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Traiano l’Optimus Princeps.

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Scritto da Administrator | 08 Marzo 2021

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Traiano l’Optimus Princeps
Benevento, Università Giustino Fortunato 6 marzo 2021

Cari amici,

oggi festeggiamo insieme l’uscita di questo volume Traiano, l’optimus princeps, curato dall’amico Livio Zerbini, con gli atti del convegno svoltosi nella bella sede di Ferrara nel settembre 2017, in occasione della ricorrenza dei 1900 anni.  A quell’incontro avevamo partecipato in tanti, consapevoli di una pagina nuova che insieme stavamo scrivendo e che ora vediamo splendidamente presentata in questo volume delle edizioni Unibré, col quale si ripercorre un itinerario ideale che da Italica ci porta a Roma, al Piceno, alla Campania, alla Sardegna, alla Germania Superior, alla Dacia, alla Siria, fino all’Africa, alle origini di un secolo, quello degli Antonini, che ha rappresentato per tanti versi il momento più alto di una romanità in espansione nel Mediterraneo, più aperta ma ancora piena di conflitti e di contraddizioni.

Tante questioni in campo, dalle innovazioni sul piano giudiziario civile e penale al governo delle province, dal processo di colonizzazione allo sviluppo dell’architettura militare, dalla propaganda all’arruolamento dei peregrini daci, ai viaggi per terra e per mare. Questo libro è una nuova finestra anche sul mondo danubiano e sul mondo partico, in relazione al viaggio computo da Traiano sulla triere Ops della flotta di Ravenna armata con marinai di origine sarda (su questo ha scritto Piergiorgio Floris ed io stesso).

Vorrei partire dalla celebre frase di Geza Alföldy e Helmut Halfmann che nel 1973 si interrogavano su M. Cornelius Nigrinus Curiatius Maternus, quello che Vincenzo Scarano Ussani chiama “L’altro successore” di Nerva: "Non possiamo sapere tuttavia … se anche Cornelio Nigrino non sarebbe entrato nella storia come optimus princeps".  I tempi erano forse maturi perché questo nuovo elemento inserito nella titolatura imperiale, più tardi nella stessa onomastica di Traiano, si affermasse per chiunque fosse arrivato al potere ? O c’è uno specifico che lega l’attributo e poi il cognome Optimus alle qualità riconosciute del personaggio, al rapporto con il senato, alle amicizie coltivate, alle strategie politiche, al programma ideologico ?

Ho riletto in questi giorni Il panegirico a Traiano di Plinio il giovane, curato da Giulio Vannini, pubblicato negli Oscar Classici Mondadori nel 2017, con l’orazione tenuta il I settembre del 100 d.C., dunque agli esodi dell’età di Traiano, con l’insistenza sulla nuova titolatura imperiale, aperta da questa sorta di dedica al migliore degli imperatori, optimo principi, già in I, 2:  e conclusa all’ultimo capitolo 95 ancora una volta col richiamo all’optimus princeps che è amato da tutti gli uomini che odiano i tiranni.  Il panegirico, continua davvero a sorprendere ancora oggi, per il fatto che un discorso vagamente adulatorio pronunciato nella curia, un testo letterario di occasione, abbia potuto di fatto profondamente incidere nella titolatura imperiale per molti decenni successivi, in luoghi lontanissimi da Roma.

Del resto sappiamo che l’auto-rappresentazione degli imperatori inizia a cambiare radicalmente proprio con Traiano, con una svolta nella titolatura cosmocratica timidamente adottata fin dall’età di Augusto, che ora diventa centralissima e capace di sintetizzare un’intera epoca: come hanno recentemente dimostrato Gianluca Gregori e Gianmarco Bianchini le dediche Principi optimo hanno un precedente già alla fine dell’età repubblicana e nell’età augustea: l’espressione è occasionalmente documentata nel de natura deorum di Cicerone per Iuppiter, il supremo dio del Campidoglio, poi attribuita occasionalmente agli imperatori del I secolo: per i due autori l’epiteto avrebbe assunto una connotazione inizialmente ufficiosa e poi ufficiale ben prima di Traiano.

Plinio, all’inizio dell’età traianea, utilizza ancora in modo convenzionale il titolo onorifico di "optimus princeps" (che pure considera un cognome), attingendo proprio agli attributi di Giove Ottimo Massimo, il dio supremo del Campidoglio "Optimus Maximus", per l’imperatore che è riconosciuto come  dis simillimus princeps.

Due anni prima del solenne panegirico, morto Domiziano, l’amico di Plinio, Cornelio Tacito aveva scritto nel De vita et moribus Iulii Agricolae, la frase famosa: nunc denim redit animus, ora davvero riprendiamo a respirare, dopo la morte del tiranno, un termine – tyrannus - che ricorre più volte nel discorso in senato di Plinio e che non sarà dimenticato, se compare sull’arco di Costantino per indicare Massenzio, oltre che ovviamente nell’Historia Augusta.

Del resto già Nerva, secondo Tacito, era riuscito a coniugare due cose un tempo inconciliabili, res olim dissociabiles miscuerit, principatum ac libertatem. L’adozione di Traiano studiata in questo volume da Livio Zerbini annuncia inequivocabilmente l’impegno ad accrescere la felicitas temporum. E come è noto Julien Guey già settanta anni fa  aveva messo in rapporto l’adozione di Traiano con quella di Settimio Bassiano, Caracalla, che avrebbe dovuto aprire un nuovo secolo d’oro, come era stato  quello degli Antonini (28 janvier 98-28 janvier 198 ou le Siècle des Antonins).

Nel suo Panegirico pronunciato due anni dopo l’adozione e all’indomani della morte di Nerva, Plinio, riferendosi ora a Traiano, reduce dalle prime vittorie, poteva esaltare un imperatore moralmente integro, onesto e in tutto simile agli dei, castus et sanctus et dis simillimus princeps. E lo poteva fare senza arrossire, senza paura di essere preso per un adulatore responsabile di estemporanee e vergognose piaggerie, perché sapeva di esprimersi con libertas, fides et veritas. Le doti di Traiano sono quelle di coniugare la severitas con la hilaritas, la gravitas con la simplicitas. E poi la pietas, la moderatio, la dignitas dell’impero, la securitas e il pudor, l’honor e la potestas, l’auctoritas, la reverentia, la liberalitas, la virtus, la verecundia, l’indulgentia. Ancora la modestia, la magnanimitas, la benignitas, la magnitudo, l’humanitas.   Esempi da seguire per i boni principes del futuro, che non saranno sopra le leggi, perché leges super principes. Esempio per chi affianca il principe: cum ipse sis optimus, omnes circa te similes tui fecisti.   Solo in questo consisterà la securitas, la tranquillità del suo potere, non interrotto da notizie che non arrivano, da lettere che ritardano. Contro ogni utilizzo di delatori, usati dagli imperatori che odiano, non dai principi che sono amati.  Contro malversazioni, abusi, ladrocini compiuti in nome dell’imperatore.

Il dio che viene invocato agli esordi della gratiarum actio pro consulatu è appunto Giove Ottimo Massimo: nel suo grembo - come era consuetudine dopo i trionfi - Nerva aveva posto i serta d’alloro, le ghirlande giunte dalla Pannonia per l’adozione di Traiano assente, ante pulvinar Iovis optimi maximi adoptio peracta est, ni qua tandem non servitus nostra sed libertas et salus et securitas fundabantur. Nel vestibolo del tempio capitolino fin dai primi mesi vengono collocate statue di Traiano. D’ora in avanti i ringraziamenti del popolo per le grazie ottenute dal principe non debbono essere più rivolte al genius dell’imperatore ma all’onnipotenza di Giove Ottimo Massimo; e proprio dal dio viene preso in prestito l’epiteto Optimus, un po’ come un secolo prima il Senato aveva fatto con Ottaviano, chiamato Augustus-Sebastòs col senatoconsulto del 13 gennaio 27 a.C. Gli  studiosi non sempre sono sembrati concordi sull’attribuzione del titolo di Optimus per senatoconsulto nel 99, ma l’espressione utilizzata da Plinio è inequivocabile, iam quid tam civile tam senatorium, quam illud additum a nobis Optimi cognomen ? E più avanti: Iustisne de causis senatus populusque Romanus Optimi tibi cognomen adeicit ? A deliberare fu dunque la curia ma anche il popolo intero, che conferirono a Traiano quello che non è ancora esattamente un cognomen.

La cerimonia, dice Plinio, fu accompagnata dalle acclamazioni del senato, ”O te felicem”   e dagli atti che i senatori hanno fatto inserire negli acta urbis (in acta publica mittenda) e incidere nel bronzo  (et incidenda in aere) perché non fossero dimenticati: i primi sono certamente gli acta diurna, che secondo Enrica Malcovati hanno iniziato proprio con Traiano ad ospitare le acclamazioni dei senatori nella curia in onore dei principi  buoni; così sarà per il filo-senatorio Severo Alessandro un secolo dopo: felices nos imperio tuo, felicem rem publicam, di te servent; e questo all’indomani della morte dell’odiato Elagabalo, impurum et obscenum tyrannum eradicato dagli dei.

Plinio sa bene che l’epiteto Optimus avrebbe caratterizzato in futuro il solo Traiano; accompagnato da Maximus, avrebbe fatto apparire troppo ambizioso qualunque altro pur bravo imperatore, anche se egli avesse reso servizio all’intero genere umano; a maggior ragione l’epiteto sarebbe suonato falso per un principe cattivo. E se gli imperatori che verranno dopo di te se ne volessero appropriare (usurpent), Optimus sarà sempre riconosciuto come tuo, semper tamen agnoscetur ut tuum, verrà alla memoria solo in rapporto con Traiano.

In realtà in epoca così liminare, quando si festeggia la reciperata libertas dopo Domiziano,  Optimus – nonostante la diversa affermazione di Plinio - non è un cognome o almeno non lo è ancora, è solo un epiteto laudativo, un aggettivo che vuole contrapporre i tempi nuovi all’adrogantia priorum principum.  Ed era stato il senato a offrire il titolo di pater patriae inizialmente rifiutato da Traiano; il rifiuto di consolati e altri honores è ripetutamente citato nel Panegirico, dove vengono esaltate Pompeia Plotina e Ulpia Marciana, come osserva Francesca Cenerini, per aver inizialmente  rifiutato il titolo di Augustae.  Del resto Plinio rimane rigorosamente in un ambito tradizionale, se si pensa che già Orazio aveva chiamato Augusto optimus custos e Ovidio optimus pater (patriae), associandolo a Giove anche nel titolo di maximus: Caesar ades voto, maxime dive, meo. Un’iscrizione recentemente scoperta negli scavi del Campidoglio di Brescia, datata al momento della designazione al V consolato di Caligola trattenuto in Germania, era stata già  dedicata  [Pro s]alute et reditu et victor(ia) [C. Caesa]ris Aug(usti) principis optimi, p(atris) exercit(uum). Ben noto è poi l’anacronismo tra la damnatio di Nerone e il richiamo alla clementia optumi maximique principis, la generosità dello Nerone: siamo al 13 marzo 69 durante il principato di Otone, con la sentenza trascritta  sulla Tavola di Esterzili in Sardegna, che riproduce ad verbum il testo della decisione del procuratore di qualche anno precedente nella controversia giudiziaria tra Galillenses e Patulcenses Campani, quando Nerone era ancora vivo.

Torneremo sul Panegirico dove optimus ricorre una ventina di volte, ma è davvero sorprendente l’irruzione con Traiano di una titolatura che estende notevolmente l’attributo di optimus princeps sulle iscrizioni, sulle monete già dal 103, sui papiri: nelle iscrizioni in lingua greca Optimus è tradotto con Aristos, forse già dal 99 d.C. in Cilicia.

Se lasciamo la vasta documentazione del I secolo dove optimus è utilizzato per caratterizzare il comportamento in vita di privati cittadini in iscrizioni sepolcrali, il caso più antico che conosco per Traiano è in Italia, proprio a Roma dove tra il 103 e il 104  i sagari, i mercanti del teatro di Maercello, cultores domus Augustae dedicano una base di statua Imp. Caes. Divi Nervae filio Nervae Traiano Augusto Gernanico Dacico Pontifici max., nella sua VIII potestà tribunicia, nella IV acclamazione e V consolato, optumo principi: l’espressione come si vede è ancora esterna alla vera e propria titolatura imperiale, così come a Nescania in Betica a SE di Italica ancora nel 108-109: qui una dedica a Traiano nella sua XIII potestà tribunicia si conclude con la formula Optumo / Max{s}imoque / principi Nesca/nienses d(ecreto) d(ecurionum).  Siamo dopo le campagne daciche studiate in questo volume da Florin-Gheorghe Fodorean e l’iscrizione ci conferma – se ce ne fosse bisogno - che  l’espressione riferita a Traiano è un epiteto laudativo formalmente sganciato dalla vera e propria titolatura imperiale. L’uso non viene abbandonato se a Brindisi nel 110 (XIV potestà tribunicia), sulla dedica a Traiano pubblicata da Cesare Marangio su Epigraphica alcuni anni fa, la dedica è posta [Opti]mo indulgen[tissimo] pruncipi dai [Brund]isini decuriones et [municipes].

Se lasciamo da parte il primo caso precedente al 106, molto frammentario da Vienna con l’espressione [Nerva Tr]aian[us Optim]us Aug(ustus) quasi completamente integrata, una novità fu rappresentata dall’introduzione di Optimus-Aristos come rafforzativo di Augustus-Sebastos all’interno dell’onomastica ufficiale del principe dopo il senatoconsulto che già René Cagnat datava al luglio-agosto del 114, all’indomani delle prime vittorie in oriente, se seguiamo Dione Cassio.  Barbara Scardigli in un lontano articolo del 1974 aveva osservato che la situazione cambia proprio quando Optimus viene associato ad Augustus: a mio avviso ne rappresenta anzi un accrescimento ed entra a tutti gli effetti tra i nomina ufficiali dell’imperatore come un vero e proprio cognome, con una definitiva modifica della titolatura abituale, come possiamo vedere anche in decine di diplomi miliari, nel corso della spedizione partica. I primi esempi sono del 114, in coincidenza con la XVIII potestà tribunicia ma dopo la decisione del Senato.

Così nei due diplomi di Aquincum in Pannonia inferiore  datati al 114: 
Imp(erator) Caesar divi Nervae f(ilius) Nerva Tra[ianus Op]/timus Aug(ustus) Germ(anicus) Dacic(us) pontif(ex) max(imus) tr[ib(unicia) po]/test(ate) XVIII imp(erator) VII co(n)s(ul) VI [p(ater) p(atriae)  …

Così a Roma nello stesso anno per il restauro dei sacraria numinum vetustate dilapsa:  Imp(erator) Caesar divi Nervae f(ilius) / Nerva Traianus Optimus Aug(ustus) / Germanicus Dacicus pontif(ex) max(imus) / tribunic(ia) potest(ate) XVIII imp(erator) VII co(n)s(ul) VI p(ater) p(atriae) / sacraria numinum vetustate dilapsa a solo restituit.

Oppure in Betica a Cisimbrium, in una dedica effettuata dai municipes nel  il 114: Imp(eratori) Caesari / divi Nervae f(ilio) Nervae Traiano Op/timo Aug(usto) Germ(anico) Dacico / Parthico pontif(ici) max(imo) trib(unicia) / pot(estate) XVIII imp(eratori) VII co(n)s(uli) VI / patri patriae municipes

In realtà il primo caso sembra essere non ufficiale, quello della dedica testamentaria di Burnum di Dalmazia con terminus ante quem del 9 dicembre del 113, in coincidenza con la XVII potestà tribunicia, la VI acclamazione, il VI consolato: Imp(eratori) Caesari divi Nervae f(ilio) / Nervae Traiano Optimo / Aug(usto) Germ(anico) Dacico pont(ifici) max(imo) / trib(unicia) pot(estate) XVII imp(eratori) VI co(n)s(uli) VI p(atri) p(atriae).

Possiamo proseguire negli anni successivi con decine di attestazioni ormai consolidate, dove Optimus/Optumus compare stabilmente collocato affiancato ai cognomina Traianus e Augustus, quasi ad innalzare il livello del titolo di Augustus distinguendo Traiano dai suoi predecessori: ho una lista molto ampia che vi risparmierei, ma che se dimostra l’origine ufficiale del titolo, testimonia anche che venne evitata una vera inflazione se calcoliamo che quasi il 90% delle iscrizioni successive al 114 non hanno i cognomi Optimus Augustus - Aristos Sebastòs, che sembrano riservati ad occasioni speciali, come la dedica del Traianeum di Pergamo o di Iotapé in Cilicia, oppure i ludi di Giove e Traiano a Colossae di Frigia. Il caso inverso Sebastos Aristos di Lyttos a Creta potrebbe essere da rettificare, almeno come numero delle potestà tribunicie e per il bizzarro cognomen ex virtute in dativo, Sebasto Arìsto Armenikò, eventualmente da correggere in  Germanikò. Dal 114 al 117 possediamo moltissimi altri esempi dall’Egitto alla Siria, dalla Grecia al Ponto-Bitinia, dalla Dacia alla Pannonia e alla Rezia, dall’Italia alla Sardegna, fino alla Lusitania e alla Betica, perfino nel Barbaricum in Ucraina-Maurocastro sul Mar Nero.  Lasciatemi citare almeno il caso di una città dell’Asia (Aidindjik) per la dedica posta tra il 115 e il 116 dal proconsole, il patrigno della moglie di Plinio, come se la famiglia avesse conservato una lontana memoria del Panegirico.  All’ultimo anno di Traiano ed al 117 possiamo riferire le dediche di Artaxata in Armenia, Tomi in Moesia inferiore, ma anche Thibica in Africa Proconsolare ed Alba Fucens in Italia. Dopo la morte, negli ascendenti fino ai Severi, il titolo si perde.

La titolatura  greca con Sebastos preceduto da Aristos, predilige la titolatura cosmocratica ancora più capace di esprimere le attese dell’impero per l’impresa partica. In particolare gli epiteti cosmocratici sono quasi tutti in lingua greca e compaiono per la prima volta con Traiano, con una svolta davvero significativa, che sarà a lungo imitata fino almeno alla prima tetrarchia:  O euergetas kai saoter tas oukoumenas a Ereso nell’isola di Lesbo s.d.; O tes oikoumenes ktistes, 12 volte tra il 105 e il 113 sempre a Lyttus Creta e Chersonesus; O kurios tes oikoumenes, Cestrus in Asia Minore 98-102 anticipando Adriano Marco Aurelio Lucio Vero Settimio Severo Caracalla; O kurios soter kai euergetes tou kosmou Iotapé in Cilicia 115 d.C.; O soter tes oukoumenes, come Cesare ad Atene; O soter tou pantos kosmou Insula Cythera; O ges kai thalasses kurios a Pergamo.

Quello che va segnalato è che tutto è già contenuto nel Panegirico del 100: è dal giudizio e dalla volontà di Traiano che dipendono il mare e la terra, la pace e la guerra, cuius dicione nutuque maria terrae, pax bella egerentur, dove nutuque rimanda alle azioni di Zeus, ille mundi parens, che  ora può pensare solo al cielo, poiché ha messo il principe a svolgere il suo compito nei confronti di tutto il genere umano, qui erga omne hominum genus vice sua fungereris;  tematica che sarà ripresa da Caracalla (sulle statue con lo sguardo corrucciato verso Giove, che non si vuole interferisca con le vicende degli uomini)  e che comunque per Traiano ricorre ampiamente sulle iscrizioni per il propagator orbis terrarum come a Roma nel 108, lucupletator civium, che Plinio chiama in questa fase parens generis humani, capace di percorrere l’impero più con la sua fama che di persona: cum orbem terrarum non pedibus quam laudibus peragrares, victor gentium, prolatis imperii finibus in appena un biennio, princeps generis humani. Il tutto è compendiato nel titolo di conservator generis humani ad Aratispi a N di Malaga in Betica, dell’ultimo anno di Traiano. Un programma ideologico ben orientato, che si è dunque evoluto e arricchito in tutti gli angoli dell’impero.

Ultimo aggiornamento Lunedì 08 Marzo 2021 07:06

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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