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01. Il linguaggio della verità ed il linguaggio della cultura: alcuni princìpi

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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 04 Novembre 2009

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Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo messaggio di fine anno ha raccomandato che tutta la classe dirigente italiana adotti programmaticamente il linguaggio della verità: non dobbiamo nascondere la gravità della crisi che investe il Paese ed in particolare un'Università chiamata ad assumere sempre di più comportamenti coerenti con gli obiettivi alti che ci proponiamo e adeguati alle sfide internazionali nelle quali siamo inseriti a vent'anni dalla Magna Charta di Bologna ed a dieci anni dal processo di Lisbona.

Ma anche colpita dalla riduzione delle risorse soprattutto nelle aree più povere, dalla prospettiva federale, dal nuovo modello privatistico di università, dalla nascita delle Fondazioni chiamate a rastrellare immaginari capitali privati, dal farraginoso meccanismo dei concorsi che indebolisce il ruolo dei giovani ricercatori. L'Italia spende il 4,43% del PIL per l'Educazione, ma solo lo 0,76% per l'università; gli investimenti in ricerca non superano l'1,1% del PIL, un parametro che nel Mezzogiorno ed in Sardegna è drammaticamente molto più basso.

Le risorse a nostra disposizione sono insufficienti e non è una buona soluzione tagliarle ulteriormente, nel momento in cui si sviluppa una forma di competizione "di mercato" che tende a far sopravvivere i più forti nei tempi della globalizzazione: mentre scrivo queste pagine sugli orientamenti e sulle linee di gestione che propongo come candidato, non intendo nascondere la preoccupazione per un futuro denso di incognite e di minacce all'autonomia universitaria soprattutto in un'isola come la Sardegna, con gravissimi tagli alle risorse che si intravedono all'orizzonte, che avranno drammatiche ricadute sul sistema socio-economico.

Non sempre l'Università italiana ha saputo mantenere un profilo "alto", esercitando la sua autonomia scientifica, didattica, amministrativa, patrimoniale, finanziaria e contabile nell'interesse della società e nel rispetto dei diritti della persona; eppure appare evidente che l'Istituzione è stata sottoposta nell'ultimo anno ad un attacco sui "privilegi" dei professori che la mobilitazione degli studenti e del personale universitario ha sostanzialmente respinto. Oltre che "malata" a causa della riduzione delle risorse e del numero degli studenti, l'Università è "denigrata": non basta però migliorare la comunicazione, far conoscere le azioni virtuose e trovare una saldatura con l'opinione pubblica.

La crisi di oggi in realtà offre anche delle opportunità e può essere l'occasione per un rilancio che collochi l'Ateneo all'interno delle politiche di sviluppo, che definisca una nuova visione della missione futura di una Università aperta internazionalmente ma ancorata al territorio: dobbiamo difendere l'Università pubblica, che deve rimanere un bene pubblico ed una pubblica responsabilità, il "presidio fondamentale" del sistema democratico.

L'Istituzione universitaria deve essere certamente razionalizzata e riformata allo scopo di impiegare in modo ottimale le risorse pubbliche, migliorare la produttività e l'efficienza attraverso la serietà professionale ed un nuovo impegno che è anche passione civile, entusiasmo e capacità di creare una realtà solida per il futuro del sistema formativo.

Noi ci muoviamo nella società della conoscenza e puntiamo alla valorizzazione del patrimonio culturale immateriale e del capitale umano, con uno sguardo che deve riuscire a spingersi più lontano in un processo di produzione della conoscenza, di trasmissione del sapere, della cultura come risorsa: in Sardegna difendere l'Università significa garantire la crescita della società civile facendo leva su una tradizione secolare, su una rete di rapporti e di conoscenze, su un patrimonio materiale e immateriale ereditato dal passato; soprattutto difendere il motore strategico, lo strumento principe per lo sviluppo dell'Isola, garantendo il capitale fondamentale per il domani, trovando strade nuove per fare dell'insularità una risorsa e non un condizionamento; più ancora difendere una profonda, radicata e consapevole cultura autonomista che ha conosciuto e conosce concrete ricadute sul piano della programmazione e dell'azione amministrativa e politica.

E ciò proprio nel momento in cui prende avvio l'Area mediterranea di libero scambio, si rafforzano i legami con la Corsica, con le Baleari, con l'intero "Arco latino", con l'Europa, con il Nord Africa. La prospettiva di una collaborazione di prossimità non può oscurare la necessità di migliorare le tante potenzialità esistenti, i rapporti storici del nostro Ateneo con gli Stati Uniti, con l'America Latina, con il mondo islamico, con l'Estremo Oriente.

Respingerei però sia una illusoria esterofilia di maniera, sia una altrettanto sterile e controproducente contemplazione di un'inesistente purezza etnica sarda, destinata al neoisolazionismo. Il Mediterraneo è storicamente una fusione di popoli, di razze, di storie diverse: l'identità odierna plurale del Mediterraneo è il frutto di un processo storico polimorfo e dinamico, che va conosciuto e interpretato; la Sardegna di oggi fa parte della più generale cultura europea e occidentale (materiale, religiosa, politica, giuridica, letteraria, linguistica, artistica, scientifica) e la sua attuale caratterizzazione è data da elementi tradizionali e non tradizionali che convivono e dalla compresenza di numerose micro-culture (cultura urbana, rurale, costiera, industriale, agro-pastorale).

Nella nuova università dell'autonomia, lì dove si fa più stringente e incombente il rapporto fra istituzioni formative e territorio, spesso è venuta a mancare una riflessione più attenta sul contesto culturale; e ciò ancor di più in una regione come la Sardegna, peculiare e complessa, che conosce ancora moltissimi microcosmi non urbani, antropologicamente connotati, con propria storia, proprie lingue, propri saperi, propri sistemi valoriali, proprie reti di esclusione e inclusione, proprie leggi e proprie consuetudini difficilmente traducibili attraverso codici e sistemi segnici.

Non esiste comunicazione senza contesto, così come non esiste metodo educativo e formativo al di fuori delle coordinate spazio-temporali e quindi anche ambientali. L'ambiente non è solo un oggetto di cultura, una disciplina da studiare, ma soprattutto una condizione di cultura e di formazione educativa. Un'università avulsa dal contesto in cui opera, priva di una forte identità e di un forte senso di appartenenza, viene meno a uno dei suoi compiti prioritari. In questo senso rivendico l'esigenza di partire da un dove, di prendere atto delle radici, di collocare l'apprendimento, sperimentato emozionalmente, dentro un ben preciso contesto ambientale come forma dell'imparare a conoscere, a fare ma soprattutto ad essere.

Da qui dovremmo ripartire per costruire una terza via dell'identità, con gradualità, nel rispetto della complessità e di tutte le diversità, per progettare, da protagonisti e da nuovi artefici, il futuro del nostro Ateneo. Nel quadro della competizione, del libero gioco della cultura e della ricerca, e in vista di una maggiore e più articolata crescita e qualificazione interna dell'identità isolana che sia in grado di proiettarsi verso l'esterno con caratteri peculiari forti, occorrerebbe puntare in prima istanza a fare anche dei Sardi vecchi e nuovi i produttori, i destinatari e i consumatori privilegiati del proprio patrimonio culturale e ambientale.

Si dovrebbe, in altri termini, riattivare il circuito interno della memoria e della comunicazione che promuova e sostenga la crescita di una consapevolezza sempre maggiore di sé, della propria peculiarità, della propria cultura umanistica e scientifica. Si dovrebbe sviluppare il mercato interno della cultura e della natura sarda nella diversità di fondo, promuovendo la diffusione orizzontale di quegli aspetti che fanno dei Sardi, nella loro originalità, mediterranei, europei, universali.

Si tratta di capire come la cultura di un gruppo o di un popolo, sia capace, nel libero confronto, di orientare e trasmettere il mutamento della propria eredità sociale, attraverso le proprie istituzioni, politiche e culturali (Stato, Regione, Università), formative e informative, attraverso il proprio grado di autodeterminazione e di consapevolezza storica, ma soprattutto attraverso il prestigio che ne discende. Saremo capaci di dialogare col mondo solo se riusciremo a produrre cultura, inserendoci, con una nostra peculiarità ed identità (moderna, avanzata, plurilinguistica e policentrica), nei nuovi circuiti. Identità intesa non come autoemarginazione, ma come capacità di integrarci col mondo a partire da noi stessi, di costruire un "futuro ricordato".

Ultimo aggiornamento Mercoledì 19 Novembre 2014 21:51

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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