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Presentazione del volume Fare teologia in Sardegna

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Scritto da Administrator | 21 Gennaio 2018

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Attilio Mastino
Presentazione del volume Fare teologia in Sardegna
Per i 90 anni della Facoltà Teologica della Sardegna (1927-2017),

a cura di Tonino Cabizzosu e Daniele Vinci
Studi e ricerche di cultura religiosa, Testi e monografie XIV
Editrice Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna University Press 2017
Cagliari, 19 gennaio 2017

 

Desidero ringraziare in apertura il Preside della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna prof. Francesco Maceri per avermi chiamato a presentare - assieme a Fabio Trudu – questo volume di studi pubblicati Per i 90 anni della Facoltà Teologica della Sardegna (1927-2017), a cura di Tonino Cabizzosu e Daniele Vinci, sintetizzando questi ricchissimi 14 articoli, mai interventi di circostanza, mai banali, scritti da colleghi e amici che si sono cimentati in questa impresa, con sguardi incrociati su tanti temi diversi, che ci consentono di penetrare in profondità ma rapidamente nei meccanismi di funzionamento di un’istituzione che è andata acquisendo sempre più prestigio e apprezzamento, e questo soprattutto grazie alla ininterrotta direzione affidata ai Padri Gesuiti e all’azione di tanti studiosi, animatori, collaboratori, che hanno seguito i giovani seminaristi tra Liceo e Facoltà, pieni di spirito cristiano e di passione civile.

I loro nomi, il loro impegno, la loro fatica quotidiana tornano in queste pagine con una riflessione sistematica, fatta anche con le tabelle con i nomi dei professori, i profili di alcuni docenti illustri, le schede sugli argomenti dei corsi e i libri di testo, prospetti riassuntivi per anno e per disciplina. Possiamo ora seguire il complesso processo di discernimento vocazionale che ha avuto alti e bassi sia sul piano della qualità che su quello della quantità nel corso di questo lungo periodo, quasi un secolo di vita (anche se ho visto che la Pontificia sul web rivendica una continuità con la storia secolare delle due università isolane), con tanti esempi di persone esemplari, che sono espressione di un popolo autentico, di un’umanità in cammino.

Quest’opera si affianca ai due volumi Per una Storia del Seminario di Cuglieri, di cui ho potuto leggere il I tomo dedicato al periodo 1927-1971 uscito poche settimane fa e presentato da Tonino Cabizzosu proprio nella nuova Aula Magna del Seminario di Cuglieri il 9 dicembre scorso, con la spettacolare documentazione delle relazioni annuali dei rettori. Un ritorno a Cuglieri atteso per anni, dopo l’incauto tentativo del gesuita Egidio Guidubaldi di riprendere possesso del Seminario passato alla Regione, per realizzare un’iniziativa di tipo sociale. Ma soprattutto come dimenticare oggi, a distanza di una settimana dalla scomparsa, le posizione del nostro amato Padre Raimondo Turtas, che presso la Facoltà teologica della Sardegna tra il 1950 e il '53, conseguì il titolo di Licenza in Sacra Teologia ? Avevo potuto rileggere nei giorni di Natale a Bosa le pagine che aveva scritto su Cuglieri nel volume dedicato alla Storia della Chiesa in Sardegna in occasione del Giubileo del 2000, dove si raccontano molti retroscena e si giudica del tutto inadeguato l’insegnamento impartito per decenni in alcune discipline soprattutto nel settore biblico. Al di là della polemica che spesso ci divideva (come a proposito della data del 1562 dalla quale in realtà lui stesso aveva fatto partire i 450 anni di storia del Collegio gesuitico turritano), oggi sento solo il dolore per la scomparsa, l’ammirazione per le sue passioni, il senso di un’assenza che peserà nei nostri studi.

Del resto con questo volume entriamo di più nei dettagli, possiamo cogliere l’utilizzo di manuali e di dispense più o meno aggiornati, abbiamo un quadro dell’attività di ricerca e di produzione editoriale che pian piano si irrobustisce, soprattutto possiamo studiare la crescita culturale che ha investito la comunità dei seminaristi durante e dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, anche grazie all’azione di alcuni vescovi. Se è vero che la nascita del Seminario Regionale fu una diretta conseguenza del Primo Concilio Plenario Sardo svoltosi ad Oristano nel maggio 1924, lo spartiacque tra la Universitas Gurulitana e quella Caralitana è rappresentato proprio dal Concilio Ecumenico, un evento epocale che la Facoltà Teologica ha voluto ricordare a Sassari nell’Aula Magna della mia Università il 23 aprile 2013, l'avvenimento più notevole della chiesa del secolo scorso, quasi un vessillo innalzato tra le nazioni, un evento di profezia e di resurrezione: anche noi laici sentivamo in quei giorni davvero la novità di un tempo nuovo, la gioia per la rinnovata dimensione universale della Chiesa, ancora il desiderio di una rinascita etica, la speranza per il futuro, il senso della fine di una storia, che spingeva a una svolta: debbo dire che con la chiusura del Seminario cuglieritano i vescovi ebbero coraggio ma adottarono una decisione che forse fu allora troppo affrettata e radicale.

Questo volume contiene tante piccole cose preziose, incrocia fonti diverse, fornisce dati, fa tornare alla mente nomi ben noti e cose che abbiamo vissuto, almeno io, dall’altra parte della barricata, dalla parte dei laici, come l’arrivo a Cuglieri della Statua del Sacro Cuore trasportata sul leoncino dei Panichi che credo sia la prima fotografia della mia vita dalla terrazza della casa di mio nonno. Ma tante cose mi erano ignote, alcune sorprendenti e vive. L’insegnamento nel Pontificio Seminario Regionale Sardo nel suo divenire, con i limiti di una tradizione neotomistica e i fermenti di rinnovamento, il lungo cammino della teologia morale, la presentazione del trattato De ecclesia, il diritto ecclesiale tra innovazione e profezia, la presenza femminile, l’impatto con la realtà di un villaggio sperduto della Sardegna come Cuglieri, al piede del Monte Bardosu sovrastato dalla basilica mariana: un paese disteso sulla collina come un vecchio addormentato che pure raccoglieva una comunità locale che vantava tradizioni lontanissime (penso alla diocesi tardoantica di Cornus) ma lamentava spaventosi ritardi storici; la virtù politica e teologica della concordia, fino alla piccola perla della scoperta del manoscritto inedito ottocentesco di Ozieri con i gosos in castigliano e sardo, testimonianza preziosa del carattere plurilingue della cultura sarda.

Allora mi viene voglia riprendere un pensiero recente di Antonio Corda (sull’ultimo numero di Caster) e citare la Sura del Misericordioso del Corano, dove si ricorda che il Signore al momento della Creazione lasciò liberi i mari perché si incontrassero, e oggi ne escono perle e coralli; sue sono le navi che corrono, corrono alte sul mare come vessilli (LV, 19 ss.). Dall’uno e dall’altro mare, quello dolce e fresco, quello salmastro ed amaro, l'uomo mangia la carne fresca dei pesci e ricava gli ornamenti che indossa e vede navi fendere le onde (XXXV, 12).

Gli alunni del Seminario Regionale e della Facoltà hanno potuto fendere le onde, raccogliere perle e coralli, contribuire a costruire una Sardegna nuova e più felice, con sacrificio personale e con errori, ma anche con tanta attenzione per i problemi delle famiglie, per i giovani, per una società che vediamo cambiare sotto i nostri occhi ogni giorno che passa, dove i sacerdoti e i laici possono davvero contribuire a fare la differenza, possono accompagnare e capire, consapevoli dei limiti e dei tradimenti, ma anche ripieni di dedizione, impegno disinteressato, capacità di ascolto della Parola. Con errori certamente e insufficienze, ma con uno slancio umano davvero positivo.

Più in generale ci sono altre cose che mi hanno colpito, come questo legame saldissimo ed originario con il Seminario piemontese di Chieri, la cittadina a SE di Torino dove avvenne la formazione fino al 1841 di Giovanni Bosco: quando dové lasciare il Seminario- scrive Don Bosco - “mi tornò dolorosissima quella separazione, separazione da un luogo dove ero vissuto per sei anni, dove ebbi educazione, scienza, spirito ecclesiastico e tutti i segni di bontà e di affetto che si possono desiderare”. Il legame tra Chieri e Torino fu costruito dai Padri Gesuiti che viaggiavano da Genova e che pubblicavano le loro opere e le tesi di dottorato in Piemonte, continuando quella tradizione che non era stata interrotta dalla “Perfetta Fusione” della Sardegna con gli stati di terraferma del 1847, prima della fine del Regno di Sardegna. E poi l’impegno costante della Compagnia di Gesù, che ha fornito oltre il 70% del personale docente, pur con l’episodio dello scontro coi vescovi e con gli allievi che alla fine ha portato al trasferimento a Cagliari, vissuto come una tragedia dalla comunità locale della diocesi di Bosa, che si è sentita tradita.

Come si è detto la scelta di Cuglieri fu effettuata da Pio XI dopo il Concilio Plenario Sardo del 1924, per ospitare il Seminario maggiore e le due Facoltà di Filosofia e di Teologia, in questa località saluberrima negli anni della malaria: <<è uno dei posti più pittoreschi della Sardegna scriveva mons. Gaetano Malchioldi il 12 settembre 1924, con il santuario della Basilica collegiata dedicata alla Madonna della neve. E’ certamente uno dei più bei punti della Sardegna. Vigneti, uliveti ricchissimi e boschi fanno bella cornice alla borgata dalla quale si gode uno dei più suggestivi panorami>>. Pio XI nella Costituzione apostolica Nostrarum Partem letta dal Cardinale legato Gaetano Bisleti avrebbe scritto il 5 agosto 1927 in occasione della festa della Madonna della Neve che il Seminario sorgeva ormai a Cuglieri su progetto dell’arch. Giuseppe Momo, in un luogo speciale: <<is enim et in media situs est insula et amoenissimus ac saluberrimus est, nemoribus consitus, optimis lymphis irrigatus, ut vix aptior inveniri possit>>. Solo più tardi emergerà il disagio, l’isolamento, l’assenza di collegamenti, il gelo invernale. Debbo dire onestamente che mi resta il sospetto che abbia pesato molto di più di quanto non si ammetta per la scelta di Cuglieri in chiave antimodernista anche la figura del cuglieritano Bonfiglio Mura (1810-82), rettore dell’Università di Perugia prima e dell’Università Sapienza di Roma fino al 1870, negli anni cruciali della polemica su Roma Capitale dopo l’Unità d’Italia. La ferita subìta nell’Ottocento continuava ancora a sanguinare.

Possiamo seguire lo sviluppo nel tempo dell’attività di formazione e il continuo divenire del sapere teologico in modo strutturato dal liceo al Baccellierato, dalla licenza alla tesi di dottorato, che anticipava molte soluzioni che le Università statali hanno adottato solo di recente. Eppure il Seminario unico regionale ereditava decenni di una teologia scolastica che si era un po’ logorata nei seminari delle diverse diocesi chiusa verso le scienze moderne, alcune considerate “scienze ausiliarie”, in una dimensione apologetica e nozionistica, inizialmente non interessata alla ricerca autonoma in campo biblico.

Nel 1927 la nascita del Pontificio Seminario Regionale Sardo intitolato al Sacro Cuore di Gesù (patroni Carlo Borromeo e Luigi Gonzaga), costituì dunque un passo in avanti notevole per la Chiesa sarda, pur con tutti i limiti che in questo volume vengono ammessi, già nelle “regole disciplinari” pubblicate nel 1934 e nel 1940 commentate nell’articolo di Riccardo Pinna, regole di comportamento comunitario e individuale eppure da considerarsi in qualche modo anticipatrici del Concilio, dei documenti pontifici successivi e perfino del progetto educativo approvato dalla Conferenza Episcopale Sarda nel 2013: dunque la Ratio fundamentis institutionis sacerdotalis del 6 gennaio 1970, gli ambiti formativi nel seminario maggiore, l’autenticità della chiamata di un sacerdote che non può essere emarginato nella solitudine, ma deve coltivare il rapporto con la famiglia di origine, con la parrocchia, con il proprio vescovo. Con l’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Pastores dabo vobis (25 marzo 1992) si definiva il percorso formativo di sacerdoti capaci di comprendere, perdonare e consolare, fedeli alla vera compassione, alla coerenza e in particolare all’equilibrio di giudizio e di comportamento, con maturità affettiva, sacrificio di se stessi. A due anni fa risale il secondo volume del progetto educativo “Annunziatori liberi e gioiosi per una chiesa in missione”, che dà spazio ai laboratori culturali di musica sacra, all’arte iconografica, alla comunicazione, all’accoglienza e alla cura degli ambienti, alle nuove frontiere di una teologia più al passo coi tempi.

Colpisce l’impegno diretto della Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università in costante rapporto con la Direzione del Pontificio Seminario Regionale Sardo e la Facoltà Teologica dal 1927 al 1970, sia in termini finanziari per la costruzione dell’edificio, sia in termini organizzativi, sia sul piano della didattica e degli studi; più tardi della Conferenza episcopale sarda, forse inizialmente impreparata nonostante l’impegno di Ottorino Alberti rettore del Seminario dal 1972.

A Cuglieri, a partire dal rettorato di Padre Giuseppe Peano, possiamo seguire il complesso rapporto con il Fascismo e la descrizione dei disagi affrontati dalla comunità del Seminario Regionale che non ha mai cessato di operare durante la seconda guerra mondiale, mettendo prodigiosamente in salvo circa 400 allievi come in un bozzolo protettivo pur tra mille disagi e difficoltà, grazie alla solidarietà di tutto il paese.

Fu forse la presenza del Seminario a Cuglieri a consentire la riscoperta della Storia della Sanctissima Cornensis Ecclesia (citata così nel Concilio Lateranense Romano del 649), grazie al’attività archeologica del cugino dell’arciprete Giovanni Pes, Pietro appena laureato con Giovanni Lilliu, impegnato negli scavi di Columbaris a Santa Caterina, dove il Seminario aveva costruito una colonia estiva: ne troviamo traccia fin dal 1955 su L’Eco del Regionale”, ma le scoperte più importanti si sviluppano negli anni successivi con lo scavo del battistero di San Giovanni, la basilica funeraria in stile africano voluta forse dai vescovi esiliati dai Vandali, la grande basilica a 5 navate che ospitò forse i compagni di Fulgenzio all’inizio del VI secolo. Mons. Giovani Mastino era solito ricordarci in modo un poco romanzesco e fantasioso la solenne apertura del sarcofago di Maximus collocato tra le due absidi nella basilica funeraria, alla presenza del vescovo di Bosa Francesco Spanedda e del Parroco Giovanni Pes, quando sollevato il coperchio ormai senza la lastra epigrafica (ritrovata poi in un’ovile vicino) per un attimo i sacerdoti presenti poterono intravvedere la fisionomia del defunto che si disfaceva in polvere.

Si legge in questo volume più in generale il legame strettissimo tra la cittadina di Cuglieri e il Seminario, che il trasferimento a Cagliari dopo 44 anni avrebbe rimesso in discussione, impoverendo enormemente il territorio e la diocesi: nella polemica di quegli ultimi anni causata dalla visita psico-pedagogica esplosiva del 1969, sembrò andare perduto lo sforzo sovrumano compiuto dai cuglieritani per proteggere e alimentare i seminaristi durante la guerra  e poi l’impegno ininterrotto garantito dai cittadini e dal sindaco per rispondere ai bisogni del Seminario in termini di acqua, luce, strade, collegamenti. Le opere realizzate a partire dal 1971 restarono in abbandono. Appena pochi anni prima era stato ottenuto il riconoscimento statale per il diploma liceale e si era finalmente completato l’impianto per il riscaldamento dell’edificio, assolutamente necessario durante il rigido inverno cuglieritano. Anche i benefici che i giovani laici di Azione Cattolica avevano acquisito frequentando corsi, conferenze di illustri visitatori, lezioni, escursioni, pellegrinaggi, musica finirono per interrompersi. La Madonnina fu messa in liquidazione. Ne sono testimone io stesso, che andavo periodicamente a Cuglieri per stampare i nostri giornali liceali, del CSI e della GIAC con il ciclostile del Seminario generosamente messo a disposizione dai padri.

Eppure emerge da queste pagine il senso del prestigio di cui docenti e studenti provenienti dal Seminario Regionale godevano in Sardegna e non solo, il loro rapporto con le autorità, soprattutto nel secondo dopoguerra il collateralismo politico nel quale tutti eravamo immersi. Positivi furono i rapporti con l’Azione Cattolica, in particolare con la GIAC (destinata presto ad essere assorbita), con gli Scout, con il Centro Sportivo Italiano, con l’attività catechistica presso la chiesa di San Giovanni (come negli articoli di Tonino Loddo e di Ignazio Ferreli, quest’ultimo oggi ordinario di Filosofia teoretica), con la lega della Perseveranza nei nuovi locali costruiti sul triangolo del reliquato tra Fidine e Sianu, tra la provinciale per Santulussurgiu e Viale delle Rimembranze, per iniziativa dei Padri Pasquale Di Girolamo e Enrico Trabucchi. Ne conservo un ricordo vivo, perché trascorrevo a Cuglieri i mesi che vanno dalla festa della Madonna della Neve fino all’inizio dell’anno scolastico. La palazzina della Lega era una sorta di chiassosissimo ritrovo per giovani ed adulti cuglieritani, con i suoi biliardini, il suo bar, il suo salone, la sua musica assordante, il suo fumo, i suoi films. Soltanto in una fase successiva vennero sviluppate alcune iniziative nelle quali fummo coinvolti, tra Santa Caterina di Pittinuri  e la casa di accoglienza di La Madonnina di Santulussurgiu, che allora frequentavamo spesso sotto la guida del compianto don Giuseppe Budroni.

Ha ragione Loddo a sostenere l’iniziale debolezza della preparazione pastorale dei futuri sacerdoti a Cuglieri nel suo articolo dedicato all’Omònoia: secondo una visione “a posteriori” dai documenti risulta che l’isolamento geografico del piccolo paese non permetteva ai docenti e agli alunni di sviluppare esperienze pastorali significative, a causa dello scarso confronto culturale, aggiunge Cabizzosu anche per la poca sensibilità dei Padri verso l’identità sarda (lingua, storia, tradizioni). Eppure c’erano tante cose da amare: io stesso ho vivo il ricordo del laboratorio sismologico di Padre Antonio Furreddu, con i rulli di carta che scorrevano raccogliendo dalla rupe naturale qualunque segnale di movimento della crosta terrestre; le sue numerose pubblicazioni sulle grotte della Sardegna, questa incredibile conoscenza del territorio, la sua attività speleologica anche nei nostri paesi. Oppure le passeggiate fino a Su Monte ‘e s’Ozzu, alla cascata di Massabbari oltre Casteddu Ezzu, al mare di Santa Caterina, di Puzzu e S’Archittu, al margine meridionale della diocesi che continuava l’antico confine tra Cornus e Tharros sul Rio Pischinappiu, testimonianza della decurtazione del territorio dopo la sconfitta di Hampsicora; l’opera catechistica di San Giovanni con padre Paolo Gamba; l’attività dei pueri cantores di Padre Egidio Boschi. Ignazio Ferreli mette in evidenza il progetto relazionale sviluppato dai professori e dagli educatori del Seminario Regionale cuglieritano e rivolto in primis agli alunni interni e anche all’intera comunità di Cuglieri. L’autore vede nella “virtù della concordia” la radice di ogni aspetto relazionale che trova il suo fondamento nel progetto di Dio “che vuole tutti gli uomini uno” (Gv. 17,21). Emerge la bizzarra figura di Carlo Ferraris di Celle, docente di filosofia e bibliotecario, ingegnere navale, che progettò personalmente a Cuglieri alle spalle del Seminario, nel 1956 la via crucis con il Calvario e il Santo Sepolcro, oltre che con le sue edicole e le sue maioliche volute da Padre Gamba; solo nel 1961 sarebbe arrivata la statua del Redentore. Eppure il rapporto di collaborazione con la Parrocchia di Cuglieri e la diocesi di Bosa fu anche di competizione e talora di conflitto.

Diretta conseguenza del Concilio, più di quanto non si ammetta, mi pare sia stata proprio la chiusura del Seminario tridentino di Cuglieri, nel 1970, il trasferimento a Cagliari durante il rettorato di Padre Giuseppe Bosio, un evento drammatico, difficile, inizialmente frainteso perché non motivato adeguatamente, che avevamo contestato su “Libertà” interpretando i sentimenti di molti sardi e di molti diocesani, criticando l'isolamento dei seminaristi nel contesto cittadino cagliaritano, l'iniziale dispersione degli allievi tra il Seminario Regionale di Via Parragues e per i teologi in altre sedi di Istituti Religiosi e perfino a pensione in famiglie private, fino ad arrivare alla Facoltà Teologica di Via Sanjust nei locali della Compagnia di Gesù, gli scarsi rapporti proprio con le Università storiche statali di Cagliari e Sassari fondate dai Gesuiti, tema che era stato utilizzato per giustificare il trasferimento in una grande città. Il tutto con la motivazione, in realtà giustissima, di cercare una “densità” urbana sufficiente per accompagnare la formazione dei Seminaristi con concrete esperienze pastorali. Oggi non saprei dire quanto questa mia posizione fosse fondata o solo localistica, magari ispirata dal can. Antonio F. Spada oppure dal vescovo Spanedda, al quale d’altra parte non credo possiamo attribuire la responsabilità della pubblicazione integrale su “Libertà” dei risultati che dovevano rimanere riservati della visita psico-pedagogica di tutti i seminaristi affidata nel 1969 ad un’équipe dell’Ateneo salesiano di Roma. Un evento che avrebbe disgustato soprattutto i Padri Gesuiti, allontanandoli per sempre dai loro allievi e provocando il trasferimento a Cagliari prima dei liceali poi dei teologi.

Emerge da queste pagine il valore di un patrimonio ecclesiale e culturale prezioso e vivo, come scrive Francesco Maceri, Preside e titolare del corso di teologia morale fondamentale, per riscoprire il legame profondo che unisce la teologia e la cultura, l’intelligenza della fede e gli interrogativi dello spirito umano, passando per alcuni momenti fondamentali come il Concilio Ecumenico che l’articolo di Giacomo Rossi (emerito di Filosofia e Teologia morale) dimostra essere alla base dello sviluppo della teologia morale di oggi tanto attenta ai valori della persona, alla sua fragilità, al tema della misericordia e dell’etica della vita, dopo i duri anni cuglieritani raccontati da Roberto Caria, attraverso un riesame critico del manuale neo-tomistico adottato per decenni, i pregi e i limiti delle Institutiones theologiae moralis di Genicot-Salsmans e degli altri manuali, che ci fanno toccare con mano quell’inflessibile durezza contro il modernismo, che è un po’ alla base del Seminario Regionale, di cui era rimasta vittima una personalità come il maestro del mio maestro, Bachisio Raimondo Motzo. Più di recente, il percorso di rinnovamento fu avviato col secondo Concilio Plenario Sardo con le sue commissioni ante preparatorie nel 1986, aperto nel 1992, faticosamente portato avanti fino al 1999 e addirittura al 2001 con la pubblicazione del volume su La Chiesa di Dio in Sardegna alla soglia del terzo millennio si interroga sulle vie dell’evangelizzazione dell’isola.

E dunque le tante cose positive, le nuove discipline, come la Bioetica nell’azione formativa di Umberto Burroni, ben delineata da Stefano Mele, partendo dal magistero di Paolo VI; oggi, nei giorni dell’approvazione del testamento biologico dopo la vicenda di Walter Piludu ma anche della colpevole rinuncia al riconoscimento in Italia dello ius soli queste pagine risultano quanto mai attuali, alla luce dei “nuovi compiti” che il Concilio Plenario Sardo attribuisce all’intera comunità cristiana; istruttivo è il percorso tracciato in tema di ecclesiologia (a cavallo tra dogmatica e sistematica) nell’articolo di Mario Farci (ordinario di Teologia dogmatica), dalla costituzione istitutiva fino alla costituzione apostolica di Pio XI Deus scientiarum dominus del 1931, destinata ad un rinnovamento che (cito) <<non sembra evidente negli studi cuglieritani fino al corso del 1969 tenuto da Francesco Spanedda su La chiesa di Gesù Cristo, la tradizione>>. Questo riconoscimento mi sembra giustissimo, anche se il ruolo di Spanedda (baccelliere a Cuglieri nel 1928, licenziato l’anno successivo) nel Concilio e dopo il Concilio appare costantemente sottovalutato dagli storici: in passato avevo osservato forse troppo bruscamente che Raimondo Turtas nel volume sulla Storia della Chiesa in Sardegna ridimensionava il ruolo svolto dai vescovi sardi al Concilio, mi sembra con la sola eccezione di Mons. Giovanni Pirastru, di Iglesias, impegnato a sollecitare interventi convergenti dei vescovi sardi sul versante della dignità umana e dei diritti della persona. Gliel’avevo fatto notare e sorprendentemente aveva ammesso con me che nessun altro vescovo sardo come Spanedda ebbe in quegli anni una dimensione internazionale e un ascolto altrettanto ampio. Ho visto citati da Tonino Cabizzosu nel volume di tre anni fa sui vescovi sardi al Concilio i numerosi interventi scritti di mons. Spanedda, arrivato a Bosa nel 1956, chiamato a far parte della Commissione teologica internazionale, nella Commissione De doctrina fidei et mororum; uno degli interventi è intitolato ad finem Concilii, gli emendamenti e le sue adesioni agli interventi di colleghi sui temi de apostolatu laicorum e, appunto, De sacrorum alumnis formandis. Infine la sua firma su molte costituzioni conciliari, penso a quella sulle chiese orientali (con attenzione per il culto di San Costantino), sull’ecumenismo, ancora sull’apostolato dei laici. Era del resto il vescovo nel cui territorio operava da cinquanta anni proprio il Pontificio Seminario tridentino regionale, la Facoltà di teologia e filosofia, che costituì una delle preoccupazioni dei vescovi isolani, che certo si riflettono in alcune pagine del Concilio. Le sue origini sassaresi (era nato a Ploaghe) e il suo ministero nell’antica diocesi di Bosa lo portavano a enfatizzare con noi il ruolo del Collegium Mazzotti e la casa di accoglienza di La Madonnina di Santulussurgiu, che allora frequentavamo spesso. In Cattedrale egli ci raccontava il Concilio con lo stupore di chi assisteva ad un evento storico, osservava commosso le nuove aperture di una teologia troppo chiusa come quella italiana, entrava in contatto per la prima volta con i teologi francesi e tedeschi, istituiva rapporti e legami con decine di altri vescovi in particolare di oltrecortina, che si sarebbero sviluppati nel tempo. C'era nelle sue parole il sapore fresco di un avvenimento che in qualche modo settimana dopo settimana egli riusciva a farci vivere insieme con lui, soprattutto nell'Azione Cattolica, nel Centro Sportivo Italiano, in parrocchia, sul settimanale Libertà. Un avvenimento che per tre anni ci avrebbe riguardato tutti.

Seguono gli anni del movimento liturgico, del movimento ecumenico, del nuovo impulso missionario, della dinamicizzazione del laicato e dello sviluppo della teologia su di esso, dopo l’approvazione dei nuovi statuti del 1974. Ancora la storia della Chiesa in particolare in Sardegna, partendo proprio dal libro di Raimondo Turtas per l’anno santo del 2000. Giovanni Paolo II il 15 aprile 1979 promulgava la costituzione apostolica “Sapientia Christiana. De studiorum Universitatibus et Facultatibus ecclesiasticis”, ancora oggi la magna charta degli studi ecclesiastici, un po’ il modello della dichiarazione di Bologna di otto anni dopo, dove si distingue la docendi ratio dalla discipulorum institutio, posta accanto e strettamente congiunta alla scientiae pervestigatio, alla ricerca scientifica: in universitatibus docendi rationem necesse est cum scientiae pervestigationem coniunctam esse ut usus moresque mutantes et procedentes sequatur.

L’articolo di Alessandro Fadda affronta l’insegnamento del diritto ecclesiale tra innovazione e profezia, partendo dal codice di diritto canonico del 1917 fino ad arrivare a quello del 1983, esito delle disposizioni sinodali all’indomani de Concilio sui dieci Principia quae Codicis Iuris Canonici recognitionem dirigant, verso un’ecclesiologia di comunione che sottolinei la natura societaria della Chiesa, la qualificazione del potere della Chiesa come servizio, la pastoralità che non demolisca l’autorità, il radicamento territoriale della chiesa locale per diocesi, la corresponsabilità. L’autore crede vada superato il concetto di collaborazione, cooperazione perfino di sinodalità che pure esprime, attraverso il richiamo alla parola greca sunodos e alla parola latina conventus il tema vitale della necessità – per christifideles e pastori - del percorrere una strada insieme: conferenze episcopali, provincia ecclesiastica, sinodo diocesano, consiglio presbiterale e collegio dei consultori, consiglio pastorale. E ciò non in astratto ma con riferimento alle diocesi sarde nell’ultimo quarantennio, partendo proprio dal Sinodo delle Diocesi di Alghero e Bosa indetto il I gennaio 1986 e concluso il 31 marzo 1991, con le sessioni svolte a Bosa, Cuglieri, Macomer e Alghero: sinodo promosso dall’ex arciprete di Cuglieri divenuto vescovo delle diocesi unite, Giovanni   Pes. Primo sinodo tra quelli celebrati in molte diocesi isolane a Nuoro, Cagliari, Oristano, Ales Terralba, quest’ultimo concluso solo due anni fa. Tutto ciò in parallelo col secondo Concilio Plenario Sardo tra il 1992 e il 2001, che in realtà è il sesto della serie a carattere “nazionale” isolano, dopo Torres nel 1089, Ardara nel 1135 e nel 1205, Santa Giusta nel 1226, Bonarcado attorno al 1272, Oristano nel 1924.

C’è in queste pagine anche una riflessione sulla recente inculturazione della teologia nella realtà isolana come nell’articolo di Dionigi Spanu (emerito di Teologia spirituale) con gli studi che partono dall’incontro con i discepoli di Emmaus e riprendono la gioia del Vangelo attraverso i sermoni di Agostino al popolo di Ippona a proposito dei sacerdoti e vescovi pastori di Dio: hoc est Christum pascere, hoc est Christo pascere, hoc est in Christo pascere, preter Christum sibi non pascere. Da qui, fino alla spiritualità ignaziana e alla beata Maria Gabriella Sagheddu.

Soprattutto mi ha colpito l’atteggiamento aperto di Tonino Cabizzosu e degli altri autori verso un tema rimosso per decenni – pur presente nelle opere sulla Sardegna cristiana di Damiano Filia a partire dal 1909 - quello della lingua sarda, della identità della Sardegna arcaica e della Sardegna di oggi: un tema che passa attraverso il progetto <<Innodia Sarda>> che lega il Dipartimento di Scienze umanistiche di Sassari alla Facoltà di Teologia della Sardegna e che è testimoniato nell’articolo di Giampaolo Mele che va ben oltre questa scoperta inattesa, i gozos di Santo Effisio Martir in un castigliano sopravvissuto nella Sardegna dell’Ottocento: Delante del Rey Soberano, / gran capitano valoroso, / Tenednos de vuestra mano, / Effis santo Glorioso. Dunque l’attenzione verso la cultura e l’identità sarda è una delle acquisizioni più importanti e più significative degli ultimi decenni, alle quali hanno dato un contributo non solo le omelie in Sardo a S’annossata di Bitti di Padre Turtas ma tanti altri protagonisti di questo volume.

Quanto si sia aperta la Facoltà Teologica ai problemi relativi all’identità religiosa della Sardegna è del resto testimoniato oggi dalle tematiche affrontate in molti articoli scientifici pubblicati sulla prestigiosa rivista “Theologica & Historica”, nella partecipazione a convegni nell’isola e nella penisola, nell’impegno in corso della Facoltà a tradurre la Bibbia e i testi per la celebrazione della messa in lingua sarda così da presentarli alla Santa Sede per l’approvazione, in attuazione di uno dei Canoni del Concilio Plenario Sardo. Nel suo articolo su “Il divenire storico, dimensione essenziale per il sapere teologico” Tonino Cabizzosu entra profondamente nel tema all’interno della più ampia docenza di Storia della chiesa contemporanea, come è evidente dai titoli dei lavori di tesi e dalle numerose ricerche, sul Clero diocesano e regolare, sulle Congregazioni religiose e gli Istituti sorti in Sardegna, sulle Donne, chiesa e società isolana, su ben 34 Vescovi, sui Sinodi, sugli Archivi parrocchiali.

Dobbiamo ammettere che nei primi anni cagliaritani il rapporto della Facoltà con le due Università fu quasi inesistente: ricordo negli anni 80 diverse prese di posizione sul fatto che la Facoltà Teologica svolgeva la sua attività di ricerca senza trovare punti di contatto, occasioni di incontro, obiettivi comuni: sarebbe stato il nostro amato Padre Natalino Spaccapelo a raccogliere quella protesta, a colmare quella divaricazione e a dare molti segnali di collaborazione che ancora continuano, prima con Sebastiano Mosso, poi con Maurizio Teani e oggi con Francesco Maceri, partendo dal volume su Eusebio di Vercelli alla fine degli anni 90, poi con Simmaco, Fulgenzio e Gregorio Magno, la collana sempre più prestigiosa e la straordinaria rivista Teologica & Historica aperta ai laici, arrivata al 26° numero. Lasciatemi ricordare almeno gli Atti del convegno del 2007 Orientis radiata fulgore, curati da Lucio Casula, Antonio Corda, Antonio Piras, con i contributi di alcuni amici che chi hanno lasciato, Vincenzo Aiello, Roberto Coroneo, Réginald Grégoire, Gabriele Marasco. Oppure i fondamentali studi sul nostro Fulgenzio di Ruspe e il suo contesto, Lingua et ingenium del 2010. E poi le numerose opere pubblicate nei testi e monografie della Pontificia Facoltà Teologica University Press, fino ai recentissimi lavori di Tonino Cabizzosu.

Oggi, dopo 46 anni della Facoltà Teologica del Sacro Cuore a Cagliari, il giudizio è dunque molto differente, nonostante la crisi delle vocazioni, ma anzi proprio per questo, con l’apertura alla società civile, al mondo laicale, alle docenti donna; con il legame con gli Istituti di Scienze religiose di Cagliari e di Sassari, con l’Istituto Euromediterraneo voluto da Mons. Saba, anche dopo la recente riforma. Con gli accordi stipulati con le due Università di Cagliari e di Sassari.

A questo proposito come dimenticare l’articolo di Rita Lai sull’opera e sulla presenza femminile nella vita della Facoltà Teologica, con le docenti, le alunne, le collaboratrici. “La presenza femminile in Facoltà, per quanto esigua e scarna, è stata sempre qualitativamente significativa” già dagli anni cuglieritani. Tra le docenti possiamo partire dal 1983 e dalla nostra Suor Aurora Cambilargiu per la Filosofia, da Lucia Zamboni nel 1984 per comunicazione sociale, Renata Serra per la Storia dell’arte in Sardegna. Attualmente in servizio sono Danila Artizzu, Myriam Ferrari Vincenza Ibba, Rita Lai, Donatella Nardi; e poi le alunne a partire dall’ultimo anno del Concilio, il 1965, con le tre tesi dottorali di Anna Maria Girau nel 1996, Vincenza Ibba nel 2014, Rita Lai nel 2016. Mi sono appassionato a scorrere i titoli delle ricerche e delle tesi, con una straordinaria varietà e ricchezza, che la dicono lunga sulla superficialità di alcuni giudizi sommari. Tra le alunne emerge la figura della serva di Dio Simonetta Tronci, una studentessa “normale”, scomparsa a 23 anni il 18 aprile 1984, lasciando un vuoto davvero smisurato. Per la fase a noi più vicina, vorrei aggiungere altre collaborazioni al femminile, come in tanti articoli della rivista o in veri e propri volumi, come quelle di Maria Corona Corrias e Giovanna Sotgiu, che curarono nel 1996 l’organizzazione del Convegno aperto da Mons. Tarcisio Bertone sulla Sardegna paleocristiana. Oppure Rossana Martorelli col volume sui Martiri e devozione nella Sardegna altomedievale e medievale del 2012; Bianca Fadda su L’archivio della famiglia Alliata di Pisa Il fondo diplomatico e la Sardegna (1261-1375) nel 2015. Nella nuova serie “Studi e ricerche di cultura religiosa”. Rossana Martorelli, Antonio Piras, Pier Giorgio Spanu pubblicano il volume Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, PFTS University Press, Cagliari 2015. Potremmo andare oltre.

Mi sono fatto un’idea chiara dell’evoluzione della Facoltà Teologica in questi anni soprattutto partecipando per 12 anni come Prorettore e per 5 anni come Rettore dell’Università di Sassari alle inaugurazioni dell’anno accademico, con la messa nella chiesa di Cristo Re e con le relazioni del Gran Cancelliere e del Preside; da ultimo ho capito che la Facoltà Teologica che si è presentata in questa aula col Preside Francesco Teani a Papa Francesco il 23 settembre 2013 è l’espressione di una tradizione lunga, di una storia prestigiosa della quale il periodo cuglieritano è parte essenziale. Quel giorno Papa Bergoglio nel suo splendido discorso tenuto a Cagliari, parlò di Università partendo proprio dallo sconforto dei discepoli trovati ad Emmaus: Papa Francesco ci raccontò la crisi di oggi come assenza di istruzione e di conoscenza, interpretandola anche come possibile opportunità verso un mondo nuovo: <<Penso non solo che ci sia una strada da percorrere, ma che proprio il momento storico che viviamo ci spinga a cercare e trovare vie di speranza, che aprano orizzonti nuovi alla nostra società>>. Il Papa riteneva che il ruolo dell’Università sia prezioso, come luogo di elaborazione e trasmissione del sapere, di formazione alla “sapienza” nel senso più profondo del termine, di educazione integrale della persona. L’Università come luogo del discernimento, in cui si elabora la cultura della prossimità, la cultura della vicinanza, come luogo di formazione alla solidarietà, in cui si promuove, si insegna, si vive questa cultura del dialogo, che non livella indiscriminatamente differenze e pluralismi - uno dei rischi della globalizzazione è questo -, e neppure li estremizza facendoli diventare motivo di scontro, ma apre al confronto costruttivo. Questo significa comprendere e valorizzare le ricchezze dell’altro, considerandolo non con indifferenza o con timore, ma come fattore di crescita. Non c’è futuro per nessun paese, per nessuna società, per il nostro mondo, se non sapremo essere tutti più solidali. Solidarietà quindi come modo di fare la storia, come ambito vitale in cui i conflitti, le tensioni, anche gli opposti raggiungono un’armonia che genera vita>>.

Parole che mi pare possano essere declinate oggi anche laicamente e rappresentare la vocazione alla formazione e alla ricerca propria della scuola e dell’università, entrambe libere da condizionamenti, rispettose del pluralismo, attente al futuro dell’umanità.

Ecco, proprio uno sguardo verso il futuro della Sardegna, verso le prospettive e l’orizzonte di cambiamento ritorna in tanti di questi lavori, sempre per evitare – come scrive Mario Farci - <<il rischio di parlare di una Chiesa che esiste solo sui libri>> ma cercando di mantenere quello che è stato lo straordinario obiettivo del Seminario Regionale Sardo fin dalle sue origini, quello di trovare sinergie tra le dieci diocesi della Sardegna, di superare ogni frammentazione localistica, di ascoltare il parere di tutti, di collegare tra loro i territori e le esperienze della Sardegna.

Sappiamo tutti che proprio in questi giorni sono arrivati i tempi nuovi rappresentati dal Patto per l’inclusione “Sardegna 100 Chiese” firmato dal Presidente della Regione Francesco Pigliaru e dal Presidente della CES mons. Arrigo Miglio: tra le proposte presentate figurano la promozione delle istituzioni formative di Sassari (Istituto Euro Mediterraneo) e Cagliari (Facoltà Teologica della Sardegna), in collaborazione con i due atenei sardi e il coinvolgimento di numerose associazioni culturali, oltre al recupero dell’ex Seminario di Cuglieri, che si avvia a diventare un nuovo polo formativo dedicato alle tematiche sociali. Con speranza, faticosamente ci affacciamo verso una realtà davvero nuova.

 

Foto: Il Leoncino che trasporta fino il Seminario Regionale di Cuglieri la statua del Redentore (replica della scultura di Carmela Adami). La foto è stata scattata dall’autore nell’estate 1961 dal balcone del secondo piano della casa del nonno Attilio Mastino.

Ultimo aggiornamento Domenica 21 Gennaio 2018 22:11

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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