Pasqua dell’Università.

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Scritto da Administrator | 27 Marzo 2013

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Intervento del prof. Attilio Mastino
Pasqua dell’Università
Sassari, 26 marzo 2013

Cari amici,

quest’anno la Pasqua cade in un momento di profonda crisi per il Paese e per la Sardegna,  colpite dai licenziamenti come quelli annunciati a porto Torres per EON, ultimo episodio di un rosario di notizie che testimoniano il declino del sogno industriale, iniziato con la rottamazione degli impianti della Vinyls, quando tanti giovani cassintegrati ci sono stati strappati dopo anni di lotta disperata. Ho sempre negli occhi l’immagine di Padre Paolo che accoglie gli operai.  Colgo l’occasione per augurare Buona Pasqua anche a loro, ai nostri studenti, ai nostri colleghi, agli amici dell’Istituto di Scienze Religiose, perché tutti possiamo essere in grado di leggere con speranza i segni dei tempi nuovi che passano anche attraverso il forte rinnovamento della Chiesa, che riscopre valori profondi e una dimensione veramente universale, con l’arrivo di un grande Papa, Francesco.

Assieme alla Facoltà Teologica della Sardegna celebreremo a breve in questa aula magna i cinquanta anni che sono trascorsi dal Concilio Ecumenico Vaticano II, aperto l'11 ottobre 1962 con il discorso Gaudet Mater Ecclesia di Giovanni XXIII. Il Concilio fu l'evento più notevole della chiesa del secolo scorso, quasi un vessillo innalzato tra le nazioni, un evento di profezia e di resurrezione: il Papa chiedeva che la Chiesa  riprendesse a parlare con il mondo, anziché arroccarsi su posizioni difensive e interpretasse positivamente i “segni dei tempi”, riprendendo la polemica di Cristo con Farisei e Sadducei riferita da Matteo:

<<Quando si fa sera, voi dite: "Bel tempo, perché il cielo rosseggia!" e la mattina dite: "Oggi tempesta, perché il cielo rosseggia cupo!" L'aspetto del cielo lo sapete dunque discernere, e i segni dei tempi non riuscite a discernerli?>>.

Nella stessa serata, forse ispirandosi proprio al vangelo di Matteo, Giovanni XXIII improvvisava quel discorso della luna che ci è rimasto nel cuore e che rende bene l'offerta di amore al mondo che stava dietro la convocazione del Concilio.

La mia età mi consente di ricostruire a distanza di tanti anni l'emozione di quei giorni e di tentare di recuperare alla memoria qualche ricordo di quegli straordinari resoconti sul Concilio che dal pulpito in Cattedrale faceva costantemente il vescovo Francesco Spanedda, arrivato a Bosa nel 1956: il vescovo era stato chiamato a far parte della Commissione teologica internazionale e ci raccontava il Concilio con lo stupore di chi assisteva ad un evento storico, osservava commosso le nuove aperture di una teologia troppo chiusa come quella italiana, entrava in contatto per la prima volta con i teologi francesi e tedeschi,  istituiva rapporti e legami con decine di altri vescovi in particolare di oltrecortina, che si sarebbero sviluppati nel tempo. C'era nelle sue parole il sapore fresco di un avvenimento che in qualche modo settimana dopo settimana egli riusciva a farci vivere insieme con lui, soprattutto nell'Azione Cattolica, nel Centro Sportivo Italiano, in parrocchia, sul settimanale Libertà. Un avvenimento che per tre anni ci avrebbe riguardato tutti.

Il vescovo commentava la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del 1965 per parlarci di scuola e università, con riferimento al capitolo dedicato alla promozione del progresso della cultura e ai doveri dei giovani e dei loro maestri. Oppure commentando la Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis del 28 ottobre 1965 ci parlava dell'educazione cristiana. Oggi a distanza di 50 anni sorprendono le aperture del Concilio sulle scuole superiori e sull'università, se si ribadisce che le diverse discipline debbono essere <<coltivate secondo i propri principi e il proprio metodo, con la libertà propria della ricerca scientifica>>.

Sentivamo in quei giorni la novità di un tempo nuovo, la gioia per la rinnovata dimensione universale della Chiesa, ancora il desiderio di una rinascita, il senso della fine di una storia.

Il tema centrale ruota attorno al senso della responsabilità che gli educatori debbono indicare ai giovani, per sviluppare generosità, altruismo, impegno personale. E poi il desiderio di dialogo, di confronto, di adesione convinta, di vita vera,perché anche il dubbio ha diritto di cittadinanza per l’uomo, contro ogni dogma e ogni imposizione dall'alto. Dunque la formazione all'apostolato dei laici con una flessibilità e una tolleranza nuova, cui il Concilio ha dato un impulso straordinario.

Insomma, percepivamo il senso di un'opportunità che ci veniva offerta, sentivamo di agire in uno scenario più ampio, avvertivamo che tante barriere sarebbero state abbattute, anche con riferimento all'impegno ambientale.

Le parole che il nostro Papa Francesco il 19 marzo ha usato nell'omelia della Messa per l'inizio del suo pontificato sono in questa linea, nell'invito a tutti gli uomini di buona volontà di essere <<custodi della creazione, del disegno di Dio iscritto nella natura, dell'altro e dell'ambiente>>.

Il Concilio è stato innanzi tutto – per usare le parole di Paolo VI – una sorgente dalla quale scaturisce un fiume; <<la sorgente può essere lontana, la corrente del fiume ci segue>> perché <<il Concilio lascia qualche cosa dietro di sé che dura e continua ad agire>>.

Personalmente sono convinto che senza il Concilio non avremmo avuto il grande papa Giovanni Paolo Magno, e poi Benedetto XVI e il nostro Francesco, e la Chiesa avrebbe avuto una dimensione più provinciale e meno ecumenica.

Tornano in mente le straordinarie parole della costituzione “Apostolicam Actuositatem”, che appaiono attualissime: <<I giovani esercitano un influsso di somma importanza sulla società odierna. Le circostanze della loro vita, le mentalità e gli stessi rapporti con la propria famiglia sono grandemente mutati. Essi passano spesso troppo rapidamente ad una nuova condizione sociale ed economica. Mentre cresce sempre di più la loro importanza sociale ed anche politica, appaiono quasi impari ad affrontare adeguatamente i loro nuovi compiti>>.

L'8 dicembre 1965, Paolo VI trasmetteva l'ultimo messaggio del Concilio, indirizzandolo ai Giovani, veri destinatari ultimi della <<revisione di vita>> che la Chiesa aveva avviato accendendo la luce che doveva rischiarare l'avvenire: << Perché siete voi che raccoglierete la fiaccola dalle mani dei vostri padri e vivrete nel mondo nel momento delle più gigantesche trasformazioni della sua storia. Siete voi che, raccogliendo il meglio dell'esempio e dell'insegnamento dei vostri genitori e dei vostri maestri, formerete la società di domani: voi vi salverete o perirete con essa. Lottate contro ogni egoismo. Rifiutate, di dar libero corso agli istinti della violenza e dell'odio, che generano le guerre e il loro triste corteo di miserie. Siate: generosi, puri, rispettosi, sinceri. E costruite nell'entusiasmo un mondo migliore di quello attuale>>.

A distanza di quasi cinquanta anni quelle parole emozionano ancora, anche se resta forte l'impressione di tante occasioni perdute, di tante premesse rimaste solo virtuali, di tanti impegni non mantenuti, di tanti tradimenti da parte di ciascuno di noi e di tutti.

Buona Pasqua ai nostri carissimi studenti e a tutti noi, con un grazie a Padre Marco Angioni ed a Tonino Delogu per quello che hanno fatto d’intesa con Padre Paolo e un augurio affettuoso di buon lavoro a Francesco Soddu ed ai componenti la Consulta della Cappellania Universitaria.