Incontro mondiale delle religioni Galtellì, 17 novembre 2013.

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Scritto da Administrator | 18 Novembre 2013

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Intervento di Attilio Mastino
Rettore dell’Università di Sassari
Incontro mondiale delle religioni
Galtellì, 17 novembre 2013.

Autorità, cari ospiti,

sono grato ad Angelino Roych presidente del Comitato Los Milagros di Galtellì, amico da antica data, per questo invito che a distanza di un anno  mi riporta in questa chiesa del SS. Crocifisso, per questo straordinario incontro mondiale delle religioni in un prospettiva di dialogo e di comuni istanze a favore dell’umanità, nel quadro della Conferenza mondiale permanente delle religioni per l’umanità e la pace. Porto il saluto anche del collega Rettore dell’Università di Cagliari prof. Giovanni Melis, che appezza la ventennale attività della Commissione paritetica interparlamentare per i rapporti tra Cultura e politica, indirizzata all’incontro tra i grandi valori esistenziali e culturali della realtà della persona umana. Grazie al suo presidente Demetrio Marco De Luca.

Qualche settimana fa ho parlato a Cagliari alla presenza di Papa Bergoglio e ho ricordato brevemente la storia della nostra Università, partendo da quel 10 luglio 1612, quattrocento anni fa,  quando  un Generale della Compagnia di Gesù Claudio Acquaviva autorizzò il rettore del collegio turritano fondato cinquanta anni prima  (poi riconosciuto come università di diritto pontificio) a conferire i gradi accademici di <<bachiller, licenciado y doctor>>.  Negli stessi anni nasceva anche l’Università di Cagliari.

Ma il 1612 è esattamente l’anno del miracolo del crocifisso dell’antica diocesi di Galtellì avvenuto più precisamente solo qualche settimana prima, in quel 29 aprile 1612, quando il  simulacro di Gesù davanti a centinaia di persone trasudò sangue, il volto e il corpo ligneo assunsero sembianze umane, ricordandoci che il messaggio evangelico è soprattutto indirizzato all’uomo.

Va detto che questo episodio va collocato nella storia barocca del Seicento spagnolo, animato a Cagliari e a Poro Torres dalle accanite ricerche dei corpi santi e dei martiri testimoni della fede. E’ stato mons. Ottorino Alberti a ricostruire  con grande dettaglio partendo dall’Archivio arcivescovile di Cagliari nel libro Il Cristo di Galtellì, questo evento, che Mons. Mosé Marcia più di recente ha celebrato con il Iubilaeum Christi Galtellinense momento alto di riflessione, ricco di indulgenze pontificie, soprattutto di riflessione sull’uomo, collocto al centro della creazione.

Per un paradosso, la coincidenza della nascita delle Università in Sardegna e il miracolo di Galtellì è il punto di incontro di due storie lunghe, nel momento in cui si sviluppano le grandi tradizioni di pietà popolare, in un’isola aperta sul Mediterraneo e collocata al crocevia tra Europa cristiana e Africa islamica, un’isola ricca di esperienze e di contatti diversi: il culto di origine greco-bizantina della processione del 15 di agosto della Madonna domiente (Koimesis) insieme a quelli dedicati a santi del menologio greco (S. Costantino imperatore, Santi Cosma e Damiano, Sant’Antioco, la Madonna d’Itria, ecc.), ancora le barocche processioni penitenziali della Settimana Santa di tradizione iberica. Proprio alla metà di agosto attraverso i Gremi iniziò a svilupparsi a Sassari dal Seicento la festa dei Candelieri, che abbiamo celebrato anche quest’anno in onore di Maria di Betlem, quando per un momento si sono incontrate quattro storie lunghe, quattro storie parallele, la storia della chiesa, la storia dell’Università, la storia della città di Sassari e la storia della Sardegna. Una tradizione religiosa imperniata sul culto della Madonna, rinnovato nei momenti di crisi: i Gremi scioglievano il voto dopo una pestilenza e lo facevano gioiosamente, riprendendo le più antiche tradizioni pisane.

Oggi siamo qui però per un evento più alto, per un incontro mondiale delle religioni, in dialogo per l’umanità e non possiamo non ricordare l’invito che il Presidente Napolitano ha rivolto laicamente nei giorni scorsi, quello di combattere i dogmatismi, di liberare ovunque le energie morali, di promuovere il dialogo interreligioso, di favorire la cultura dell’incontro. Eppure non dobbiamo rinunciare alla storia di ciascuno e di tutti, dobbiamo partire dalla nostra identità profonda, senza dimenticare le distanze che pure esistono, visto che ereditiamo secoli di elaborazioni di processi culturali, di riflessioni, di rivelazioni.  Anche di scontri, se pensiamo alle migliaia di religiosi che hanno pagato con la vita il proprio impegno e la propria fede.

A rileggere oggi il saggio di un secolo fa su L’origine dell’idea di Dio del missionario austriaco Wilhelmen Schmidt siamo portati a ripensare alle forme diverse che la rivelazione ha assunto nel tempo e nello spazio: <<In complesso le informazioni che ci vengono dagli stessi conoscitori delle religioni più antiche, decisamente non sono in favore dell’affermazione che siano state create dall’uomo che cerca e indaga, né a questo accennano mai esplicitamente. Tutte le loro risposte positive sono al contrario in favore della rivelazione divina: è Dio stesso che ha insegnato agli uomini ciò che devono credere di lui, come lo devono onorare e ciò che debbono osservare come espressione della sua volontà>> (vd. Der Ursprung des Gottesidee del 1935):

Oggi abbiamo una percezione ancora più netta della complessità della storia dell’uomo. Sono passati più di 10 anni da quell’11 settembre 2001 che segnò drammaticamente una cesura epocale: il tema è allora quello della difficile conciliazione tra identità differenti, anche alla luce di veri e propri conflitti di civiltà stimolati da una distorta idea di religione fondata sull’aggressività e sul fanatismo e anche da forti correnti di intolleranza strumentalmente alimentate in Europa. Ma come dimenticare in passato la shoah che ha travolto gli ebrei, i nostri fratelli maggiori nella fede; oppure oggi i disagi che anche ai nostri giorni caratterizzano gli spostamenti dei tanti immigrati africani che spesso clandestinamente si muovono su imbarcazioni pericolose e instabili dalla riva Sud del Mediterraneo verso un’Europa scintillante e desiderata, ma anche insensibile e incapace di accogliere l’altro.

Siamo di fronte ad una nuova fase della storia del mondo, che non può essere solo quella del meticciamento e del biculturalismo, del relativismo e della globalizzazione che spegne ogni diversità e ogni differenza, che riduce il valore di ciascuno. Da archeologo e storico dell’antichità mi sento di dire che il recupero corretto della memoria del passato è allora il tema vero che abbiamo di fronte, una solidissima base su cui costruire un futuro fondato sul rispetto reciproco.

Ho scritto recentemente un articolo sul tema della Resurrezione, partendo dalle iscrizioni paleocristiane, tornando indietro alla Bibbia e procedendo in avanti attraverso il Corano, scoprendo una continuità che mi sembra rappresenti un valore da promuovere e da sviluppare, anche per lo scarso interesse dei custodi delle diverse ortodossie religiose a documentarsi sugli altri.

Possiamo partire addirittura dai precedenti pagani e scritturistici, ma nel Corano il riferimento alla risurrezione della carne è frequente: torna il concetto di giorno della risurrezione (p.es. Sura XI, 100), ultimo giorno (II,8), giorno estremo (IIII, 114, XXIX, 36), Ora (p.es. VI, 40; VII, 186ss; XV, 85; XXII, 1ss), giudizio universale (VI, 14; XV, 35; LI, 6, ecc.), giorno della Riunione (XLII, 6) o della Discriminazione (fasl): allora le stelle si spegneranno ed il cielo si spaccherà, i monti si sfasceranno (LXXVII, 7) e verrà soffiato nel Corno (VI, 73), sarà dato fiato alle trombe (XVIII, 100), si udrà il Grido (L, 42) e saranno usate le bilance ed i registri per la Resa dei Conti (XIV, 40). Secondo la 43° Sura dedicata ai precedenti inviati, Mosè e Gesù si precisa che Gesù è certezza dell’avvento dell’Ora., Cristo tonerà sulla terra alla vigilia della fine del mondo e e così egli costituirà, come suona letteralmente il testo, una scienza per l’Ora (XLIII, 61), quando risorgeranno i peccatori con gli occhi azzurri ed i visi neri destinati al fuoco eterno gettati verso la Geenna e l’inferno (giahîm), come bestiame verso l’abbeverata (XIX, 87) e risorgeranno anche i giusti (siddîq), i timorati, i martiri (shahîd), che dimoreranno in eterno in Paradiso (p.es. II, 81s; LVII, 13).  Anche nel Corano, l’episodio di Giona ingoiato da un cetaceo è riconosciuto come simbolo della resurrezione (XXXVII, 139 ss).

Qui a Galtellì, davanti al Crocifisso che ha sudato sangue, non possiamo dimenticare che le iscrizioni paleocristiane ricordano il ruolo di Cristo al momento della resurrezione, un ruolo che dal Vecchio Testamento è trasferito nel Nuovo Testamento ed addirittura nel Corano, se è vero che anche per i musulmani nell’ultimo giorno Gesù tornerà sulla terra alla vigilia della fine del mondo (XLIII, 61). Del resto per il Corano Gesù, col permesso del Signore, era stato in grado di far uscire i morti dalla tomba (V, 110); allo stesso modo il Signore come ha creato la vita potrà far risuscitare i morti (VII, 56; XVII, 51; XXX,50) e sono da respingere le perplessità degli increduli (L, 2ss).

Il Paradiso è immaginato dai primi cristiani come luogo luminoso di gloria e di felicità: un’immagine ben diversa da quella, decisamente più articolata, contenuta nel Corano.  La buona novella annunciata dal Profeta riguarda la salvezza (furqân) ed il premio per i Credenti, per i quali vi saranno nella dimora della salute (dâr as-salâm) cioè nel Paradiso (Firdaws), i giardini della delizia e del soggiorno ospitale, orti con pergolati irrigati da fiumi che scorrono sotto i loro alberi con frutti abbondanti, presso la sorgente chiamata Salsabîl» (LXXVI, 13ss).

Forse allora occorre conoscerci di più e occorre studiare di più. A 50 anni dal Concilio, evento di profezia e di resurrezione, Papa Francesco sta profondamente rinnovando la Chiesa: a Cagliari poche settimane fa ci ha raccontato la crisi di oggi come assenza di istruzione e di conoscenza, interpretandola anche come possibile opportunità verso un mondo nuovo: <<Penso non solo che ci sia una strada da percorrere, ma che proprio il momento storico che viviamo ci spinga a cercare e trovare vie di speranza, che aprano orizzonti nuovi alla nostra società>>. Il Papa ritiene che il ruolo dell’Università sia prezioso, come luogo di elaborazione e trasmissione del sapere, di formazione alla “sapienza” nel senso più profondo del termine, di educazione integrale della persona.. L’Università come luogo del discernimento, in cui si elabora la cultura della prossimità, la cultura della vicinanza, come luogo di formazione alla solidarietà, in cui si promuove, si insegna, si vive questa cultura del dialogo, che non livella indiscriminatamente differenze e pluralismi - uno dei rischi della globalizzazione è questo -, e neppure li estremizza facendoli diventare motivo di scontro, ma apre al confronto costruttivo. Questo significa comprendere e valorizzare le ricchezze dell’altro, considerandolo non con indifferenza o con timore, ma come fattore di crescita.  Non c’è futuro per nessun paese, per nessuna società, per il nostro mondo, se non sapremo essere tutti più solidali. Solidarietà quindi come modo di fare la storia, come ambito vitale in cui i conflitti, le tensioni, anche gli opposti raggiungono un’armonia che genera vita>>.

Parole che mi pare possano essere declinate oggi anche laicamente e rappresentare la vocazione alla formazione e alla ricerca propria della scuola e dell’università pubblica, entrambe libere da condizionamenti, rispettose del pluralismo, attente al futuro dell’umanità.

Uno scrittore laico, Umberto Eco ha recentemente osservato: <<Negli ultimi novecento anni, le Università sono state artefici dei capitoli più creativi nella storia della cultura occidentale. Nel tumulto del mondo odierno, gli unici luoghi del silenzio, accanto alle sedi di meditazione religiosa, restano le università. Sono ancora fra i pochi luoghi in cui è possibile un confronto razionale fra diverse visioni del mondo. L’università è ancora il luogo in cui sono possibili confronti e discussioni, idee migliori per un mondo migliore, il rafforzamento e la difesa di valori fondativi universali, non ordinati negli scaffali di una biblioteca, ma diffusi e propagati con ogni mezzo possibile>>.

Sono qui per dire che vogliamo essere una Forza di Pace in un mondo che diventa sempre più virtuale: perché è necessario che le persone si incontrino ancora faccia a faccia, giovani e studiosi possano capire quanto il progresso del sapere abbia bisogno di identità umane reali, e non virtuali.

Tutti insieme dobbiamo assumere la responsabilità di riconoscere i valori positivi, la sacralità della vita, la necessità che gli uomini di buona volontà  riconoscano la propria dignità e sappiano di esser stati scelti come <<custodi della creazione, custodi del disegno di Dio iscritto nella natura, custodi dell'altro e custodi dell'ambiente>>. Sono ancora parola di Papa Bergoglio, pronunciate il 19 marzo nell'omelia della Messa per l'inizio del suo pontificato, con una prospettiva che va ben oltre l’hortus conclusus dei cattolici o dei cristiani.

Incontri ecumenici come questo di Galtellì aprono una prospettiva indirizzata verso il comune fine della trascendenza: e questo significa realizzare la prospettiva agostiniana, indirizzata ad ottenere la grazia in quanto beneficio concesso da Dio agli uomini di buona volontà.

Colgo l’occasione per offrire al Comitato organizzatore di questo incontro il sigillo storico della nostra Università, che consegno nelle mani di Angelino Roych.