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Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 27 Ottobre 2015

Mosaïques du fundus Bassianus
(Volume pour le Musée du Bardo, 18 mars 2016)


1. Découverte en 1902 à l’occasion de la réalisation de l’Arsenal sur la rive sud-est du lac de Bizerte (fouilles de la Direction des Antiquité dirigées par M. Pradère), la mosaïque provient de la salle froide (frigidarium) des thermes constuits, probablement, à l’époque vandale (Ve siècle), dans le Fundus (domaine agricole) Bassianus, près d’Hippo Diarrhytus.  Elle est inventoriée dans le Cat. Mus. Alaoui, suppl. p. 15 nr. 231 (m. 4,35 x 2,50).

En opus tessellatum, la mosaïque figure de manière naturelle et un peu naïve, mais fidèlement un paysage marin et idéalisé, certainement en rapport avec le lac d’Hippo Diarrhytus sur la bordure sud duquel apparaît, sur une colline, l’ensemble des édifices du Fundus Bassianus: une villa avec la demeure du propriétaire (à droite) et ses annexes: thermes, ferme, étables, écuries. Le mosaïste n’était pas un grand artiste, mais a réussi à reproduire le site avec fidélité et un peu de fantaisie, avec quelques aspects de réalisme et d’impressionisme qui envoient à une realité paradisiaque. Dans le lac entre les vagues nagent des baigneurs, un garçon plonge des rochers, des pêcheurs à la ligne sont à l’oeuvre, dont l’un soulève un poulpe qui agite ses tentacules avant d’être mis dans un panier. Dans le golfe, quatre pêcheurs nus, debout sur une petite barque à rames, tirent avec des cordes liées aux deux extrémités, un filet chargé de poissons et en particulier de rougets et de sparidés. Sur la plage, entouré de poissons divers (rougets, races, mullets ou loups de mer) et de mollusques (poulpes, seiches, bivalves, un gastéropode), un autre personnage nu offre un plateau avec un poisson (encore un rouget ?), tandis qu’un monstre marin (plus pécisement un mérou de grandes dimensions), est en train d’avaler un nageur imprudent. La bordure est finement décorée sur trois côtés de tridents, dauphins, coquilles et spirales à pointe. Sur le côté droit sont représentés de manière stylisée les vagues du lac.

Ultimo aggiornamento Lunedì 02 Novembre 2015 09:45

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Scritto da Administrator | 25 Ottobre 2015

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Attilio Mastino
La nascita dell’archeologia in Sardegna: il contributo di Giovanni Spano tra ricerca scientifica e falsificazione romantica
[1]*

 

1. Gli studi fino alla laurea. 2. Le scoperte nella colonia romana di Turris Libisonis. 3. La formazione: il viaggio a Roma Roma. 5. Baille e La Marmora. 5. I viaggi in Italia. 6. Le ricerche giovanili. 7. I primi scavi: Tharros. 8. Il “Bullettino Archeologico Sardo” e le “Scoperte Archeologiche”.  9. La rete dei collaboratori.  10. La nascita dell’archeologia in Sardegna. 11. I corrispondenti italiani. 12. I corrispondenti stranieri. 13. I rapporti con Theodor Mommsen e la polemica sulle Carte d’Arborea. 14. Lo scontro con Gaetano Cara ed il tramondo dello Spano. 15. Il mito della patria lontana: la leggendaria Ploaghe-Plubium.

1. La recente ristampa del "Bullettino Archeologico Sardo" e delle "Scoperte Archeologiche" curata dalle Edizioni dell'Archivio Fotografico Sardo di Sassari[2] e la Giornata di studio su Giovanni Spano promossa dal Comune di Ploaghe il 15 dicembre 2001 per le celebrazioni bicentenarie dalla nascita, sono  l'occasione per una riflessione complessiva sull'attività di Giovanni Spano tra il 1855 ed il 1878: un periodo di oltre vent’anni, che è fondamentale per la conoscenza della storia delle origini dell'archeologia in Sardegna, nel difficile momento successivo alla "fusione perfetta" con gli Stati della Terraferma, fino alla proclamazione dell'Unità d'Italia e di Roma capitale; in un momento critico e di passaggio tra 1a «Sardegna stamentaria» e lo «Stato italiano risorgimentale», quando secondo Giovanni Lilliu «si incontrarono e subito si scontrarono la "nazione" sarda e la "nazione" italiana al suo inizio»[3].

Ultimo aggiornamento Domenica 25 Ottobre 2015 14:58

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Scritto da Administrator | 23 Ottobre 2015

Attilio Mastino
La scomparsa di Claude Lepelley

Vorrei ricordare oggi Claude Lepelley, scomparso a Montreuil (Île-de-France) il I febbraio 2015, all’età di 80 anni, a seguito di un arresto cardiaco. Era nato a Saint-Maurice, Val-de-Marne l’8 febbraio 1934.

Mentre esprimiamo il dolore profondo per una perdita che ci colpisce davvero, che impoverisce ulteriormente la generazione di studiosi che ci hanno preceduto e che sono stati anche nostri maestri, vogliamo ricordarlo a nome di tutti per le sue straordinarie imprese scientifiche, per la sua figura umana di studioso, di democratico, di amico dei paesi del Maghreb. Gli siamo grati per l’attenzione che ci ha voluto riservare, sempre con affetto e simpatia, ma anche con una sorta di nobile distacco, ricollegandosi fin dall’inizio ad un personaggio che ha voluto dare avvio ai convegni, de L’Africa Romana assieme a Giancarlo Susini, Marcel Le Glay, il maestro al quale era subentrato nella cattedra di Paris-Nanterre nel 1984.

Scrivendo la sua bella presentazione introduttiva all’XI volume de “L’Africa Romana” con gli Atti dell’incontro di Cartagine svoltosi nel dicembre 1994, Claude Lepelley ricordava proprio quell’anno lontano: <<En 1984, Marcel Le Glay m’apprit qu’il avait participé en décembre précédent, à Sassari, à une petite rencontre d’un grand intérêt consacrée à l’Afrique antique. Très vite parurent les actes, L’Africa Romana I, avec déjà une qualité d’impression qui ne devait jamais se démentir. Actes modestes, avec seulement huit communications, dont une consacrée à la Sardaigne, et quatre dues à des savants tunisiens, qui, d’emblée, s’étaient ralliés avec enthousiasme. On connaît la suite: la série des actes est désormais une publication de référence fondamentale, “un monument de la science contemporaine” a pu écrire André Chastagnol>>. E aveva aggiunto che il Convegno di Cartagine del 1994 segnava un ulteriore allargamento geografico alle province occidentali dell’impero romano, in particolare alla Sicilia, alla Corsica, alle due Spagne, alla Lusitania e poteva constatare che i nostri colloqui erano divenuti nelle nostre discipline un fatto che riguardava tutti gli specialisti del mondo romano. Poi ci aveva parlato di Helvius Vindicianus médecin et proconsul, riportandoci al tema che preferiva: la tarda antichità, Agostino di Ippona, amico del proconsole d’Africa Vindicianus nella prima età di Teodosio, tra il 379 e il 380, vir sagax, medicinae artis peritissimus, atque in ea nobilissimus.

Ultimo aggiornamento Venerdì 23 Ottobre 2015 13:36

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Scritto da Administrator | 11 Ottobre 2015

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Natione Sardus
“Achivio Storico Sardo”, in stampa
Attilio Mastino

1. Per spiegare il termine natio, nel senso di “patria”, origo, luogo geografico di nascita e di origine ma anche domicilium (in greco génos, éthnos, polítes), il grammatico Lucio Cincio ripreso da Festo[1] in età repubblicana faceva riferimento a coloro che sono radicati su un territorio, sul quale sono nati e continuano a vivere: genus hominum, qui non aliunde venerunt, sed ibi nati sunt ubi incolunt[2]. A questo riguardo è necessario specificare la differenza sostanziale con gens, in quanto la nozione espressa da quet’ultima si collega alla serie di antenati presenti in un lignaggio familiare e uniti da un rapporto di sangue;  la nozione di natio, invece, tiene conto del rapporto che un dato gruppo sociale ha nei confronti di un luogo geografico di origine; questo infatti identifica il suolo della patria originaria, <<solum patrium quaerit>>, in quanto è omoradicale col verbo nascor[3].

Pertanto, nella recentissima voce natio scritta per il Thesaurus linguae Latinae (a. 2014), Friedrich Spoth osserva che nell’utilizzare il termine natio si intende trattare specialmente de coetu hominum, qui coniuncti sunt vinculo, magari unius originis, linguae, religionis similiter[4]. Quindi si coglie il senso dell’espressione natione verna, che non è da intendersi come abitualmente verna “schiavo nato in casa” ma che conserva il significato più antico di “nativo”, dal momento che è assegnata soprattutto a liberi e non a schiavi[5].

Ultimo aggiornamento Domenica 11 Ottobre 2015 15:53

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Scritto da Administrator | 28 Settembre 2015

Attilio Mastino
56° Premio letterario città di Ozieri
Ozieri, 26 settembre 2015

Cari amici,

per il secondo anno ho presieduto la Giuria il Premio Ozieri fondato da Tonino Ledda nel 1956: rileggendo il volume di Salvatore Tola sui primi 50 anni di premi letterari in lingua sarda ho ritrovato i grandi temi della poesia nazionale sarda, documentati da tanti autori che mi sono cari fin dai tempi degli studi universitari a Cagliari quando nel 1971 fu votata la prima mozione del Consiglio di Facoltà di Lettere presieduto da Giovanni Lilliu sulla lingua sarda e gli anni degli Amici del libro, citerò solo Aquilino Cannas, così legato a Nicola Valle.

Emerge la continuità nel tempo del premio Ozieri guidato da personaggi come Antonio Sanna, Nicola Tanda, Domenico Masia, Cicito Masala, Rafael Catardi, Vanni Fadda, Antonio Canalis, Vittorio Ledda; ma anche la capacità di innovazione, lo svecchiamento della consuetudine poetica, il superamento dei moduli dell’Arcadia, del manierismo e della mediocrità, il passaggio dall’oralità alla scrittura, l’unificazione ortografica della lingua sarda fin dal 1974, l’allargarsi degli orizzonti con la sezione degli emigranti, la prosa narrativa in lingua sarda, il coinvolgimento della scuola e delle istituzioni pubbliche.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 30 Settembre 2015 08:11

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Scritto da Administrator | 27 Agosto 2015

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Attilio Mastino

L'iscrizione latina del restauro del tempio del Sardus Pater ad Antas
e la problematica istituzionale*

La vitalità delle antiche tradizioni pagane in Sardegna è testimoniata simbolicamente dalla dedica effettuata attorno al 213 d.C. all’imperatore Caracalla, in occasione dei restauri dell’antico tempio di Antas (comune di Fluminimaggiore): un edificio che integrava il culto imperiale (fondato su un’articolata organizzazione  provinciale) con il culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melkart), dell’eroe greco Iolao compagno di Eracle e dell’arcaico Babi. Quest’ultimo rimanderebbe a tradizioni locali di età preistorica (esattamente in parallelo con l’Esculapio Merre del II secolo a.C. della trilingue di San Nicolò Gerrei, interpretato in greco come Eshmun Merre e in greco come Asclepio Merre)[1].

In età storica Sardus era effettivamente venerato in Sardegna con l'attributo di Pater, in quanto era considerato il primo ad aver guidato per mare una schiera di colonizzatori giunti dall'Africa e per aver dato il nome all'isola[2], in precedenza denominata e argurófleps nésos ('l'isola dalle vene d'argento'), con riferimento alla ricchezza delle sue miniere di piombo argentifero[3], a ridosso dell’isola circumsarda che Tolomeo conosce come Molilbòdes, Sant’Antioco[4]. A questo eroe-dio, identificato con il Sid Babi punico[5] e con Iolao patér greco, il condottiero dei Tespiadi[6], fu dedicato un tempio presso Metalla, restaurato all'inizio del III d.C.; d’altra parte la sua immagine ritorna propagandisticamente sulle enigmatiche monete di M. Atius Balbus[7].

Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Agosto 2015 22:43

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Scritto da Administrator | 14 Luglio 2015

Attilio Mastino
Il mio Caravaggio
Caravaggio e i Carvaggeschi, la pittura di realtà
, mostra a cura di Vittorio Sgarbi e Antonio D’Amico
Sassari, 30 giugno 2015

Penso che solo la mia incoscienza possa giustificare il fatto di aver accettato di scrivere queste pagine, ripensando a distanza di un anno le linee del dibattito al quale avevo partecipato come Rettore dell’Università di Sassari l’8 aprile 2014, al Liceo Azuni, assieme al giovane storico dell’Arte Costantino D’Orazio, al Preside Massimo Sechi, a Mario Matteo Tola, attorno al volume dedicato a Caravaggio segreto. Un’opera pubblicata da Sperling & Kupfer, che si concentrava in particolare sui misteri nascosti nei grandi capolavori di Caravaggio.

Misteri che suscitano emozioni e un innamoramento che si è consolidato dopo la visita alla splendida mostra svoltasi alle Scuderie del Quirinale tra il 20 febbraio e il 13 giugno di cinque anni fa, nel 2010, raccontata ora nel bel volume Caravaggio a cura di Claudio Strinati, che ogni tanto sono solito sfogliare. Ricordo che potei partecipare a quell’evento memorabile, imbrogliando un poco con la tessera di giornalista e riuscendo a superare d’un balzo un’interminabile fila che costringeva ad attese di ore, il tempo che non avrei mai avuto.

Ma certo quella mostra rispondeva a una domanda profonda che continuavo a farmi, da quando a Malta avevo visitato con il Presidente dell’ISPROOM Giovanni Nonne, quasi vent’anni anni fa, l’oratorio barocco di San Giovanni Battista dei Cavalieri a La Valletta: con la rappresentazione, quasi fosse una scena teatrale, della Decollazione del Battista che davanti al carcere si sottopone di buon grado alla volontà del boia. Una scena tanto simile ma tanto diversa dalla decapitazione del generale Oloferne per mano di Giuditta a Betulia, davanti a una vecchia copiata pari pari da Leonardo.

Ultimo aggiornamento Martedì 14 Luglio 2015 13:46

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Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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