemecsek, che emozionava anche me, più piccolo di due anni rispetto a Stefano Bitti, che con quest’opera si conferma un uomo davvero colto; ma soprattutto più ancora scopriamo che è stato un ragazzo ammirato dai compagni, desideroso di imparare e capace di emozionarsi, anche contro i metodi educativi un poco sbrigativi del maestro Comiscuto, che tratta gli alunni come puledri selvaggi da domare con le redini di cuoio, sas soccas, in modo da renderli alla mano come il giunco dei fiumi; oppure con le bacchette del maestro Erchitu o del maestro Gaveri-Punzone o del direttore Pestacci, gli schiaffi, i calci nel sedere, il sale o i ceci sotto le ginocchia, le urla di una normalità quotidiana, che provocano una ripulsa, l’odio per la scuola, le fughe del pestifero cugino Poddeddu, che si nasconde nel pollaio prendendosi i pidocchi delle galline; ma geme per cercare di non esser costretto a tornare a scuola dai carabinieri; un pianto analogo Gavineddu l’aveva visto – anche se gli uomini non debbono piangere quasi mai – quando avevano ucciso con l’inganno Isteddu, l’agnellino di Poddeddu. Come non pensare negli stessi anni a Orlando Biddau, il poeta di Modolo? C’è un episodio della sua infanzia che lo condiziona, la morte dell’agnellino che gli era stato regalato da bambino, in quei viottoli del suo paese: «giocavo con l’agnello della mia verde infanzia / fu sgozzato per pasqua: interminabile pomeriggio / in cui digiuno girovagai per i campi / tra i miei mesti olivi e lo stormire del vento». Da allora il demone lo assaliva e la notte del poeta era ormai popolata da incubi, da rimorsi, dalla disperazione, dall’angoscia, quando si affollano i pensieri di morte, che sono come il lamento del cardellino accecato: «non ho che i miei occhi da cavare, perché la vita è spietata / e l’innocente muore col cuore nel fango».

Qui è il professore che sa bene quello di cui parla, che ironizza ma capisce le difficoltà di Pompiacurzu rimasto eternamente in seconda elementare, che spiega come il grembiule con quel collettino bianco e il fiocco azzurro finisse per essere una vera camicia di forza per il cugino Poddeddu Vrunza, sottoposto ad una sorta di martirio dalla madre Toranzela; un’umiliazione che provocava disagio, perché quando per il primo giorno di scuola suona la campanella nel caseggiato di via Minerva finisce per crollare un mondo intero. Come io a Bosa, l’autore a Bitti ha conosciuto anche bambini troppo poveri per potersi permettere un grembiule, come il Crisposu, il figlio del bracconiere Balente, e per questo puniti dai maestri.

Del resto ci sono anche maestri capaci di assumere la missione di indirizzare positivamente i ragazzi verso le superiori e l’università, ragazzi che sono certo bombe positive di energia ma diffidenti e selvaggi, che impugnano la penna come un sasso, sudando come somari carichi nel periodo estivo; li ha aiutati lo sfortunato maestro Zoppeddu, tornato dall’Ogliastra dove ha conosciuto la felicità del rendersi utile, ma con il senso di colpa per aver lasciato la sua opera a metà, rimpianto tra gli alunni, che lo accusano di aver creato dei sogni e di averli resi infelici; tornato fino al suo paese, avrebbe conosciuto la tragedia a causa dell’invidia del sindaco Buffabbrodu o della malvagità del prete Don Punzitta, ricattato da Lanosu: il maestro più amato perde un occhio e si lascia di nuovo inghiottire dal labirinto delle montagne ogliastrine.

Eppure l’autore non lamenta di aver vissuto a Bitti una infanzia mancata o infelice come quella ad esempio del Gavino Ledda di Padre e padrone, scherza e ironizza sulle mamme vendicatrici, sui propositi di marinare la scuola per raccogliere le melacotogne di zia Maria Rosa de sa Calentura, sull’episodio un poco umoristico dell’uccisione del gallo di proprietà della bidella: del resto era stata la testa del gallo – spiega seriamente l’autore tornato bambino - a diventare come una potente calamita e ad attirare a se il proiettile, un coccio, neanche grande, di tegola. C’è molta simpatia nel ricordare quei tempi lontani e terribili, le baruffe con Zicchiriolu, l’occhio pesto per i colpi dati da Zia Teresa la bidella e dalla maestra. Stefano Bitti sa raccontare la profonda timidezza dei compagni cresciuti anzitempo in campagna ma incapaci, alcuni, di riuscire a trovare un canale di comunicazione con la donna amata, la consapevolezza di essere un privilegiato per aver raggiunto in famiglia una felicità senza ombre, che gli ha consentito di ascoltare il dolore dei compagni, ma anche la forza, il coraggio, la balentia come quella di Poddeddu catturato a Dure sull’albero dei fichi, ma deciso a non tradire i suoi amici; capace di superare come un acrobata il muro di neve per raggiungere la casa dell’amico; del resto solo qualche mese prima era diventato leggendario in paese per aver centrato in fronte con la fionda suo padre come fosse un passero: se non lo avessero protetto le donne, il padre gli avrebbe tirato il collo come ad un gallo. Vorrei evitare di sovrapporre i miei ricordi a quelli di Stefano Bitti, anche se la descrizione della fionda mi ha ricordato come la ostentavamo quella fionda, una forcella d’olivo con il suo mirino centrale, gli elastici rossi, i proiettili davvero micidiali contro le lucertole o gli uccelli, che finivano appesi al carniere; la tenevamo <<conficcata nel bordo alto dei pantaloni corti al fianco destro, come quei cowboy dei film western in bianco e nero, che venivano proiettati la domenica nel salone parrocchiale>>. Oppure le trappole o il rapporto un poco selvatico con gli animali. Anche ai tempi della mia giovinezza alcuni di noi ragazzi erano terribilmente crudeli con i nostri gatti che spesso venivano presi a colpi di pietra; così a Bitti quel gatto Abbardente uscito a razzo in fiamme dalla mezza luna del forno del pane, tra l’ilarità delle donne. Oppure il gatto nero su un albero preso a pietre da Pompiacurzu, che finì per colpire in testa il povero Balente. In queste immagini c’è davvero la durezza della Sardegna.  E poi tanti episodi curiosi tra i ricordi d’infanzia che hanno ancora un sapore arcaico, come la vicenda dell’asino Calavera, intollerante ma domato dall’imprevedibile Gavineddu con un carico di pietre, lungo la strada tra Sos muraglioneddos secados e Sa Preta Ruia verso Lodda Saccos, oppure il Pont’e Murmusa sul torrente Cauleddu e la vigna di Su Pratu: sembra quasi di ritrovare la descrizione del paesaggio effettuata dagli agrimensori del monastero di Silki nel Condaghe dell’XI secolo, con i limiti di un territorio che l’autore considera davvero proprio.

Tutto è raccontato con uno stile cinematografico, come un appassionato regista, interessato a rappresentare all’ingrosso delle scene, delle immagini, la scenografia di un film capace di esprimere l’arcaicità della Sardegna, come nei suoi documentari dell’editore Taulara (S’istrumpa, Balentia e furia selvaggia, i volti e i suoni della festa, Su Battileddu, vestizione dei mamuthones e issohadores, Carrasecare nel cuore della Sardegna a Nuoro e ad Orotelli, Alla scoperta di antichi mestieri tra Tiana e Austis): ziu Giuanne Mugrone che arriva col suo quotidiano carico di legna, i buoi che tirando il carro nella discesa di Pedoa lasciano nell’aria due scie di vapore acqueo e nell’acciottolato un binario, a zig zag, di piscio fumante; la neve che cade a fiocchi e copre tutte le miserie del paese.

C’è tanto da amare in queste pagine deliziose, come quando il banditore Battorone suona la tromba di ottone del nonno bersagliere e conclude il bando augurandosi che le belle ragazze di Bitti si conservino in salute e grazia; c’è la capacità di compatire la povertà che ha fatto impazzire Pippinu o il troppo studio che ha fatto impazzire Ideaticu; c’è l’amore della nonna Juanna per il piccolo Gavineddu, sempre incollato alla sua gonna: nella notte che precede la nevicata <<tra il materasso di lana e il lenzuolo la nonna gli aveva steso da tempo delle pelli d’agnello dalla lana morbida e bianca come fiocchi di neve. Il suo corpo, anche per la giovane età, era ritornato in un attimo caldo come il latte appena munto>>. Forse questa infanzia piena di affetto ci spiega il sorriso che tutti abbiamo conosciuto nel viso del prof. Bitti.

In questa notte bianca il vecchio Istevene, coprendosi con su gabbanu de uresi, osserva dai vetri incrostati di ghiaccio il quartiere di Bitti coperto da una coltre di neve: <<l’orto, il fiume, le strade, i tetti e tutto ciò che riusciva a vedere erano coperti da un consistente manto di neve>>. Da qui parte il ricordo degli anni terribili della Grande Guerra, da quando nel 1915 gli era stata consegnata la cartolina di precetto per il servizio militare, il biglietto (ecco Istevene billette) che, nonostante la sua debole costituzione fisica, lo costringe ad abbandonare i pascoli di Othunele sopra S’Annossata e ad unire il suo gregge a quello del vicino Craschiaventu, un giovane poliomielitico che lui aveva salvato dalle acque del fiume in piena. Il viaggio verso Nuoro, la salita di Cuccureddu, la piana di Dogolai, la discesa per Marreri, il guado, Nuoro e poi Chilivani e la folla di reclute del 45° e 46° Reggimento della Brigata Reggio che si concentra nel convento di San Francesco ad Ozieri. Il lungo capitolo sulla guerra conserva il punto di osservazione iniziale, quello di un soldato di Bitti che continuamente rimpiange il suo paese, la sua famiglia, il suo ovile, i suoi spazi; ricorda gli amici caduti; rinnova le preghiere e i voti formulati prima di partire all’Annunziata e a Babbu Mannu; ferito, ma rimasto vivo grazie alla prodigiosa protezione dell’amuleto in pelle (Sa retzeta) che la moglie Jouanna gli aveva posto al collo, Istevene decenni dopo avrebbe raccontato al nipote la guerra in Cadore, sulle Dolomiti orientali, tra il Monte Sief e Col di Lana, nell’alta provincia di Belluno, conservando il sapore autentico della sofferenza e della disperazione dei combattenti afflitti dal freddo, dalle ferite, dai topi, dalla puzza delle latrine, dalle urla, dalle bestemmie, ancora dal fango; i pidocchi che morsicano come cani fonnesi. C’è davvero il sapore di Un anno sull’altipiano. L’autore arriva a trascrivere le motivazioni delle medaglie che raccontano di atti di eroismo, il coraggio di Battista Mameli noto Badea, di Narzisu, di Giuseppe Pisanu figlio di Giorgio morto il 4 settembre 1916 sul Monte Sief alla testa dei lanciabombe sui reticolati nemici, di Luigi Giannotti sei mesi dopo tra mine e contromine in una strategia dello Stato Maggiore quasi schizofrenica, del capo mitragliere Pasquale Farina il 20 settembre 1917. E poi l’ospedale e la vergogna di Caporetto, la bandiera del 46° bruciata prima di cadere in mano degli austriaci comandati da Erwin Rommel. Ma tutto ricorda il paese amato: anche i bagliori e i riverberi di luci fluorescenti dovute ai combattimenti gli ricordano i fuochi d’artificio per la festa del Miracolo, custu est su tzibidomine; la fame gli fa sognare di notte le grasse salsicce di Bitti arrostite al fuoco sul pane bagnato. La comunità di soldati bittesi che si ricrea sulle Alpi, Rayu, solu su probanu ke mancat inoke. Parlavano per ore e ore di selvaggina, di armi e delle bellezze paesaggistiche dell’isola, anche se per Istevene non c’è bellezza nella campagna di Bitti perché per sopravvivere devi sputare sangue, lavorando giorno e notte. Oggi penseremmo all’oasi di Tepilora. Eppure colpisce la sua delicatezza verso il soldato Zoseppe, quando gli nasconde la morte della fidanzata Iridina, consumata come una candela; Zoseppe è preoccupato per le pecore portate al pascolo a Mandra ‘e Chervos; il gioco della morra come alle feste di paese; la tragica fine degli amici compaesani nell’affondamento del piroscafo triestino Linz partito da Fiume e diretto verso Durazzo nella primavera del 1918. Durante la seconda guerra mondiale sarebbe morto Pietro, lo zio di Gavineddu, durante la traversata tra Bari e l’Albania: ma la retzeta che il ragazzo avrebbe ritrovato nella camera buona dove si svolgevano i riti e le preghiere di Juanna non aveva funzionato a dovere.

In contrasto con le tradizioni c’è in questo libro teorizzata quasi la necessità della paura di fronte al nemico e rappresentata la sofferenza per un freddo mai conosciuto prima: <<nella consuetudine culturale dei nostri paesi – scrive l’autore - , un uomo di campagna non ammetterà mai di avere freddo; è cosa che riguarda le donne, sos viddaresos e sos casticatos, non quelli del fare, ossia sos camparesos, abituati a esporre il viso al vento e a calpestare i rovi>>.

Come nella Siligo di Padre patrone, questo paese letterario per tanti aspetti è diverso dalla Bitti che amiamo e che ha espresso tanti personaggi straordinari e tanta dolcezza, penso alla musica dei tenores; qui ci sarebbe per l’autore, che giudica severamente il suo paese, anche  la malignità, l’invidia, la cattiveria della gente, che si manifesta con l’isolamento di chi tradisce una legge non scritta che separa padroni e servi, di chi è malato o disabile, come Passulestru, che è la crudele traduzione in sardo di una delle espressioni dell’inno dei balilla, “Svelto il passo”, usata anche a Bosa nella famiglia di tre ragazzi, con “Fiero l’occhio” per un atleta che aveva perso un occhio o “Chiaro il grido”.  L’autore, riferendosi ovviamente al passato, con un pessimismo forse collegato alla sua malattia, arriva a parlare di ragazzi allevati a latte e a odio, con un forte sentimento di rancore e di vendetta che sarebbero alla base di una guerra totale tra famiglie, un conflitto sociale permanente, apparentemente compensato con le generose somme versate per l’erezione di nuovi santuari.

C’è anche una Sardegna ancestrale, con le sue superstizioni, i suoi incantesimi, le sue leggende: la medicina popolare, le fave di zia Talla per curare i mal di testa, i massaggi per curare le fratture fatti da una donna pratica su Fortunatu-Zoppeddu, come ai miei tempi la donna di Scano Montiferru che curava le ossa dei miei compagni, in assenza di medici; la benda irrorata col miele che dovrebbe guarire dall’ernia inguinale; e poi la magia, le maledizioni, il rapporto profondissimo con un immaginario e terrificante mondo dei morti, presso l’antico cimitero di Sant’Agostino e il nuovo cimitero di Porchiles. Il suicidio di Tore, timido innamorato di Brincafora, finita nelle mani di un servo pastore di Buddusò, è spiegato con la successione di avvisi che ne annunciano la morte per l’anno nuovo: su toccamentu per l’arrivo della cartolina per il servizio militare che incombe tra qualche settimana, il prete che nella processione del Corpus Domini quasi lo indica come designato a morire, come era successo a Basile, a Passucurzu, a Valoreddu, a Crudeddu: e si sa che le anime dei defunti, che inutilmente si tenta di placare con la tavola imbandita con la cena del 2 novembre, partecipano alle processioni religiose; c’è anzi chi come zia Mariposa è capace di vedere i morti e arriva ad annunciare a Tore che il tempo ornai è giunto; come non pensare a quell’homo Sardus che alla fine dell’età romana aveva affiancato il governatore Massimino (che conosciamo da un miliario della strada che toccava Caput Thyrsi) esperto nell’evocazione dei morti, eliciendi animulas […] perquam gnarum: i morti venivano utilizzati come strumenti di maleficium se è vero che la caratteristica delle anime che evocava era quella di essere noxiae, maligne e dannose; insieme diventavano mezzi divinatori, se il mago sardo era capace anche di conoscere il futuro attraverso la testimonianza delle oscure larve astrali, gli spiriti dei defunti: praesagia sollicitare larvarum. Abbiamo tracce di competenze pagane e di una vera e propria negromanzia finalizzata alla divinazione e al danneggiamento per via magica (il maleficium) di altre persone. Una voragine si apre davanti a noi, quando in paese si annuncia che il suicidio di Tore è legato all’invocazione delle anime dei defunti effettuata dal prete in occasione della celebrazione dell’Annunziata: non era passata inosservata la circostanza che <<al termine della processione zia Tentatora, che aveva fama di allacciare speciali rapporti con le anime dei morti>> aveva constatato che il giovane si era attardato nel corridoio centrale della chiesa ed era stato strattonato da uno dei morti che passavano tra le bancate. Gli incubi, la depressione per la perdita di Brincafora, la prossima partenza per il servizio militare lo portano ad un gesto inaspettato il 31 dicembre, per anticipare gli effetti di una sentenza già emessa. La partecipazione e la pena partecipe del sensibile Gavineddu finisce per essere la nostra.

Ancora l’agonia, che prolunga inutilmente le sofferenze di Jogli, fino a quando non gli viene portato via il talismano che lo protegge: sarà proprio zia Pascarosa a capire che il giovane possidente ha difficoltà a morire perché è protetto da una retzeta o da una punga, una stringa di pelle con un piccolo contenitore che il giovane portava legata alla caviglia.

Emergono le linee di un’antropologia davvero originale, che richiama per tanti versi una Grazia Deledda più moderna.

Un altro cammeo è rappresentato dall’amore di due giovani ricchi e bellissimi, Jogli Carrapane e Lucridina, che si manifesta ancora una volta in occasione dei balli per la festa della Madonna del Miracolo e poi per la festa di San Matteo nell’altipiano; tradito da Corriolu (che sparisce per sempre), Jogli viene ucciso verso sa Untana fritta; il padre e la madre seguono dopo pochi giorni il figlio al cimitero; sarà il fratello Pascale a vendicarne la morte uccidendo non Furiosu (che sposerà la bella Lucridina) ma il vero mandante, l’amico Francesco Pezzo, anche lui appartenente ad una ricca famiglia di industriali caseari di Olbia, che inizialmente pensavamo colpevole con lo scopo di coprire gli interessi economici in conflitto tra le due famiglie. In realtà pagine dopo l’amico Bruschette spiegherà che l’uccisione Jorgi è stata ancora una volta un delitto passionale, causato dalla lettera inviata da  Kisca Pes al fidanzato Francesco, per comunicargli il nuovo amore e la prossima nascita di un figlio da Jorgi.  Arrestato, processato, dopo 30 anni di carcere, Pascale conosce la povertà più nera, ma è assistito dalla pietà e dalla solidarietà del paese che lo capisce; egli finisce per morire proprio durante la tempesta di neve, maledicendo il destino che si è accanito contro la sua famiglia. Il suo corpo sarà vegliato al freddo dagli amici che non l’hanno mai dimenticato.  Nelle stesse ore la povera Zonchedda perde il caprone nella sua casa di sa Pinnedda sotto Ispruile: era l’ultima figlia di Pauledda e di Bachis Mulas, l’uomo che a Badd’e salighes sussurrava ai cavalli, fuggito con un’attempata signora inglese.   La figlia da ragazza aveva conosciuto il bovaro Dandalu in occasione della festa di San Giorgio martire nella piazzetta del mercato, aveva vissuto qualche tempo di felicità, ma poi lo sposo era caduto nella guerra in Spagna tra le montagne della Sierra Nevada.  Morendo Dandalu l’aveva condannata ad una povertà senza limiti nel tugurio di sa Pinnedda, oltretutto sottoposta ai lazzi crudeli dei vicini quando con le capre affrontava la forra di Tremene ‘e Untana.

In questo libro ci sono i luoghi di Bitti, il rione (Su ichinatu) di Gurumuru, o di S’Anzelu, Sa Matta presso la Untana 'e josso, i poveri quartieri di sa Garga Umosa o di Cadone, la Piazza Santu Juanne, Carrera longa, la gualchiera di Zio Martinneddu, la strada per Mamone attraverso i tornanti innevati di sa Orta Manna e di Palas Nieddas; c’è il racconto della costruzione della tortuosa strada per Onanì, che forse seguiva il percorso creativo dell’asino dell’impresario.

Un intero capitolo è dedicato a questo straordinario rapporto tra il vecchio e silenzioso ziu Jorgi, laureato a Torino, e il terribile Gavineddu, che lo conquista con il racconto delle sue monellerie e delle sue abilità: il ragazzo è autorizzato a leggere il manoscritto di quella “Storia di Bitti” mai pubblicata, di cui forse Stefano Bitti aveva concepito più che uno schema, con la quale il vecchio professore avrebbe voluto spiegare il rapporto tra le alterazioni climatiche e l’insediamento umano. Cosa c’era prima che pestilenze, epidemie e freddo glaciale comunque le variazioni climatiche determinassero nel XIV secolo l’abbandono degli altipiani e la drammatica riduzione dei centri abitati e della popolazione ? Stefano Bitti pensa ovviamente alla fine dell’età romana, che ci è testimoniata dalla lingua di Bitti, così vicina al latino da lasciarci senza parole; pensa al frazionamento dei latifundia a partire dal VI secolo in età bizantina; pensa ad un mondo di servi e liberti che riemerge cristallizzato dal mondo antico nel primo medioevo; al rapporto tra i contadini dei villaggi del fondovalle (Dure, Murere, Muros, Ghellai, Sant’Elia, Jumpartu, San Pietro, Kinnoe, Dulia, Locheres, Ocotziai) e i pastori nell’altopiano di san Giovanni, a oltre 800 m. di altitudine, le cussoglie investite dal freddo della piccola glaciazione (Muru ‘e Colovras, Patzata, Tileghi, Seris, Tzutzurchi, Erredè, Ertila e Cheddai). Non so cosa lo storico Raimondo Turtas penserà di questa ipotesi, che forse è un poco azzardata, anche se nasconde un’incredibile conoscenza del territorio, la voglia di ricostruire un passato lontano in tanti suoi aspetti. Perché nel 500 il Fara e l’Arca parlavano di “Bitti manno” ? Forse intendevano parlare del paese sorto attorno alla nuova parrocchiale di San Giorgio che doveva essere distinto dal Bitti pitticcu, ormai morto, attorno all’antica parrocchiale di San Pietro ?

Credo di aver individuato qua e là anche il ricordo fresco dell’alluvione di Bitti del novembre 2013, pochi mesi prima della morte di Stefano, con i canali tombati che esplodono alla confluenza dei due torrenti nel centro del paese;  in queste sue ultime pagine l’autore racconta S’arginamentu sul ruscello di riu ‘e mesu che attraversa il paese da piazza San Giovanni fino a Su Cantaru; e la confluenza col rivu ‘e Podda in Piazza San Giovanni, fino ad arrivare al campo sportivo;  canali ancora di acque bianche, visto che le fognature non erano necessarie perché quasi nessuna casa di Bitti agli inizi degli anni 50 aveva il bagno; e lo fa per raccontare il ritrovamento di una pistola tedesca, con la quale i giovinastri – Gavineddu e Balente - vorrebbero compiere una rapina nel negozio di gianduiotti, mentine e liquirizie di Ziu Joglieddu, dopo essersi esercitarti – con l’abilissimo Trattore figlio di Lapiolu - durante la festa del Miracolo a saccheggiare le bancarelle nella piazza del santuario arrivate coi carri baroniesi. Con lo scirocco, con lo sciogliersi della neve il fiume era ormai in piena a valle, aveva invaso gli orti e ora sfidava il muretto di sostegno, vicino alla sua casa.

Pochi mesi dopo il ciclone Cleopatra, il 23 aprile, Stefano ci avrebbe lasciato.

Ultimo aggiornamento Venerdì 30 Dicembre 2016 16:06

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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