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Dalle piante dell’Ara Pacis al Nemus Sorabense di Fonni: l’eudaimonia della Sardegna antica.

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 30 Maggio 2018

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Attilio Mastino
Dalle piante dell’Ara Pacis
al Nemus Sorabense di Fonni: l’eudaimonia della Sardegna antica
LXI Congresso distrettuale Rotary, Distretto 2080
Valle dell’Erica, Santa Teresa di Gallura, venerdì 25 maggio 2018

Questo 61° Congresso Distrettuale del Distretto 2080 del Rotary  si è svolto in Sardegna a Santa Teresa, l’antico porto di Longone sul Fretum Gallicum, le Bocche di Bonifacio, a ridosso dell’Errebantium Promunturium, il Capo Testa al margine settentrionale dell’isola Ichnusa.

Vorrei oggi tentare di immaginare il paesaggio antico, ricostruire un ambiente naturale che oggi vorremmo ancor più verde, ricco di alberi, ospitale. Abbiamo seguito con emozione i programmi e il sogno verde del Presidente internazionale Ian H.S. Riseley, l’invito a piantare un albero per ogni rotariano per la generazione futura (come già scriveva Ciceronel nel Cato Maior), la definizione del nostro tema congressuale dedicato all’Ambiente, a un mese di distanza da quel 22 aprile nel quale abbiamo celebrato la Giornata mondiale rotariana per l’ambiente e per la Terra, perché veramente il Rotary può fare la differenza anche nei giorni nei quali la Sardegna viene proclamata dall’European Forest Institut Regione forestale d’Europa per l’impegno nella salvaguardia delle foreste e la selvicoltura mediterranea e per i consistenti investimenti a favore del patrimonio forestale e della bioeconomia delle risorse rinnovabili. Si ritiene che nell’ultimo mezzo secolo la superficie forestale dell’isola si sia triplicata.

Per un momento voglio presentare il rapporto sistente tra paesaggi storici ed evoluzione del paesaggio rurale, alla base dell’identità locale, tra cultura e natura, tornando indietro nel tempo fino al sacco di Roma da parte dei Galli nel 390 a.C. A questo periodo risale più antica notizia relativa alla Sardegna, con la fondazione della colonia romana di Feronia a Sud di Olbia con i cittadini indebitati per gli incendi e le devastazioni causate dai Galli invasori. Negli stessi anni l’allievo di Aristotele Teofrasto ci racconta che il paesaggio della vicina Corsica era dominato da quegli alberi fittissimi che impedirono la colonizzazione romano-etrusca, quando all’inizio del IV secolo a.C. sull'isola non riuscirono a sbarcare i 25 battelli, che ebbero i pennoni danneggiati dai rami degli alberi di una foresta sterminata. Si trattò di un tentativo di creare non genericamente una città in Corsica, bensì un centro navale, connesso alla silvicoltura. Niceforo chiamava la Corsica anche kefalé, testa irta di capelli, per via delle tante cime montagnose e la ricchezza di boschi.

D’accordo con il Governatore Salvina Deiana, mi è sembrato naturale, accogliendo tanti amici che provengono da Roma e dal Lazio, oltre che dalla Sardegna, partire dalle cose che amo, introdurre questa serata, ricordando la storia antica sintetizzata nei bassorilievi dell’Ara Pacis di Roma, restaurata dal Rotary nel 1971 fino all’attuale sistemazione che dobbiamo all’architetto newyorkese Richard Meier, inaugurata dal Sindaco Veltroni – dopo sette anni di lavori – in occasione del Natale di Roma il 21 aprile 2006, tra le proteste del FUAN.

Su quei marmi dell’Ara Pacis ritorna nel 9 a.C. tutto l’apparato ideologico di Augusto, partendo dalla distruzione di Troia, dal viaggio alla Cartagine di Didone, all’arrivo degli Ilienses nella Barbaria della Sardegna, alla fondazione di Lavinio sulla costa laziale, Alba Longa e Roma. Giulia Caneva ha recentemente pubblicato il bellissimo volume Il codice botanico di Augusto, Roma Ara Pacis, Parlare al popolo attraverso le immagini della natura, nel quale si dimostra che l’alfabeto botanico di Augusto era portatore di un messaggio divino di fertilità, che parlava della forza vegetativa, della fecondità, della rinascita della terra, della trasfornazione degli ambienti aridi e rocciosi, della rinascita dell’acqua, del ritorno dell’età dell’oro, all’inizio di una nuova era, l’aurea aetas di Augusto, nel rispetto delle regole divine della Natura, senza rinnegare i valori del passato. Il bosco sacro con decine di piante e quello che si definisce impropriamente l’albero della vita, i modelli vegetali, la candelaria e la luce, la dragontea e la fertilità, l’acanto, la lira e Apollo, il dio della luce, della cultura, della civiltà contro la barbarie.

Allo stesso modo l’ara provinciale di Cartagine dedicata negli stessi anni rappresenta l’albero di Ilio in fiamme mentre Enea-Augusto porta sulle spalle il padre Anchise vestito con la toga Romana e il figlioletto Ascanio-Iulo con il mantello frigio, con un’inversione di generazioni che segna anche una continuità e indirizza verso il futuro di un Mediterraneo di pace, dove la sponda sud con tutta la profondità del continente africano interagisca con l’Europa e l’Asia. Virgilio rappresenta i costruttori di Cartagine, sulla Byrsa, gli architetti della regina Didone, affaccendati e impegnati nella costruzione della colonia fenicia, con le sue mura, con le sue torri, con i suoi templi. Appare evidente che Virgilio pensa alla colonia augustea che negli anni in cui scrive sorge come una grande capitale mediterranea ricca dei prodotti: nel fervore degli structores Tyrii di Carthago, Enea profugo da Troia, è insieme hospes accolto con rispetto dalla Regina poi hostis maledetto per generazioni: egli osserva, con gli occhi di Virgilio, il solco dell’aratro che segna il limite sacro di una colonia, rinnovando il dolore e la speranza che anima coloro i quali costruiscono una nuova città, in contrasto con la sua originaria patria -Ilio- distrutta dalle fiamme. Non c’è dubbio che Virgilio rifletta nel racconto della Cartagine nascente l’esperienza urbanologica di età augustea in Africa, con il teatro dalle immanes columnae della frons scaenae tratte dalle cave in cui maestranze addestrate lavorano indefessamente a trarre il materiale lapideo della nuova città. O ancora con le porte delle mura e le viae urbane silice stratae; la basilica giudiziaria; i templi. I versi virgiliani esaltano l’attività degli uomini di buona volontà, anche se pure gli dei e le dee sono considerati a tutti gli effetti coinvolti in uno studium e in un’ars che nobilita chi la pratica. Più in generale, Virgilio trova le parole per rappresentare il paesaggio trasformato dall’uomo ai margini del lago di Tunisi, presso il tempio di Giunone eretto dalla regina.

Un’antica leggenda raccolta da Virgilio ma che si deve ad Ennio e Cartone, fondatori della letteratura latina, immaginava che i compagni di Enea, i profughi troiani Ilienses, nel corso della tempesta siano stati sbattuti dal mare in burrasca sulle spiagge della Sardegna e si siano rifugiati sui Montes Insani, dove si mantennero liberi, senza raggiungere l’Ausonia, il Lazio abitato dai Silvii e poi dai Latini. Il mito della parentela etnica tra Romani e Sardi attraverso la comune origine troiana sarebbe nato con lo scopo di piegare la resistenza dei Sardi Pelliti di fronte all’occupazione romana nel corso del II secolo a.C.

Gli scrittori classici guardavano alla Sardegna con ammirazione: quella che per Erodoto era l’isola più grande del mondo (nésos megíste), appariva nei miti greci come una terra “felice” eudaimon, che per grandezza e prosperità eguagliava le isole più celebri del Mediterraneo; le pianure erano bellissime, i terreni fertili, mancavano i serpenti, i lupi, altri animali pericolosi per l’uomo, non vi si trovavano erbe velenose (tranne quella che produceva il “riso sardonico”).

La Sardegna, isola di occidente, appare notevolmente idealizzata, soprattutto a causa della leggendaria lontananza e collocata fuori dalla dimensione del tempo storico. Ciò non significa affatto però che i Greci e più di loro i Cartaginesi ed i Romani non avessero informazioni precise sull’ambiente e sulla società isolana, variamente intrecciate con il mito: il paesaggio in particolare era sentito come fortemente originale, caratterizzato da una evidente biodiversità, percorso sulle montagne dai mufloni e nelle lagune dai fenicotteri; ma erano soprattutto i nuraghi dell’età del bronzo che marchiavano il paesaggio isolano modificato dall’uomo, le torri a cupola, «le tholoi dalle mirabili proporzioni costruite all’arcaico modo dei Greci», che il mito attribuiva a Dedalo, l’eroe fondatore dell’architettura greca, arrivato in Sardegna su invito di Iolao, il compagno di Herakles; quest’ultimo (identificato con il libico Makeris-Melqart) leggendario padre di Sardus, il dio venerato ad Antas.

Quella che veniva poeticamente chiamata l’ “isola dalle vene d’argento”, divenne poi Ichnussa e Sandaliotis, una terra fortunata, caratterizzata da una mitica eukarpía, da una straordinaria abbondanza di frutta e di prodotti: il latte, il miele, l’olio, il vino, che si attribuivano alla generosità del dio Aristeo. Per Diodoro Siculo, ancora all’età di Cesare, i Sardi suoi contemporanei discendenti dei figli di Eracle erano riusciti a mantenere la libertà promessa dall’oracolo di Apollo a Delfi, dopo le ripetute aggressioni esterne. I discendenti di Eracle erano riusciti ad evitare, nonostante le dure condizioni di vita, le sofferenze del lavoro. Si aggiunga che gli autori greci e latini avevano una notevole conoscenza, più o meno diretta, dell’esistenza in Sardegna di una civiltà evoluta come quella nuragica, caratterizzata da un lato dall’assenza di insediamenti urbani, dall’altro da uno sviluppo notevole dell’architettura, dell’agricoltura e della pastorizia. Questa consapevolezza si esprime, per l’età del mito, nella saga degli Eraclidi, di Dedalo e di Aristeo, che avrebbero determinato quello sviluppo, prima dell’evoluzione urbana miticamente attribuita a Norace.

Un bosco di querce copriva nell’Ottocento le rovine del tempio del Sardus Pater visitato da Alberto Ferrero della Marmora, in una valle che ancora oggi, completamente spoglia, conserva il senso di un Genius loci, arrivato dal Nord Africa a proteggere l’ambiente naturale e umano dell’isola dalle vene d’argento.

Il luogo evocativo più celebre dell’isola è rappresentato dalla stazione stradale di Sorabile l’attuale Fonni sulla via direttissima che collegava Olbia con Carales raggiungendo i mille metri di altitudine: qui il governatore Ulpius Severus nell’età di Traiano pose la targa con la sua dedica agli dei Diana e Silvano, protettori del bosco sacro di Sorabile, il nemus Sorabense, al centro della Barbaria.

Le navi del relitto di Spargi o delle navi di Olbia affondate dai Vandali alla vigilia del Sacco di Roma del 455 ci ricordano il noto passo di Plinio: Arbore sulcamus maria terrasque admovemus, arbore exaedicficamus tecta, Solchiamo i mari su un tronco d’albero, con un ramo ariamo le terre ed edifichiamo le case.

Vorrei allora pensare agli alberi secolari della Sardegna, veri e propri monumenti naturali, in particolare le querce millenarie del Gennargentu, il leccio di Mamone, il noce centenario di Belvì, l’agrifoglio, l’olivastro di San Pietro in Golgo, sull’altopiano calcareo di Baunei al quale forse rimanda il diploma militare della coorte di Corsi e Liguri di un Hannibal originario della località Nurak Albus. C’è dietro ciascuna di queste immagini una profondità storica che impressiona, un patrimonio ricchissimo che richiama ad una responsabilità precisa della nostra generazione.

Come non spingerci allora alle piante millenarie del Getsemani sul Monte degli ulivi di Gerusalemme dell’ultima notte di Cristo, forse le stesse fotografate dai turisti di oggi ? Oppure al tema della Risurrezione nel vicino cimitero ebraico, se nel libro di Zaccaria il monte degli Ulivi è identificato come il luogo da cui Dio comincerà a far rinascere i morti alla fine dei secoli. Del resto questa dimensione “divina” che accompagna le piante attraversa tutte le nostre tappe.

Se guardiamo per un attimo al futuro, nei giorni in cui in Italia si discute criticamente sul Testo unico sulle foreste approvato dal governo nel marzo scorso, il Papa ci ricorda la tragedia degli indigeni dell’Amazzonia e il sindaco di Parigi guida la rivoluzione verde: la capitale francese si propone di vegetalizzare la città costituendo parchi al posto delle piazze lastricate. Il numero del novembre scorso de La nuova Voce del Rotary è intitolato “gli alberi custodi dell’umanità”, in una prospettiva che come nella lontana immagine cartaginese di Enea-Augusto coinvolge le generazioni future.

Nella mozione finale che presenteremo alla fine dei nostri lavori ricorderemo il nostro impegno una nuova società fondata sulla conoscenza, sull’istruzione, sulla ricerca, sulle attività culturali, sull’ICT. Dobbiamo partire dal tema della sostenibilità ambientale e batterci per la riforestazione, per creare nuovi parchi e sviluppare una nuova economia ambientale capace di incentivare l’occupazione, difendere la ricchezza della biodiversità, migliorare il clima, per preservare il pianeta terra secondo il programma del Presidente Paulo Costa al Congresso del 1990 di Portland nell’Oregon, per mantenere pulite l’aria e l’acqua, difendere la biodiversità, proteggere il pianeta per le generazioni future. Con la lotta contro l’inquinamento e gli incendi, la Green Economy, il ruolo delle Università qui in Sardegna del Corso di laurea in Scienze Forestali e ambientali, e poi l’ambiente marino, la giornata mondiale dell’ambiente, il sostegno nel Distretto per la nascita di Gruppi di azione rotariana che assumeranno come prioritario l’impegno ambientale, per fare la differenza, con attenzione alle nuove generazioni.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Maggio 2018 08:02

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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