Ancora la Tavola di Esterzili: I disordini a Roma: dalla morte di Flavio Sabino fratello di Vespasiano all’uccisione di Vitellio.

Pochi mesi dopo il decreto di Agrippa e la stesura della sentenza che è contenuta nella Tavola di Esterzili (18 marzo 69), il 19 dicembre dello stesso anno, durante le lotte tra Flavio Sabino, fratello di Vespasiano (asserragliatosi sul Campidoglio), ed i sostenitori di Vitellio, due giorni prima dell’ingresso in Roma di Antonio Primo, un gravissimo incendio distrusse quasi per intero gli edifici pubblici del colle, provocando la morte di quasi tutti i difensori appartenenti al partito filo-flaviano[1]. Pur non affrontando direttamente i problemi legati all’incendio del tabularium, i recenti studi hanno accertato le responsabilità dei Vitelliani in questo grave episodio: Barzanò· in particolare ha dimostrato che i soldati di Vitellio si erano già comportati a Roma come delle truppe di occupazione in una città nemica e che il fuoco fu appiccato soltanto dopo che la conquista del Campidoglio fu ultimata, una volta superata la resistenza dei Flaviani: il numero eccezionalmente alto di assalitori aveva consentito attacchi simultanei ai diversi accessi del colle, che era stato espugnato senza troppe difficoltà e dunque senza che dovesse farsi ricorso all’incendio[2].

Le fonti principali sull’episodio risultano essere Giuseppe Flavio, per il quale è stata riconosciuta un’ispirazione filo-flaviana (Flav. Jos., B.J. 4, 647-649); Tacito, che invece sembra aver utilizzato una fonte favorevole a Vitellio, con tutta probabilità Cluvio Rufo, che di Vitellio era stato il consigliere personale (Tac., Hist. 3, 71-75); ed infine Dione Cassio, che assume una posizione mediana (Dio 65, 17,3). Tacito in particolare distingue un primo incendio, che sarebbe scoppiato all’ingresso del Campidoglio, dalla parte del Foro Romano, che potrebbe aver interessato il tabularium publicum, e un secondo incendio che sicuramente fu appiccato dai Vitelliani per puro vandalismo dopo la conquista del colle; egli tenta di scagionare i responsabili, riferendo anche la diceria, evidentemente di parte, che potessero esser stati i difensori ad appiccare l’incendio; d’altra parte, la confessione del console filo-flaviano Quinzio Attico, che in cambio ebbe salva la vita, fu evidentemente estorta dai Vitelliani con l’intento di mascherare le loro responsabilità nell’incendio e nella distruzione sacrilega del tempio di Giove. Ora, per quanto nelle fonti venga enfatizzato l’incendio del tempio di Giove Capitolino (id facinus post conditam urbem luctuosissimum foedissimumque rei publicae populi Romam) (Tac., Hist. 3, 72, 1), non va dimenticato che una delle direttrici dell’assalto dei Vitelliani riguardò proprio il tabularium publicum: dopo aver parlato del primo attacco partito dal Foro Romano e dagli altri edifici sacri addossati al Campidoglio che vi si trovavano (forum et imminentia foro templa), Tacito precisa che l’irruzione principale avvenne presso l’asylum, dunque nelle immediate vicinanze del tabularium; l’assalto al colle fu possibile partendo dai numerosi edifici che erano stati costruiti sul Foro Romano durante il precedente lungo periodo di pace e che in altezza eguagliavano ormai il Campidoglio: tra questi edifici vi era sicuramente il tabularium, che dové esser dato alle fiamme.

L’incendio dell’archivio capitolino fu sicuramente catastrofico, per quanto la parte bassa della costruzione dové salvarsi: Vespasiano, iniziata personalmente nel 73 la restituzione del tempio di Giove e degli altri edifici pubblici sul colle, si preoccupò di ricostituire il fondo delle migliaia di tavole di bronzo, che erano andate distrutte in occasione dell’incendio del 19 dicembre 69.

In proposito è essenziale l’informazione fornita da Svetonio (Svet., Vesp. VIII, 9), che precisa che almeno tremila tavole di bronzo erano state danneggiate o distrutte dall’incendio e non erano più leggibili; non sappiamo quante altre viceversa si erano salvate. È sicuro poi che tra le tabulae aeneae quae simul conflagraverant, andate perdute in occasione dell’incendio del tabularium capitolino, ci fossero anche delle carte catastali: se è vero che Svetonio non lo precisa, limitandosi a parlare di senatoconsulti e di plebisciti (in particolare di plebiscita de privilegio cuicumque concesso),c’è da osservare che proprio negli anni 73-74 Vespasiano e Tito, censori, promossero una vasta operazione di revisione catastale in Italia e nelle province, liberando gli agri populi Romani occupati illegalmente dai privati ed effettuando un complessivo accertamento fondiario, finalizzato ad un più accurato sistema tributario e ad una più consapevole assegnazione delle terre pubbliche. Non è dunque per nulla improbabile che Vespasiano abbia deciso di far riprodurre nelle diverse province copie autentiche delle carte catastali conservate in duplicato nei tabularia provinciali, per ricostituire il fondo centrale dei documenti andati perduti in occasione dell’incendio; è chiaro dall’espressione di Svetonio, restituenda suscepit, undique investigatis exemplaribus, che la ricerca fu effettuata a Roma ma anche undique nelle diverse province.

E dunque, per tornare alla controversia tra Galillenses e Patulcenses Campani, la dichiarazione dei primi davanti ai due proconsolidegli anni 67-68 e 68-69 non può essere considerata semplicementecome un pretesto per guadagnar tempo: la tavola di bronzo di Marco Cecilio Metello era sicuramente depositata a Roma nel tabulario capitolino, almeno tra il 78 a.C. ed il 69 d.C., forse con periodi di trasferimento in altro archivio. Non fu però prodotta dai Galillenses probabilmente perché la cercarono presso il tabularium principis sul Palatino, dove dovevano essere conservate le carte del patrimonium Caesaris e dell’agro pubblico delle province imperiali. In ogni caso, se anche avessero voluto proseguire la causa e rinnovare l’istanza davanti al tribunale del successore di Agrippa oppure a Roma in appello presso Vespasiano, la prova non sarebbe più stata disponibile dopo l’incendio del 19 dicembre del 69. La copia (exemplar) depositata nel tabulario provinciale di Carales,che tutelava però i Patulcenses Campani, sarebbe stata utilizzata nel 73 per sostituire in duplicato la tabula perduta nell’archivio capitolino. Sappiamo ora che a Carales esisteva, oltre all’archivio provinciale, anche un archivio cittadino, nel quale aveva servito l’antico servo urbano Urbicus, tabularius municipii secondo la lettura di una iscrizione recentemente rinvenuta nella Tomba dei Pesci a Tuvixeddu (cortesia di Giovanna Pietra e Piergiorgio Floris)[3]. Conosciamo del resto a Porto Torres un tabularius, un archivista dei catasti delle pertiche, dunque degli agri centuriati delle colonie di Turris Libisonis e di Tharros[4].


[1] Le fonti sull’incendio sono numerose: FL. Jos., B.J. 4, 647-649; PLIN., NH 33,, 154; SUET., Vito 15; Dom. 1; TAC., Hist. 1,2; 3, 71-75; 4, 54; STAT., SiIv, 3, 195; PLUT., Popl. 15; AUR. VICT., Caes. 8,5; 9,7; OROS., Hist. 7, 8; DIO. 65, 17, 3; EUTR. 7, 18, 4.

[2] A. Barzanò, La distruzione del Campidoglio nell’anno 69 d.C., in Contributi dell’Istituto di Storia Antica dell’Università del Sacro Cuore di Milano, X, 1984, pp. 107-120.

[3] P. Floris, Un nuovo tabularius e altro materiale epigrafico inedito da Karales, Epigraphica, 86, 2024, c.s.

[4] P. Ruggeri, “Tabular(ius) pertic(ae) Turr(itanae) et Tarrh(e)ns(is)”, in Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia. Atti del Colloquio AIEGL- Borghesi 2003 (Bertinoro, 10-12 ottobre 2003), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 65-77. Vedi ora A. Mastino, Tabularia e mappe catastali in ambito sub-provinciale: gli agri adsignati delle perticae delle colonie di Turris Libisonis e di Tarrhi. Rilettura di un documento dell’Archivio Storico Diocesano di Sassari, Studi di storia ecclesiastica e civile in onore di Giancarlo Zichi, Edes, Sassari 2024, pp. 25-54.