L’Università di Sassari tra passato e futuro.

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| 23 Marzo 2012

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Intervento del Rettore Prof. Attilio Mastino
L’Università di Sassari tra passato e futuro.
Sassari, 24 marzo 2012

Signor Presidente, autorità, colleghi, cari studenti,

ho il piacere di accogliere a nome dell’Università di Sassari in questa solenne cerimonia tanti Rettori ospiti, tante autorità, tanti colleghi, tanti studenti, con un abbraccio ideale col quale vogliamo rinnovare in questo stesso Teatro Verdi il faustissimus eventus di 50 anni fa, che ci riporta al 30 maggio 1962 quando furono celebrati i 400 anni del nostro Ateneo, l’Alma in Sardinia mater studiorum.

Erano allora pervenuti molti messaggi da parte dei Rettori di numerose Università, che guardando alla nostra storia formulavano voti augurali che oggi rinnoviamo. Il Rettore di Lovanio così si esprimeva: <<vota igitur suscipimus (…) ut vestra Universitas Turritana Sacerensis quater saeculari sua gloria freta, ita deinceps humanitatis cultu ac scientiis excolendis et provehendis ad maiorem laudem suam omniumque magistrorum atque alumnorum et crescere et florere et in dies uberiores fructus facere pergat>>.

È un augurio che oggi facciamo nostro, perché i frutti del nostro impegno siano ancora più ricchi e abbondanti. La presenza oggi a Sassari del Presidente della Camera on.le Gianranco Fini, del Presidente della Conferenza dei Rettori Marco Mancini, del Presidente della Regione Sarda Ugo Cappellacci, della Presidente del Consiglio Regionale Claudia Lombardo, oltre che di tante altre autorità è il segno di una attenzione e di un'attesa vera.

Alla vigilia di questo nostro incontro, la visita il 21 febbraio scorso del Signor Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è stata l’occasione per sottolineare con emozione <<un così imponente anniversario>>. Il Presidente ha soprattutto riconosciuto il senso di una storia lunga, di un vero e proprio <<retroterra culturale>>,  e ha anche ricordato alcuni protagonisti che ci sono molto cari, l’ex Rettore poi Presidente della Repubblica Antonio Segni, i professori Francesco Cossiga, Giovanni e Luigi Berlinguer, ma anche tanti altri. Sui banner che in questi giorni abbiamo collocato davanti ai nuovi Dipartimenti abbiamo voluto ricordare anche il premio Nobel Daniel Bovet, Carlo Gastaldi, Giovanni Manunta, Antonio Milella, Lorenzo Mossa, Antonio Pigliaru, Paolo Sylos Labini, Marco Tangheroni, Achille Terracciano.  Sono solo alcuni nomi che ricordano i tanti personaggi di prestigio che hanno frequentato il nostro Ateneo, come i Presidenti della Corte costituzionale Ugo De Siervo, Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky. Tanti altri ci sono ugualmente cari, ma vorrei ricordare almeno, a partire dal 1971, gli anni sassaresi di Roberto Ruffilli, vittima del terrorismo.

Il Presidente Napolitano nei giorni scorsi si è chiesto: <<ma che cosa significa il fatto che si siano potuti esprimere questi uomini politici, uomini di governo, poi diventati uomini di Stato fino al più alto livello di rappresentanza istituzionale qui a Sassari ?>> Probabilmente ciò significa che a Sassari si è affermata - nel corso del tempo e in particolare dopo la nascita dell'Italia repubblicana e di una democrazia parlamentare fondata su una carta costituzionale moderna -  si è affermata una visione alta della politica e insieme con essa un sentimento forte della responsabilità nazionale delle classi dirigenti sarde.

Questo è solo uno degli aspetti centrali del nostro Ateneo di cui siamo orgogliosi: per il Presidente Napolitano la nostra è <<un'Università che si è rinnovata e molto si sta rinnovando: io credo che sia importante lo sforzo compiuto, l'aver dato vita ad un nuovo statuto dell'Università, l'aver proceduto su alcune linee di riforma che erano assolutamente indispensabili>>. Il Presidente ha aggiunto: <<sono sempre stato ostile alle sentenze liquidatorie sul sistema universitario italiano, sommarie ed ingiuste, però sono egualmente convinto che non si tratti di contrapporre a quelle sentenze sommarie un idoleggiamento acritico della condizione delle nostre università>>.

Noi non mitizzeremo la nostra storia, che stiamo ricostruendo partendo dai documenti, dagli archivi, dai musei. Presentiamo oggi la ristampa del classico articolo del gesuita catalano Miguel Batllori, professore ordinario di storia moderna nella Pontificia Università Gregoriana di Roma, che 50 anni fa tracciò un nitido quadro di sintesi dell’iter istitutivo del Collegio turritano. Le tappe del processo che ha portato alla nascita della nostra Università possono essere compendiate in queste date: nel 1558, grazie al testamento del funzionario della cancelleria di Carlo V il magnificus Alexius Fontanus che lasciò i suoi beni alla municipalità, venne istituito il Collegio gesuitico (che si badi bene non era un’università ma, come si potrebbe affermare oggi, un istituto superiore); nel 1562 nell'ultimo anno del Concilio di Trento iniziarono i corsi; nel 1612 una bolla pontificia concesse alla Compagnia di Gesù la possibilità di conferire i gradi accademici – le lauree – in Filosofia e Teologia; nel 1617 il Collegio venne trasformato in università di diritto regio solo per la facoltà di Filosofia e Teologia; nel 1632 una carta reale permise la concessione dei gradi in Diritto e Medicina. È nel Seicento che nasce la convinzione della priorità dell’Ateneo Sassarese su quello Cagliaritano nell’ambito della polemica municipalistica barocca, mentre l’Università venne “restaurata” nel 1765, all’interno del disegno riformatore del governo sabaudo volto all’integrazione politica e alla formazione culturale delle élites dirigenti locali.

La storia dell’Università di Sassari è stata caratterizzata da ripetuti tentativi di soppressione a cui le classi dirigenti locali si sono sempre opposte per difendere quello che veniva non a torto considerato un bene prezioso per la crescita civile e culturale della città: dalla Legge Casati del 1859 a quella Gentile del 1923, l’Ateneo turritano ha dovuto spesso combattere per garantirsi la sopravvivenza. Il Comune e la Provincia, per tutto l’Ottocento e per i primi decenni del Novecento, hanno sostenuto finanziariamente l’università, garantendone la vita e lo sviluppo.

In questi ultimi anni il nostro Ateneo dispone di un gran numero di pubblicazioni scientifiche che documentano la sua storia istituzionale e quella delle diverse tradizioni scientifiche. La monumentale Storia dell’Università di Sassari, a cura di Antonello Mattone, pubblicata in due volumi dall’editore Ilisso di Nuoro, rappresenta un’importante premessa per le celebrazioni di questi giorni e dà conto del ruolo che il nostro Ateneo ha efficacemente svolto in Sardegna e nel Mediterraneo. Per i prossimi mesi prepariamo con l’Editore CLUEB altre pubblicazioni, che completeranno la ricostruzione storica: La documentazione relativa alla “restaurazione” dell’Università di Sassari, a cura di Emanuela Verzella; Le relazioni dei Rettori alle inaugurazioni dell’anno accademico (XIX-XXI secolo), a cura di Giuseppina Fois, a partire da quella del Rettore Giuseppe Silvestrini del 1882 fino ad oggi; La Storia della Facoltà di Giurisprudenza dal 1632 al 1950, di Antonello Mattone; infine Le scienze all’Università 1632-1950, di Stefania Bagella.

Raimondo Turtas e Mauro Sanna preparano per noi un volume sui documenti istitutivi del Collegio e dello Studio Generale, sotto il profilo economico e finanziario. Tutti questi lavori consentiranno di ricostruire lucidamente una storia lunga, i profili istituzionali, le tradizioni scientifiche, le Scuole, consolidando un’interpretazione, un giudizio sul passato, un bilancio veritiero di una vicenda complessa e ricchissima di contenuti, che fa emergere il ruolo attivo svolto dal Comune di Sassari, con le sue relazioni con la monarchia ispanica, con la Compagnia di Gesù già ai tempi di Ignazio di Loyola, con il Papato.

Infine, il Convegno internazionale su <<Le origini dello Studio Generale sassarese nel mondo universitario europeo dell’età moderna>> (22-23 marzo 2012), svoltosi negli ultimi due giorni, ha rappresentato un momento alto di dibattito, promosso in accordo con il CISUI nell’ambito delle celebrazioni centenarie. A questo proposito vorrei ringraziare tutti gli uffici dell’Ateneo di Sassari che hanno contribuito alla realizzazione delle tante iniziative in corso ed in particolare di queste due manifestazioni.

Ora vediamo con maggiore chiarezza il valore del patrimonio storico che ereditiamo, nella sua complessità e nella sua ricchezza di contenuti umani e scientifici, dal quale partire per costruire un Ateneo nuovo, capace di misurarsi in un confronto internazionale ma fortemente ancorato a un’identità e a una storia speciali. Siamo orgogliosi di assumere questa eredità e insieme siamo convinti che sia necessario un forte impegno di innovazione e di modernizzazione, un deciso cambiamento, che richiede determinazione e fantasia, creatività e capacità operative, perché occorre accelerare gli interventi, per dare spazio ai giovani, alle donne, a tutti coloro che abbiano talento, valorizzando le competenze di ciascuno e il merito.

Vorrei allora cogliere questa occasione per guardare al futuro, pensando a come dobbiamo completare la rifondazione del nostro Ateneo, in esecuzione di una riforma universitaria che non vogliamo espressione del mito dell’aziendalizzazione delle università e del valore commerciale del sapere. Nonostante sia il risultato di una tendenza iper-regolatrice, la legge 240 paradossalmente oggi deve diventare la nuova frontiera per difendere l’autonomia universitaria protetta dall’articolo 33 della Costituzione. Siamo consapevoli che saremo giudicati per quello che non saremo stati capaci di fare, soprattutto se non affronteremo alcuni problemi centrali e alcune minacce: la spaventosa diminuzione delle risorse che rischia di avere gravi ricadute sul sistema socio-economico specie nel Mezzogiorno, la caotica riprogettazione dell’intera struttura degli Atenei e la ricomposizione dei Dipartimenti su nuove basi, la riduzione delle rappresentanze, l’impoverimento dei momenti di democrazia e di confronto, l’ulteriore precarizzazione dei ricercatori dopo anni di duro apprendistato, il dibattito sui ruoli, i compiti, gli obiettivi di una Università europea inserita in una competizione internazionale che premia qualità e merito; elementi che richiedono politiche di integrazione che correggano il modello centralistico di base e combattano il rischio di un’ulteriore stretta oligarchica, confermata dalla rimozione dei ricercatori sia dalle commissioni di concorso sia dai requisiti per i dottorati.

E ciò all'indomani dell'adozione da parte dei due Governi che si sono succeduti di severe misure per il risanamento del bilancio dello Stato che hanno bloccato gli aumenti retributivi del personale universitario e gli scatti di anzianità, provvedimenti che colpiscono soprattutto i più giovani; per non parlare delle limitazioni al turn over, del blocco dei concorsi con la conseguente riduzione dell’organico in tutte le fasce (gli ordinari  sono passati da 218 a 191 negli ultimi 3 anni, gli associati da 244 a 230, i ricercatori da 256 a 239, gli assistenti da 10 a 4, in totale da 728 docenti a 664; il personale tecnico amministrativo è passato da 663 a 580 unità) e della prospettiva drammatica di circa un centinaio di cessazioni all’orizzonte, dell’aumento del numero degli studenti per singolo docente (fino ai 47 studenti di Economia), del taglio del fondo di finanziamento ordinario degli Atenei con la minaccia dell’introduzione del penalizzante costo standard per studente; la possibile cancellazione del valore legale dei titoli di studio per la selezione della classe dirigente, che colpirebbe pesantemente anche il nostro Ateneo; ancora la nuova formula dei Progetti di ricerca PRIN che privilegia le università specialistiche e i grandi gruppi di ricerca (l’Ateneo ha intercettato nell’ultimo triennio circa 3,5 milioni di euro), per quanto vorrei dare atto al Ministro Profumo di aver sboccato in tempi rapidissimi le procedure. Nessuno riuscirà a convincerci che per innalzare la qualità del sistema universitario italiano sia necessario tagliare in tre anni del 13% le risorse, già spaventosamente insufficienti nel confronto europeo, cancellando il computo delle retribuzioni del personale sanitario (il FFO dell’Università di Sassari è passato nel triennio da 82 a 72 milioni di euro); la loro ulteriore riduzione è una minaccia per quegli Atenei che intendono recuperare situazioni di svantaggio e che non possono utilizzare la leva della tassazione studentesca in una regione nella quale garantire il diritto allo studio significa innanzi tutto prendere atto delle distanze fisiche e delle debolezze economiche delle comunità locali. Le generose idoneità ERSU in Sardegna hanno un pesante riflesso sui bilanci delle Università, con una miriade di esenzioni e rimborsi per oltre 2000 studenti e una significativa riduzione del gettito. Al momento il rapporto FFO e tasse studenti è comunque salito al 12%,  passando nel triennio da 7,5 milioni a circa 9.

Elementi di svantaggio che sembrano totalmente ignorati nel recente schema di decreto legislativo per la programmazione, il monitoraggio e la valutazione delle politiche di bilancio e di reclutamento degli atenei. Infine ci preoccupa il ritardo nell’assegnazione dei fondi FAS, che potrebbero dare una soluzione all’edilizia dell’intero Ateneo, nell’ambito della Programmazione Triennale, con la conclusione di molte incompiute e l’avvio di numerosi cantieri finanziati.

Vogliamo ripetere che non ci sottraiamo alla valutazione, chiediamo la modifica di alcuni indicatori ministeriali, l’impianto di un sistema premiante, rigoroso, trasparente, condiviso e pubblicamente rendicontabile, che consideri le specificità disciplinari e i contesti territoriali in cui opera ciascuna università. Non si cambia senza investire.

Con i suoi 665 docenti, con i suoi 583 tecnici, amministrativi, bibliotecari, con i suoi 15.561 studenti (1700 in meno di tre anni fa, 8972 per le triennali, 3767 a ciclo unico, 1487 per le lauree magistrali, 1239 per il vecchio ordinamento) e oltre 400 dottorandi e 700 specializzandi, l’Università di Sassari è una risorsa e non un peso. Gli investimenti in conoscenza sono necessari; in Sardegna il compito dell’Università è cruciale ed è necessario arrivare alla nascita di un sistema regionale integrato in piena sinergia tra i due Atenei, con un modello di università a rete aperta ad una dimensione internazionale.

Siamo consapevoli della crisi economica, finanziaria e anche morale che il Paese attraversa e non ci sottraiamo all’obbligo di dare un contributo efficace per superarla, perseguendo obiettivi di risparmio, di efficienza, di efficacia, di legalità, affrontando i sacrifici richiesti a tutto il Paese. Ci mettiamo al servizio di un Ateneo che ha una storia e una dignità da difendere, un’immagine da tutelare, con l’esigenza di assolvere ad un munus, dando esempi di comportamenti virtuosi, basati sulla necessità di mettere al primo posto gli interessi della res publica. Siamo dalla parte innanzi tutto dei ricercatori e degli studenti, in particolare degli studenti lavoratori e degli studenti effettivamente attivi; ogni nostro sforzo sarà indirizzato a difendere i loro diritti, chiedendo loro, allo stesso tempo, impegno e responsabilità, decisi a valutare il lavoro di ciascuno e noi a rispondere dei nostri limiti, con il rigore che dovrebbe accompagnare sempre l’autonomia e l’autogoverno.

L’elezione del nuovo Senato Accademico nei giorni scorsi ha visto una partecipazione straordinaria degli elettori e una competizione vera tra tanti candidati. A breve valuteremo i curricula per la nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione, del Nucleo di Valutazione, del Collegio dei revisori dei conti, del Comitato unico di garanzia, del Consiglio degli Studenti, del Consiglio del Personale tecnico e amministrativo, degli altri organi accademici. Sono nati i 13 nuovi dipartimenti, ne sono stati eletti i direttori, nominati i vicedirettori, costituite le sezioni e le giunte, designati i segretari amministrativi. È stato nominato il direttore generale dell’Ateneo. Infine riprogettiamo l’offerta formativa, con le strutture di raccordo, i corsi di laurea, i master, le scuole di specializzazione, i dottorati, guardando a nuove proposte anche in campo informatico, tecnologico, scientifico.

La pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del 23 dicembre 2011 del nuovo Statuto dell’Autonomia non è stata un’occasione perduta e siamo orgogliosi del risultato raggiunto, perché lo Statuto ha finito per essere veramente opera di tutto il corpo accademico: e questo spiega la sua consistenza, il suo peso, la sua anima profonda, che orienta la nascita degli organi accademici e indirizza efficacemente l’azione del Senato, della Giunta e del Consiglio di Amministrazione. Nonostante le tensioni, forse ci eravamo sbagliati due anni fa a dire che la riforma poteva essere una bomba gettata dentro l’Università per scardinarla, a valle di una ingenerosa campagna mediatica di cui si continuano a vedere gli strascichi come a proposito della fantasiosa graduatoria sul nepotismo negli Atenei, che vedrebbe i due atenei sardi ai vertici delle graduatorie nazionali.

Nel nuovo statuto la comunità universitaria si dichiara solennemente consapevole della ricchezza e complessità delle tradizioni accademiche e del valore delle diverse identità. Si dà un ordinamento stabile, afferma il metodo democratico nella elezione degli organi, si dichiara attenta al tema della formazione delle giovani generazioni e alle esigenze del diritto allo studio; colloca lo studente al centro delle politiche accademiche e promuove la cultura come bene comune. Rivendica i valori costituzionali, previsti per le «istituzioni di alta cultura», della libertà di scelta degli studi, di ricerca e di insegnamento, assicurando tutte le condizioni adeguate e necessarie per renderla effettiva. Si impegna a promuovere, d’intesa con le altre istituzioni autonomistiche, lo sviluppo sostenibile della Sardegna e a trasferire le conoscenze nel territorio, operando per il progresso culturale, civile, economico e sociale. Senza dimenticare l’identità e la lingua. Siamo impegnati a lavorare intensamente con senso di responsabilità e consapevolezza delle attese che ora ci accompagnano e che non possiamo deludere. Col dovere di rispondere alla fiducia accordataci. Anche con orgoglio e rivendicando una storia, una tradizione scientifica di eccellenza, una nostra cifra originale.

Nasce la comunità degli alumni all’interno dell’associazione Alauniss. Si progetta la fondazione della sezione ADI, l’Associazione dei dottorandi e dottori di ricerca, operano attivamente il CUS ed il CRUS.

Quella che stiamo vivendo è anche un’occasione decisiva per definire obiettivi di sistema e strategie di sviluppo e di modernizzazione in un momento che è di crescita per l’Ateneo ma anche di obiettive difficoltà per il Paese. Dobbiamo contribuire a valorizzare le nostre risorse (materiali, professionali e umane), per stimolare processi virtuosi e per far crescere la nostra Università: un Ateneo europeo che si proietta nel Mediterraneo in virtù della sua posizione, al centro del mare interno, crocevia di incontri e di scambi di uomini, merci saperi e culture, un Ateneo di qualità, capace di misurarsi in un confronto internazionale ma fortemente radicato in quest’isola. Noi non abbiamo di fronte soltanto un problema banalmente quantitativo, di indicatori da rispettare. Quella che abbiamo di fronte è innanzi tutto una grande sfida culturale, fatta di passione civile e di impegno personale: abbiamo fortissimo il senso del limite delle azioni dei singoli e sentiamo vivissima la necessità di costruire alleanze e di trovare sinergie, di ascoltare il parere di tutti, di collegare tra loro i territori e le esperienze della Sardegna.

Abbiamo posto al centro del nostro mandato l’impegno di suscitare le forze vive e favorire lo sviluppo di un processo virtuoso che stimoli la creatività dei ricercatori e la nascita di un sistema che riconosca nella trasparenza l’autonomia di Dipartimenti, Centri, Laboratori, Aziende, con un forte principio di sussidiarietà; intendiamo lavorare per trovare soluzioni concrete ai problemi della ricerca, della didattica, dell’alta formazione, dell’assistenza sanitaria, soprattutto per rendere altamente competitiva l’Azienda Ospedaliera Universitaria; rimuovere ostacoli, alleggerire e accelerare le procedure contro inutili impacci burocratici, estendendo a cascata la cultura della responsabilità; garantire un processo di valutazione equilibrato, indirizzato al giusto riconoscimento delle molte e qualificate professionalità che operano nel nostro Ateneo; affermare l’orgoglio di un’appartenenza e di un patrimonio; avviare un confronto e uno stretto rapporto con le Istituzioni e in particolare con il Governo Regionale per difendere un nuovo modello di Università pubblica, che deve rimanere un bene pubblico e una pubblica responsabilità, il “presidio fondamentale” del sistema democratico; far diventare l’Ateneo il punto di riferimento centrale per un territorio del Nord dell’Isola che vuole continuare a crescere, mettendo in relazione dialettica la ricerca umanistica e la ricerca sperimentale con applicazioni e trasferimenti a favore del territorio; creare una continuità tra l’Università, la città che ci ospita e la cultura della Sardegna; infine, fissare obiettivi alti di un forte rinnovamento generazionale e di internazionalizzazione, perché non vogliamo ridurre l’Ateneo a un mero erogatore di prestazioni didattiche, un’Università di servizio destinata a svolgere un ruolo circoscritto e poco significativo nel contesto nazionale e internazionale.

Per costruire il futuro dell’Università, mentre andiamo incontro a un periodo di restrizioni, occorre anche trovare il coraggio di praticare scelte che implicano rigore e senso di responsabilità, costruendo il consenso ed evitando strappi e disagi, facendoci carico anche degli ultimi. Occorre allora riaffermare alcuni valori centrali, come quello della libertà di insegnamento e di ricerca, della possibilità reale di accesso agli studi universitari per gli studenti, della promozione culturale e sociale per i meritevoli, qualunque sia la loro provenienza sociale, geografica o culturale.

Dobbiamo avere un occhio rivolto al progetto, alla visione generale, ai princìpi e con uno sforzo di analisi e di riflessione critica; ma soprattutto dobbiamo guardare al futuro con una prospettiva operativa, indicando obiettivi, priorità, strumenti e, dove possibile, risorse disponibili.

Dobbiamo discutere del futuro della nostra Università, tenendo presente la triplice missione dell’alta formazione, della ricerca scientifica e del servizio a favore del territorio sul piano tecnologico, sanitario, economico, sociale e culturale, che deve convergere in un’azione unitaria. I nostri Dipartimenti possono veramente diventare un elemento di forza sul quale costruire un futuro diverso per un Ateneo di diritti e di doveri: di diritti, a iniziare dalla possibilità reale di accesso agli studi universitari, dalla libertà di insegnamento e di ricerca, dal miglioramento dell’ambiente di lavoro, dai riconoscimenti per l’impegno e la produttività nei dipartimenti, ma anche nei corsi di laurea e nella missione a favore del territorio nelle prestazioni in conto terzi, con forme riconosciute di premialità.

Doveri, a partire dalla presenza in sede, dalla responsabilità personale e dalla serena disponibilità a sottoporsi a una valutazione, anche con riferimento all’adempimento dei compiti didattici. Richiamando le azioni che abbiamo definito nei documenti programmatici, intendiamo riaffermare i principi di trasparenza, rigore, serietà professionale, passione civile, imparzialità dell’azione amministrativa, merito, lotta al clientelismo, sussidiarietà tra Dipartimenti, Scuole, Uffici, semplificazione amministrativa, promozione culturale e sociale per tutti i meritevoli, valutazione, rinnovamento generazionale, apertura al mondo.

Con la cerimonia di oggi emergeranno i 50 ricercatori più attivi e più produttivi del nostro Ateneo, misurati sulla base di criteri rigorosi: è una prima esperienza che per l'area umanistica richiede sicuramente più di una messa a punto. Voglio dire subito che dal nostro osservatorio cogliamo tanti segnali di speranza, tanto impegno, tante aree di eccellenza: abbiamo aperto le celebrazioni per i 450 anni incontrando e premiando con un tablet i nostri 450 migliori studenti, che sono veramente al centro dei nostri progetti. Voglio ricordare anche il recente premio nazionale consegnato dal Ministro della gioventù a Francesca Speranza Piga, laureata in Economia, nell'ambito del progetto Campus mentis 2011. Per non parlare, proprio nelle scorse settimane, del premio Unesco assegnato alla nostra chimica Valeria Alzari, per la sintesi diretta di materiali nanocomposti. E al nostro Marco Masia, per la chimica nel Sud Est europeo, per un lavoro svolto in collaborazione con un ricercatore turco in materia di comprensione delle reazioni chimiche a bassa temperatura. Nei giorni scorsi Francesco Lippi ha vinto per la seconda volta il premio internazionale della Fondation Banque de France per uno studio sulle origini microeconomiche e gli effetti macro della rigidità dei prezzi. Infine vorrei ricordare un anno fa il Premio Nazionale per l'innovazione conferito al giovane allievo Luca Ruiu nella Start Cup. Riconoscimenti insieme per una scuola scientifica e per un impegno personale.

E poi gli straordinari risultati dei nostri studenti in mobilità, i tanti progetti in corso, le tante idee che emergono anche dalle proposte di finanziamento presentate agli Enti pubblici ed alla Fondazione Banco di Sardegna.  La selezione di tanti nostri colleghi per i Comitati tecnici dell'ANVUR arriva alla vigilia del complesso processo che rinnova la valutazione CIVR nella quale gli economisti si erano classificati in prima posizione. Le valutazioni CENSIS Repubblica pongono il nostro Ateneo al terzo posto tra le medie università.

Impegno specifico dobbiamo dedicare a Sassari città della conoscenza e al sistema delle autonomie: occorre rivedere il rapporto con la città e il territorio, verso una politica globale indirizzata allo sviluppo del Nord Sardegna in collaborazione con gli Enti locali, oggi rappresentati da tanti Sindaci. L’Università in Città o la Città universitaria deve fondarsi su una continuità urbanistica tra Ateneo e Città, su una reciproca accettazione di valori e di legami identitari, su un impegno comune per migliorare la qualità della vita dei cittadini. L’Università deve sentire il dovere di giustificare e difendere pubblicamente le proprie scelte strategiche, ad esempio sul piano urbanistico, ma anche sull’organizzazione interna, sulle strutture didattiche, sul decentramento. Anche la Città deve crescere più velocemente e sentire la responsabilità di ospitare l’Università, elevando la qualità della vita, che riverberi i suoi effetti sulla popolazione studentesca.

Il ruolo dell’Università è cruciale per orientare le politiche di sviluppo della Sardegna valorizzando l’identità locale e contribuendo alla crescita delle strutture produttive nella nuova economia della conoscenza. Occorre combattere l’emarginazione dalle scelte regionali più significative, attraverso un confronto con le Istituzioni per definire strategie di sviluppo dell’Università e del territorio, basate sulla convergenza della programmazione. Bisogna arrivare rapidamente alla firma di una nuova Intesa Regione-Università con una visione moderna e internazionale del ruolo e della funzione universitaria, con forti investimenti per una adeguata dotazione infrastrutturale, la definizione di meccanismi competitivi e un ripensamento delle modalità organizzative.

Non vogliamo sorvolare sul dibattito, alimentato stancamente negli ultimi mesi, sul tema dell’Università unica in Sardegna, come ricetta facile facile per combattere gli sprechi e per rispondere alla crisi: quella che il Paese sta attraversando purtroppo è soprattutto una profonda crisi culturale, che richiede più investimenti in conoscenza, in ricerca e innovazione, per superare il gap che ci divide dall’Europa; soprattutto più sinergie e più impegno. Lo smantellamento di una delle due università isolane, magari di una delle Università più antiche del Mezzogiorno, va in direzione contraria rispetto all’esigenza di promuovere il capitale umano, di aumentare il numero dei laureati in Sardegna, specie dei laureati in ambito scientifico, di favorire l’ingresso di studenti stranieri, di aprire alla collaborazione internazionale i nuovi dipartimenti, i laboratori, i centri di ricerca, i reparti ospedalieri. Non vogliamo sentire parlare di tagli dopo che stiamo assistendo alla chiusura di tutte le Facoltà e di metà dei dipartimenti grazie alla discussa riforma. La soppressione dell’Università di Sassari non è all’ordine del giorno, anzi intendiamo collocarci in un orizzonte di sviluppo e di crescita, certo con più responsabilità, nel momento in cui nel Paese oggi si discutono, anche negativamente, il prestigio e il ruolo della scuola e dell’università pubblica, che pure svolgono una missione strategica nel Mezzogiorno, perché gli interventi innovativi in conoscenza avranno sicuramente riflessi positivi sull’intera società. Senza l’università non c’è futuro per la Sardegna e per il Paese.

Non ci è sfuggita la forte e generosa presa di posizione recentemente assunta dal Consiglio Comunale di Sassari e dal Consiglio Provinciale, in difesa dell’Università, con i documenti adottati all’unanimità dalle due assemblee, che hanno confermato pieno sostegno politico e amministrativo per contrastare in tutte le sedi politiche e istituzionali qualsiasi proposta di ridimensionamento o soppressione di una delle due università storiche della Sardegna. Concentrare le strutture universitarie tutte in un’unica sede comporterebbe gravissimi problemi di funzionalità e una desertificazione ulteriore della Sardegna, che invece ha necessità di vedere radicate anche al suo interno le infrastrutture della cultura: intanto perché i due Atenei storici vivono grazie ad una feconda competizione che garantisce una crescita più rapida; inoltre perché il rapporto di prossimità è solo una delle facce di una medaglia che deve innanzi tutto proiettare gli Atenei non più in una dimensione regionale, ma in una dimensione europea e mediterranea, interpretando vocazioni, risorse, strumenti di sviluppo, senza perdere contatto con il territorio.

Certo è necessario un accordo di federazione, espressamente previsto nell’articolo 57 del nuovo statuto dell’Università di Sassari: stiamo discutendo con il Rettore dell’Università di Cagliari il testo di una convenzione per la nascita di un sistema integrato delle due Università della Sardegna, che preveda una consultazione periodica tra i Senati Accademici e che riduca il numero dei corsi di laurea, eviti le duplicazioni, programmi le attività formative e di ricerca, favorisca le novità e l’arrivo di nuove idee anche sul piano tecnologico. L’università svolgerà un ruolo strategico di protagonista in Sardegna e nel Mediterraneo soprattutto se saprà stabilire rapporti con grandi centri di eccellenza, a livello europeo, innalzando la qualità dei suoi prodotti e dei suoi servizi e legando trasversalmente l’alta formazione alla ricerca avanzata, al tempo libero, allo sport. E ciò senza rinunciare ad una cooperazione però con la riva sud del Mediterraneo che favorisca un confronto culturale, che abbatta vecchi e nuovi steccati, che combatta la divaricazione che quasi inesorabilmente il mondo sta drammaticamente vivendo ancora oggi ad un decennio dall'11 settembre, con tante speranze come quelle alimentate dalle primavere arabe e dalla imbarazzante fuga di quegli esponenti che sono stati gli osannati rappresentanti delle élites autoproclamatesi nel Maghreb dopo la fine del colonialismo europeo.

Siamo consapevoli che oggi rischiano la sopravvivenza molti Atenei. Ci troviamo di fronte a un bivio, dove si giocherà la partita più importante della storia di molte Università di medie e piccole dimensioni che potrebbero a breve essere in difficoltà e addirittura in liquidazione, anche attraverso imprudenti formule di fusioni e di straordinarie trasformazioni. Rischiamo di assistere  ad una vera e propria lotta nella jungla dove, per una darwiniana legge non scritta, periranno sotto i colpi dei vincoli economici sempre più capestro gli Atenei con forze minori senza alcuna considerazione della loro storia, del loro ruolo nel territorio, della loro attività di formazione e di ricerca.

Eppure noi ci muoviamo nella società della conoscenza e puntiamo alla valorizzazione del patrimonio culturale immateriale e del capitale umano, con uno sguardo che deve riuscire a spingersi più lontano in un processo di produzione della conoscenza, di trasmissione del sapere, della cultura come risorsa: in Sardegna difendere l’Università significa garantire la crescita della società civile facendo leva su una tradizione secolare, su una rete di rapporti e di conoscenze, su un patrimonio materiale e immateriale ereditato dal passato; soprattutto difendere il motore strategico, lo strumento principe per lo sviluppo dell’Isola, garantendo il capitale fondamentale per il domani, trovando strade nuove per fare dell’insularità una risorsa e non un condizionamento; più ancora difendere una profonda, radicata e consapevole cultura autonomista che ha conosciuto e conosce concrete ricadute sul piano della programmazione e dell’azione amministrativa e politica.

In questo quadro i giovani hanno diritto di ricevere dalle due università sarde non soltanto una formazione che consenta loro di confrontarsi ad armi pari in Europa con i loro coetanei, ma soprattutto devono ricevere stimoli, suggestioni, curiosità, passioni che motivino il loro impegno futuro. Essi devono essere in grado di declinare con originalità i grandi temi dei nostri giorni, la globalizzazione, il confronto tra culture, le identità plurali del Mediterraneo, partendo dalla nostra forte significativa e originale appartenenza sarda.

Con la loro storia che supera i quattro secoli di vita, le Università di Cagliari e di Sassari possono davvero essere una risorsa e non un peso per la Sardegna, un formidabile strumento di sviluppo, una finestra per far arrivare nell’isola idee innovative, per creare relazioni, per costruire sinergie, per collegarci ai grandi centri di ricerca, per organizzare la mobilità internazionale. I recenti accordi con l’Accademia di Belle Arti “Mario Sironi” e con il Conservatorio di Musica “Luigi Canepa” aprono prospettive e strade totalmente nuove.

La Regione ha investito molto in questi anni per le Università attraverso il fondo unico (23 milioni l’anno, di cui circa 8 per Sassari), che compensa i tagli disastrosi effettuati a danno degli Atenei sul fondo di funzionamento ordinario nazionale ed ha evitato che le due Università vedessero compromesso lo sforzo di crescita, fossero condannate al blocco del turn over e costrette ad aumentare le tasse studentesche. Imponente è stato lo sforzo sui laboratori, sul trasferimento tecnologico, sui finanziamenti per la ricerca.

Le Università stanno cambiando, attraverso la mobilità studentesca che ha raggiunto risultati straordinari in entrata e in uscita, i visiting professors (nell'ultimo anno l'Università di Sassari ha ospitato 131 docenti stranieri, di cui 96 per visite brevi, 35 per visite fino a 6 mesi), il rientro dei cervelli, i premi di produttività, la premialità per i progetti di ricerca. E poi il fondo europeo di sviluppo regionale, che ha consentito di finanziare dottorati di ricerca, sempre più vicini e calibrati sul mondo delle imprese, premiando i progetti dei giovani ricercatori; i bandi della legge regionale nr. 7, un'ottima legge sulla ricerca che molte regioni ci invidiano, in particolare per progetti di ricerca di base e orientati (per un totale di oltre 7 milioni di euro nel 2010), risorse che ci hanno dato le potenzialità e le opportunità per raggiungere livelli di ricerca adeguati ad una scala internazionale, premiando qualità e merito; i posti di nuovi assegnisti (148 nell’ultimo anno, di cui 38 a carico della Fondazione Banco di Sardegna) e di ricercatori a tempo determinato. E poi i finanziamenti europei del VII programma quadro (oltre 3 milioni di euro), la biblioteca scientifica regionale e infine la nuova anagrafe della ricerca che rende trasparente e valutabile la ricerca universitaria. Tutto ciò ha contribuito a sostenere la produttività scientifica, che nel triennio supera i 5400 prodotti, compresi 23 brevetti, 2745 articoli, 280 libri.

Dobbiamo rivendicare con orgoglio i risultati raggiunti, le punte di eccellenza, il concentrarsi di nuclei di ricercatori. Guardiamo con speranza verso la biomedicina, le biologie marine, la genetica, le neuroscienze, l’agroalimentare, l’agroindustria, le nanotecnologie, l’ICT, le biotecnologie, l’energia verde, i nuovi materiali, la ricerca di base, le scienze del management, i beni culturali. Voglio ricordare la chimica verde anche con riferimento all’impegno che le università assumono nei confronti del territorio per valutare la validità di alcune iniziative industriali. In Sardegna la ricerca scientifica è insieme espressione di una tradizione di studi secolare, di reti di rapporti stabiliti nel tempo, ma verso il futuro si inserisce sempre di più in una grande comunità internazionale, costituisce le fondamenta per quella che è ormai la terza missione dell’università: il servizio a favore del territorio e del trasferimento tecnologico a favore delle aziende. Senza dimenticare i tanti progetti europei a base competitiva che supportano l’internazionalizzazione, inclusi quelli di cooperazione internazionale, con una strategia destinata a stimolare i docenti universitari ad occuparsi di ricerca finalizzata a sostenere le azioni strategiche di supporto allo sviluppo soprattutto nei paesi del sud del Mediterraneo.

Salutare è anche la verifica in corso sulla qualità della didattica nelle sedi gemmate e sulla nuova certificazione delle sedi, anche se è evidente che ci sono da fare molti passi in avanti significativi per rendere la Sardegna l’isola della ricerca, un modello anche per altre regioni, per creare reti, per aprire, per essere capaci di accogliere e non di respingere al centro del Mediterraneo, per evitare di essere chiusi e ripiegati su noi stessi.

Le Università stanno rapidamente rinnovandosi cogliendo tutti gli spazi di democrazia e di partecipazione, ribadendo i principi delle pari opportunità, del diritto allo studio, della dignità del lavoro e del contrasto al precariato, della promozione del merito e delle competenze, della programmazione e della valutazione, della trasparenza. Vorremmo raggiungere un obiettivo ambizioso, aumentare la produttività, innalzare il numero degli iscritti e in particolare degli studenti regolari e degli studenti attivi, dunque il numero dei laureati specie nelle discipline scientifiche, degli specializzati, dei dottori di ricerca, migliorare le competenze linguistiche, informatiche, matematiche dei nostri studenti. Ridurre il numero dei falsi studenti, promuovere l’internazionalizzazione, gli scambi Erasmus, la mobilità, lo sviluppo dell’ICT, la conoscenza delle lingue straniere, combattere nuove forme di analfabetismo e introdurre una formazione più lunga. Soprattutto sostenere la ricerca di eccellenza capace di introdurre innovazioni nei diversi campi del sapere. Il quadro disegnato dalla legge di riforma e dallo Statuto alla ricerca dell'efficienza degli Atenei si dovrà comunque confrontare con la capacità di coinvolgimento delle persone, con la adozione partecipata degli obiettivi prioritari da raggiungere, con politiche di integrazione che correggano il modello centralistico di base.

C’è ovviamente un limite alla nostra azione e ne abbiamo parlato qualche giorno fa col Presidente Napolitano: il limite di un territorio che conosce una grave crisi economica, un grave fenomeno di desertificazione, una progressiva chiusura di aziende. Gli operai della Vinyls e dell’Alcoa sono solo la punta di un’avanguardia consapevole di lavoratori decisi a salvare la Sardegna dal naufragio, di fronte alle oltre mille aziende in crisi, agli oltre 4000 posti di lavoro persi nell’industria, all’incremento della disoccupazione giovanile, alle dimensioni spaventose assunte dalla cassa integrazione, alle 350.000 persone sotto la soglia di povertà.  Un crisi che in parte trae origine nei debiti sovrani  ma anche nel capitale finanziario speculativo che gioca sulla pelle delle persone, con il risultato di sostituirsi alle legge e farsi esso stesso Stato. E nessun economista ha saputo prevedere la crisi. Gli ultimi dati evidenziano in Sardegna un calo del PIL del 3,9% (il PIL pro capite non supera i 16 mila euro), i consumi delle famiglie sono tornati al livello del 1999, la capacità di esportare delle imprese sarde non supera il 10% rispetto al 23% nazionale.

I nostri 2000 laureati ogni anno affrontano enormi difficoltà nel trovare un lavoro vero. Uno sbocco. Un posto di lavoro che non sia inadeguato, precario o sottopagato. E che permetta loro di affrontare la vita in maniera dignitosa e serena.  Il lavoro – ha detto il Presidente Napolitano – non deve essere un privilegio. Nei giorni scorsi il XIV rapporto Almalaurea ha confermato drammaticamente l’incremento della disoccupazione giovanile, arrivata al 31%, ed in particolare della disoccupazione tra i laureati specie nel Mezzogiorno.

Il tasso di occupazione per i neolaureati di I livello della nostra Università è pari al 37%, 7 punti meno della media italiana.  A un anno dalla laurea solo il 38% dei laureati specialistici del nostro ateneo risultano occupati; a livello nazionale il dato supera il 56%, 18 punti in più, anche se i nostri laureati sono meno precari e ottengono nel 36% un lavoro stabile, rispetto al 33% della media nazionale. A 5 anni dalla laurea gli occupati sono il 68%, con un guadagno mensile che non si discosta dalla media nazionale.

È a questi giovani che guarda oggi l'Ateneo perché dobbiamo legare formazione e lavoro, immaginare nuovi scenari per il futuro, costruire un sistema di orientamento al lavoro, operare attivamente insieme alla classe politica e alle imprese per cambiare la Sardegna.

Consentitemi in chiusura di tornare indietro di un secolo, per cogliere con emozione una distanza e soprattutto una speranza. L’Ateneo di oggi è veramente diverso da quello che un secolo fa si dibatteva in una tremenda crisi di identità. In un polemico memoriale Pro Atheneo Sassarese indirizzato a S.E. il Ministro della pubblica istruzione del Regno d’Italia Leonardo Bianchi, il 7 aprile 1905 gli studenti universitari di Giurisprudenza, Medicina e Farmacia protestavano contro il falso pareggiamento dell’Università: <<Il decoro del nostro Ateneo, la serietà degli studi e la base civile della nostra vita avvenire, il risentimento giusto contro soprusi colpevoli da parte delle autorità politiche, che ci fanno immeritatamente inferiori rispetto agli altri colleghi del continente, spingono oggi noi, Studenti Universitari, ad una dignitosa protesta, la quale, nel campo della verità e nel limite del possibile, vuole le sue soddisfazioni>>.

E, al termine di una serie di osservazioni critiche <<provvederà il Governo alle nostre giuste richieste ? Noi lo speriamo, perché la nobiltà degli studi è tale questione civile che non può essere disconosciuta o risolta con mezzi termini. L’istruzione, idealmente intesa, è la forza e la vita delle genti, e le vittorie del pensiero, perché non hanno, come le altre, l’ebrezza sanguinosa dell’eccidio, sono veramente sante e belle. Noi vogliamo istruirci e questa nostra volontà non è violenza, ma dovere e diritto incontrastabile. Chè, se il desiderio e il vero pareggiamento fosse ancora di là da venire, noi vorremmo che i battenti del nostro Ateneo rimanessero eternamente chiusi, ed a caratteri di fuoco avessero scolpiti i versi del grande Michelangelo:

Caro m’è il sonno e più l’esser di sasso

Mentre che il danno e la vergogna dura

Non veder, non sentir m’è gran ventura,

però non mi destare, deh! parla basso>>.

Quei battenti del nostro palazzo oggi sono spalancati. La chiusura della nostra Università non è all’ordine del giorno e i rottamatori verranno sconfitti..

Abissale mi pare oggi la distanza tra quegli studenti combattivi ma delusi e i nostri studenti che non hanno complessi di inferiorità e guadano davvero all’Europa.

Il compito che ci viene affidato è innanzi tutto quello di accompagnare i giovani sardi in una competizione internazionale dalla quale possono veramente uscire vincenti.

È una responsabilità, un impegno, una promessa.