Leggi gli ultimi articoli

Il diploma militare del marinaio poi legionario di Anela

image_pdfimage_print

La ferocia dell’imperatore Galba e i marinai sardi divenuti legionari:  Ursaris ad Anela  

Il diploma di Anela in riva destra della seconda vallata del Tirso, conservato presso il Museo archeologico Nazionale di Sassari (collezione Spano) (CIL X 7891 = XVI 3) ci informa sulla fortunata vicenda del marinaio della flotta di Miseno, il sardo Ursaris figlio di Tornalis, trasferito dal porto militare a Roma e arruolato come fante nella legione I adiutrice da Nerone, nel tentativo dell’ultimo dei Giulio-Claudi di bloccare i pronunciamenti militari che si andavano drammaticamente manifestando in varie parti dell’impero e che si sarebbero conclusi con il suicidio del principe e l’avvio di una guerra civile alla quale avrebbero partecipato Galba, Otone e Vitellio. Infine Vespasiano.

Il classiario, peregrino originario della Barbaria Sarda (sul Tirso), aveva lasciato apparentemente senza rimpianti la flotta da guerra distaccata a Miseno ed era stato arruolato, ancora privo della cittadinanza, in una legione costituita da Nerone senza essere in possesso dei requisiti minimi per diventare legionario, in particolare la cittadinanza romana: Nerone si uccise poche settimane dopo la nascita della legione (il 9 giugno 68). Chiamato a Roma dalla Spagna Tarraconense, il proconsole Servio Sulpicio Galba arrivò nell’ottobre 68 e si trovò di fronte ad una rivolta degli ex marinai che Nerone aveva promosso alla condizione di legionari.

Scrive Plutarco, Vita di Galba, 15: <<Quando, avanzando verso Roma (dalla Spagna), (Galba) ne era lontano circa 25 stadi (4 km) [pensiamo sulla via Aurelia], si trovò nel disordine di un tumulto di marinai, che occupavano la strada e gli si affollavano intorno da ogni lato. Costoro erano quelli che Nerone, riunendoli in una sola legione, aveva trasformato in soldati: poiché in quel momento non era possibile far confermare il loro servizio militare, a quelli che venivano essi non permettevano né di farsi vedere né di essere ascoltati dall’imperatore, ma tumultuavano a gran voce, chiedendo per la loro legione le insegne e un posto per il campo. Galba cercava di prendere tempo e li invitò a incontrarlo più tardi, ma essi, dicendo che il rinvio equivaleva ad un diniego, si sdegnarono e lo seguirono senza risparmiare le grida. Alcuni sguainarono anche le spade e allora Galba ordinò alla cavalleria di caricarli: nessuno di loro resistette, ma furono tutti annientati, alcuni travolti immediatamente, mentre altri fuggivano. Questo episodio costituì un auspicio non propizio né fausto per l‘ingresso di Galba in città, che avveniva con una pesante strage e in mezzo a tanti cadaveri. Però anche se prima qualcuno lo disprezzava perché appariva debole e vecchio, allora divenne per tuti uno che incuteva raccapriccio e timore>>.

Non tutti i marinai divenuti legionari morirono: il nostro Ursaris riuscì a non essere coinvolto nei tumulti o comunque scampò all’eccidio dei suoi commilitoni alle porte di Roma. Due mesi dopo, il 21 dicembre 68 d.C., veniva congedato in quanto veterano della legione I Adiutrice ottenendo la cittadinanza per sé, per la moglie ed i figli: è sicuro che il padre Tornalis era un peregrino con nome paleosardo, mentre Ursaris divenne cittadino romano dopo il congedo forse col gentilizio imperiale Sulpicius; il marinaio portava un nome unico anch’esso paleosardo, che però ricorda la parola latina Ursus (vedi Ursi promunturium, oggi Capo d’orso). Tra i testimoni del diploma, estratto dalla legge esposta a Roma in Campidoglio presso l’altare della gens Iulia, figurano un veterano della stessa legione (Marco Emilio Capitone), sette Caralitani e un Sulcitano residenti a Roma. Poche settimane dopo l’imperatore veniva assassinato, il 15 gennaio 69, mentre (Sulpicius) Ursaris tornava in Barbagia ormai privato cittadino, con la qualifica di veterano (CIL X 7891, AE 1983, 451). A sostituire Galba fu chiamato Marco Salvio Otone, l’amico di Nerone, primo marito di Poppea Sabina: lasciata dopo dieci lunghi anni la Lusitania (il Portogallo), aveva sostenuto nei primi mesi il suo collega proconsole di Tarraconense. Otone, il nuovo Nerone, chiamò al consolato anche il fratello Lucio Tiziano, per il primo bimestre del 69; il I marzo entrarono in carica i nuovi consoli Lucio Verginio Rufo e Lucio Pompeo Vopisco, i cui nomi non erano ancora conosciuti in Sardegna a causa della chiusura dei collegamenti marittimi in periodi di mare clausum. È per questa ragione che il 13 marzo nella sentenza del proconsole della Sardegna compare il consolato ordinario del solo Otone (senza collega), rimasto nella sentenza trascritta su bronzo a Carales dallo scriba del questore il 18 successivo (la nostra Tavola di Esterzili).

Clauidio Farre in EDR 144716

〈:tab I extrisencus〉
Ser(vius) Galba Imperator Caesar Aug(ustus), pon(tifex)
max(imus), trib(unicia) {pot} potestat(e), co(n)s(ul) design(atus) II,
veteranis qui militaverunt in legione I
Adiutrice, honestam missionem et civi=
5 tatem dedit quorum nomin̂a subscripta
sunt ipsis liberis posterisque eorum
et conubium cum uxoribus, quas tunc
habuissent, cum est civitas iis data,
aut, siqui caelibes essent, cum iis
10 quas postea duxissent dumtaxat
singuli singulas. Ante diem XI K(alendas) Ian(uarias),
C(aio) Bellico Nâtâle, P(ublio), Cornelio Scipione Asiatico co(n)s(ulibus).
tab(ula) II, pag(ina) V, loc(o) XVIII,
Ursari Tornalis f(ilio) Sardo,
15 descriptum et recognitum ex tabula
aenea quae fixa est Romae in Capitolio
ad aram gentis Iuliae latere dextro

〈:tab II extrisencus〉
D(ecimi) Alari Pontificalis Caralitani
M(arci) Slavi Putiolani Caralitani
C(ai) Iuli Enecionis Sulcitani
L(uci) Graecini Felicis Caralitani
5 C(ai) Herenni Fausti Caralitani
C(ai) Caisi Victoris Caralitani
M(arci) Aemili Capitonis vet(erani) leg(ionis) I Ad=
iutric(is)
C(ai) Oclati Macri Caralitani
10 L(uci) Valeri Hermae Caralitani

〈:tab I intus〉
Ser(vius) Galba Imperator Caesar Aug(ustus), ponti(fex)
max(imus), tribunicia potest(ate), co(n)s(ul) desig(natus) II,
veteranis qui militaverunt in legione
I Adiutrice, honestam missionem et
5 civitatem dedit ipsis liberis posteris=
que eorum et conubium cum uxori=
bus, quas tunc habuissent cum est ci=
vitas iis data, aut siqui caelibes essent,
cum iis quas postea duxissent dum=
10 taxat singuli singulas ante
diem XI K(alendas) Ianuar(ias)

〈:tab II intus〉
C(aio) Bellico Natale, P(ublio) Cornelio Scipione
Asiatico co(n)s(ulibus),
tab(ula) II, pag(ina) V, loc(o) 〈:XVIII〉,
Ursari Tornalis f(ilio) Sard(o),
5 descriptum et recognitum ex tabula
aenea quae fixa est Romae in Capitolio
ad ara gentis Iuliae latere dextro

Bibliografia minima

S. Panciera, Di un sardo con troppi diplomi, Ursaris Tornalis filius e di altri diplomi romani, in Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 325-340.

L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, p. 590, nota 39.

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 25-30 n. ANE001

A. Mastino, Il Barbaricum nella Sardegna romana: omaggio al Princeps Daciae Ioan Piso, in Studia epigraphica et historica in honorem Ioannis Pisonis, Herausgegeben vonLucrețiu Mihailescu-Bîrliba, Radu Ardevan, Rada Varga, Florian Matei-Popescu und Ovidiu Țentea, Philippika, Altertumswissenschaftliche Abhandlungen Contributions to the Study of Ancient World Cultures Herausgegeben von/Edited by Joachim Hengstl, Andrea Jördens,Torsten Mattern, Robert Rollinger,Kai Ruffing, Orell Witthuhn, 181, Harrassowitz Verlag . Wiesbaden 2024, pp. 155-190.

Eutanasia e buona morte in Sardegna romana

image_pdfimage_print

Viduus, un dio della buona morte in Sardegna

DaSanluri, al margine dell’antico ager Caralitanus, proviene un’iscrizione, incisa su un plinto di colonna marmorea, con la dedica al dio Viduus, un’arcaica divinità nota unicamente attraverso questa testimonianza e i riferimenti presenti negli apologisti cristiani Cipriano e Lattanzio. La dedica è posta dal liberto del municipio di Carales, C. Iulius Felicio, si suppone per ringraziare il dio di aver abbreviato, con il sopraggiungere di una morte liberatoria, un proprio congiunto dalle sofferenze di una malattia; al contempo il liberto provvide ad ampliare il luogo intitolato al dio all’interno di una necropoli imperiale, collocata al margine estremo del municipio di Carales (CIL X 7844). Un recinto di cui, ad oggi, non sono note le dimensioni e le caratteristiche. Viduus aveva la funzione di separare l’anima dal corpo, la sua fisionomia divina era quella di un dio funzionale che agiva in uno dei momenti di crisi dell’individuo, quello della morte, e si affiancava ad altre divinità preposte, ciascuna con un compito specifico, alla cura del moribondo: Caeculus per chiudere gli occhi al defunto e privarlo del senso primario della vista, Orbona dea tra vita e morte che poteva provocare il decesso per malattia dei bambini ma allo stesso tempo era vicina ai genitori che avessero subito la perdita di un figlio, favorendo le nuove nascite, Nenia protettrice delle lamentazioni funebri e uno degli epiteti attribuiti alla morte stessa, Libitina dea dei funera e delle sepolture. Tali divinità erano presenti negli elenchi contenuti nei libri in uso ai pontefici, alle vestali e ai magistrati necessari per preservare da errori formali nella pronunzia dei nomi delle singole divinità e nella correttezza delle preghiere che avrebbero compromesso la regolarità dei riti e di conseguenza la pax deorum.

Bibliografia minima

P. Ruggeri, Un arcaico culto funerario in Sardegna: la dedica al dio Viduus al margine del territorio del municipio di Karales, in Antiquitas, Studi in onore di Salvatore Alessandrì, a cura di M. Lombardo e C. Marangio, Galatina 2011, pp. 293-303.

A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publihing limited, 2025.

A. Mastino,  Sardinia in the Roman World until Constantine, Cambridge Scholars Publihing limited, 2026.

Giove: Iupiter – Iupiter Optimus Maximus nella Sardegna romana

image_pdfimage_print

La presenza di Giove-Iupiter in Sardegna rimonta al periodo successivo all’occupazione romana. Da Bidonì nel Barigadu in vetta al Monti Onnarìu, sulla riva sinistra del Tirso, proviene un importante documento epigrafico che riporta una dedica a Giove. Qui dovette sorgere un tempio intitolato al dio capitolino di cui ad oggi rimangono visibili solo le fondazioni, come testimonia un altare collocato nell’area antistante il luogo di culto, secondo la comune disposizione dei templi romani. L’altare di forma parallelepida utilizzato dal sacerdote per i sacrifici reca due iscrizioni incise sui lati brevi il cui testo conferma la dedica del luogo di culto a Giove: dei Iovis da intendersi come (ara) dei Iovis. Si è ipotizzato che la costruzione di questo luogo di culto sulla sommità del Monti Onnarìu e dunque in una posizione di confine tra i territori barbaricini e l’area romanizzata, avesse una funzione di controllo e di affermazione del potere politico romano, forse a seguito di una vittoria e di un trionfo (AE 1998, 673). Questa ipotesi appare maggiormente fondata rispetto a quella che, sulla base del confronto del graffito su frammento di ceramica con la scritta Iovi proveniente dal santuario talaiotico di Son Oms (Palma di Maiorca), ha portato a pensare che i Romani nelle Baleari e in Sardegna avessero reinterpretato il culto di una divinità tauromorfa identificandola con Giove. Più specificamente alle operazioni militari della fine del II secolo a.C. andrebbe riferita la dedica sul monte di Santa Sofia di Laconi nella Barbaria: il testo riguarderebbe la spedizione del propretore Tito Albucio, il quale celebrò in Sardinia forse nel 106 a.C. un vero e proprio trionfo sui Sardi (Cicerone, de prov. cons. 7, 15; in Pisonem 92).

Il Giove istituzionale, quello capitolino, doveva essere oggetto di culto all’interno delle comunità municipalizzate della Sardegna romana e degli insediamenti sparsi sul territorio, organizzati secondo lo schema dei pagi e dei vici. Grazie ad una dedica a Giove Ottimo Massimo da parte dei Pagani Uneritani del pagus di Uneri, che proviene da Las Plassas in Marmilla, a ridosso della Giara di Gesturi -territorio che in antico faceva parte della pertica della Colonia Iulia Augusta Uselis (attuale Usellus)- abbiamo conoscenza di questa forma organizzativa del territorio in età imperiale (AE 2002, 628). I pagi e i vici istituiti probabilmente dall’epoca di Augusto erano ancora attivi, in quanto articolazioni del territorio, nel IV secolo d. C., durante il dominato dell’imperatore Giuliano. In questo quadro ben si inserisce la costruzione e la dedica di un tempio a Giove Capitolino, espressione dell’adesione dei pagani Uneritani, forse non tutti cittadini romani ma incolae peregrini a differenza dei magistrati cittadini, ai modelli culturali, religiosi e amministrativi romano-imperiali: Templu[m] / I(ovis) O(ptimi) [M(aximi)] / pagani Uneritan[i imp(ensam)] / suam faciundu[m cura]/(ve)runt [—] idem[que] / dedica(ve)runt [—]. Analoga funzione istituzionale doveva avere il Giove Ottimo Massimo della triade capitolina nella dedica che proviene da Martis in Anglona (località Sa Balza). Tale funzione si affiancava all’espressione del lealismo in ambito militare all’epoca di Massimino il Trace, lo stereotipo di imperatore-soldato destinato ad un impero effimero nel III secolo d. C. (235-238). Una dedica da Martis infatti pone in primo piano la triade capitolina composta da Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva, affiancati dalla Speranza (Spes) e dalla Salute (Salus); la dedica a queste due ultime divinità rappresentava il completamento dei voti e degli auspici di vittoria e protezione per gli imperatori Massimino il Trace e suo figlio Cesare, impegnati fra il 236-237 d. C., nella campagna contro Sarmati e Daci (ELSard. p. 646 B 161). Nella dedica viene enfatizzato come motivo ricorrente quello della salvezza, dell’incolumità e del ritorno senza pericoli e vittorioso per gli imperatori, motivi che riguardano anche la loro domus divina. La Speranza e la Salute divinità funzionali, legate all’utilitas e realizzatrici delle res optandae, perdono la funzione civica che avevano assunto in tarda epoca repubblicana per divenire protettrici degli imperatori e della loro famiglia.

Parallelamente alla devozione per Giove-Iupiter nell’isolasi può considerare anche quella per Iupiter Dolichenus, il dio militare della Commagene, il cui culto si diffuse a Roma e nelle province tra il principio del II e la seconda metà del III secolo d. C. Questo culto viene generalmente inserito tra quelli orientali, sebbene nell’ambito di un’analisi delle testimonianze riguardanti Giove nell’isola sembra maggiormente congruo considerare questo attributo di Giove affiancandolo a tutte le altre testimonianze. Nella capitale dell’impero vi erano tre importanti luoghi di culto a lui dedicati (Dolocena), quelli dell’Aventino, del Celio in prossimità delle due caserme degli equites singulares Augusti, dell’Esquilino legato alla caserma della cohors II vigilum. Il profilo militare assunto dal dio in epoca imperiale come appare spesso dalla sua iconografia con corazza e mantello da imperator, non sottraggono elementi alla sua originaria rappresentazione di dio dell’Anatolia, connotata dall’ascia bipenne e fascio di folgori nelle mani, in piedi su di un toro in marcia, con indosso sul capo un berretto frigio. Tale profilo militare non impediva altresì che a lui si rivolgesse un pubblico composito, costituito anche da civili di diversa estrazione sociale. In Sardegna una dedica proveniente da Porto Torres ma trasportata ad Ossi, dove venne rinvenuta (CIL X, 7949), apre una breccia per approfondire la conoscenza su quello che potremmo definire il Giove orientale “romanizzato” che convisse parallelamente allo Iupiter Optimus Maximus, senza scalfirne la supremazia e la popolarità. La dedica sarda, frammentaria per quanto riguarda i nomi dei dedicanti, a Iupiter Sanctus Dolichenus con il voto per la vittoria di Caracalla e Geta e la sua provenienza da Turris Libisonis in realtà rientra nel quadro della diffusione dei culti orientali presso la città portuale del Nord Sardegna. Sin dalle origini la colonia di Turrismanteneva collegamenti marittimi e attività commerciali e di scambio lungo la costa tirrenica della penisola, da Ostia sino alla Campania, aree che si fecero tramite nell’isola della diffusione dei culti che venivano dall’Oriente. Per quanto concerne il Giove Dolicheno si registrò un’intensificazione in epoca severiana; gli imperatori Severi della prima fase, Settimio Severo, Caracalla, il fratello minore Geta e la madre Giulia Domna (193-217), erano particolarmente legati alle divinità di area orientale correlate all’esercito; nel caso del Giove Dolicheno vi era in più l’origine siriana, da Doliche (oggi Aintāb), in quanto l’imperatrice era originaria di Emesa proprio in Siria e figlia di un sacerdote di Baal. Ad un ambito cultuale sembra doversi ascrivere il signaculum, proveniente dal territorio di Tharros forse utilizzato per marchiare il cibo sacro, il cui testo certifica che gli oggetti marchiati da questo contrassegno saranno dedicati a Giove: dic(atus) sum Iov(i) (ELSard, p. 105, B 103).

Bibliografia minima

D. Salvi, A.L. Sanna, “Il Templum Iovis nella collina di Onnarìu a Bidonì (Oristano)”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 21, (2004), 2006, pp. 119-135.

R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, pp. 44-46

L. Fadda, R. Muscas, B.  Deligia, Bidonì. Memorie del territorio, Ghilarza 2002, pp. 26-27

R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae: studi storici e geografici sul Mediterraneo antico, Roma 2004, pp. 140-145

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 119-120, n. LAC002, pp. 49-51 n. BID003.

R. Zucca, Un altare rupestre di Iuppiter nella Barbaria sarda, in L’Africa Romana, 12, Atti del XII Convegno di studio, Olbia, 12-15 dicembre 1996, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri e Cinzia Vismara, Editrice democratica sarda, Sassari 1998, pp. 1205-1211

R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, pp. 44-46

G. Murru, R. Zucca, Frammenti epigrafici repubblicani da Laconi (Sardinia), «Epigraphica», 64, 2002, pp. 213-223; R. Zucca, Neoneli – Leunelli. Dalla civitas Barbariae all’età contemporanea, Bolotana 2003, pp. 24-26

[1]A. Mastino, Rustica plebs, id est pagi in provincia Sardinia: il santuario rurale dei Pagani Uneritani in Marmilla”, in Poikilma. Studi in onore di M.R. Cataudella in occasione del 60° compleanno, (a cura di S.M. Bianchetti, Firenze, 2001, pp. 781-814 (con un’appendice di G.i Lilliu su L’archeologia di Las Plassas, pp. 808-814).

E. Sanzi, Iupiter Dolichenus e i militari tra Celio e Esquilino, in Roma la città degli dei. La capitale dell’impero come laboratorio religioso (a cura di C. Bonnet ed E. Sanzi), Roma 2018, pp. 77-93.

DEDALO E I NURAGHI DELLA SARDEGNA

image_pdfimage_print

LA SARDEGNA NURAGICA VISTA NEI MITI ANTICHI

I nuraghi dell’età del bronzo marchiavano il paesaggio isolano modificato dall’uomo, le grandi costruzioni megalitiche, le torri a cupola, «le tholoi dalle mirabili proporzioni costruite all’arcaico modo dei Greci», che il mito riferito da Diodoro Siculo attribuiva a Dedalo, l’eroe fondatore dell’architettura greca, giunto da Creta e dalla Sicilia, costruttore in Sardegna dei nuraghi, i Daidaleia. Il mito di Norace sembra radicato sulla conoscenza che storicamente i Greci e i Fenici avevano delle migliaia di tholoi della Sardegna, che i mitografi vogliono simbolicamente costruite su impulso di Dedalo, almeno secondo Diodoro, IV, 30, 1, vista la barbarie degli isolani: <<Iolao, allora, sistemate le cose relative alla colonia e fatto venire Dedalo dalla Sicilia, eresse molte e grandi costruzioni che permangono fino ai tempi d’oggi e sono chiamate dedalee dal loro edificatore>>: siamo nell’età di Cesare. Vedi però l’anonimo autore del De mirabilibus auscultationibus, uno scritto pseudo-aristotelico forse dell’età di Adriano, che ricorda come Iolao e i Tespiadi fecero edificare costruzioni realizzate secondo «l’arcaico modo dei Greci» e tra esse edifici a volta (tholoi) di straordinarie proporzioni>>, dunque modellate con elegante simmetria, erette da Iolao figlio del gemello di Eracle Ificle. La ricerca scientifica dei nostri tempi parla delle rifunzionalizzazioni dei Daidàleia, i nuraghi, in età arcaica, nel periodo punico, romano e altomedievale, ossia nei tempi in cui gli erga pollà kai megàla contrassegnavano il paesaggio trasformato dall’uomo al tempo della fonte originaria; ma nulla era cambiato ancora all’epoca in cui scriveva Diodoro Siculo, e del resto i nuraghi marchiano il paesaggio della Sardegna persino nel nostro tempo. Parliamo di rifunzionalizzazioni al plurale, poiché i riusi del nuraghe sono variati sia sul piano diacronico, sia sul piano geografico. Essenziale è definire il punto di vista della tradizione confluita in Diodoro, ovviamente di origine siceliota (da Timeo di Tauromenio) e nel De mirabilibus auscultationibus. L’interesse per i mirabilia sardi è tipico della storiografia greca di Sicilia, come testimonia il richiamo al mito di Dedalo, che si localizza a Camico alla corte di Kokalos; in Sicilia i Palìci, figli gemelli di Zeus o del dio locale Adrano e della ninfa Talia, erano divinità ctonie protettrici della zona vulcanica della piana di Catania, che professavano l’arte degli indovini: nei pressi del tempio dove rendevano i loro oracoli e dove in epoca storica si rifugiavano gli schiavi fuggitivi sgorgavano acque sulfuree che perennemente ribollivano, come presso le Salinelle di Paternò: quando sorgeva qualche lite tra gli abitanti del luogo, si usava asseverare con giuramento i termini della controversia; e lo spergiuro era perseguitato dal castigo degli dei, la morte o la cecità. Viene alla mente il collegamento con la poco nota vicenda dei gemelli (figli di Eracle e della figlia di Tespio Prokris) Ippeus e Antileone, fondatori di Olbia, connessi alla saga di Iolao e di Dedalo in Sardegna. Allo stesso modo in Sardegna le acque termominerali servivano per guarire le fratture delle ossa, per neutralizzare l’effetto del veleno del ragno detto “solifuga” e per guarire le malattie degli occhi; ma secondo Solino servivano anche come mezzo per scoprire i ladri, i fures, in occasione di un vero e proprio giudizio ordalico: costretti al giuramento sull’accusa di furto: se essi avevano giurato in modo falso dichiarandosi innocenti, al contatto con quelle acque diventavano ciechi, mentre la vista diventava più acuta se avevano giurato il vero.

BILIOGRAFIA MINIMA

R. B. Motzo, “Norake e i Fenici”, Studi Sardi, vol. I, 1934, pp. 116-124

E. Galvagno, La Sardegna vista dalla Sicilia: Diodoro Siculo, in I miti classici e

l’isola felice, in Logos peri tes Sardous, Le fonti classiche e la Sardegna, a cura di R.

Zucca, Roma, Carocci, 2004, pp. 27-38.

I. Didu, I Greci e la Sardegna. Il mito e la storia, Cagliari 20032

E. Trudu, “Daedaleia, Nurac, Oikeseis katagheioi? Alcune note sul riutilizzo dei nuraghi nelle aree interne della Sardegna”, in ArcheoArte. Rivista elettronica di Archeologia e Arte. Ricerca e confronti 2010. Atti delle Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte a 20 anni dall’istituzione del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-artistiche dell’Università degli Studi di Cagliari (Cagliari, 1-5 marzo 2010), a cura di M.G. Arru, S. Campus, R. Cicilloni, R. Ladogana, suppl. ArcheArte, numero 1, 2012, pp. 391-405, <https://doi.org/10.4429/j.arart.2011.suppl.01>. pp. 391-405

F. Neri, Dedalo, i “Daidaleia” e Aristeo: considerazioni sulla presenza mitica di Dedalo in Sardegna, «Annali dell’Istituto italiano per gli studi storici», XIX, 2002 (2005), pp. 21-46.

E. Atzeni, R. Cicilloni, S. Marini, G. Ragucci, E. Usai, Fasi finali e riutilizzo di

età storica nel Nuraghe Cuccurada di Mogoro (OR), in Daedaleia. Le torri nuragiche

oltre l’età del Bronzo, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei,

19-21 aprile 2012), a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, in «Layers. Archeologia

Territorio Contesti», 1 (2016), pp. 9-41.

A.Mastino, Nota su Olbia arcaica: i gemelli dimenticati, in Ministero peri Beni e le attività culturali, Bollettino di archeologia online, volume speciale, XVII, 2010, www.beniculturali.it/bao, pp. 1-7.

F. Chiai, Sul valore storico della tradizione dei Daidaleia in Sardegna (A proposito dei rapporti tra la Sardegna e i Greci in età arcaica), in Logos peri tes Sardous, cit., pp. 112-12

A.Mastino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo

Gli dei del bosco in Sardegna

image_pdfimage_print

Gli dei del bosco a Sorabile, la Fonni romana: Diana e Silvano, la Barbaria e l’economia della selva a mille metri di altitudine

In piena Barbaria, l’area dove sorge l’attuale Fonni nella Barbagia di Ollollai in epoca romana era scarsamente urbanizzata e coperta da fitti boschi: essa era resa raggiungibile da una strada interna denominata aliud iter ab Ulbia Caralis che toccava, sul versante occidentale, il Gennargentu a novecento metri di altezza. Qui nell’antica Sorabile (oggi Sorovile alla periferia di Fonni) un bosco, il Nemus Sorabense, assunse caratteristiche simili a quelle dei boschi sacri della Penisola e del limes renano-danubiano, divenendo un luogo di culto e di devozione capace di “federare” o di rappresentare un punto di incontro a livello religioso per le popolazioni del luogo, unite nella venerazione a Diana e Silvano. In questo senso si dispone di una testimonianza puntuale risalente con tutta probabilità alla seconda metà del II secolo d.C. che fornisce informazioni sul toponimo Nemus Sorabense ma anche sulle divinità oggetto del culto, Diana e Silvano, entrambe collegate con funzioni simili ma diversificate ai boschi, alla vegetazione, alla natura selvaggia (AE 1992, 891). Si tratta di una dedica posta dal procuratore e prefetto della provincia C. Ulpius Severus: presso Sorabile (Fonni) esisteva dunque un bosco sacro il Nemus Sorabense dove si tributava, forse presso un sacello, un culto per una dea e un dio che parevano ben adattarsi alla morfologia del territorio, alle sue caratteristiche economiche e culturali e al suo popolamento. Pur se non si ha certezza che il luogo di culto all’interno del Nemus Sorabense fosse erede di una tradizione religiosa più antica – presso il Monte Spada, difatti, sorgeva un antico santuario nuragico- pare possibile che qui convergessero, nelle occasioni rituali, le civitates sarde confinanti dei Celes(itani) e dei Cusin(itani), note anche da Tolomeo, unite nella venerazione per Diana e per Silvano, protettori della natura incolta e selvaggia. Le popolazioni delle due civitates, separate da una linea catastale -come attesta, insieme ad altri, il cippo di confine rinvenuto a Turunele (Fonni), inscritto sulle due facce a separare i Celes(…) e i Cusin(…)-, vivevano nel cuore del territorio delle civitates Barbariae (CIL X 7889). L’economia di questi luoghi oltre che dalla pastorizia, dall’allevamento del bestiame e dai derivati dal latte, il formaggio anzitutto, doveva reggersi sulla cosiddetta “economia della selva”, ben nota per essere stata oggetto ormai in anni lontani, di approfondimenti relativi ad alcune aree dell’Italia meridionale[1]. Si è ipotizzato che Sorabile fosseuna statio, fondata in epoca traianea, alla quale andrebbero riferiti alcuni resti archeologici scoperti già dall’Ottocento; questo contesto insediativo e funzionale alla penetrazione romana della Barbaria nel II secolo d. C., unito a ritrovamenti monetali, ha fatto supporre contatti tra negotiatores e abitanti delle civitates Barbariae e nello specifico dei Celes(itani) e dei Cusin(itani). All’interno di un quadro di tal genere si comprende ancor meglio la devozione per Diana e Silvano presso il Nemus Sorabense. La Diana venerata a Roma era di origine latina, protettrice della lingua latina, una dea lunare che, prima della costruzione di un tempio a lei dedicato sull’Aventino a Roma promossa da Servio Tullio, ebbe il proprio culto nell’epiclesi Diana Nemorensis presso il bosco di Nemi, ad Aricia, celebrato dal rex nemorensis, il re-schiavo-sacerdote, la cui successione avveniva attraverso un omicidio rituale da parte di un pretendente più giovane: in questa veste Diana possedeva caratteristiche simili alle grandi dee mediterranee; la dea venne successivamente inserita nel sistema di relazioni religiose romane e affiancata ad altre divinità apparentemente eccentriche rispetto ai suoi contenuti religiosi (Vortumno, Fortuna Equestre, le Camene, Castore e Polluce, Eracle Vincitore) come attestano diversi calendari festivi nel giorno tradizionalmente dedicato ai riti di Diana, il 13 agosto.  Silvano veniva assimilato a Fauno, il dio rappresentato nudo, espressione della natura selvaggia e primordiale e dell’ager Romanus non ancora soggetto alle procedure di divisione del suolo attraverso la centuriazione, sebbene Silvano fosse anche il dio della campagna coltivata, protettore dei contadini e “inventore” dei cippi di confine a separazione delle singole proprietà. Il culto di Silvano-Fauno tra la fine del I secolo d. C. e l’età di Traiano ebbe una diffusione notevole in alcune province dell’impero come quelle dalmate e danubiane e ad oggi si può affermare anche in Sardegna. Proprio Traiano attraverso i suoi governatori incrementò un importante processo di urbanizzazione in Sardegna con la creazione di Forum Traiani presso le antiche Aquae Ypsitanae, nel territorio degli Ipsitani e delle civitates Barbariae. A proposito delle province dalmate ad esempio si ritiene che il culto di Silvano fosse utilizzato come manifestazione d’identità di alcuni gruppi locali non urbanizzati che arrivavano ad integrare le tradizioni locali con la declinazione romana di Silvano-Fauno ai fini dell’inclusione di quegli stessi gruppi nel mondo “globale” dell’impero. In Dacia e nelle province danubiane furono le successive campagne di Traiano tra il 101-102 e il 105-106, in particolare quest’ultima, a favorire l’introduzione del culto di Diana e Silvano che paiono aver avuto profili del tutto romani senza risentire di fenomeni assimilativi.

In Sardegna uno studio recente ha valorizzato il tema della lunga durata del culto di Silvano presente nell’isola e in particolare a Sorabile, che traspare nei suoi continuatori romanzi a partire da Silvana/Selvana, la strega vampiro (sùrbile), temibile per gli infanti o i bambini nei primi anni di vita, alla quale si rivolgevano scongiuri che dovevano essere recitati dalle madri. Di essi rimane attestazione in alcuni paesi sardi come Siligo e Siniscola -per l’Ottocento e gli anni quaranta del secolo scorso- in formule ritmiche di scongiuro. Silvana/Selvana avrebbe assorbito la fisionomia del Silvanus notturno e dai tratti spaventosi, più vicino agli dei funzionali arcaici della religione romana, soprattutto per quanto riguarda l’assimilazione con Fauno, tant’è che Agostino lo considera immondo al pari di altre divinità della medesima sorta e pericoloso per la pudicizia delle donne con le quali avrebbe avuto la capacità di unirsi carnalmente (civ. 15, 23); il contatto con le Diane (in logudorese Janas, alcune maistas, magistrae) appare del resto molto significativo. Resta da studiare il capitolo relativo alle guaritrici con specifiche competenze magico-curative relative alla sanatio, ottenuta attraverso pozioni preparate con erbe del bosco, una pratica ben descritta dagli antropologi ancora nella Sardegna moderna. L’onomastica isolana documenta ripetutamente il nome teoforico Silvanus e Silvana.

PRIMO INQUADRAMENTO

A. Taramelli, Fonni (Nuoro). Iscrizione votiva a Silvano, della foresta Sorrabense, rinvenuta entro l’abitato, «NSA», pp. 319-323

L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, pp. 571-594.

E. Trudu, “Sacrum Barbariae: attestazioni cultuali nelle aree interne della Sardegna in epoca romana”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 217-236 (Archaeologica, 169).

G. Strinna, Una sopravvivenza sarda di Silvano e un passo di Varrone, in L’immagine riflessa. Testi, società, culture, n. s. XXX (2021), 2 (luglio-dicembre), Alessandria 2022, pp. 43-64.

G. Strinna, Le fate eredi di Diana. La magistra e le sue sociae, in Fate, madri-amanti-streghe, a cura di S.M. Barillari, Atti del XVII Convegno internazionale (Genova-Rocca Grimalda, 16-18 settembre 2011), Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012, pp. 273-289.

A. Mastino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo


 

La scomparsa di Giovanna Sotgiu

image_pdfimage_print

Giovanna Sotgiu (1925–2026)

Con la scomparsa a cento anni d’età di Giovanna Sotgiu, l’epigrafia latina perde una delle sue figure più autorevoli nel campo degli studi sulle province romane e, in particolare, la studiosa che più di ogni altra ha contribuito, nel secondo Novecento, alla conoscenza sistematica della Sardegna romana attraverso l’analisi delle fonti epigrafiche. La sua opera scientifica, sviluppatasi lungo un arco di oltre quarant’anni a Cagliari, si distingue per rigore metodologico, continuità di interessi e profonda consapevolezza del valore storico delle iscrizioni, inserendosi a pieno titolo nella migliore tradizione dell’epigrafia classica. Formatasi in un ambiente accademico nel quale l’epigrafia costituiva uno strumento essenziale per la ricostruzione storica del mondo romano, Giovanna Sotgiu orientò sin dagli esordi la propria ricerca verso lo studio della Sardegna antica, un ambito che, nonostante l’importanza strategica dell’isola nel Mediterraneo occidentale, risultava ancora fortemente dipendente, sul piano documentario, dai volumi ottocenteschi del Corpus Inscriptionum Latinarum e dall’Ephemeris Epigraphica. L’obiettivo che guidò tutta la sua attività scientifica fu quello di superare questo stato di dipendenza, restituendo alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato, criticamente vagliato e storicamente interpretabile.

Giovanna Sotgiu ci lascia il ricordo di una vita di testimonianza, di impegno, di dedizione per gli altri: le tappe della sua carriera sono segnate dalla scuola di Bachisio Raimondo Motzo e di Piero Meloni, ma anche a Roma di Attilio Degrassi, di Gaetano De Sanctis, di Margherita Guarducci e di Guido Barbieri; e poi dalla libera docenza nel 1960, dalla nomina a primo professore ordinario di Epigrafia Latina in Italia nel 1970, infine dal riconoscimento del titolo di professore emerito deliberato dalla Facoltà alla quale apparteneva nel 2002, tappe che si accompagnano alla stima ed all’affetto con i quali l’hanno seguita tanti colleghi, tanti amici come Bruno Luiselli o Pietro Meloni, tanti allievi, tanti studenti, tanti operatori dei beni culturali in Italia e nel Maghreb, come testimoniano le pagine del volume Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda, che hanno visto la partecipazione anche di studiosi finlandesi, francesi, algerini, tunisini: testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi, riconoscimento significativo dell’autorevolezza scientifica di Giovanna Sotgiu. L’ampiezza tematica di quella miscellanea riflette con chiarezza la varietà e la profondità dell’impatto esercitato dalla sua opera, dall’epigrafia alla storia religiosa, dalla Sardegna romana alle dinamiche più generali del mondo provinciale, in particolare africano. L’opera offre una lettura storiografica complessiva del percorso scientifico della Sotgiu, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dalla studiosa nel superamento della frammentarietà documentaria e nell’inserimento della Sardegna a pieno titolo nel panorama degli studi epigrafici dell’Impero romano. In essa viene sottolineata la coerenza di un itinerario di ricerca che, a partire dalla sistemazione del corpus epigrafico, ha saputo sviluppare interpretazioni storiche di ampio respiro, fornendo un modello metodologico ancora pienamente valido. In questo senso, Cultus splendore non rappresenta soltanto un tributo personale, ma anche la testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi.  Vent’anni fa scrivevo: << Arrivata alla sua età, Giovanna Sotgiu continua ad esprimere una vitalità che ci lascia senza parole, come quando nelle torride giornate di agosto l’abbiamo vista lavorare coi suoi allievi nelle terme, nel campidoglio o nell’anfiteatro di Uthina in Tunisia: da lei abbiamo imparato non solo un metodo ed una disciplina, ma soprattutto una passione, il gusto rigoroso per l’esame diretto dei testi, l’attenzione per il territorio, per l’ambiente naturale, per i luoghi, che ci mettono in comunicazione con il passato, visto attraverso le scritture antiche, e dunque le istituzioni, la vita religiosa, i commerci, l’esercito. Così ad Antas presso il tempio del Sardus Pater ricostruito da Caracalla o sull’acropoli di Cornus nella città di Ampsicora o a Sulci (nella Collezione Giacomina), a Nora e nella Barbaria  della Sardegna interna, alla ricerca di collezioni e di raccolte di iscrizioni che poi sono state oggetto di accuratissimi studi. E poi l’interesse per le sconfinate terre africane tra il Marocco e la Tunisia, fin dal lontano articolo sulla cohors II Sardorum, il progetto pilota di Oudna, le visite ad Uchi Maius, senza chiusure e anzi con mille curiosità e con attenzione per nuovi metodi di ricerca: un interesse che è riuscita a comunicare anche a tutti noi, coinvolgendo ricercatori, assegnisti, dottorandi, studenti, coi quali ha continuato a mantenere un rapporto come professore a contratto nell’Università di Sassari>>.

Il mio ricordo più lontano è a Londra nel 1969, studente, in occasione di una visita alle collezioni del British Museum, alla quale partecipai un po’ abusivamente, matricola assieme a tanti laureandi; un po’ come in Gallura, qualche mese dopo, introdotto con una forzatura troppo generosa della Sotgiu al fianco degli specializzandi della Scuola di Studi Sardi, un’élite un poco esclusiva e non sempre tollerante con gli studenti di primo pelo; ma da allora tante sono state le occasioni per sviluppare un rapporto di lavoro che è stato anche di devozione e di affetto, come negli anni cagliaritani e poi in  Tunisia, un’impresa quella di Uthina che poi Antonio M. Corda avrebbe proseguito negli anni.

Il contributo più duraturo e scientificamente incisivo di Giovanna Sotgiu è rappresentato dall’opera dedicata alle Iscrizioni Latine della Sardegna, concepita come supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII. I due volumi, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1968, costituiscono ancora oggi lo strumento di riferimento imprescindibile per lo studio dell’epigrafia sarda, un’opera fondativa per un’intera generazione di studiosi. In questi volumi, la Sotgiu raccolse e riesaminò criticamente un numero significativo di iscrizioni, molte delle quali inedite o note solo attraverso tradizioni antiquarie spesso imprecise. La cura filologica dell’edizione, la precisione dell’apparato critico e l’attenzione alle condizioni di rinvenimento e conservazione dei monumenti epigrafici fanno delle Iscrizioni Latine della Sardegna un modello di lavoro pienamente inserito nella tradizione del Corpus, ma al tempo stesso aperto alle esigenze della ricerca storica contemporanea. Particolarmente significativa è l’impostazione complessiva dell’opera, nella quale le iscrizioni non sono mai presentate come documenti isolati, bensì come elementi di un sistema complesso, funzionale alla ricostruzione delle strutture urbane, sociali e istituzionali della Sardegna romana. In questo senso, il lavoro della Sotgiu ha segnato un punto di svolta, ponendo le basi per ogni successiva indagine storica fondata su dati epigrafici. Particolarmente innovativo, accurato, pieno di informazioni e destinato a durare nel tempo è il secondo volume, dedicato alle lucerne romane, con la storia dei traffici soprattutto dal Nord Africa, le intersezioni, le importazioni, partendo dai Praedia Pullaienorum contigui ad Uchi Maius; ai signacula della Sardegna stava lavorando negli ultimi anni. 

Analogo valore ha il contributo L’epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l’E.E. VIII (1988), pubblicato nell’Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. In questo saggio, che rappresenta una vera e propria opera di riferimento, l’autrice ha offerto un bilancio critico complessivo della documentazione epigrafica sarda, discutendo in modo sistematico testi, problemi interpretativi e prospettive di ricerca. La chiarezza dell’impianto, la completezza della bibliografia e la capacità di integrare epigrafia, storia e archeologia rendono questo contributo uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi della Sardegna romana, confermando il ruolo centrale svolto dalla Sotgiu nella costruzione di un quadro storiografico solido e duraturo.

Le sue prime ricerche erano iniziate con lo studio La Sardegna e il patrimonio imperiale nell’Alto Impero (1957), nel quale l’autrice affrontava il tema della presenza imperiale nell’isola attraverso una lettura attenta delle testimonianze epigrafiche, utilizzate per ricostruire assetti amministrativi, forme di gestione patrimoniale e implicazioni politiche del controllo imperiale. Già in questo lavoro emergevano la solidità del metodo e la capacità di collocare i dati epigrafici all’interno di un quadro storico complessivo. Ma solo due anni dopo nel 1959, apriva il suo secondo orizzonte, quello africano, con l’articolo sull’Archivio Storico Sardo dedicato alla Cohors II Sardorum: si erano allora da poco conclusi gli scavi – tanto fortunati – di Marcel Le Glay nel campo militare di Rapidum, che era stato il primo accampamento africano della coorte, anticipando le osservazioni che poi sarebbero state fatte da Nacera Benseddik e da Jean-Pierre Laporte.

Accanto all’opera di sistemazione del corpus, Giovanna Sotgiu dedicò numerosi studi a singoli documenti di particolare rilevanza storica. Tra questi si segnala il contributo Un miliario inedito sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta (1964), nel quale l’analisi di un’iscrizione stradale diventa occasione per una riflessione più ampia sulla portata politica della rivolta di Domizio Alessandro e sui meccanismi di controllo imperiale in Sardegna nell’età di Massenzio. Lo studio della viabilità emerge anche nel saggio Nuovo miliario della via a Karalibus Turrem (1989), che arricchisce il quadro della rete stradale dell’isola e offre nuovi elementi per la comprensione dell’organizzazione territoriale. In questi lavori, l’autrice dimostra una rara capacità di coniugare l’analisi tecnica del documento epigrafico con una lettura storica di ampio respiro, nella quale la viabilità assume un ruolo centrale come strumento di integrazione e controllo.

Un altro filone di ricerca di grande rilievo è quello dedicato alla storia religiosa, e in particolare alla diffusione dei culti orientali in Sardegna. Il saggio Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna (1980), pubblicato nella collana degli Études préliminaires aux religions orientales dans l’Empire romain, costituisce un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche di circolazione religiosa nell’Impero, mostrando come anche una provincia considerata periferica partecipasse pienamente a tali fenomeni. A questo studio si affianca Culti egiziani nella Sardegna romana: il dio Apis (1992), nel quale Sotgiu affronta con equilibrio e rigore il problema della presenza dei culti egiziani nell’isola, evitando interpretazioni forzate e inserendo le testimonianze epigrafiche in un contesto storico e culturale più ampio. In questi lavori emerge con chiarezza l’attenzione dell’autrice per i processi di acculturazione e per le modalità di ricezione dei culti all’interno delle comunità locali.

Tra i suoi allievi vorrei ricordare anche Marcella Bonello Lai (scomparsa nel 2015), Franco Porrà, Ignazio Didu, indirettamente Piergiorgio Floris, Paola Ruggeri, Antonio Ibba, Salvatore Ganga, Alberto Gavini, Tiziana Carboni, Maria Bastiana Cocco. Quando Claudio Farre e Giorgio Rusta organizzarono a Bitti il 22 dicembre 2014 un convegno in suo onore, scherzammo anche su questo suo carattere barbaricino, come a proposito della polemica con il suo maestro a proposito del procurator ripae di Turris Libisonis: ne ridevamo spesso con Marina Biddau, la sua adorata nipote.  

Nel ricordare Giovanna Sotgiu, la comunità scientifica rende omaggio a una studiosa che ha restituito voce, contesto e significato alle iscrizioni della Sardegna romana, trasformandole in strumenti fondamentali per la ricostruzione storica dell’isola. La solidità del suo lavoro, la sobrietà dello stile e la costante attenzione alla dimensione storica dell’epigrafia fanno delle sue ricerche un patrimonio destinato a durare. La sua opera continua a vivere nei corpora da lei costruiti, negli studi che ha ispirato e nel metodo rigoroso che ha contribuito a consolidare, assicurandole un posto stabile nella storia dell’epigrafia latina.

Sassari, I gennaio 2026.

Attilio Mastino

Curriculum professionale di Giovanna Sotgiu nata a Bitti il 25 ottobre 1925, scomparsa a Cagliari il I gennaio 2025.

Laureata in lettere classiche (storia romana, 1950) presso l’Università degli studi di Cagliari (tesi intitolata  Supplementum epigraphicum ad CIL X), ha conseguito nel 1955 la specializzazione in Storia antica a Roma-Università degli Studi La Sapienza.

Assistente volontario presso la Cattedra di Storia antica dell’Università degli Studi di Cagliari fino al 1955, dal 1956, come assist. inc. e successivamente ordinario, ha avuto l’incarico della cattedra di epigrafia latina presso il medesimo ateneo. Nel 1960 ha conseguito la libera docenza in epigrafia latina e dal 1970 è professore ordinario della materia.

Dal 1957 al 1997 ha tenuto i corsi di epigrafia latina del corso di laurea in lettere; dal 1970 al 1979 ha avuto l’incarico per l’insegnamento di Antichità greche e romane; dal 1983 al 1986 l’incarico per Archeologia Cristiana e dal 1987 al 1992 l’incarico per Archeologia fenicio-punica.

È stata docente di Antichità punico-romane della Sardegna nella Scuola di Specializzazione in Studi Sardi (Università degli Studi di Cagliari) e di Epigrafia latina nella Scuola di Specializzazione in Archeologia (Università degli Studi di Cagliari).

Dal novembre 1983 al novembre 1988 è stata Direttore dell’Istituto di Archeologia, Antichità e Arte dell’Università degli Studi di Cagliari per poi ricoprire dal nov. 1988 al nov. 1994 la direzione del Dipartimento di Scienze archeologiche e storico artistiche.

È membro direttivo della Deputazione di Storia patria della Sardegna e fa parte della Commissione epigrafica dell’Unione Accademica Nazionale. È stata coordinatore regionale del Sottoprogetto “Giacimenti culturali” legato al progetto Ambiente, un programma volto alla valorizzazione del territorio e frutto del protocollo d’intesa tra l’Università e la Regione Sarda.

Ha fatto parte del comitato scientifico organizzatore per il Congresso Internazionale di Epigrafia Greca e Latina (Roma – 1997).

Dal 1995 al 2000 è stata, per la parte italiana, coordinatore scientifico e tecnico della missione archeologica ad Uthina-Oudna (Tunisia) composta da studiosi italiani e da archeologi tunisini dell’Institut National du Patrimoine del Ministero della cultura tunisino. Dal 1999 al 2000 è stata responsabile scientifico del progetto pilota del MAE in Tunisia denominato “Aqua 2000”. Dal 1 novembre 2000 è consulente scientifico dell’Institut National du Patrimonine di Tunisi e dell’Università di Cagliari per l’attività dell’équipe italo-tunisina ad Uthina (Tunisia)

Nel 2001 è stato professore a contratto di Epigrafia Latina (corso sull’Instrumentum domesticum) presso il Dipartimento di Storia (Facoltà di Lettere) dell’Università di Sassari.

Grazia Deledda ispiratrice ultima della saggistica di Camillo Bellieni

image_pdfimage_print

Gli ultimi studi su Camillo Bellieni hanno avviato in questi mesi una ripensamento sulla straordinaria figura del fondatore del Partito Sardo d’Azione e  dimostrato che la saggistica di Bellieni dipende per tanti versi negli stessi anni dal linguaggio letterario di Grazia Deledda: come è noto la rivista “Il nuraghe” pubblicò il volume “La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico” a partire dal 1924 (l’edizione completa iniziò a circolare solo quattro anni dopo), mentre l’opera relativa all’alto medioevo restò sostanzialmente inedita fino al 1975; il 10 dicembre 1927 Grazia Deledda otteneva il Nobel per la letteratura. Possiamo segnalare i molti punti di contatto tra le pagine di Camillo Bellieni sulla Sardegna (scritte a Napoli) e la rappresentazione che Grazia Deledda dà dell’isola lontana nelle sue opere. Anche se si muovono su piani diversi Bellieni e Deledda, descrivono la stessa realtà profonda, vista da due prospettive complementari. Bellieni parla spesso della Sardegna come di una terra sospesa tra tradizione arcaica e modernità, ferma e insieme in trasformazione. Questa visione coincide perfettamente con la Deledda, che racconta una Sardegna primitiva, pastorale, mitica, in conflitto con una Sardegna cristiana, morale, europea. In entrambi c’è l’idea dell’isola come realtà antica e latina, insieme selvaggia e civilizzata: Bellieni descrive il sardo come un uomo forte, solitario, legato alla terra, segnato da un destino severo. Deledda (soprattutto in Canne al vento, La madre, Elias Portolu, Cenere)  costruisce personaggi con gli stessi tratti: fatalismo, durezza, senso del dovere, dolore interiore, dignità silenziosa; dunque sopravvive nella Sardegna un’etica arcaica che regola ancora i comportamenti: onore, fedeltà, ospitalità, vendetta, pudore, temi che ruotano intorno a colpa, peccato, espiazione, destino, elementi che Bellieni vede come profondamente radicati nell’identità dell’isola primordiale, indomabile, guerriera. I due condividono negli stessi anni la visione di una Sardegna arcaica e moderna, lo stesso uomo sardo tragico ma dignitoso, la stessa moralità antica, la stessa natura come destino, la stessa idea dell’isola come microcosmo universale. Ripensando da lontano a Thiesi, il paese della sua infanzia Bellieni, ritrova <<l’antico vico romano: la strada principale con le bianche domos allineate, i carri dalle ruote piene giungenti per maledette viottole dai saltos, carichi di grano. Ancora ode il sordo cigolio della macina romana, messa in moto dalla paziente fatica dell’asinello, ed assiste allo svolgersi del rito domestico presso il focolare, nella panificazione, nella tessitura, per opera delle serve e delle clienti, sotto la guida della solenne padrona. Nel sommesso chiacchiericcio delle donne affaccendate egli raccoglie frammenti di frasi latine, che attestano il tenace spirito di conservazione isolano. Invano dunque per questo paese sono passati tanti anni di fatiche, di sogni e di sacrifizi. La Sardegna nel suo tragico isolamento, lontana dalla storia, conserva ancora i suoi abbigliamenti romani. Ma se un canto, modulato su poche note, insistente e nostalgico come una melopea d’origine desertica, rompa l’alto silenzio che incombe sul modesto gruppo di case disperso nella campagna bruciata, il pellegrino della fantasia ritroverà ancora intatta l’anima barbarica dell’antico popolo africano, che si effonde nel seguire le vicende di una intima melodia e conserva come retaggio prezioso ma esterno, l’arabescato monile della sua parlata latina».

Sono pagine letterarie più che opera storica: un altro esempio può essere la scena deleddiana dei carbonai, i nuovi devastatori, che avanzano in fondo al bosco, quando <<s’odono ininterrotti colpi di scure, ripetuti dall’eco, e pare che tutta la foresta ne tremi>>  mentre vengono abbattute <<le piante millenarie, e i carnefici di giorno in giorno si avvicinano al cuore della foresta. L’immagine (Colpi di scure, 1905) ricorda il «nido di vespe», che i Cartaginesi non ritengono opportuno stuzzicare; ma in età romana nei boschi risuonano «le urla degli assalitori avanzanti in catena, come per una immensa battuta di caccia»; verso questo popolo di «aborigeni», che continuano disperatamente «ad insorgere per affermare la loro sfrenata aspirazione alla libertà», Bellieni esprime la sua simpatia, sostenendo che il racconto di quegli avvenimenti «manifesta una viva commozione nell’animo di ogni Sardo».

Attilio Mastino

Betlemme e Sassari città della pace, ISPROM

image_pdfimage_print

Seminario ISPROM Betlemme e Sassari città della pace, Intervento conclusivo di Attilio Mastino

Sassari, Consiglio Comunale, 28-29 novembre 2025

Signor Presidente del Consiglio, Cari amici,

desidero concludere questo seminario nella Giornata Internazionale di Solidarietà con il Popolo Palestinese portando il saluto del direttore dell’ISPROM Pierangelo Catalano cittadino onorario di Betlemme, del Comitato organizzatore composto anche da Romina Deriu, Paolo Fois, Giovanni Lobrano, Marie Rose Mezzanotte, Giuliano Mion, Francesco Nuvoli. E ringraziare per lo straordinario lavoro svolto l’impareggiabile Lavinia Rosa, Karam Faiyad, Claudio Casu, Santino Casu, Giuseppina Corda, oltre alle interpreti Marianna Lunesu e Annabelle Peretti con Artevideo e MedServices.  E poi il Comune di Sassari con il sindaco Giuseppe Mascia, l’Assessore Nicoletta Puggioni, la segretaria generale Giovanna Solinas Salaris e il Comandante Alberto Giovanni Serra, con quasi tutti i funzionari della Presidenza del Consiglio e dell’Ufficio del Sindaco mobilitati per questa occasione speciale, che è stata resa possibile grazie al contributo del Comune e della Fondazione di Sardegna.

Pochi mesi fa Silvano Tagliagambe ha pubblicato per i suoi 80 anni Il Mediterraneo dentro. La Sardegna tra memoria e avvenire, che abbiamo recentemente segnalato al Premio Grazia Deledda. È un libro che invita a risvegliare, a far rivivere e valorizzare la coscienza mediterranea di cui siamo eredi: una coscienza ancora presente nel nostro universo interiore, ma che rischia di andare perduta. È venuto il momento di renderci conto che la struttura del tempo fa sì che tutto quanto ci appare presente sia debitore della pulsione originaria proveniente da queste acque, che sono state storicamente il crocevia delle culture europee, dell’Asia occidentale, del Nord Africa. Da questo mare, laboratorio in cui si sono formate le grandi concezioni religiose, filosofiche e scientifiche dell’umanità, è nata la civiltà. Tagliagambe ritorna con emozione alla filosofia antica e sogna un nuovo tempo mediterraneo, fondato sulla tolleranza e sul rispetto, sul pluralismo e sul valore delle diversità: un Mediterraneo dove il mare non sia più una frontiera, ma la piazza comune dell’incontro tra i popoli. Eppure, come ammonisce Edgar Morin, <<i futuri impensabili del nostro passato sono diventati i futuri impensabili del nostro presente>>. Viviamo un tempo in cui il dialogo sembra dissolversi, e proprio per questo dobbiamo tornare a interrogare la storia, a leggere il mare come memoria e come destino. L’autore è convinto che occorre cambiare la percezione del mondo antico e i modelli interpretativi stessi delle civiltà passate, spesso inadeguati, con la <<coscienza di una lontananza, di un distacco, che però ci interroga continuamente sul nostro presente>>: dunque dobbiamo riscoprire la modernità della storia mentre il mondo conosce una crescente tensione tra multilateralismo e multipolarismo o transazionalismo – l’espressione è di Alexander Stubb, Presidente della Finlandia, alla recentissima 80ª Sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il multilateralismo è un ordine basato sullo Stato di diritto. Il transazionalismo è una politica estera guidata dagli interessi, in cui si diversificano le relazioni con più attori.

Vorrei, in apertura, invitarvi a guardare lontano il futuro delle città mediterranee, di entrambe le rive, la Nord e la Sud: per i prossimi decenni vorremmo che urbanisti, sociologi, studiosi progettino città antifragili e resilienti come quelle sognate da Nassim Nicholas Taleb, che non possono essere immaginate senza partire dalla profondità della storia e dalla complessità delle culture diverse: perché la diversità, nel Mediterraneo, non è una minaccia: è un valore fondativo.

In questi due giorni abbiamo lavorato con tanti graditissimi ospiti tentando di descrivere l’impegno dell’ISPROM — Istituto di Studi e Programmi per il Mediterraneo (con sede a Sassari) — nelle politiche, nei progetti e nelle attività finalizzate alla promozione della pace nel Mediterraneo, con un approfondimento sulle iniziative che hanno riguardato Betlemme, la Palestina, il Libano, partendo dal volume che abbiamo presentato ieri curato da Pierangelo Catalano, Karam Fayad, Marie-Rose Mezzanotte, Elias Naddaf e Lavinia Rosa su Betléem et le role international des villes pour la paix, pensando sempre alle parole di Giorgio La Pira (anch’egli cittadino onorario di Betlemme dal 1961) e descrivendo i risultati concreti raggiunti, i Seminari, i colloqui, le Conferenze promosse col Comitato Sardo Pro Betlemme.

La discussione portata avanti in questa solenne aula consiliare di Palazzo Ducale, grazie all’impegno del Comune e del Presidente della Fondazione di Sardegna on.le Giacomo Spissu,  ha dimostrato che è necessario prendere coscienza della complessità dei problemi che abbiamo di fronte, sia per la ricostruzione storica, sia per lo sforzo condiviso di mettere in contatto mondi diversi partendo dalle identità plurali del Mediterraneo,

Ieri il Presidente del Consiglio Comunale Mario Pingerna ha dato avvio ai nostri lavori, che sono stati aperti dal Presidente dell’ISPROM on.le Franesco Sanna, dal Sindaco di Sassari Giuseppe Mascia, dal Sindaco di Betlemme Maher Nicola Canawat,  con quella cerimonia toccante che ci ha fatto capire la vicinanza, le attese, le responsabilità di ciascuno di noi per il futuro della Terra Santa. Del resto il nome stesso de nostro amico sindaco Nicola ci rimanda al mistero del Natale. Una coda si è svolta nel pomeriggio nel Palazzo della Provincia in occasione della presentazione delle linee programmatiche 2025-29 della nascente città metropolitana.  

L’orizzonte che abbiamo di fronte non è locale ma mediterraneo; eppure siamo partiti da Sassari e negli interventi del Padre Guardiano del Convento di Santa Maria di Betlem Salvatore Sanna (che ha esordito col “Pace e bene” francescano), di Padre Salvatore Morittu e di Pietro Paolo Onida sono emerse le linee che definiscono il ruolo dei francescani nel culto della Madonna di Betlem in Sardegna, come nella chiesa che accoglie la Faradda Unesco delle macchine a spalla portata avanti da secoli dai Gremi sassaresi. Proprio l’Unesco, a seguito del progetto dell’Isprom e dell’Istituto di Architettura della Facoltà di Ingegneria di Cagliari ha accolto il Piano regolatore generale di Betlemme firmato da Tatiana Kirrova ed ha riconosciuto 15 anni fa Betlemme come appartenente al patrimonio Mondiale dell’Umanità; della sua città ci hanno parlato il sindaco di Betlemme Maher Nicola Canawat e il prof. Qustandi Shomali. Il nostro amico Mustapha Khanoussi che avrebbe dovuto affrontare in questa sede le grandi questioni della tutela del patrimonio in Palestina e avrebbe voluto descrivere le politiche dell’UNESCO e dell’ALECSO: ha poi deciso di non venire a Sassari, vista la drammatica evoluzione militare, pensando di non aver nulla da aggiungere a causa della situazione di guerra, che  ha portato alla distruzione di marabut, moschee, luoghi umidi tutelati come il Wadi Gaza che rivediamo ossessivamente attraversato sul ponte da due milioni di persone costrette ad andare avanti e indietro lungo la striscia, con un esodo umiliante e senza fine, resistendo contro un esercito armato fino ai denti, contro il freddo, le alluvioni, le distruzioni, la morte: déplacements forcés, déportations, migrations, exils.  Eppure Bishara Ebeid di Nazaret, oggi all’Università Ca’ Foscari di Venezia ha dimostrato come in passato Cristiani e Musulmani hanno potuto convivere, citando le lontanissime osservazioni del metropolita Elia di Nisibi.  E Nicola Melis ci ha ricordato la varietà di situazioni, la complessità delle storie all’interno dell’impero ottomano prima delle grandi colonizzazioni europee. E infine Giuliano Mion ci ha raccontato delle relazioni antiche e moderne tra Sardegna e il mondo arabo, con tante prospettive originali e sorprendenti, fino a tempi recentissimi.

Sassari non è insensibile a questi temi e voglio citare il ruolo dell’ISPROM e della Associazione Ponti e non muri, che nel nome richiama un drammatico invito di Giovanni Paolo II contro le guerre. C’eravamo tutti a Santa Maria di Betlem quando nel 1992, apprese le notizie certe delle atroci disumanità commesse dall’esercito serbo nella Bosnia Erzegovina, dunque ancor prima che si consumasse il genocidio, il pontefice polacco chiese inutilmente alla comunità internazionale e all’Europa di fare tutto quanto era possibile per arrestare quella che rappresentava una vera e propria vergogna.  Ieri Papa Leone XIV a Inznik in Turchia per i 1700 anni dal concilio ecumenico voluto da Costantino Magno a Nicea ha richiamato una presa di posizione contro i fanatismi religiosi, per il rispetto tra popoli diversi e per la pace. Assieme al Patriarca Ecumenico Bartolomeo, oggi il Papa ha firmato ad Istanbul hanno invitato alla piena comunione tra i cristiani, al dialogo e alla riconciliazione: <<Tragicamente, in molte sue regioni, conflitti e violenza continuano a distruggere la vita di tante persone. Ci appelliamo a coloro che hanno responsabilità civili e politiche affinché facciano tutto il possibile per garantire che la tragedia della guerra cessi immediatamente, e chiediamo a tutte le persone di buona volontà di sostenere la nostra supplica>>.  E ancora: << Rifiutiamo qualsiasi uso della religione e del Nome di Dio per giustificare la violenza. Crediamo che un autentico dialogo interreligioso, lungi dall’essere causa di sincretismo e confusione, sia essenziale per la convivenza di popoli appartenenti a tradizioni e culture diverse. Memori del 60° anniversario della dichiarazione Nostra Aetate   [di Paolo VI], esortiamo tutti gli uomini e le donne di buona volontà a lavorare insieme per costruire un mondo più giusto e solidale e a prendersi cura del creato, che Dio ci ha affidato. Solo così la famiglia umana potrà superare l’indifferenza, il desiderio di dominio, l’avidità di profitto e la xenofobia>>.

Del resto l’opinione pubblica dei paesi delle due rive del Mediterraneo è davvero concorde nel chiedere interventi umanitari, più rispetto per il dolore, la sofferenza, la povertà: ce lo ha raccontato con parole giuste e inequivocabili Aissa Kadri dell’Università di Algeri; Raffaele Coppola ha registrato ieri il cambiamento di tono anche della Santa Sede, certo interessata a proteggere i luoghi santi cristiani ma non insensibile al destino dei Palestinesi tutti. Paolo Fois ha citato la Global Flotilla verso l’approdo di Gaza e la reazione israeliana iniziata – come ci ha ricordato il Rettore Ben Aziza – a Sidi Bou Said in Tunisia: da allora si sono estese le crescenti reazioni critiche dell’opinione pubblica internazionale sulle politiche israeliane  e degli USA nell’area.   Dunque i tre temi nei quali i nostri lavori sono stati condotti si sono intrecciati, religioni e sistemi giuridici, popoli e lingue, oggi città e territorio, partendo dai pellegrinaggi in quella Terra Santa alla quale guarderemo ancora per Natale, nel lucido quadro tracciato per l’antichità da Antonella Bruzzone.  E poi il gemellaggio tra Sant’Antioco e Tiro nell’intervento di Michele Guirguis, anche a nome di Piero Bartoloni e Ignazio Locci: il tema delle isole gemellate e del resto non solo Tiro o Gades ma anche Cartagine è immaginata come una nave ancorata al continente africano, pronta a salpare verso la Sardegna. In Libiano la forza di pace ONU alla quale parteciperà di nuovo un contingente della Brigata Sassari,  tema ripreso da Hassan Hawada che chiede una cooperazione tra Libano, Palestina e Sardegna contro la desertificazione, mentre Francesco Nuvoli e Ottavio Sardu hanno affrontato il ruolo delle cooperative agricole in Palestina e il rapporto con la Sardegna. E poi il diritto, con una prospettiva che, seguendo il modello antico di Jeanne Ladjili che pensava al fattore religioso come al motore dello sviluppo dei diritti mediterranei: Hassan Abdelhamid ha toccato il tema della giustizia nella città musulmana e Mahmoud Hassen è arrivato alle radici più lontane con la saggezza di Kairouan.

Il Rettore Hmaid Ben Aziza, Segretario generale dell’Unimed ci ha raccontato quanto è stato fatto negli ultimi anni dalle Università di Cagliari e di Sassari e dalla Fondazione di Sardegna per formare oltre 400 giovani magrebini, che hanno affrontato il biennio magistrale nella nostra isola provenendo dai paesi del Nord Africa. L’idea è stata originariamente di Antonello Cabras e di Giacomo Spissu e siamo riusciti a valutare personalmente gli straordinari risultati ottenuti, l’affermarsi di una generazione nuova più interessata al dialogo e al confronto. Del resto la strada è ancora quella di passare dal colonialismo alla cooperazione. Anche nelle condizioni difficili e terribili di questi anni, in particolare tra l’abbattimento delle torri gemelle l’11 settembre 2011 e il fallimento delle primavere arabe trasformatesi in terribili inverni, non è cessato l’impegno di costruire ponti tra le due rive del Mediterraneo, con il senso di un’attenzione e di un rispetto che vogliamo affermare come la cifra vera dei nostri lavori, di un incontro e di una speranza.

Oggi abbiamo a che fare alle porte di casa, nel <<cortile condiviso della nostra esistenza>>, con il terrorismo di Hamas, l’eccidio del popolo palestinese a Gaza, la distruzione di tanti monumenti del patrimonio mondiale Unesco e Alecso dal Libano alla Giordania, dalla Palestina ad Israele, l’impotenza dell’ONU, per non parlare dello scontro triennale dell’Ucraina con la Russia, ricordando Giorgio La Pira e il suo intervento nel 1954 a Ginevra alla sede della Croce Rossa sul valore delle città di fronte alle armi nucleari <<non hanno il diritto gli Stati di distruggere le città>>, perché la guerra non è un’opzione nell’era nucleare.

Dai nostri lavori sono emersi tanti punti di vista differenti, dall’archeologia al diritto, dalla storia all’economia, dalla politica internazionale alle strategie di cooperazione, che testimoniano la capacità dell’ISPROM, dopo 50 anni di attività, di coinvolgere gli studiosi ed i politici, di affrontare temi di frontiera, come ha fatto in passato con ricerche, seminarî, progetti e pubblicazioni in tema di questioni mediterranee, cooperazione internazionale, diritto, politiche urbane e sviluppo locale. Le attività dell’ISPROM hanno incluso produzione di rapporti come il terzo rapporto Sardegna e Mediterraneo, che in questa sede è stato illustrato oggi da Stefano Usai e che presto presenteremo qui a Sassari nella sua versione integrale; e poi l’organizzazione di conferenze e lo sviluppo di programmi di cooperazione che coinvolgono enti locali, università e reti internazionali. L’Isprom ha definito un quadro di ricerca e produzione di conoscenza sulle dinamiche di conflitto e sulle esperienze di pace nelle città e nei territori del bacino mediterraneo. Ha promosso Seminari, convegni e attività di formazione per amministratori locali, operatori culturali e attori della società civile con l’obiettivo di favorire il dialogo, cooperazione transfrontaliera e reti urbane per la pace.  Ha portato avanti progetti concreti di cooperazione e sostegno a iniziative locali (educazione, tutela del patrimonio, servizi sociali) in Paesi del Mediterraneo e Medio Oriente, spesso in partenariato con istituzioni locali, ONG e reti internazionali.  Queste direttrici testimonino un mix tra attività accademiche e azioni applicative sul territorio, con attenzione particolare alle città storiche e ai nodi urbani come sedi di dialogo.

Betlemme, la città che amiamo come “la luce del mondo” e che abbiamo più volte visitato per i concerti per la vita e la pace scoprendone i riti religiosi, i luoghi più nascosti, le grotte che ricordano Girolamo, Paola e gli altri pellegrini: Betlemme è città simbolo per ragioni storiche, religiose e culturali, ma è anche un luogo segnato da conflitto, occupazione, fragilità socio-economica e questioni di tutela del patrimonio storico e urbano. Per queste ragioni è stata oggetto di progetti di cooperazione internazionale che mettono insieme interventi culturali, sociali ed educativi finalizzati a sostenere la comunità locale e promuovere percorsi di riconciliazione e sviluppo. La centralità simbolica di Betlemme rinserrata da tanti muri di cemento e di religione la rende un contesto privilegiato per iniziative che vogliono combinare azione sociale (aiuti, educazione, servizi) e diplomazia culturale per la pace. Con ciò non intendiamo in nessun modo sorvolare sulle responsabilità di ciascuno, sulla gravissima situazione umanitaria in Cisogiordania ed a Gaza, sulla necessità di superare la fase di conflitto innestata da Hamas con l’attacco violentissimo del 6 ottobre di due anni fa; ma anche segnalare la sproporzione nella risposta militare israeliana che rischia di alimentare il risentimento dei Palestinesi per molte generazioni.   L’ISPROM è stato coinvolto e ancor più lo sarà in futuro in varie iniziative e progetti in Terra Santa con particolare riferimento a Betlemme o ai temi ad essa connessi. Nel dicembre 2008 il II Seminario  L’Étoile de Bethléem, co-organizzato dall’ISPROM insieme ad altre istituzioni (tra cui la Conférence Permanente des Villes Historiques de la Méditerranée e unità di ricerca del CNR), di cui ora presentiamo gli atti, era orientato a promuovere studi e proposte per la conservazione e la valorizzazione dell’area storica di Betlemme e più in generale delle città storiche del Mediterraneo, in un’ottica che unisce tutela del patrimonio e promozione della pace via cooperazione culturale. Questo tipo di attività mostra l’interesse dell’ISPROM per la dimensione urbana e culturale come leva di stabilità e dialogo: oggi Paolo Fois ci ha ricordato gli obblighi delle parti in conflitto e abbiamo ricordato il monito di La Pira del lontano 1954: <<non hanno il diritto gli Stati di distruggere le città [con la guerra e con le bombe]>>; il ruolo del rapporto tra città e pace è tornato nell’intervento di Vanni Lobrano che è tornato al pensiero greco sulla democrazia.  Il tema è stato ripreso da Nacer El Kadiri di Rabat che ci ha presentato l’esigenza di contenere i conflitti territoriali e costruire la pace anche nel Sahara occidentale, ripensando al volume del giovane re Hassan II (Le defi, memoires), dopo la marcia verde che ha chiuso nel 1976 l’età coloniale.

Abbiamo portato avanti progetti regionali e locali con ricadute in Palestina (esempi: il PRG di Betlemme, iniziative per asili nido, il forno per il pane di Ponti e non muri, progetti educativi come “Favole di pace”), in cui soggetti sardi e istituzioni culturali hanno avuto ruoli di partenariato o di supporto. Alcune iniziative a livello regionale hanno finanziato attività rivolte a comunità palestinesi (es. scuole dell’infanzia nel territorio di Beit Sahour e simili). L’ISPROM, per il suo ruolo di istituto regionale specializzato, ha partecipato come promotore, partner scientifico o soggetto coordinatore in alcune di queste attività o reti; ha organizzato numerosi seminarî e pubblicato rapporti sul tema delle città mediterranee, della cooperazione e della pace. Attraverso queste attività l’Istituto favorisce il dialogo tra amministrazioni locali, università e operatori del settore — un’infrastruttura conoscitiva che può essere e spesso è mobilitata per promuovere progetti su città come Betlemme.

Vorrei richiamare alcune tipologie concrete di intervento che caratterizzano l’approccio ISPROM verso contesti urbani come a Betlemme:

  1. Progetti di tutela e valorizzazione del patrimonio urbano — studi, piani e consulenze rivolti alla conservazione delle città storiche (anche come strumento di coesione sociale e sviluppo economico).
  2. Seminari e scambi culturali — convegni internazionali che mettono a sistema esperienze di città mediterranee, promuovendo la “diplomazia delle città” per la pace.
  3. Progetti educativi e sociali — iniziative rivolte all’infanzia, alla formazione e al rafforzamento di servizi sociali in contesti fragili (es. sostegno a scuole d’infanzia in Palestina segnalato in documenti di programmazione regionali).
  4. Reti istituzionali — partecipazione a reti di città e organismi internazionali per promuovere politiche condivise di pace e sviluppo.

L’azione dell’ISPROM è orientata a creare conoscenza, relazioni e reti e a sostenere progetti applicativi che legano tutela del patrimonio, educazione e sviluppo locale. In contesti come Betlemme, l’azione dell’ISPROM si manifesta soprattutto attraverso il coinvolgimento in iniziative di tutela del patrimonio urbano, seminari internazionali e progetti di cooperazione che mirano a sostenere la comunità locale e a promuovere la pace attraverso la cultura, istruzione, coesione urbana e capacità amministrativa.

Oggi l’Assessore Regionale al Turismo Franco Cuccureddu, chiudendo questo Seminario ha ricordato di esser stato delegato dalla Presidente Todde per coordinare l’Autorità di Gestione del Programma Interreg NEXT MED 2021-2027 (sportello Europe Direct “Regione Sardegna” – Centro Regionale di Programmazione) ed ha illustrato le opportunità della cooperazione territoriale europea per la Sardegna, con un l’analisi dei bandi per il del Programma per il finanziamento dei progetti di cooperazione euro-mediterranea. E insieme ha ricordato il ruolo affidato all’ISPROM per le iniziative indirizzate alla creazione della Macroregione europea del Mediterraneo occidentale, che coinvolgerà Sardegna, Corsica, Baleari ma anche Tunisia, Algeria e Marocco.  Ci sono molte idee sul tappeto e molte prospettive pratiche:  il Sindaco di Betlemme ha discusso delle iniziative concrete da portare avanti per avviare Betlemme verso la rinascita del turismo e la ripresa economica. Nella stessa occasione Cuccureddu ha ricevuto l’onorificenza municipale di Betlemme per l’impegno svolto in 25 anni in favore della città in cui è nato Gesù.

Cari amici,

mi è stato chiesto dall’Associazione “Siamo tutti Fratelli” e dal presidente Angelino Rojch di presentare tra qualche giorno alla Biblioteca Spadolini al Senato a Roma una bozza di documento sul ruolo delle religioni per affermare la dignità inviolabile dell’essere umano: voglio richiamare alcuni principi di base; sappiamo che dobbiamo impegnarci di più per mettere al centro delle nostre relazioni reciproche e delle nostre azioni nella società mediterranea la solidarietà, la compassione e la fratellanza che costituiscono il cuore delle nostre tradizioni. Rifiutiamo ogni forma di violenza perpetrata invocando Dio o la religione e si deve lavorare insieme per prevenire estremismi, fanatismi e radicalizzazioni. Dobbiamo sentici impegnati per la promozione della giustizia e della solidarietà, sostenendo le iniziative che contrastino la povertà, l’ingiustizia e le disuguaglianze sociali.

Per usare un linguaggio caro a Papa Francesco la creazione è dono di Dio ed eredità comune dell’umanità. Siamo convinti che occorre proteggere di più l’ambiente e promuovere un uso sostenibile delle risorse naturali. La pace è un dovere religioso e morale. Debbono essere promossi programmi educativi, incontri e percorsi formativi volti a favorire la conoscenza reciproca, il dialogo e la convivenza. La libertà di credo, culto ed espressione religiosa deve essere salvaguardata per tutte le persone, contro ogni forma di discriminazione o persecuzione religiosa. Per valorizzare le radici comuni ed i valori condivisi è necessario promuovere studi congiunti, scambi culturali e momenti di incontro spirituale. Nel campo etico, culturale e scientifico, le grandi sfide contemporanee richiedono una risposta unitaria. Saranno utili le collaborazioni interdisciplinari su temi quali etica, scienza, tecnologia, intelligenza artificiale, salute, antropologia e diritti umani. L’economia deve essere al servizio della persona e della comunità, promuoveremo modelli economici improntati a equità, solidarietà, inclusione e sostenibilità.

Il dialogo interreligioso non è un evento, ma un processo continuo. Sono necessari  tavoli permanenti di confronto e organismi di cooperazione tra le tradizioni religiose, riconoscendo la pace come il nome di Dio. Dobbiamo tutti diventare testimoni attivi di riconciliazione nei territori e nelle società in cui viviamo. Occorre esprimere la volontà di camminare insieme, uniti dal desiderio di contribuire per un mondo più giusto, pacifico e solidale. Le persone di buona volontà, credenti e non credenti, debbono unirsi a questo impegno, che prevede il riconoscimento della Terra Santa come luogo tutelato internazionalmente e sacro per Ebrei, Cristiani e Musulmani.

Concludo. In un mondo pieno di conflitti, che va rapidamente trasformandosi, forse sbaglia chi come noi oggi  tenta – balbettando – di dire parole di pace nella disperazione che arriva dalla Terra Santa, sentendo per intero il peso dell’inadeguatezza che noi per primi diamo per scontata. Allora voglio concludere con un appello. È tempo di distinguere tra colonialismo e autodeterminazione, tra supina ignoranza e profonda conoscenza, tra potere e rispetto, tra guerra e pace, tra democrazia e tirannide. Dobbiamo riscoprire la forza del sapere condiviso, la curiosità che unisce, quella che animava i pionieri dell’archeologia, come la madre di Costantino Magno Elena alla ricerca dei luoghi Santi,  rappresentata con la vera croce in tanti affreschi delle nostre chiese: dunque  scavare non per conquistare ma per capire.

Come scriveva Umberto Cardia, le aree costiere del Mediterraneo non sono isolate ma in relazione con tutta la profondità dei continenti. Questo mare non separa: collega. Oggi il Mediterraneo deve essere concepito non solo come luogo geografico, ma come concetto e progetto culturale, emblema della contaminazione feconda tra popoli e culture, orientato alla solidarietà, alla pace e alla giustizia tra le nazioni, al dialogo e al rispetto reciproco. E se guardiamo la Sardegna, il Nord Africa, la Terra Santa insieme, vediamo rive che si specchiano, volti diversi dello stesso destino. In un mondo attraversato da guerre e paure, il Mediterraneo può tornare a essere il laboratorio della convivenza, dove le differenze non si cancellano ma si armonizzano. È da questo mare che dobbiamo ripartire: dal dialogo, dalla memoria, dalla conoscenza. Perché, come scriveva Virgilio raccontando di Enea sbattuto dalla tempesta sulla costa africana della Cartagine di Didone, “forsan et haec olim meminisse iuvabit” — forse un giorno, di tutto questo dolore, sapremo ricordare anche la speranza.

Il Mediterraneo tra mito e storia

image_pdfimage_print

Il Mediterraneo tra mito e storia

“TEMI MEDITERRANEI” “Rotte Mediterranee”, OMeGA

Cagliari 14 novembre 2025

Il mio amico Silvano Tagliagambe ha pubblicato per i suoi 80 anni Il Mediterraneo dentro. La Sardegna tra memoria e avvenire, che abbiamo recentemente premiato a Nuoro al Premio Deledda. È un libro che invita a risvegliare, a far rivivere e valorizzare la coscienza mediterranea di cui siamo eredi: una coscienza ancora presente nel nostro universo interiore, ma che rischia di andare perduta. È venuto il momento di renderci conto che la struttura del tempo fa sì che tutto quanto ci appare presente sia debitore della pulsione originaria proveniente da queste acque, che sono state storicamente il crocevia delle culture europee e dell’Asia occidentale, del Nord Africa. Da questo mare, laboratorio in cui si sono formate le grandi concezioni religiose, filosofiche e scientifiche dell’umanità, è nata la civiltà. L’autore ritorna con emozione alla filosofia antica e sogna – e ci invita a sognare con lui – un nuovo tempo mediterraneo, fondato sulla tolleranza e sul rispetto, sul pluralismo e sul valore delle diversità: un Mediterraneo dove il mare non sia più una frontiera, ma la piazza comune dell’incontro tra i popoli. Eppure, come ammonisce Edgar Morin, “i futuri impensabili del nostro passato sono diventati i futuri impensabili del nostro presente”. Viviamo un tempo in cui il dialogo sembra dissolversi, e proprio per questo dobbiamo tornare a interrogare la storia, a leggere il mare come memoria e come destino. L’autore è convinto che occorre cambiare la percezione del mondo antico e i modelli interpretativi stessi delle civiltà passate, spesso inadeguati, con la <<coscienza di una lontananza, di un distacco, che però ci interroga continuamente sul nostro presente>>: dunque dobbiamo riscoprire la modernità della storia mentre il mondo conosce una crescente tensione tra multilateralismo e multipolarismo o transazionalismo – l’espressione è di Alexander Stubb, Presidente della Finlandia, alla 80ª Sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il multilateralismo è un ordine basato sullo Stato di diritto. Il transazionalismo è una politica estera guidata dagli interessi, in cui si diversificano le relazioni con più attori.

Vorrei, in apertura, invitarvi a guardare da lontano il futuro delle città mediterranee, di entrambe le rive, la Nord e la Sud: per i prossimi decenni vorremmo che urbanisti, sociologi, studiosi progettino città antifragili e resilienti come quelle definite da Nassim Nicholas Taleb, che non possono essere immaginate senza partire dalla profondità della storia e dalla complessità delle culture diverse: perché la diversità, nel Mediterraneo, non è una minaccia: è un valore fondativo. Le Corbusier nel 1965 affermava: ≪Essere moderni non e una moda, è uno stato: Bisogna capire la storia: e chi capisce la storia sa trovare la continuità tra ciò che era, che è e che sarà≫.

Dobbiamo allora passare dal “mare nostrum” al “nostro mare” e rinnegare, come scrive Franco Cassano nel Pensiero meridiano, quella idea proprietaria di “mare nostrum”, odiosa per il suo senso di dominio.<<Oggi – dice Cassano – quell’espressione può essere pronunciata solo se accettiamo di spostarne il significato. Il soggetto proprietario non è un popolo imperiale che assorbe gli altri, ma il ‘noi mediterraneo’. Quell’espressione non sarà ingannevole solo se sarà detta con convinzione e contemporaneamente in più lingue≫.

E ancora: <<La voce del Mediterraneo non arriva quindi dal passato, ma dal futuro né ha un valore soltanto locale: l’equilibrio di terra e di mare, appartenenza e libertà, è un modello di vita che non demonizza il nostro bisogno di legame né il nostro bisogno di libertà. Il dialogo non rimane chiuso sul terreno del metodo, ma parla di contenuti, di una vita nella quale la misura sta lì a garantire che l’uomo non sia risucchiato da due hybris opposte, quella che in nome del bene comune opprime l’individuo e quella che in nome della libertà lo abbandona in alto mare. Mediterraneo, terra e mare, vuol dire anche questo>>.

Vorrei estendere lo sguardo dalla preistoria fino ai giorni nostri, per raccontare le novità della nuova impostazione della ricerca archeologica, storica, umanistica, come scienza. Il Mediterraneo non è mai stato un confine ma una rete. Non una conquista ma una circolazione di idee, merci, miti e uomini. E in questa rete la Sardegna e il Nord Africa occupano due nodi fondamentali: l’una, isola-ponte al centro del mare, e l’altro, continente proteso verso il dialogo e la pluralità.

Fondamentale è partire dal mito e dalla geografia sacra delle origini. La denominazione latina “Mare Nostum” è in realtà greca, παρ’ἤμὶν θαλάσση “il mare che ci appartiene” già in Platone, e fa riferimento al mare percorso dai marinai greci, verso l’Occidente mitico in direzione delle colonne d’Ercole, Per i Greci, il Mediterraneo era spazio mitico e iniziatico: le colonne d’Ercole, il meraviglioso Giardino delle Esperidi, le soglie tra la notte e l’alba all’estremità occidentale dell’ecumene, il luogo dove ci sono le porte della sera e i Greci si addestrano ad affrontare i mostri che tentano di impedire l’arrivo della civiltà.

Per Paolo Fedeli, l’espressione Mare Nostrum è un chiaro esempio ancora una volta della mediazione effettuata dai Latini di fronte all’eredità culturale dei Greci. Del resto sappiamo che la geografia greca cresce a dismisura nel tempo e nello spazio, con le colonne d’Ercole innanzi tutto, che si spostano dalla Grande Sirte progressivamente in direzione dell’Oceano verso occidente e in direzione del Mar Nero verso oriente. Sull’altro versante, il nostro mare comprendeva ormai anche il mare Sardo verso occidente. Nell’antichità ad indicare gli estremi sono miticamente Eracle, che pone le sue colonne sull’Atlantico e Dioniso in direzione del mondo scitico fino all’India.

Il mito di Eracle conserva deformati, elementi storici dati dall’immaginario collettivo dei marinai, dalle loro paure nel corso della navigazione e della sopravvivenza forse, al tempo dell’occupazione cartaginese, del culto per una divinità del mare, il padre di Medusa. Le acque che circondano la Sardegna – le Bocche di Bonifacio, il mare di Taphros – erano viste come luoghi misteriosi popolati da mostri, divinità marine, meduse e orche: figure simboliche di una natura potente e ignota, che gli antichi marinai impararono a interpretare con il linguaggio del mito. Del resto il mito ha dei punti di contatto con le fatiche di Ercole e con le esperienze effettivamente fatte dai marinai greci in rapporto con la lontananza e la posizione occidentale dell’Isola, con la geografia stessa che ha condizionato la nascita – non solo nel mondo greco – di leggende, miti, fantastiche invenzioni legate a mostri marini o animali bizzarri, come alcuni uccelli o i mufloni-musumones.

L’immagine di Medusa Regina di Sardegna e Corsica nel mito appare saldamente radicata a osservazioni naturalistiche effettuate dai marinai greci nell’area marina dello stretto di Taphros, a Nord di Ichnussa e a Sud della Corsica, dove erano certamente presenti le pericolose meduse che nell’immaginario collettivo erano associate anche a veri e propri mostri marini che abitavano il mare tra Sardegna e Corsica, a oriente del Capo Falcone. Antiche leggende marinare parlavano di mostri marini, i favolosi thalattoi krioi, “arieti” o “montoni marini”, identificati oggi con l’orca gladiator che secondo Claudio Eliano trascorrevano l’inverno nei paraggi del braccio di mare della Corsica e della Sardegna, accompagnati da delfini di straordinarie dimensioni, impegnati a dare la caccia alle foche con altri cetacei. Ci rimangono dunque tracce di osservazioni naturalistiche reali degli esseri che popolavano i mari tra Sardegna e Corsica. Il mito nasceva dal mare vissuto, dalla paura e dallo stupore dei naviganti.

Naturalmente l’Odissea di Omero, il viaggio di Ulisse, il suo riso sardonico, rientrano in questo quadro sintetizzato dai cartografi fino a Tolomeo di Alessandria, che immaginava la Sardegna in rapporto all’equatore (con una longitudine 35-40° nord) e alle Isole fortunate nell’Oceano (29-33° in latitudine est) e che indicava il punto più occidentale, là dove la terra finisce e il mare comincia, nell’area del promontorio di Ermes, il Capo Marrargiu, che avrebbe peso il nome da Mercurio, lo sposo di Erizia, la ninfa di Gades, padre di Norace, il costruttore dei nuraghi e il fondatore di Nora nella Sardegna Meridionale e di Nure nella Nurra. Oggi sappiamo che a breve distanza a Nure il promontorio dell’Argentiera con le sue miniere è esattamente il punto più occidentale dell’isola dalle vene d’argento-Ichnusa o Sandaliotis.

La Sardegna fu l’unica vera isola collocata nel Mediterraneo occidentale, nel Mare Sardum in direzione delle colonne d’Ercole, utilizzata come piattaforma per i traffici marittimi mediterranei sulla grande rotta tra l’oriente (partendo dalla Siria) fino all’Occidente (a Gades), una rotta conosciuta da Posidonio e da Plinio che calcolava 2113 miglia da Myriandum di Antiochia a Karales e 1250 miglia da Karales a Gades oltre le colonne.

È noto che in tre occasioni Erodoto ricorda la Sardegna come <<l’isola più grande del mondo>>: la notizia è da considerarsi ovviamente erronea se le dimensioni dell’isola, in rapporto alle altre isole del Mediterraneo, vanno calcolate in termini di superficie, dato che la Sardegna viene superata dalla Sicilia. Ma va rilevato che il calcolo di Erodoto è stato effettuato non in termini di superficie ma di sviluppo costiero delle diverse isole del Mediterraneo: il litorale della Sardegna è lungo circa 1.385 km. ed è dunque nettamente superiore al perimetro costiero della Sicilia. Prima della conquista romana doveva d’altra parte essere impossibile calcolare l’esatta superficie della Sardegna, dato che la presenza punica non oltrepassò il fiume Tirso e non riguardò la Barbaria montana, anche se Cartagine risulta la città più vicina alla Sardegna.

Vorrei oggi dare il senso, il sapore, il gusto di una realtà storica, fondata su antiche osservazioni formulate dai marinai greci e fenici intorno alle coste dell’isola, sui fondali, sui venti, sulle correnti, sulle maree, sui porti, sulle rotte partendo dal Periplo di Scilace nel VI secolo a.C. : un’isola lontana da continenti, collocata fuori dal tempo e dallo spazio, eudaimon, felice così come pamforos, produttrice di straordinari prodotti, arricchita dal mito degli eroi greci arrivati a conquistarla, gli Iolei, i figli di Eracle e delle cinquanta Tespiadi.

Parlare di navigazione oceanica qui nella Darsena di Cagliari, un porto intermedio sulla rotta transmediterranea, significa partire dalla rotta seguita dai naviganti greci e cartaginesi verso il favoloso occidente mediterraneo oltre le Bocche di Bonifacio del Fretum Gallicum verso la Gallia Narbonense e in direzione delle colonne d’Ercole, verso l’Oceano. Soprattutto significa ricordare che nel mare Sardum ci sono, le due grandi vere isole del Mediterraneo, Sardegna e Corsica, collocate per i Romani al di là del grande mare, il mare dei Tirreni-Etruschi; infine richiamare la dimensione dell’ecumene inizialmente sulle rive di quel Mare Nostrum che nella sua denominazione originaria greca era priva di quell’odioso senso “imperialista”; soprattutto significa uscire da quel mare interterraneo sul quale per Platone abitavano uomini come formiche o rane sulle sponde di uno stagno o di una palude. Significa affrontare l’oceano, affacciarsi in campo aperto, cercare nuove rotte, seguir con l’Ulisse di Dante virtute e canoscenza, <<perché fatti non foste a viver come bruti>>.

Virgilio recupera la tradizione omerica nell’Eneide per il viaggio di Enea da Troia in fiamme fino a Cartagine, alla Sardegna ed al Lazio: nelle sue parole si riassume il senso stesso del Mediterraneo come spazio di transito, dolore e rinascita. Le relazioni mediterranee nel mondo antico sono alla base dell’episodio della tempesta raccontato nel I libro dell’Eneide: le navi di Enea, partite da Drepanum in Sicilia, dove è stato sepolto Anchise, arrivate all’altezza delle isole Eolie, vengono disperse dai venti scatenati da Eolo, istigato da Giunone (la Tanit-Caelestis dei Punici). La tramontana (Aquilo) investe la vela della nave di Enea e solleva le onde fino al cielo; si spezzano i remi e la nave, offrendo i fianchi ai marosi, è ormai incapace di governare; le onde frante in cresta minacciano la stabilità di alcune triremi, mentre le altre sono spinte verso le secche, dove si formano mulinelli di sabbia. Notus, il vento da Sud corrispondente all’Austro, getta tre navi sugli scogli, su quei saxa latentia chiamati Arae [Neptuniae o Propitiae] dagli Itali, che si innalzano sul mare di Libia con un dorso smisurato. Euro poi, vento di Sud-Est (dunque lo Scirocco), spinge altre tre navi (si noti la ripetuta triplicazione rituale), le incaglia sui fondali e le circonda a poppa e sui fianchi con un argine di sabbia, rendendo impossibile la navigazione; è appunto ad Euro che è attribuita da Enea la responsabilità maggiore della presunta perdita di 13 delle 20 navi. Una settima nave viene investita di poppa da un’ondata ed affonda in un vortice dopo aver ruotato per tre volte su sé stessa; alla fine risulterà essere l’unica nave andata a fondo. Anche le altre navi si trovano in difficoltà, perché le ondate provocano ampi squarci lungo le fiancate, aprendo pericolose falle; alcune sono gettate dagli Austri (ancora Noto) in vada caeca …./…. perque invia saxa, anche se poi gli Eneadi riescono a toccare terra.

Si discute sulla localizzazione della flottiglia di Enea durante la tempesta e sulla durata della navigazione inizialmente in direzione dell’Ausonia, il Lazio abitato dai Silvii e poi dai Latini, in realtà dirottata dai venti verso Cartagine: oggi si preferisce però seguire Servio ed identificare di conseguenza le Arae non sulla terra ferma tra Cirenaica e Tripolitania (Arae Philenorum) ma con le Arae Neptuniae o Propitiae, scogli tra Africa, Sicilia, Sardegna ed Italia; su tali scogli (residuo di una più vasta isola sommersa), scelti ad indicare il confine tra l’impero romano e l’area sottoposta al controllo cartaginese, sarebbe stato stipulato uno dei trattati tra Roma e Cartagine, forse quello del 238 a.C.: ibi Afri et Romani foedus inierunt et fines imperii sui illic esse voluerunt. Tali Arae Neptuniae sono generalmente identificate con lo scoglio Keith nella grande secca di Skerki, poco a Sud-Est di Cagliari, ove i fondali rocciosi raggiungono i 4 metri di profondità e dove è certo difficile navigare col mare in burrasca, anche per le imbarcazioni di modesto pescaggio quali dovevano essere le triremi immaginate da Virgilio, a causa della forte corrente ed in qualche caso dei frangenti.

Alla luce degli ultimi studi mentre Enea spinto da Aquilone avrebbe navigato verso Sud raggiungendo Cartagine in costruzione (dove avrebbe conosciuto la regina fenicia Didone), i suoi compagni (gli Iliensi) con le tre navi spinte da Noto sarebbero sbarcati in Sardegna, originando un popolo della Barbaria stanziati nella seconda vallata del fiume Tirso: per Diodoro Siculo i Sardi Iolei-Iliensi discendenti dei Greci e dei Troiani ancora all’età di Cesare erano liberi, non soggetti alla dominazione di altri popoli, indipendenti e sovrani. A giudizio degli studiosi sarebbero stati i fondatori della letteratura latina Ennio (con gli Annales) e Catone (con le Origines) a creare una sorta di “parentela etnica” tra Romani, Siculi e Sardi, tutti discendenti dai profughi che avevano abbandonato Ilio in fiamme: entrambi gli autori (Ennio e Catone) hanno effettivamente partecipato in Sardegna alla guerra annibalica e combattuto contro i Sardi Pelliti in una terra fertile e marchiata dai nuraghi, le arcaiche costruzioni preistoriche che il mito greco voleva edificate su un progetto dell’eroe Dedalo giunto dalla Sicilia: l’interesse per i mirabilia sardi è tipico della storiografia siceliota, come testimonia proprio la vitalità del mito di Dedalo. Lo sbarco di Enea a Cartagine, raccontato nell’Eneide, è emozionante: con gli occhi dell’eroe ci rimane l’immagine dei costruttori di Cartagine, sul colle della Byrsa concesso dai Numidi ingannati dalla regina che astutamente aveva tracciato il perimetro della città con la pelle di toro tagliata a strisce: qui gli architetti della regina Didone, pieni d’ardore, erano impegnati nella costruzione della colonia fenicia, con le sue mura gli ingenta moenia, con le sue torri, con i suoi templi, la basilica per l’amministrazione della giustizia, la curia per ospitare il senato. Nel rappresentare i costruttori di Cartagine che si affaccendano come migliaia di api in un alveare al principio dell’estate per produrre il miele che profuma di timo, è evidente che Virgilio pensa alla colonia augustea che negli anni in cui scrive sorge come una grande capitale mediterranea, dove il Proconsole d’Africa si trasferisce da Utica, con la nuova basilica giudiziaria tipicamente romana, che sarebbe del tutto anacronistica in età fenicia. Nel fervore degli structores Tyrii della Carthago di Didone, Enea profugo da Troia ma anche ospite accolto con rispetto dalla Regina, vede, con gli occhi di Virgilio, il solco dell’aratro che segna il limite sacro di una colonia, rinnovando il dolore e la speranza che anima coloro i quali costruiscono una nuova città, in contrasto con la visione della sua originaria patria -Ilio- distrutta dalle fiamme: nell’operosità dei costruttori cartaginesi, Enea scorge il riflesso della speranza di chi, dopo la distruzione, vuole ricostruire. È l’eterno ritorno del Mediterraneo: ogni città nasce dalle rovine di un’altra. Non c’è dubbio che Virgilio rifletta nel racconto della Cartagine nascente l’esperienza urbanologica di età augustea in Africa, con il theatrum dalle immanes columnae della frons scaenae tratte dalle cave in cui maestranze addestrate lavorano indefessamente ad estrarre il materiale lapideo della nuova città. O ancora con le portae delle mura e gli strata viarum, le viae urbane silice stratae. I versi virgiliani esaltano l’attività degli uomini di buona volontà, anche se pure gli dei e le dee sono considerati a tutti gli effetti coinvolti in uno studium e in un’ars che nobilita chi la pratica. Il dolore di Enea si moltiplica quando nel tempio di Giunone osserva gli affreschi che ricordano la scena di Achille che trascina il cadavere di Ettore e lo vende a peso d’oro a Priamo; la distruzione di Troia, la città orientale dalla quale proviene: la storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente.

Più di recente Virgilia Lima sui “Dialoghi Mediterranei” ha riflettuto sui profughi di ieri e di oggi: sulle orme di Enea, da hostis a fondatore di Roma, nemico per i Rutuli del Lazio, ma hospes per la prima Didone e per i fenici. Il gioco virgiliano hostis/hospes è attualissimo: come non avvicinare Enea fuggiasco che abbandona la città in fiamme agli immigrati di oggi provenienti da Palmira o da Rakka o da Idblil presso Ebla, accolti con sospetto in un’Europa scintillante e desiderata, incapace di accogliere e integrare i profughi di guerra ?

Nel corso dei secoli, il Mediterraneo è divenuto il luogo dove Roma e l’Africa si incontrano e si trasformano a vicenda. Sull’ara provinciale dedicata a Cartagine nell’età di Augusto è rappresentato Enea rivestito della corazza che su impulso degli dei trasporta il padre Anchise (che indossa una toga romana) e il figlioletto Ascanio in abito frigio, con un’inversione che indica il desiderio di Roma di tornare alle origini troiane: l’immagine, che vediamo in tante altre località mediterranee toccate nel mitico viaggio dell’eroe che salva i suoi Penati, sintetizza la storia di generazioni diverse che arrivano fino ai nostri giorni, se Enea progettava la formazione di una nuova città, di una nuova discendenza, di una nuova lingua, in una parola di una nuova cultura di pace in un Mediterraneo devastato dalla guerra.

La nostra lunga serie di incontri dedicati a L’Africa Romana – iniziata nel 1982 – ha voluto proprio ribaltare lo sguardo: non la romanizzazione dell’Africa, ma l’Africa che partecipa al nuovo progetto del mondo mediterraneo, segnando una prospettiva di ricerca nuova, interattiva, con la presenza di centinaia di archeologi, con l’ampia collaborazione con i diversi Istituti di ricerca, con molte Università, con numerose Società Scientifiche internazionali, infine con i giovani dell’Associazione Nazionale Archeologi. In questa impresa, abbiamo sempre voluto distinguere tra storia dell’Africa durante il periodo romano e Africa Romana. Il Nord Africa ha dato alla romanità uomini, idee, forme artistiche e istituzionali. Ha dato Agostino, Tertulliano, Apuleio, Cartagine e Ippona: una civiltà che non fu periferica, ma cuore pulsante dell’impero mediterraneo. Questa prospettiva ci consente di vedere la storia non come gerarchia ma come dialogo, come un intreccio tra centro e periferia, tra continuità e differenze. Oggi tendiamo a studiare non la romanizzazione del Mediterraneo, ma alla rovescia il contributo che il Nord Africa ha dato alla romanità. In questo mosaico, la Sardegna e il Nord Africa condivisero una stessa vocazione: la capacità di mediare tra mare e terra, tra Oriente e Occidente. In questa direzione è andato il progetto che oltre vent’anni fa ha portato alla costituzione del Centro di studi interdisciplinari sulle province romane dell’Università di Sassari, che concentra la sua attenzione su tematiche provinciali prevalentemente africane: rispetto alla Storia di Roma, che privilegia una concezione unitaria, la Storia delle province romane extra-italiche tende ad evidenziare il processo delle annessioni dei territori mediterranei da parte di Roma ed in particolare le specificità regionali, le persistenze indigene, gli apporti originali che le differenti realtà nazionali e locali hanno espresso all’interno dell’impero romano. In questo senso lo studio della storia di una provincia o di un insieme di province può giustamente considerarsi come il complemento se non addirittura l’antitesi della Storia Romana tradizionale vista esclusivamente sotto il profilo istituzionale ed organizzativo ed intesa come ricostruzione di quella corrente che provocò un processo di livellamento che introdusse anche sul piano culturale e sociale unitari elementi romani. Questo tipo di analisi, che nel rapporto tra centro e periferia valorizza gli apporti specifici delle diverse province e supera il tema dell’egemonia e dell’imperialismo, ha lo scopo di evidenziare le articolazioni locali ed il contributo delle singole aree: con lo scopo di andare alla ricerca delle «complesse e radicate esperienze culturali che già allora e da gran tempo componevano i fondamenti dell’Europa» ed in rapporto alla capitale ed alla penisola italica, che restarono fuori dalla primitiva organizzazione provinciale. Gli studi su queste tematiche testimoniano il lento processo di urbanizzazione in alcune aree dell’occidente, occupate da tribù, popolazioni non urbanizzate, potentati indigeni. Assistiamo spesso ad una vera e propria maturazione del sistema istituzionale romano, con evidenti innovazioni costituzionali; e insieme si andò modificando in continuazione l’equilibrio tra colonizzatori romani e popolazioni locali, con l’allargamento a nuovi gruppi etnici ed a nuovi territori. In molti casi i Romani poterono acquisire l’amicizia di popoli federati, legati con un foedus o addirittura tramite parentele etniche più o meno mitiche. L’occupazione dei territori extra-italici fu sostenuta soprattutto grazie al favore dei popoli alleati, alla deduzione di colonie, all’insediamento di veterani, all’attività di gruppi di mercanti italici, ad una vivace politica di municipalizzazione che finì per coinvolgere tutte le città provinciali.

Oggi si può seguire meglio lo sviluppo della “resistenza” alla romanizzazione, che se si è manifestata con clamorosi fenomeni militari, spesso si è svolta in modo sotterraneo ma non per questo meno significativo. La persistenza di istituzioni, abitudini, usi e costumi arcaici all’interno dell’impero romano è una delle ragioni della convivenza tra diritto romano classico e diritti locali, anche se spesso improvvise innovazioni entrarono in contrasto con antiche consuetudini. Solo così si spiega come, accanto all’affermarsi di nuove forme di produzione, di organizzazione sociale, di scambio, in alcune aree siano sopravvissute le istituzioni locali, il nomadismo, l’organizzazione gentilizia, mentre l’onomastica testimonia la persistenza di una cultura tradizionale che ha mantenuto spesso la lingua indigena. E poi la geografia nella storia, l’ambiente naturale con i suoi condizionamenti e con le sue differenze, il paesaggio agrario, le dimensioni della proprietà, la pastorizia nomade, le produzioni, i commerci di minerali e di marmi; i dazi, i mercati, l’attività dei negotiatores italici, la dinamica di classe, l’evergetismo, la condizione dei lavoratori salariati, degli schiavi e dei liberti: temi che possono essere affrontati con metodi e strumenti rinnovati, grazie anche alle nuove tecniche di indagine, come l’archeologia sottomarina, le prospezioni territoriali anche satellitari, le catalogazioni dei materiali e dei dati su base stratigrafica, le più sofisticate applicazioni informatiche.

I nuovi studi sulle province romane mediterranee, intese come ambiti territoriali di incontro tra culture e civiltà, tendono a definire i contorni di quella cultura unitaria mediterranea, che non appiattì le specificità locali ma che si ancorò profondamente alla realtà geografica, al paesaggio, all’ambiente, ma anche ai popoli ed agli uomini: esplorare il confine tra romanizzazione e continuità culturale, tra change e continuity, è compito che deve essere ancora affrontato, al di là della facile tentazione di impossibili soluzioni unitarie, soprattutto se gli studi adottano un approccio decisamente anticolonialista.

Nella visione coloniale europea dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento la civiltà classica in Nord Africa non morì di morte naturale, ma fu assassinata: l’assedio di Ippona da parte dei Vandali nel 430 pochi mesi dopo la morte di Agostino, che fu sepolto nella basilica pacis, rende solo in parte l’idea di una cittadella della cultura travolta dalla montante marea barbarica, mentre i superstiti cercavano rifugio nelle terre transmarine. Nell’Ottocento, la riscoperta dell’Africa romana avvenne sotto il segno del colonialismo europeo. Gli ufficiali francesi in Algeria e in Tunisia, come gli italiani in Libia, scavarono alla ricerca delle radici “latine” dell’Europa nel Maghreb. Ma quella fu una riscoperta ambigua, segnata dall’idea di un’eredità da possedere, non da condividere. Per lungo tempo, la storia classica fu strumentalizzata per giustificare il dominio europeo. Anche la conquista ummayyade di Cartagine bizantina da parte degli Arabi di Damasco insediati a Kairouan nel 698 è stata considerata simbolicamente la data finale della cultura classica, per quanto noi possediamo iscrizioni latine con l’era della provincia che si estendono in Marocco ancora per alcuni secoli e per quanto siano sopravvissuti a lungo nel Nord Africa islamico dei principati berberi cristiani.

Il trasferimento delle reliquie di Agostino da Hippo Regius a Karales e poi a Pavia effettuato a quanto pare di fronte all’avanzata araba è stato interpretato simbolicamente come il punto conclusivo del momento più maturo della classicità e insieme come l’annunzio di tempi nuovi, con l’apertura (futuhat) del Nord Africa all’Islam, quando si manifesta l’aspirazione verso un nuovo universalismo. Nel contrasto tra mondi tanto diversi, la cultura araba fortemente motivata sul piano religioso finì per diventare egemone ed espansiva, a danno di quella romana e di quella giudaico-cristiana, che pure hanno lasciato tracce evidenti anche nel Maghreb di oggi.

La riscoperta delle rovine archeologiche, delle iscrizioni, dei monumenti è avvenuta innanzi tutto in Algeria nell’Ottocento al seguito dell’esercito coloniale francese, con l’obiettivo romantico di ripercorrere le strade di una civiltà perduta, di ritrovare le radici dell’anima europea del Nord Africa travolto dagli Arabi: paradossalmente i Berberi dell’antica Numidia avrebbero mantenuto con le loro croci tatuate come ad Haidra una sbiadita memoria del cristianesimo originario. Cinquanta anni più tardi anche in Tunisia le scoperte archeologiche furono effettuate inizialmente dagli ufficiali dell’esercito di occupazione francese. Con la colonizzazione si affermava una nuova cultura egemone e restò ormai fissata nell’immaginario collettivo dei popoli del Maghreb l’idea di una forzatura, di una strumentalizzazione del mondo classico al servizio della prospettiva coloniale francese in Algeria e Tunisia, ma anche italiana in Libia e spagnola in Marocco.

Nel momento in cui i paesi del Maghreb ritrovavano, dopo la seconda guerra mondiale, una loro sovranità nazionale, la conseguenza inevitabile fu una reazione contraria, una sostanziale sottovalutazione delle radici classiche e una enfatizzazione, in realtà purtroppo spesso solo teorica, delle fasi islamiche della storia del Nord Africa. Teorica perché se è vero che sullo sfondo c’è il convinto apprezzamento per la grande cultura araba arrivata anche ad influenzare l’Europa cristiana; di fatto però le fasi medievali del primo insediamento arabo in Ifriqya non sono mai state studiate davvero scientificamente e la cultura materiale islamica delle origini non ha fin qui avuto una presentazione adeguata. Nel quadro della progressiva indifferenza per il patrimonio pre-islamico, indubbiamente la Tunisia tra il 1956 con Bourghiba, il 1986 con Ben Ali, oggi con Kais Saied, ha rappresentato un’eccezione nel panorama dei paesi del Maghreb, grazie all’impegno dell’Institut National du Patrimoine che ha sostenuto molte grandi imprese internazionali in particolare europee, che spesso però furono costrette a cambiare decisamente i loro obiettivi.

Rimane sullo sfondo il nuovo tema della “resistenza” alla romanizzazione, che, se si è manifestata con clamorosi fenomeni militari come a Zama alla fine della seconda guerra punica, spesso si è svolta in modo sotterraneo ma non per questo meno significativo. Essa è interpretata da figure come Massinissa, Annibale o Giugurta valorizzate anche sulle monete ufficiali del nuovo stato tunisino.

Con la “primavera araba”, con la fuga di Ben Ali il 14 gennaio 2011, si era evitato il pericolo che i lunghi e brillanti periodi preislamici del Maghreb potessero rappresentare una minaccia per il progetto di panarabismo dominante. Dopo la crisi, oggi si rende sempre più necessario riprendere un cammino che sarà possibile solo partendo dalla consapevolezza che il patrimonio rappresenta una ricchezza anche per l’identità della Tunisia di oggi, superando la strumentalizzazione del passato per scopi politici o religiosi.

La strada è quella di passare dal colonialismo alla cooperazione, di arrivare scientificamente ad una ricostruzione storica complessiva, fondata su un’indagine interdisciplinare, indirizzata verso una valutazione globale del mondo antico e tardo antico: dalle indagini storiche e archeologiche più recenti, dalla collaborazione tra studiosi, dalle ultime pubblicazioni scientifiche, emergono le nuove linee del processo di organizzazione municipale romana, nelle sue stratificazioni storiche e nei suoi condizionamenti determinati da precedenti realtà regionali; è così possibile un approfondimento del tema delle civitates indigene, tribù e popolazioni non urbanizzate, nomadi, seminomadi e sedentarie, raccolte intorno a re e principi indigeni, in rapporto con l’autorità romana. La persistenza di istituzioni, abitudini, usi e costumi arcaici all’interno dell’impero romano è una delle ragioni della convivenza tra diritto romano classico e diritti locali, anche se spesso improvvise innovazioni sono entrate in contrasto con antiche consuetudini. Solo così si spiega come, accanto all’affermarsi di nuove forme di produzione, di organizzazione sociale, di scambio, in alcune aree siano sopravvissute le istituzioni locali, il nomadismo, la transumanza, l’organizzazione gentilizia, mentre la vita religiosa e l’onomastica testimoniano spesso la persistenza di una cultura tradizionale e di una lingua indigena. Altre problematiche di estremo interesse riguardano il paesaggio agrario, le dimensioni della proprietà, la pastorizia nomade, le produzioni, i commerci di minerali e di marmi come a Chemtou-Simittus, i dazi, i mercati, l’attività dei negotiatores italici o africani, la dinamica di classe, l’evergetismo, la condizione dei lavoratori salariati, degli schiavi e dei liberti: temi che ora possono essere affrontati con metodi e strumenti rinnovati, grazie anche alle nuove tecniche di indagine, come l’archeologia subacquea da noi praticata a Nabeul; gli scavi stratigrafici come a Zama, alla ricerca del campo della battaglia tra Annibale e Scipione; le indagini territoriali come a Uchi Maius, Numuli, ad Agbia, a Thignica, a Uthina, dove opera un’équipe dell’Università di Cagliari. Nel mondo di oggi dovremmo tutti contribuire a superare il concetto di “culture egemoniche” e “culture subalterne” per costruire una strada da percorrere insieme.

Anche nelle condizioni difficili e terribili di questi anni, in particolare tra l’abbattimento delle torri gemelle l’11 settembre 2011 e il fallimento delle primavere arabe, non è cessato l’impegno di costruire ponti tra le due rive del Mediterraneo, con il senso di un’attenzione e di un rispetto che vogliamo affermare, di un incontro e di una speranza. Il XX volume de “L’Africa Romana”, è dedicato in memoria delle vittime innocenti del tragico attentato al Musée National du Bardo del 18 marzo 2015 con la solidarietà di tutti gli studiosi al popolo della Tunisia libera e democratica. Nel frattempo le primavere arabe si sono rivelate “inverni” terrificanti, l’insicurezza ha travolto alcuni paesi, sono stati inferti colpi terribili all’economia di alcuni paesi, ai beni culturali, al patrimonio, soprattutto alle relazioni tra studiosi. Il 26 marzo, pochi giorni dopo l’attentato, abbiamo organizzato a Sassari il convegno “Il canto del Bardo, Il Museo mediterraneo di Tunisi tra ricordi e speranze” e fondato la Scuola archeologica italiana di Cartagine che celebra ora i suoi 10 anni di vita con oltre 200 soci. Trovo poi straordinario il risultato conseguito con la presenza dal I ottobre 2015 di quasi un migliaio di studenti magrebini che studiano in Sardegna presso le due Università grazie all’impegno di Unimed e della Fondazione Banco di Sardegna. Altri partecipano ai dottorati e agli scavi archeologici.

Del resto non mancano notizie straordinarie come il premio Nobel assegnato per la pace al “quartetto” tunisino, espressione dell’’ Unione Generale Tunisina del Lavoro, della Confederazione Tunisina dell’Industria, della Lega Tunisina per la Difesa dei Diritti dell’Uomo, dell’Ordine Nazionale degli Avvocati di Tunisia.

Il tema delle migrazioni rimane centrale: possiamo osservare i fenomeni migratori nella Roma imperiale, se accettiamo l’idea di una capitale cosmopolita oppure all’opposto di un mondo sintetizzato nell’urbe, ἡ κυρία τοῦ κόσμου Ῥώμη. ricca di relazioni, spesso capace di accogliere l’altro, di preservare identità plurali, attraverso gli spazi, i luoghi di abitazione, di esercizio delle professioni, dell’organizzazione sociale, la lingua, l’onomastica, le pratiche cultuali. Ne è rimasta testimonianza nelle Formae urbis antiquae, le mappe marmoree di Roma tra la repubblica e Settimio Severo, con l’enfasi imperiale mussoliniana che si allarga all’orbis, al mare nostrum.

Il bellissimo templum Pacis (alla base della Torre dei Conti recentemente danneggiata da un crollo) accoglie con Severo la nuova forma urbis: il complesso aveva ospitato i cimeli della guerra ebraica arrivati da Gerusalemme come il candelabro a sette braccia in una sorta di evocatio fallita del dio degli ebrei; sull’arco di Tito è rappresentata la scena della pompa trionfale dove il racconto è reso espliticito dai tituli epigrafici sorretti da lunghe pertiche, con un evidente intento didascalico.

Se il punto di osservazione viene rovesciato dall’urbs all’ orbis Romanus o addirittura al mondo intero all’orbis terrarum o all’οίκουμένη e al κόσμος si pongono problemi ancora più complessi e difficili, che considerano guerre e conflitti ma anche le continuità, le rotture, i contatti, che consentivano di conciliare nazionalismi e identità locali, di procedere ad un’integrazione, fino ad arrivare a quella che oggi chiamiamo la globalizzazione.

In “Memorie del Mediterraneo” Braudel scrive: “Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma una serie di culture accatastate le une sulle altre”. La Sardegna, in questo scenario, è al tempo stesso sintesi e crocevia. Guardare la Sardegna con gli occhi di Braudel significa guardarla come parte di un sistema di lunga durata, dove ogni cultura lascia tracce e ogni epoca si sovrappone come una stratigrafia viva. Oggi, di fronte all’inverno demografico europeo e alla crescita africana, siamo chiamati a ribaltare lo sguardo: non più dal Nord verso Sud, ma dal Sud verso Nord, per riscoprire un Mediterraneo che respira in entrambe le direzioni. La storia ci insegna che le identità non si difendono chiudendo i confini, ma aprendoli al confronto. È necessario ribaltare il punto di vista: una visione da sud (con Tunisia e Algeria e più in generale coi paesi MENA abbiamo avuto secolari contatti) che sia insieme geografica demografica economica culturale. Si tratta di una citazione che riporta al centro del Mediterraneo, e dei paesi che vi si affacciano, anche il tema identitario, che ci coinvolge direttamente, perché le culture si sovrappongono e le identità si contaminano. Quanto essere, e sentirsi, parte di questo mare fa parte della storia e del quotidiano della nostra isola? Come interpretare questa storia proiettandola nel futuro e quale trama scegliere per raccontare al meglio questa presenza ?

Noi viviamo un tempo di trasformazioni, di rischi, di conflitto tra culture, tra popoli, tra paesi, anche per la nostra incapacità di comprendere gli altri, di sviluppare una pacifica vita in comune, di mettere da parte egoismi e interessi, di rifiutare integralismi e intolleranze, senza ingenuità perché i buoni propositi non bastano più di fronte alle forze in campo e all’ombra del conflitto nucleare. Il male è il nazionalismo dei nostri tempi, che ignora il pluralismo e il valore delle diversità in un Mediterraneo dove il mare non sia più una frontiera, ma la piazza di un’interazione pacifica. Ai nostri giorni, ci ha sorpreso l’accanimento e la barbarie di tante guerre in corso, che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime, con terribili danni inferiti al patrimonio culturale che rappresenta una risorsa, <<ha un valore intrinseco, è una componente essenziale per lo sviluppo umano e svolge un ruolo fondamentale nel favorire la resilienza e la rigenerazione delle economie e delle nostre società… è la base per rilanciare la prosperità, la coesione sociale e il benessere delle persone e delle comunità>>. I Ministri della cultura del G20 qualche anno fa riuniti a Roma hanno chiesto <<la protezione del patrimonio culturale, la condanna del traffico illecito dei BBCC, riconoscendo che tutte le minacce alle risorse culturali, compresi il saccheggio e il traffico illecito di beni culturali… la distruzione o l’uso improprio del patrimonio culturale … lo sviluppo urbano e regionale incontrollato, il degrado ambientale, … possono portare alla perdita di beni culturali insostituibili. Questo sconvolge le pratiche socio-culturali, violando i diritti umani e culturali dei popoli e delle comunità, colpendo la diversità culturale e privando le persone e le comunità locali di preziose fonti di significato, identità, conoscenza, resilienza e benefici economici. Convinti che la cooperazione e il dialogo siano vitali nella lotta contro l’estremismo violento, i Ministri dei 20 paesi hanno espresso la più forte condanna della distruzione deliberata del patrimonio culturale tangibile e intangibile, ovunque essa avvenga, poiché colpisce irreversibilmente le identità delle comunità, danneggia i diritti umani, cancellando le eredità del passato e travolgendo la coesione sociale. È necessario sostenere le iniziative intraprese per proteggere il patrimonio culturale in pericolo e ripristinare il patrimonio culturale distrutto o danneggiato. Nonostante l’impegno dell’UNESCO assistiamo al crescente saccheggio, al traffico illecito di beni culturali, alle minacce alla proprietà intellettuale, anche attraverso piattaforme digitali e sociali, ad altri crimini organizzati commessi a livello globale contro il patrimonio culturale e le istituzioni culturali, in rapporto al riciclaggio di denaro, alla corruzione, all’evasione fiscale e al finanziamento del terrorismo.

Credo sia arrivato il tempo di distinguere tra colonialismo, spionaggio, sincero desiderio di convivenza e che sia necessaria – con De Luca – una iniziativa straordinaria dell’ONU per bloccare i conflitti in un modo che diventa sempre più grande e complesso; che sia utile la presa di coscienza delle culture religiose per favorire il percorso lungo il sentiero della pace e della fratellanza tra gli uomini in nome di un unico dio, in particolare per coloro che, credendo che siamo tutti fratelli, si considerano figli di Abramo e guardano verso una Gerusalemme città aperta e in pace. Infine il varo di un codice etico vincolante per tutti. Siamo di fronte ad una nuova fase della storia del mondo, che non può essere solo quella del meticciamento e del biculturalismo, del relativismo e della globalizzazione che spegne ogni diversità e ogni differenza, che riduce il valore di ciascuno. Da archeologo e storico dell’antichità mi sento di dire che il recupero corretto della memoria del passato è allora il tema vero che abbiamo di fronte, una solidissima base su cui costruire un futuro fondato sul rispetto reciproco.

Personalmente abbiamo più volte riflettuto sulle fatiche e sui risultati delle ricerche epigrafiche e archeologiche condotte da tanti pionieri in zone di guerra. è soprattutto grazie a tutti loro, che il nostro sguardo ha potuto spaziare con uno straordinario ampliamento territoriale e geografico, nelle tre parti dell’ecumene romana, i continenti, l’Africa, l’Europa e all’Asia, con un allargamento di orizzonti e di prospettive che permette di superare la visione ristretta del Mar Mediterraneo, prevalentemente basata su un asse Nord-Sud, e di ricordare quello che fu il bilinguismo ufficiale dell’impero dei Romani. L’Africa deve diventare una parte essenziale del più ampio bacino mediterraneo, un’area costiera non isolata, in relazione con tutta la profondità del continente, trovando nel Mediterraneo lo spazio di contatto, di cooperazione e se si vuole di integrazione sovranazionale. Il tema investe aspetti politici importanti e chiama in causa innanzi tutto i rapporti tra Europa e paesi arabi Le rovine di Palmira e il sacrificio di Khaled al-As’ad – l’archeologo che pagò con la vita la difesa del patrimonio siriano – ci ricordano che la cultura è un diritto umano, non un lusso. . Non c’è più oriente o occidente, romani o arabi, cristiani o musulmani, se ad esempio in Libia abbiamo potuto contare oltre cento siti islamici distrutti dal Daesh nello scontro tra sciiti e sunniti: con gli amici di Libya antiqua abbiamo presentato un elenco alle autorità internazionali con l’appello inviato all’Unesco e al Centro Arabo per il patrimonio mondiale.

Del resto immaginiamo in futuro riflessioni più puntuali sulla pluralità delle identità locali, senza dimenticare Amin Maalouf e Les identités meurtrières, se davvero <<l’identità etnica è situazionale, costruita, negoziata e sempre fluida ma, come i rapporti di potere e la diseguaglianza sociale lasciano indubbie tracce materiali>>: sullo sfondo il tema dei processi di transizione in società complesse, articolate, più o meno avanzate.

Oggi abbiamo a che fare alle porte di casa, nel <<cortile condiviso della nostra esistenza>>, con il terrorismo di Hamas, l’eccidio del popolo palestinese a Gaza, la distruzione di tanti monumenti del patrimonio mondiale Unesco e Alecso dal Libano alla Giordania, dalla Palestina ad Israele, l’impotenza dell’ONU, per non parlare dello scontro triennale dell’Ucraina con la Russia di Putin, ricordando Giorgio La Pira e il suo intervento nel 1954 Ginevra alla sede della Croce Rossa sul valore delle città di fronte alle armi nucleari <<non hanno il diritto gli Stati di distruggere le città>>, perché la pace non è un’opzione nell’era nucleare.

Ho letto con attenzione i documenti che ci sono stati forniti per preparare questo convegno : il valore del dialogo tra i popoli, la caratteristica multietnica, l’incontro mediterraneo che investa i continenti, la visione mediterranea nella storia, nell’antropologia, nelle arti, nella navigazione, nelle tradizioni; la feconda circolazione di idee, l’idea di una tradizione che supera i nazionalismi che ha orizzonti più vasti e si inserisce nell’impero punico, in quello di Alessandro, in quello dei Greci e dei Romani, i quello “bizantino”, in quello ottomano.

In un mondo pieno di conflitti, che va rapidamente trasformandosi, forse sbaglia chi tenta – balbettando – di dire parole di pace nella disperazione che arriva dalla Terra Santa, sentendo per intero il peso dell’inadeguatezza che noi per primi diamo per scontata. Allora voglio concludere con un appello. È tempo di distinguere tra colonialismo e conoscenza, tra spionaggio e scienza, tra potere e rispetto. Dobbiamo riscoprire la forza del sapere condiviso, la curiosità che unisce, quella che animava i pionieri dell’archeologia, europei e arabi, che scavarono non per conquistare ma per capire. Come scriveva Umberto Cardia, “l’Africa è parte essenziale del Mediterraneo, un’area costiera non isolata, ma in relazione con la profondità del continente”. E Azedine Beschaouch pensava a Cartagine come una nave ancorata al continente africano pronta a salpare per il Libano, la Sardegna, le Colonne. Questo mare non separa: collega. Oggi il Mediterraneo deve essere concepito non solo come luogo geografico, ma come concetto e progetto culturale, emblema della contaminazione feconda tra popoli e culture, orientato alla solidarietà, alla pace e alla giustizia tra le nazioni. E se guardiamo la Sardegna e il Nord Africa insieme, vediamo due rive che si specchiano, due volti dello stesso destino. In un mondo attraversato da guerre e paure, il Mediterraneo può tornare a essere il laboratorio della convivenza, dove le differenze non si cancellano ma si armonizzano. È da questo mare che dobbiamo ripartire: dal dialogo, dalla memoria, dalla conoscenza. Perché, come scriveva Virgilio, “forsan et haec olim meminisse iuvabit” — forse un giorno, di tutto questo dolore, sapremo ricordare anche la speranza.

I 50 anni della Rivista “Quaderni Bolotanesi”

image_pdfimage_print

I 50 anni di “Quaderni Bolotanesi”

Bolotana, 4 ottobre 2025

La nascita dei Quaderni Bolotanesi nel 1975 per volontà di Italo Bussa e del Comitato San Bachisio, poi dell’Associazione culturale “Passato e Presente” arriva due anni dopo la conclusione della Commissione di inchiesta sulla criminalità in Sardegna e coincide con l‘istituzione del Comprensorio del Marghine Planargia, dopo il superamento delle aree omogenee  (L.R. 1° agosto 1975, n. 33). Il Comprensorio che univa i due territori fu fortemente voluto da Giovanni Del Rio, Presidente della Regione fino al 1976.  L’anno dopo Pietrino Soddu, Assessore alla programmazione, avrebbe istituto le Comunità Montane a seguito della legge del 6 settembre 1976 n. 45, mettendo insieme nelle giunte in modo inedito e anticipatorio maggioranze e minoranze, comunisti, socialisti, democristiani.  Come dimenticare la coincidenza con la nascita del Consorzio industriale di Macomer, poi la Tirsotex, l’industrializzazione di Ottana, le infrastrutture nella seconda vallata del Tirso, con tante speranze poi in gran parte naufragate? Come abbiamo visto già dall’inizio sul primno numero di Quaderni Bolotanesi erano state manifestate perplessità e limiti dell’intervento della SIR di Rovelli, che era stato voluto strumentalmente per  stuzzicare l’ENI.

Ricordo la prima assemblea del comprensorio a Macomer nella Pineta Albano presieduta nell’autunno avanzato 1975 dall’anziano sindaco di Sindia Pietro Paolo Pisanu: la nascita del Comprensorio che univa per la prima volta il Marghine alla Planargia, segna il momento più alto dell’incontro tra i due territori occidentali della provincia di Nuoro, che perdeva Tresnuraghes e il Montiferru dopo la nascita, l’anno precedente, della Provincia di Oristano.

Sono gli anni della Presidenza del Comprensorio e della Comunità Montana e infine dell’ASL di Romano Benevole, costantemente sostenuto da Nino Carrus:  io stesso fui coinvolto in assemblea e in giunta in un impegno nuovo, stimolante, ricco di polemiche tra territori e tra partiti, ma con obiettivi che alla fine sono stati ampiamente centrati, ad iniziare dalle politiche per il patrimonio e dall’acquisto dei terreni sui quali insistevano i monumenti megalitici studiati da Alberto Moravetti. Ho ripensato a questi anni sfogliando i Quaderni e il volume sulle ricerche archeologiche del Marghine-Planargia del 1998, le domus de janas (S’ispinarba, Perca ‘e zarcanu), i dolmen (Tanca Noa, Sa orta de su murcone), i circoli megalitici (Ortachis), i protonuraghi (Perca ‘e Pazza, Santa Caterina, Gazza), i nuraghi (Tittiriola, Sa Coa Filigosa), le tombe di giganti (Mascaridda), le tombe megalitiche (Santu Asili), le fortezze punico romane (Mularza Noa), fino al villaggio moderno abbandonato di Padru Mannu, un luogo tanto evocativo ancora oggi, sul punto culminante della Campeda dove passava la via romana. Per non parlare del villaggio di Santa Maria Sauccu conteso con Mulargia e Bortigali.

In parallelo rispetto alla Comunità Montana, la rivista Quaderni Bolotanesi uscì dal 1975 al 2014 fino al XL numero: l’interruzione fu dovuta a varie ragioni, prima delle quali credo sia da considerarsi la progressiva specializzazione disciplinare perseguita dalle riforme universitarie, che limitò inizialmente l’interesse dei giovani ricercatori.  Cadevano una dopo l’altra “Studi Sardi” di Raimondo Bacchisio Motzo e poi di Giovanni Lilliu fino ad Antonietta Dettori (1934-2009, l’ultimo dedicato proprio a Motzo nel 50°, rivista che tecnicamente è ancora attiva per l’ANVUR), “Sandalion, Quaderni di cultura classica, cristiana e medioevale” di Pietro Meloni (1978-1995), il “Bollettino Archivio Storico Sardo di Sassari” di Ginevra Zanetti (1974-), il “Nuovo Bullettino Archeologico Sardo” di Alberto Moravetti (1984-1995), Studi Sassaresi (1922-) e tante altre riviste, non tutte cessate ma solo sospese.

È sopravvissuto solo l’”Archivio Storico Sardo” che ha superato i 55 anni di vita, organo della Deputazione di Storia Patria; ma penso anche all’Almanacco Gallurese.  Una brillante esperienza è anche quella del “Bollettino di Studi Sardi” iniziato nel 2008 a Sassari, presso il Centro di studi filologici sardi, ora con UNICApress, che ha pubblicato 17 volumi fino al 2024; possiamo aggiungere le riviste di settore delle Soprintendenze  e così via.

Oggi il mondo accademico sta ripensando alla possibilità di riaprire alcune riviste e di rendere più interdisciplinare la ricerca, che per ragioni concorsuali si è andata concentrando su singole discipline o su discipline affini. Personalmente sono convinto, come già ci aveva insegnato Popper nel 1956, che  <<la mia disciplina non esiste, perché le discipline non esistono in generale. Non ci sono discipline, né rami del sapere; o piuttosto, di indagine.  Ci sono solo problemi e l’esigenza di risolverli>>.

Fuori dallo stretto recinto, i Quaderni Bolotanesi (sottotitolo Una rivista di storia e cultura sarda) hanno proseguito per questi 50 anni, superando nei fatti l’accusa di localismo: a sfogliare questi 44 volumi l’impressione negativa legata inizialmente al titolo appare assolutamente infondata. Faccio solo un esempio che mi riguarda: nel 1988 pubblicai l’articolo sugli Archivi imperiali e del Senato sul Campidoglio a Roma, alla luce del processo contro i Galillenses della Barbaria Sarda, tema che quattro anni dopo sarebbe confluito nel volume su La tavola di Esterzili (opera vincitrice del Premio letterario “L’Ogliastra”, Edizione 1995).  L’argomento non è locale (anche se si collega con l’accatastamento della Sardegna in epoca antica e moderna e nell’Ottocento con la famiglia Piercy) e continua ad essere di estrema attualità se è stato affrontato nei suoi ultimi giorni da Anna Sommella Mura in un articolo postumo sui nuovi dati per la rilettura del Tabularium Capitolino. Sullo stesso tema avevano scritto Antonietta Boninu ed Enzo Cadoni. E poi il mio lavoro sul futuro degli studi classici in Europa nel 2014.

In ogni caso questo radicamento in un territorio, la filiazione da un’associazione come Passato e Presente, il coinvolgimento di tanti studiosi non possono essere un disvalore. Ho letto con attenzione le pagine scritte da Manlio Brigaglia per i primi 40 anni della rivista, che secondo lui si sarebbe ispirata al modello di Ichnusa di Antonio Pigliaru del 1949, cessata nel 1964: allora Brigaglia se la prendeva contro i profeti di sventure e sollevava qualche dubbio sulle nozze d’oro della rivista con i propri lettori. Beh, questa di oggi non è, non può essere una commemorazione o la fine di una storia, se abbiamo definito la nostra rivista davvero longeva. Così nel 2021, con il 41° numero ed ora con il 44°, celebriamo i 50 anni della Rivista diretta da Italo Bussa, dirigente presso la Regione Sarda, che ha rivestito ruoli apicali in Consorzi di Bonifica, nella Carbosulcis e in alcuni Consorzi industriali.  Mi ha sempre colpito la sua capacità di coinvolgere i ricercatori, ma anche di trovare finanziamenti e piccoli sponsor che in qualche occasione hanno acquistato quasi la metà delle pagine della rivista (il calcolo presentato oggi è di 58.110 copie stampate (con una media dunque di 1500 copie a numero) e 15000 pagine al netto della pubblicità.

Con il passare del tempo la rivista ha progressivamente “allargato” il proprio orizzonte, ospitando saggi di studiosi di rilievo nazionale ed internazionale, pur mantenendo sempre un’attenzione verso la Sardegna e le sue realtà. Negli ultimi decenni sono strati affrontati temi più ampi: storia regionale e insulare, antropologia, etnografia, linguistica, filologia, politica, letteratura, politiche locali, economia, ambiente, migrazione etc. I campi di studio vanno dalla Storia, in particolare dalla Storia locale (comuni, istituzioni, comunità), alla storia giudicale, storia moderna e contemporanea, eventi specifici (es. guerre, politica locale), vicende delle autonomie, ecc.

E poi Antropologia / Etnografia / Cultura materiale: Tradizioni, costumi, rituali religiosi, cultura pastorale, mobilità umana, migrazione, identità culturale, rapporto tra culture locali e esterne.

Ancora Linguistica / Filologia / Toponomastica: Studi sul paleosardo, toponomastica locale, filologia sarda, lessico, dialettologia.

Economia / Geografia economica / Sviluppo locale / Sociologia: Economia pastorale, industria locale, agricoltura, cooperazione sociale, migrazione, sviluppo regionale, emigrazione e immigrazione.

Non manca la discussione politica e la storia delle istituzioni autonomistiche: Statuto sardo e autonomia, istituzioni locali, legislazione, rapporti tra Stato e Regione, referendum, movimenti politici, autonomie locali.

Letteratura / Identità culturale / Arte: Identità culturale, arte locale, architettura, musei, rapporto con la letteratura sarda, racconti e memoria locale

Tra gli interventi più significativi vorrei richiamare nel Numero 14 (1988) gli articoli “Verso la terza fase della Rinascita” (Pietro Soddu); “Il sogno americano della Rinascita sarda” (Lorenzo Del Piano); “Realtà politica e industria” (Romano Mambrini); “Forme di mobilità ed economia locale in Centro Sardegna” (Benedetto Meloni); “La transumanza nella storia della Sardegna” (Gian Giacomo Ortu).

Nel numero 16 (1990) ci si muove tra etnografia, antropologia medica, territori, identità, politica regionale, economia, cosmopolitismo accademico, rapporti col concetto di insularità soprattutto con Alberto Merler etc.

Nel numero 32 (2006) compaiono articoli su cooperazione sociale, condizioni dei pastori, educazione, toponomastica, degenerazioni storiche delle istituzioni, proprietà della terra, usi civici, ecc.

Nel numero 40 (2014): articoli fondamentali come quelli su Mont’e Prama, le Aquae Lesitanae, Matteo Madao e la questione della lingua sarda, i feudi dei Centelles di Oliva, gli esiti della schiavitù antica in epoca moderna, Vittorio Angius, Giovanni Spano e il patrimonio paremiologico sardo, Antonio Segni.

La rivista calcola di aver coinvolto oltre 400 autori, studiosi con diversi profili, storici, antropologi, linguisti, politologi, geografi, alcuni famosissimi, per restare ai primi 10 numeri Clara Gallini, Francesco Alziator, Giovanni Lilliu, Michele Columbu, Marcello Lelli, Giulio Angioni, Alberto Merler, Giorgio Macciotta, Giuseppa Tanda, Guido Melis, Luciano Carta, Salvatore Cugusi, Beniamino Moro, Gian Adolfo Solinas, Elettrio Corda, Mario Atzori, Simone Sechi, Gabriella Mondardini, Paolo Pillonca, Francesco Cesare Casula, Alberto Azzena, Antonello Paba, Umberto Cardia, Franco Mannoni; inoltre circa 35 stranieri, tra i quali Robert J. Rowland jr. sulla cristianizzazione della Sardegna e sui Sardi nell’impero romano, John Day sullo spopolamento nel medioevo, David Moss sul furto di bestiame, Peter J. Brown sulla malaria,  Michinobu Niihara su un itinerario insulare e la Sardegna vista dall’esterno, fino al Giappone di Natsuko Tanaka.  Il totale è di 766  articoli.

Debbo citare almeno due autori recentemente scomparsi, Ignazio Camarda col suo incredibile attaccamento al Giardino botanico montano di Badd’e salighes e Fausto Garau, parroco a Bolotana in giorni burrascosi, che mi fece presentare il 7 giugno 1998 il volume di Mario Filia, La Giostra sotto la rocca, tra cronaca e memorie mezzo secolo di sport bolotanese.

Emergono alcune linee forti che attraversano molti numeri:

  1. Memoria e identità locale: raccolta di storie orali, tradizioni religiose, studi su identità culturale sarda, uso del passato per comprendere il presente.
  2. Insularità: come condizione e come metafora; il problema della distanza, dell’isolamento, ma anche delle relazioni interne e con l’esterno.
  3. Cambiamento economico e sociale: sviluppo non compiuto, industrializzazione (o sua assenza), migrazione (sia verso l’Italia continentale che all’estero), trasformazioni nel mondo rurale, pastorizia, agricoltura etc.
  4. Relazioni politiche e istituzionali: autonomia, statuto regionale, rapporti Stato–Regione, diritti, autonomie locali, referendum.
  5. Lingua, cultura materiale, antropologia: riflessioni su come si parlava / si parla in Sardegna, toponomastica, rapporto con le culture vicine, con i ricercatori esteri.

Quaderni Bolotanesi non è propriamente una rivista accademica ma ha svolto, anche grazie a Luciano Carta, un ruolo sociale e culturale. Tra i suoi obiettivi: mettere in relazione il locale con il regionale, valorizzare la storia “dal basso”, dare voce anche a autori non accademici locali. È diventata, nel tempo, uno dei punti di riferimento per la cultura sarda, in particolare per gli studi di storia locale, antropologia, linguistica. Ha conosciuto anche editorialmente un miglioramento continuo (pagine, tiratura, diffusione), apertura verso studiosi esterni. Emergono alcuni aspetti come sfide o limiti: è necessaria una maggiore visibilità internazionale; occorre evitare i periodi di interruzione; la varietà tematica è un pregio ma rende talvolta difficile individuare una linea editoriale “stabile” per chi studia un particolare settore.

Noi per il futuro ci auguriamo che la rivista riesca sempre di più a coinvolgere gli intellettuali sardi e insieme lavori per una maggiore digitalizzazione e accessibilità (archivi, versioni digitali) per far conoscere ancor più i contributi “storici”. Inoltre occorre affrontare i temi nuovi dei cambiamenti climatici, migrazione contemporanea, globalizzazione visti dalla Sardegna, tecnologia e cultura locale, spopolamento. Occorre infine radicare maggiormente le collaborazioni internazionali più strutturate, per confronti comparativi con altre isole o regioni periferiche. La rivista deve assumere un carattere scientifico con ISSN. Un tramite potrebbe essere l’Istituto Sardo di Scienze e Lettere e Arti, fondato da Ignazio Camarda e presieduto ora da Salvatore Naitana.  Ma una porta spalancata è quella di UNICApress dell’Università di Cagliari diretta da Antonio M. Corda, che potrebbe essere interessata a digitalizzare questa e altre riviste, per rendere accessibili tutti i numeri precedenti e per curare una distribuzione larga dei nuovi numeri.

Scrivendo queste poche pagine ci risuonano in testa i versi della bella poesia proprio di Ignazio Camarda, quando si augurava di rivedere la primavera in questi luoghi magici, su questi monti abitati dagli Ilienses del mito greco con le loro domus de janas, i loro dolmen, i loro nuraghi attorno a  Badd’e salighes e Punta Palai: dia cherrer chi venzat su veranu / caminande / supra ‘e tappetos biancos de erva ‘e arana / supra ‘e abba muda de untana / sichinde muros de iliche e de saliche / in mesu a sas arvures de tassu / iscuras dae su pesu de sos annos, / a iscazare nibe e ghiacciu.

E poi la frase di Cesare Pavese (1908-1950) su questo tenace filo, ineluttabile e anche doloroso che ci lega al paese amato, che può essere la molla per raggiungere obiettivi alti: ne “La luna e i falò” è  diventata celebre la frase in cui lo scrittore evoca il bisogno di un “luogo nell’anima”, che nel nostro caso è la Bolotana di ieri e di oggi: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.