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La resistenza dei Sardi contro i Romani: una riconsiderazione

La “resistenza” dei Sardi contro i Romani.

Per quanto Tito Livio (23, 40, 1) sostenga che i Sardi potevano essere vinti con facilità (Sardi facile vinci adsueti), la storia della Sardegna romana è inizialmente una storia di ribellioni, di attacchi improvvisi, di rivolte, presentate dalle fonti romane come episodi di violenza e di brigantaggio causati dai mastrucati latrunculi usciti dai loro rifugi sotterranei: ma la «resistenza» degli indigeni alla romanizzazione nelle zone interne della Sardegna si manifestò da un punto di vista culturale prima ancora che da un punto di vista militare, soprattutto in età repubblicana. Sono molte le sopravvivenze della cultura sardo-punica ancora in età imperiale, a contatto con gli immigrati italici. Già nei primi decenni dell’età imperiale furono dislocati in piena Barbaria, la terra occupata dai Barbari, alcuni accampamenti militari, in qualche caso eredi di precedenti postazioni cartaginesi: Luguidonis c(astra), presso Nostra Signora di Castro ad Oschiri, più tardi chiamati Castra Felicia; Sorabile, presso Sorovile di Fonni piuttosto che presso Soroeni di Lodine; Forum Augusti, presso l’attuale Austis; Valentia presso Nuragus; Biora presso Serri; Uselis, oggi Usellus; Custodia Rubriensis, presso Barisardo; in età tarda anche Nora praesidium, Eteri praesidium e l’accampamento fortificato di Tharros, con lo scopo di controllare in modo articolato le zone montuose della Barbaria sarda, senza però un definito sistema di difesa lineare, almeno in età imperiale (limes); si preferiva effettuare interventi mirati su singoli obiettivi, utilizzando in certe circostanze anche i cani addestrati alla caccia all’uomo (come già aveva fatto, nel 231 a.C., il console Marco Pomponio Mathone, vedi Zonara 8, 18), oppure si faceva ricorso a veri e propri stratagemmi, come quelli noti anche a Strabone, che forse visitò l’isola alla fine dell’età augustea, per il quale i Romani riuscivano a cogliere di sorpresa i Sardi, attaccandoli nei santuari dove venivano celebrate le feste tradizionali in occasione delle quali si consumavano i frutti delle razzie: «avendo avuto modo di constatare una certa abitudine di questi barbari, che erano soliti celebrare un festino tutti riuniti insieme per parecchi giorni dopo aver raccolto il bottino, i comandanti romani piombano su di loro e così ne catturano un gran numero»; in questo modo evitavano di mantenere un esercito in permanenza in luoghi poco salubri. Ci sono note le tecniche di guerriglia degli Ilienses, dei Balari e dei Corsi, popoli di pastori vestiti di pelli, a lungo impegnati contro l’occupazione romana, anche se assistiamo nel tempo ad una progressiva penetrazione culturale romana nella Sardegna interna.

 Secondo Tito Livio gli Ilienses, ora localizzati nel Marghine-Goceano, all’epoca di Augusto non erano stati ancora completamente pacificati; per Pausania (10, 17,9), che scriveva nel II secolo d.C., essi «si rifugiarono nei luoghi alti dell’isola, ed avendo occupato i monti di difficile accesso, fortificati da palizzate e da precipizi, hanno ancora oggi il nome di Iliesi, ma si assomigliano nella forma e nell’armatura, ed in tutte le maniere di vivere ai Libici». Diodoro Siculo (5, 15) rileva che «quel popolo (gli Iolei-Ilienses), trasportate le proprie sedi sui monti, abitò certi luoghi impervi e di accesso difficile, ove abituati a nutrirsi di latte e di carni, perché si occupano di pastorizia, non hanno bisogno di grano; e perché abitano in dimore sotterranee, scavandosi gallerie al posto di case, con facilità evitano i pericoli delle guerre. Perciò, quantunque i Cartaginesi ed i Romani spesso li abbiano inseguiti colle armi, non poterono mai ridurli all’obbedienza». E aggiunge: «quantunque i Cartaginesi al vertice della loro potenza si facessero padroni dell’isola, non poterono però ridurre in servitù gli antichi possessori, essendosi gli Iolei rifugiati sui monti ed ivi fattesi abitazioni sottoterra, mantenendo quantità di bestiame, si alimentarono di latte, di formaggio e di carne, cose che avevano in abbondanza. Così lasciando le pianure si sottrassero anche alle fatiche del coltivare la terra e seguitano ancora oggi a vivere sui monti, senza pensieri e senza fatiche, contenti dei cibi semplici. I Cartaginesi dunque, sebbene andassero con grosse forze spesse volte contro codesti Iolei per le difficoltà dei luoghi e per quegli inestricabili sotterranei dei medesimi, non poterono mai raggiungerli ed in tal modo quelli si preservarono liberi. Per la stessa ragione poi finalmente anche i Romani, potentissimi per il vasto impero che avevano, avendo loro fatto spessissimo la guerra, per nessuna forza militare che impiegassero, poterono mai giungere a soggiogarli».

 Infine Strabone (5, 2,7) osserva: «Sono quattro le tribù delle montagne, i Parati, i Sossinati, i Balari, gli Aconiti, i quali vivono nelle spelonche e se hanno qualche terra adatta alla semina non la seminano con cura; anzi, compiono razzie contro le terre degli agricoltori e non solo di quelli dell’isola, ma salpano anche contro quelli del continente, soprattutto i Pisani»: e Strabone forse pensava alla situazione della Sardegna negli ultimi anni di Augusto.

Le campagne militari promosse dai governatori romani provocarono però progressivamente una vera e propria «depressione demografica» all’interno della Sardegna: col tempo, gli interventi repressivi attuati con l’impiego delle legioni o, più tardi, di agguerriti reparti ausiliari e, sulle coste, con la flotta da guerra, per combattere la pirateria, ottennero una progressiva riduzione dell’insicurezza, a spese di alcune comunità interne; un fondamentale contributo fu però dato dalla realizzazione di un’ampia rete stradale, che rese accessibili anche le regioni più isolate della provincia.

BIBLIOGRAFIA MINIMA

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia. Ortacesus 2016

C. Farre, “Alcune considerazioni sulla Barbaria: definizione, percezione e dinamiche di romanizzazione nella Sardegna interna”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26-28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, pp. 89-105 (Analysis Archaeologica. An International Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N° 1).

M. Perra, Il Castrum di Medusa (Samugheo – OR) ed il limes romano e bizantino contro le Civitates Barbariae. Nota preliminare, «SS», 29, 1990-91, pp. 331 ss.

A. Stiglitz: Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817

E. Trudu, Il limes. Romània e Barbària, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 44-45.

P. Meloni, La seconda redazione della «Geografia» di Strabone e il capitolo riguardante la Sardegna (V, 2,7), «NBAS», 5, 1993-95 (2002), pp. 297 ss.

A. Mastino, Il Barbaricum nella Sardegna romana: omaggio al Princeps Daciae Ioan Piso, in Studia epigraphica et historica in honorem Ioannis Pisonis, Herausgegeben vonLucrețiu Mihailescu-Bîrliba, Radu Ardevan, Rada Varga, Florian Matei-Popescu und Ovidiu Țentea, Philippika, Altertumswissenschaftliche Abhandlungen Contributions to the Study of Ancient World Cultures Herausgegeben von/Edited by Joachim Hengstl, Andrea Jördens,Torsten Mattern, Robert Rollinger,Kai Ruffing, Orell Witthuhn, 181, Harrassowitz Verlag . Wiesbaden 2024, pp. 155-190

A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publihing limited, 2025, pp. 1-455.

La priorità della denominazione “isola dalle vene d’argento” rispetto a Sardò

Sardus Pater, Sardò moglie di Tirreno capo degli Etruschi,Sorella di Kurnos re dei Liguri, amante di Faethone, figlio di Sthenelos, sempre collegata a Sardeis capitale della Lidia (età: primo ferro – orientalizzante).

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Secondo Pausania i primi colonizzatori giunti nell’isola per mare sarebbero stati i Libi, guidati da Sardo, figlio di Makeris, nome usato dagli Egiziani e dai Libi per indicare Eracle. Libi non espulsero gli indigeni, ma coabitarono con essi per necessità, essendo stati accolti con animo poco favorevole. Né gli uni né gli altri intesero costruire città, ma vissero sparpagliati in capanne e in grotte. Un’altra versione collega il nome della Sardegna ad una eroina chiamata Sarda: Conosciamo l’andare e il tornare per il Mediterraneo, come fa Eracle, su ordine del re di Micene Euristeo, fratello di Sarda, di cui lo stesso Eracle in età giovanile era stato un servitore.

Tirreni e Libi rivendicavano il merito d’aver dato il nuovo nome all’isola, chiamandola Sardò: secondo uno scolio – cioè una nota in margine a un testo – nel Timeoplatonico l’antico nome greco «isola dalle vene d’argento» sarebbe stato mutato in riferimento a Sardò, la sposa dell’eroe eponimo del popolo dei Tirreni-Etruschi, proveniente da Sardi, la capitale della Lidia: Tirreno avrebbe dato il nome al mare tra Etruria e Sardegna, Sardòal mare tra Sardegna e Baleari.

La versione femminile del mito è completamente distinta e ben più antica: altri filoni del mito rimandano a Sardò, figlia di Stenelore di Micene, dunque sorella di Euristeore-padrone di Eracle, con un richiamo all’età micenea e all’assedio dei Sardi a Creta al tempo dell’automa Talos.  Omonima era la Sardò, misteriosa sposa del dio Tirreno, se stiamo ad uno Scolio al Timeodi Platone che ricorda come il nome “l’isola dalle vene d’argento” sia stato attribuito a “Sardò”, con l’arrivo di Tirreno, eponimo degli Etruschi (il nome è già in Erodoto). Gli studiosi ormai concordano sulla effettiva priorità del nomeArgyrophleps: in apparenza sembra che i Greci non conoscessero il nome dell’isola in età nuragica: i marinai greci chiamarono l’isola prima Sardòe poi, in un secondo tempo, comunque forse fin dal IX-VIII secolo a.C. Ichnoussa.  Tuttavia, Argyrophlepsè un appellativo che, come Ichnoussa, “a forma di impronta”, sottintende “Isola” (la Sardegna), dunque ricca di miniere d’argento. Per i Greci non sono mai esistiti abitanti della Sardegna al di fuori dei Sardòi(aggettivoSardonìoi), nomi piuttosto simili al termine Shrdnusato dai Fenici nel sec. IX (stele di Nora).

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Una differente versione ci fa conoscere Sardò, Sorella di Kurnos re dei Liguri, amante di Faethone, figlio di Sthenelos, semre collegata a Sardeis capitale della Lidia (età: primo ferro – orientalizzante).

Le Carte d’Arborea e la Storia della Sardegna

Le Carte d’Arborea: Il fragile Giovanni Spano di fronte a Theodor Mommsen

Con l’obiettivo di costruire da zero una storia immaginaria per la Sardegna che si avviava ad entrare da protagonista nel Regno d’Italia, nell’Ottocento si è sviluppata in modo devastante l’attività dei falsari delle Carte d’Arborea che distorcevano la ricostruzione storica con l’invenzione di documenti ritrovati in archivi poco affidabili, soprattutto quelli legati al giudicato d’Arborea: Pietro Martini, Ignazio Pillitto, Salvatorangelo De Castro, Gavino Nino sono i protagonisti della produzione di un’enorme quantità di pergamene, con testi in prosa e in poesia, scritti nelle più diverse lingue. Rimangono ancora sfumati i rapporti con l’archeologia e incerta la posizione del canonico Giovanni Spano (1803-1878), visto con simpatia, indulgenza e qualche sospetto di connivenza da Theodor Mommsen (1817-1903), che lo riteneva benemerito verso la patria e le lettere, animato da optima voluntas, summa industria, ingenuus candor, ma che non possedeva forze sufficienti(vires) e una preparazione filologica adeguata per il lavoro che si proponeva.

Siamo negli anni successivi alla “fusione perfetta” della Sardegna con gli Stati di terraferma (dal 1847) ed all’Unità d’Italia (dal 1860 al 1871): nel 1855 nasceva “Il Bullettino Archeologico Sardo” per iniziativa proprio del can. Giovanni Spano, che nel manifesto programmatico diffuso a Cagliari il 30 novembre 1854 si augurava «di riaccendere nel petto dei miei patriotti quella sacra fiamma, che tuttora non è spenta, del classico sapere, e di risvegliare nella Gioventù l’amore alle arti ed ai classici studj» e ciò con l’intento di combattere il fiorente mercato di antichità, di favorire la nascita di piccoli musei nelle principali città dell’isola, di “arricchire le glorie della nostra patria”: l’obiettivo era quello di documentare il “vetusto splendore” della Sardegna, una terra che racchiude “innumerevoli monumenti antichi: una stentata e marcata enfasi regionalista fondata sulla affermazione del “valore” e della “virtù” dei sardi” che in parte doveva finire per confliggere con l’adesione al progetto di unità nazionale italiana, perseguito dallo Spano anche nei momenti di contrasto tra Chiesa e Stato, per Roma capitale. Pubblicato regolarmente per dieci anni a partire dal 1855, in parallelo con lo sviluppo delle scoperte delle Carte d’Arborea che trovano nella Rivista non solo costante ospitalità ma anche una precisa consonanza di accenti, di idealità e di obiettivi, il “Bullettino” viene sospeso nel 1864 ufficialmente a causa dello scarso numero di abbonati (una sessantina) e per le spese eccessive affrontate dallo Spano presso la Tipografia Timon di Cagliari: due anni dopo, pubblicando presso la Tipografia Arcivescovile una monografia su una serie di bronzetti nuragici trovati nel villaggio di Teti, il canonico inseriva in appendice le Scoperte archeologiche fattesi nell’isola in tutto l’anno 1865, cercando così di recuperare il tempo perduto e di fornire le notizie dei principali ritrovamenti effettuati. La novità è ben spiegata nell’introduzione: <<Dacchè nel 1864 fu sospesa la pubblicazione del Bullettino Archeologico Sardo che per 10 anni avevamo costantemente sostenuto, abbiamo creduto a proposito di dare qui una rassegna dei monumenti antichi, e degli oggetti che nello scorso anno si sono scoperti in tutta l’isola, onde tener al corrente gli amatori delle antichità Sarde, fino a che sia il caso di poter riprendere la pubblicazione periodica di esso Bullettino>>. Dunque lo Spano pensava ad un’interruzione temporanea della Rivista, per le ragioni dichiarate esplicitamente ma anche forse per altre ragioni meno confessabili, collegate magari alla vicenda delle Carte d’Arborea, dal momento che nella serie delle Scoperte – arrivate al 1875 – l’attenzione è concentrata sui ritrovamenti, sui dati di fatto, sui documenti epigrafici autentici, al riparo da ogni sospetto di falsificazione; eppure lo Spano era stato spesso criticato dal mondo accademico cagliaritano, tradizionalista e clericale, per aver trascurato l’insegnamento universitario per “le inezie della lingua vernacola” e per i “gingilli dell’archeologia”‘. Due anni dopo si svolgeva a Cagliari la visita di Theodor Mommsen – che già da tempo aveva dichiarato false le Pergamene e annunciato il proposito di voler condannare le iscrizioni “di fabbrica fratesca” -, visita accompagnata da una coda di imbarazzate polemiche (ottobre 1877) soprattutto a Cagliari e Oristano, dove lo studioso tedesco avrebbe negato la storicità della giudicessa Eleonora, proprio mentre si preparava l’erezione della statua marmorea dello scultore fiorentino Ulisse Cambi; l’inaugurazione fu allora rinviata e il monumento celebrativo dell’architetto Mariano Falcini fu concluso solo tre anni dopo[1]. Il viaggio fu funestato dal successivo incendio della biblioteca di Charlottenburg (12 luglio 1880), che colpì con particolare durezza la documentazione isolana, segnatamente i fac-simili ed i calchi epigrafici; si rese necessario un secondo viaggio, quello del trentenne Johannes Schmidt (1850-1894), illustrato in molte lettere inviate al Mommsen conservate alla Biblioteca statale di Berlino. Il Mommsen lasciò anche in Sardegna molti altri eredi: Luigi Amedeo (1848-1923), Piero Tamponi (1850-1898), Filippo Nissardi (1852-1922), Ettore Pais (1856-1939).

Bibliografia minima

L. Marrocu (cur.), Le Carte d’Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo, Atti del Convegno “Le Carte d’Arborea” (Oristano, 22-23 marzo 1996), Cagliari 1997

L. Marrocu, Theodor Mommsen nell’isola dei falsari. Storici e critica storica in Sardegna

tra Ottocento e Novecento, Cagliari, Cuec, 2009A. Accardo, La nascita del mito d’una nazione sarda, Cagliari 1996, p. 16.

G. Spano, Iniziazione ai miei studi, a cura di S. Tola, Cagliari, AM&D, 1997.

A. Mastino, Il “Bullettino Archeologico Sardo” e le “Scoperte”: Giovanni Spano ed Ettore Pais, in Bullettino Archeologico Sardo – Scoperte Archeologiche, 1855-1884, ristampa commentata a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, edizioni Archivio Fotografico Sardo, Nuoro 2000

P. Ruggeri, D. Sanna, L’epigrafia paleocristiana della Sardegna: Theodor Mommsen e la condanna delle “falsae”, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno Nazionale di studi (Cagliari 1996), Cagliari 1999,pp. 405-435.

M.L. Piredda, Il monumento ad Eleonora d’Arborea. Scena, retroscena, indagini e prospettive, Roma 2021

P. Ruggeri, Un’opera poco nota di un allievo di Ettore De Ruggiero. La Sardegna romana e l’antiquaria dell’Ottocento in Luigi Amedeo, in Dal mondo antico all’età contemporanea. Studi in onore di Manlio Brigaglia,Carocci, Roma 2001, pp. 119-150.

P. Ruggeri, G. Kapatsoris, Pietro Tamponi (1850-1898), «Studi Sardi», 33, 2000, pp. 99-141.

La Tavola di Esterzili nell’età dell’imperatore Otone

  1. La Tavola di Esterzili

Inciso sicuramente a Carales il 18 marzo 69, esposto al pubblico per iniziativa dei Patulcenses originari della Campania all’interno di un villaggio agricolo, il documento (scoperto nel 1866, studiato da Giovanni Spano e Theodor Mommsen e conservato al Museo Nazionale di Sassari) ci informa su una lunga controversia, conclusasi con una sentenza con la quale il governatore provinciale ripristinava la linea di confine fissata 180 anni prima dal proconsole Marco Cecilio Metello, dopo una lunga campagna militare durata per almeno cinque anni e conclusa con la sconfitta della popolazione locale e con il trionfo del generale vittorioso celebrato a Roma fino al tempio di Giove Capitolino il 15 luglio 111 a.C.

Il documento (una lastra di bronzo larga 61 cm, alta 45 cm e pesante circa 20 kg) fornisce informazioni preziose sul governo provinciale, passato nell’età di Nerone dall’imperatore al Senato, sul funzionamento degli archivi in provincia e nella capitale e sul conflitto tra pastori indigeni dediti all’allevamento transumante e contadini immigrati dalla Campania, sostenuti dall’autorità romana, interessata a contenere il nomadismo sul quale si alimentava il brigantaggio; ma anche decisa a valorizzare le attività agricole e a favorire un’occupazione stabile delle fertili terre nelle pianure della Trexenta e della Marmilla, soprattutto a promuovere l’urbanizzazione delle zone interne della Barbaria sarda, dove si era andata sviluppando una lunga resistenza alla romanizzazione. «Documento tra i più importanti e significativi dell’età antica in Sardegna – ha scritto Giovanni Brizzi – la Tavola di Esterzili propone agli studiosi una gamma vastissima di problemi del più alto interesse: geografico-storici, per l’identificazione delle sedi dei Galillenses e Patulcenses, nonché dei territori tra loro contesi; giuridici, per le forme dell’intervento romano ed il rapporto tra tabularium principis e tabularia provinciali; linguistici, per le forme adottate, gli imprestiti, il grado di alfabetizzazione degli estensori; archeologici, per il rapporto tra il documento, il luogo di rinvenimento ed il contesto paesaggistico e monumentale, epigrafici, storici, infine». Si ripete in questo caso ad Esterzili, su scala assai ridotta, «quanto si era verificato già nella penisola, conducendo l’Italia delle piane costiere, l’Italia tirrenica progressivamente identificatasi in Roma, l’Italia dei contadini, a scontrarsi con l’Italia appenninica, l’Italia dei pastori unita sia pur solo superficialmente dal vincolo della transumanza. Viene da chiedersi, dunque, se non sia stata proprio questa scelta di campo ormai consueta, questo atteggiamento connaturato nella politica dello stato egemone, uno tra i motivi fondamentali della mancata metanoia tra i Sardi ed il potere romano». Oggi noi intravvediamo le iniziative di assegnazioni viritane di terre effettuate fin dal decennio successivo alla rifondazione di Cartagine da parte di Gaio Gracco (questore in Sardegna fino al 124 a.C.) in un’area marginale della Barbaria, al confine coi campi coltivati della Trexenta, della Marmilla e del Gerrei; altre assegnazioni di terre a favore di immigrati italici negli stessi anni sono conosciute nel territorio della città di Cornus, punita perché capitale della rivolta di Hampsicora durante la guerra annibalica. Nella Sardegna orientale il tema delle assegnazioni degli agri agli immigrati non era però stato risolto una volta per tutte e le sentenze degli ultimi anni di Nerone e dell’età di Otone dimostrano che i Sardi autoctoni si sentivano defraudati delle proprie terre dai Campani sopraggiunti nel corso delle lunghe campagne militari di Marco Cecilio Metello.

 Ecco il testo del documento in traduzione italiana:

 «Addì 18 marzo, nell’anno del consolato di Otone Cesare Augusto (69 dopo Cristo).

Estratto conforme, trascritto e controllato dal testo inciso nella V tavola cerata ed in particolare nei capitoli 8, 9 e 10 del codice originale contenente i provvedimenti adottati dal proconsole della Sardegna Lucio Elvio Agrippa e pubblicato da Gneo Egnazio Fusco, cancelliere dell’ufficio del questore [Tito Atilio Sabino].

Il giorno 13 di marzo il proconsole Lucio Elvio Agrippa, esaminata ed istruita la causa, pronunziò la seguente sentenza.

Dal momento che è senz’altro di pubblica utilità attenersi alle sentenze precedenti, viste le pronunzie più volte espresse da Marco Giovenzio Rixa, uomo di provate qualità, cavaliere e procuratore imperiale [governatore della Sardegna negli anni 65-66 d.C.], circa la causa promossa dai Patulcenses, secondo le quali dovevano essere rispettati i confini come erano stati anticamente stabiliti da Marco [Cecilio] Metello [console in Sardegna nel 115 a.C., proconsole nell’isola dal 114 al 111 a.C.] ed esattamente come erano stati delimitati nella tavola catastale di bronzo conservata nell’archivio provinciale [a Carales];

ritenuto che ultimamente lo stesso [Marco Giovenzio] Rixa aveva sentenziato di voler condannare i Galillenses che, non obbedendo all’ingiunzione da lui emessa, volevano riaprire in continuazione la lite, ma ha receduto da tale proposito per rispetto alla clemenza del nostro Principe Ottimo Massimo [Nerone], limitandosi ad invitarli alla calma, ad ottemperare al giudicato, lasciando liberi i territori dei Patulcenses, senza turbarne il possesso, entro il primo di ottobre [del 66 d.C. ?], perché in mancanza, se recidivi, li avrebbe severamente puniti e condannati come rivoltosi;

rilevato che in seguito esaminò la causa il senatore [Marco] Cecilio Semplice [proconsole nel 67-68], interpellato dagli stessi Galillenses che intendevano produrre come prova una tavola catastale depositata a Roma presso l’archivio imperiale sul Palatino, il quale reputò umano concedere un rinvio per la produzione delle prove e stabilì un termine di tre mesi, decorsi i quali, se non avessero depositato quanto annunziato, si sarebbe comunque servito della copia catastale che si trovava nell’archivio provinciale a Carales;

io pure, interpellato a mia volta dai Galillenses, che si giustificavano col fatto che non fosse ancora pervenuta la copia da Roma, ho prorogato il termine fino al primo febbraio ultimo scorso (69 d.C.), ma, ritenuto altresì che una ulteriore dilazione della lite (moram litis) giova solo proprio ai Galillenses [che possiedono abusivamente quelle terre];

ordino

che essi rilascino ai Patulcenses Campani, entro il primo aprile (69 d.C.), il territorio che avevano occupato con la violenza.

Ed abbiano per certo che, non obbedendo alla mia ingiunzione, li riterrò colpevoli di ribellione recidiva ed incorreranno in quella pena già più volte minacciata.

Componevano il Consiglio del Governatore 8 consiglieri [senatori e cavalieri]:

Marco Giulio Romolo, legato propretore;

Tito Atilio Sabino, questore propretore,

Marco Stertinio Rufo iunior [senatore ?],

Sesto Elio Modesto,

Publio Lucrezio Clemente,

Marco Domizio Vitale,

Lucio Lusio Fido,

Marco Stertinio Rufo senior [cavaliere ?].

Seguono le autenticazioni degli 11 testimoni:

Gneo Pompeo Feroce, Lucio Aurelio Gallo, Marco Blossio Nepote, Gaio Cordio Felice, Lucio Vigellio Crispino, Gaio Valerio Fausto, Marco Lutazio Sabino, Lucio Cocceio Geniale, Lucio Plozio Vero, Decimo Veturio Felice e Lucio Valerio Peplo».

BIBLIOGRAFIA MINIMA

Mastino A., La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo:

Vol. 1: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-142-0

Vol. 2: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-144-4

Vol. 3: https://doi.org/10.13125/unicapress.978-88-3312-146-8

Il diploma militare del marinaio poi legionario di Anela

La ferocia dell’imperatore Galba e i marinai sardi divenuti legionari:  Ursaris ad Anela  

Il diploma di Anela in riva destra della seconda vallata del Tirso, conservato presso il Museo archeologico Nazionale di Sassari (collezione Spano) (CIL X 7891 = XVI 3) ci informa sulla fortunata vicenda del marinaio della flotta di Miseno, il sardo Ursaris figlio di Tornalis, trasferito dal porto militare a Roma e arruolato come fante nella legione I adiutrice da Nerone, nel tentativo dell’ultimo dei Giulio-Claudi di bloccare i pronunciamenti militari che si andavano drammaticamente manifestando in varie parti dell’impero e che si sarebbero conclusi con il suicidio del principe e l’avvio di una guerra civile alla quale avrebbero partecipato Galba, Otone e Vitellio. Infine Vespasiano.

Il classiario, peregrino originario della Barbaria Sarda (sul Tirso), aveva lasciato apparentemente senza rimpianti la flotta da guerra distaccata a Miseno ed era stato arruolato, ancora privo della cittadinanza, in una legione costituita da Nerone senza essere in possesso dei requisiti minimi per diventare legionario, in particolare la cittadinanza romana: Nerone si uccise poche settimane dopo la nascita della legione (il 9 giugno 68). Chiamato a Roma dalla Spagna Tarraconense, il proconsole Servio Sulpicio Galba arrivò nell’ottobre 68 e si trovò di fronte ad una rivolta degli ex marinai che Nerone aveva promosso alla condizione di legionari.

Scrive Plutarco, Vita di Galba, 15: <<Quando, avanzando verso Roma (dalla Spagna), (Galba) ne era lontano circa 25 stadi (4 km) [pensiamo sulla via Aurelia], si trovò nel disordine di un tumulto di marinai, che occupavano la strada e gli si affollavano intorno da ogni lato. Costoro erano quelli che Nerone, riunendoli in una sola legione, aveva trasformato in soldati: poiché in quel momento non era possibile far confermare il loro servizio militare, a quelli che venivano essi non permettevano né di farsi vedere né di essere ascoltati dall’imperatore, ma tumultuavano a gran voce, chiedendo per la loro legione le insegne e un posto per il campo. Galba cercava di prendere tempo e li invitò a incontrarlo più tardi, ma essi, dicendo che il rinvio equivaleva ad un diniego, si sdegnarono e lo seguirono senza risparmiare le grida. Alcuni sguainarono anche le spade e allora Galba ordinò alla cavalleria di caricarli: nessuno di loro resistette, ma furono tutti annientati, alcuni travolti immediatamente, mentre altri fuggivano. Questo episodio costituì un auspicio non propizio né fausto per l‘ingresso di Galba in città, che avveniva con una pesante strage e in mezzo a tanti cadaveri. Però anche se prima qualcuno lo disprezzava perché appariva debole e vecchio, allora divenne per tuti uno che incuteva raccapriccio e timore>>.

Non tutti i marinai divenuti legionari morirono: il nostro Ursaris riuscì a non essere coinvolto nei tumulti o comunque scampò all’eccidio dei suoi commilitoni alle porte di Roma. Due mesi dopo, il 21 dicembre 68 d.C., veniva congedato in quanto veterano della legione I Adiutrice ottenendo la cittadinanza per sé, per la moglie ed i figli: è sicuro che il padre Tornalis era un peregrino con nome paleosardo, mentre Ursaris divenne cittadino romano dopo il congedo forse col gentilizio imperiale Sulpicius; il marinaio portava un nome unico anch’esso paleosardo, che però ricorda la parola latina Ursus (vedi Ursi promunturium, oggi Capo d’orso). Tra i testimoni del diploma, estratto dalla legge esposta a Roma in Campidoglio presso l’altare della gens Iulia, figurano un veterano della stessa legione (Marco Emilio Capitone), sette Caralitani e un Sulcitano residenti a Roma. Poche settimane dopo l’imperatore veniva assassinato, il 15 gennaio 69, mentre (Sulpicius) Ursaris tornava in Barbagia ormai privato cittadino, con la qualifica di veterano (CIL X 7891, AE 1983, 451). A sostituire Galba fu chiamato Marco Salvio Otone, l’amico di Nerone, primo marito di Poppea Sabina: lasciata dopo dieci lunghi anni la Lusitania (il Portogallo), aveva sostenuto nei primi mesi il suo collega proconsole di Tarraconense. Otone, il nuovo Nerone, chiamò al consolato anche il fratello Lucio Tiziano, per il primo bimestre del 69; il I marzo entrarono in carica i nuovi consoli Lucio Verginio Rufo e Lucio Pompeo Vopisco, i cui nomi non erano ancora conosciuti in Sardegna a causa della chiusura dei collegamenti marittimi in periodi di mare clausum. È per questa ragione che il 13 marzo nella sentenza del proconsole della Sardegna compare il consolato ordinario del solo Otone (senza collega), rimasto nella sentenza trascritta su bronzo a Carales dallo scriba del questore il 18 successivo (la nostra Tavola di Esterzili).

Clauidio Farre in EDR 144716

〈:tab I extrisencus〉
Ser(vius) Galba Imperator Caesar Aug(ustus), pon(tifex)
max(imus), trib(unicia) {pot} potestat(e), co(n)s(ul) design(atus) II,
veteranis qui militaverunt in legione I
Adiutrice, honestam missionem et civi=
5 tatem dedit quorum nomin̂a subscripta
sunt ipsis liberis posterisque eorum
et conubium cum uxoribus, quas tunc
habuissent, cum est civitas iis data,
aut, siqui caelibes essent, cum iis
10 quas postea duxissent dumtaxat
singuli singulas. Ante diem XI K(alendas) Ian(uarias),
C(aio) Bellico Nâtâle, P(ublio), Cornelio Scipione Asiatico co(n)s(ulibus).
tab(ula) II, pag(ina) V, loc(o) XVIII,
Ursari Tornalis f(ilio) Sardo,
15 descriptum et recognitum ex tabula
aenea quae fixa est Romae in Capitolio
ad aram gentis Iuliae latere dextro

〈:tab II extrisencus〉
D(ecimi) Alari Pontificalis Caralitani
M(arci) Slavi Putiolani Caralitani
C(ai) Iuli Enecionis Sulcitani
L(uci) Graecini Felicis Caralitani
5 C(ai) Herenni Fausti Caralitani
C(ai) Caisi Victoris Caralitani
M(arci) Aemili Capitonis vet(erani) leg(ionis) I Ad=
iutric(is)
C(ai) Oclati Macri Caralitani
10 L(uci) Valeri Hermae Caralitani

〈:tab I intus〉
Ser(vius) Galba Imperator Caesar Aug(ustus), ponti(fex)
max(imus), tribunicia potest(ate), co(n)s(ul) desig(natus) II,
veteranis qui militaverunt in legione
I Adiutrice, honestam missionem et
5 civitatem dedit ipsis liberis posteris=
que eorum et conubium cum uxori=
bus, quas tunc habuissent cum est ci=
vitas iis data, aut siqui caelibes essent,
cum iis quas postea duxissent dum=
10 taxat singuli singulas ante
diem XI K(alendas) Ianuar(ias)

〈:tab II intus〉
C(aio) Bellico Natale, P(ublio) Cornelio Scipione
Asiatico co(n)s(ulibus),
tab(ula) II, pag(ina) V, loc(o) 〈:XVIII〉,
Ursari Tornalis f(ilio) Sard(o),
5 descriptum et recognitum ex tabula
aenea quae fixa est Romae in Capitolio
ad ara gentis Iuliae latere dextro

Bibliografia minima

S. Panciera, Di un sardo con troppi diplomi, Ursaris Tornalis filius e di altri diplomi romani, in Studi in onore di Piero Meloni in occasione del suo settantesimo compleanno, Cagliari, Edizioni Della Torre, 1992, pp. 325-340.

L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, p. 590, nota 39.

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 25-30 n. ANE001

A. Mastino, Il Barbaricum nella Sardegna romana: omaggio al Princeps Daciae Ioan Piso, in Studia epigraphica et historica in honorem Ioannis Pisonis, Herausgegeben vonLucrețiu Mihailescu-Bîrliba, Radu Ardevan, Rada Varga, Florian Matei-Popescu und Ovidiu Țentea, Philippika, Altertumswissenschaftliche Abhandlungen Contributions to the Study of Ancient World Cultures Herausgegeben von/Edited by Joachim Hengstl, Andrea Jördens,Torsten Mattern, Robert Rollinger,Kai Ruffing, Orell Witthuhn, 181, Harrassowitz Verlag . Wiesbaden 2024, pp. 155-190.

Eutanasia e buona morte in Sardegna romana

Viduus, un dio della buona morte in Sardegna

DaSanluri, al margine dell’antico ager Caralitanus, proviene un’iscrizione, incisa su un plinto di colonna marmorea, con la dedica al dio Viduus, un’arcaica divinità nota unicamente attraverso questa testimonianza e i riferimenti presenti negli apologisti cristiani Cipriano e Lattanzio. La dedica è posta dal liberto del municipio di Carales, C. Iulius Felicio, si suppone per ringraziare il dio di aver abbreviato, con il sopraggiungere di una morte liberatoria, un proprio congiunto dalle sofferenze di una malattia; al contempo il liberto provvide ad ampliare il luogo intitolato al dio all’interno di una necropoli imperiale, collocata al margine estremo del municipio di Carales (CIL X 7844). Un recinto di cui, ad oggi, non sono note le dimensioni e le caratteristiche. Viduus aveva la funzione di separare l’anima dal corpo, la sua fisionomia divina era quella di un dio funzionale che agiva in uno dei momenti di crisi dell’individuo, quello della morte, e si affiancava ad altre divinità preposte, ciascuna con un compito specifico, alla cura del moribondo: Caeculus per chiudere gli occhi al defunto e privarlo del senso primario della vista, Orbona dea tra vita e morte che poteva provocare il decesso per malattia dei bambini ma allo stesso tempo era vicina ai genitori che avessero subito la perdita di un figlio, favorendo le nuove nascite, Nenia protettrice delle lamentazioni funebri e uno degli epiteti attribuiti alla morte stessa, Libitina dea dei funera e delle sepolture. Tali divinità erano presenti negli elenchi contenuti nei libri in uso ai pontefici, alle vestali e ai magistrati necessari per preservare da errori formali nella pronunzia dei nomi delle singole divinità e nella correttezza delle preghiere che avrebbero compromesso la regolarità dei riti e di conseguenza la pax deorum.

Bibliografia minima

P. Ruggeri, Un arcaico culto funerario in Sardegna: la dedica al dio Viduus al margine del territorio del municipio di Karales, in Antiquitas, Studi in onore di Salvatore Alessandrì, a cura di M. Lombardo e C. Marangio, Galatina 2011, pp. 293-303.

A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publihing limited, 2025.

A. Mastino,  Sardinia in the Roman World until Constantine, Cambridge Scholars Publihing limited, 2026.

Giove: Iupiter – Iupiter Optimus Maximus nella Sardegna romana

La presenza di Giove-Iupiter in Sardegna rimonta al periodo successivo all’occupazione romana. Da Bidonì nel Barigadu in vetta al Monti Onnarìu, sulla riva sinistra del Tirso, proviene un importante documento epigrafico che riporta una dedica a Giove. Qui dovette sorgere un tempio intitolato al dio capitolino di cui ad oggi rimangono visibili solo le fondazioni, come testimonia un altare collocato nell’area antistante il luogo di culto, secondo la comune disposizione dei templi romani. L’altare di forma parallelepida utilizzato dal sacerdote per i sacrifici reca due iscrizioni incise sui lati brevi il cui testo conferma la dedica del luogo di culto a Giove: dei Iovis da intendersi come (ara) dei Iovis. Si è ipotizzato che la costruzione di questo luogo di culto sulla sommità del Monti Onnarìu e dunque in una posizione di confine tra i territori barbaricini e l’area romanizzata, avesse una funzione di controllo e di affermazione del potere politico romano, forse a seguito di una vittoria e di un trionfo (AE 1998, 673). Questa ipotesi appare maggiormente fondata rispetto a quella che, sulla base del confronto del graffito su frammento di ceramica con la scritta Iovi proveniente dal santuario talaiotico di Son Oms (Palma di Maiorca), ha portato a pensare che i Romani nelle Baleari e in Sardegna avessero reinterpretato il culto di una divinità tauromorfa identificandola con Giove. Più specificamente alle operazioni militari della fine del II secolo a.C. andrebbe riferita la dedica sul monte di Santa Sofia di Laconi nella Barbaria: il testo riguarderebbe la spedizione del propretore Tito Albucio, il quale celebrò in Sardinia forse nel 106 a.C. un vero e proprio trionfo sui Sardi (Cicerone, de prov. cons. 7, 15; in Pisonem 92).

Il Giove istituzionale, quello capitolino, doveva essere oggetto di culto all’interno delle comunità municipalizzate della Sardegna romana e degli insediamenti sparsi sul territorio, organizzati secondo lo schema dei pagi e dei vici. Grazie ad una dedica a Giove Ottimo Massimo da parte dei Pagani Uneritani del pagus di Uneri, che proviene da Las Plassas in Marmilla, a ridosso della Giara di Gesturi -territorio che in antico faceva parte della pertica della Colonia Iulia Augusta Uselis (attuale Usellus)- abbiamo conoscenza di questa forma organizzativa del territorio in età imperiale (AE 2002, 628). I pagi e i vici istituiti probabilmente dall’epoca di Augusto erano ancora attivi, in quanto articolazioni del territorio, nel IV secolo d. C., durante il dominato dell’imperatore Giuliano. In questo quadro ben si inserisce la costruzione e la dedica di un tempio a Giove Capitolino, espressione dell’adesione dei pagani Uneritani, forse non tutti cittadini romani ma incolae peregrini a differenza dei magistrati cittadini, ai modelli culturali, religiosi e amministrativi romano-imperiali: Templu[m] / I(ovis) O(ptimi) [M(aximi)] / pagani Uneritan[i imp(ensam)] / suam faciundu[m cura]/(ve)runt [—] idem[que] / dedica(ve)runt [—]. Analoga funzione istituzionale doveva avere il Giove Ottimo Massimo della triade capitolina nella dedica che proviene da Martis in Anglona (località Sa Balza). Tale funzione si affiancava all’espressione del lealismo in ambito militare all’epoca di Massimino il Trace, lo stereotipo di imperatore-soldato destinato ad un impero effimero nel III secolo d. C. (235-238). Una dedica da Martis infatti pone in primo piano la triade capitolina composta da Giove Ottimo Massimo, Giunone Regina e Minerva, affiancati dalla Speranza (Spes) e dalla Salute (Salus); la dedica a queste due ultime divinità rappresentava il completamento dei voti e degli auspici di vittoria e protezione per gli imperatori Massimino il Trace e suo figlio Cesare, impegnati fra il 236-237 d. C., nella campagna contro Sarmati e Daci (ELSard. p. 646 B 161). Nella dedica viene enfatizzato come motivo ricorrente quello della salvezza, dell’incolumità e del ritorno senza pericoli e vittorioso per gli imperatori, motivi che riguardano anche la loro domus divina. La Speranza e la Salute divinità funzionali, legate all’utilitas e realizzatrici delle res optandae, perdono la funzione civica che avevano assunto in tarda epoca repubblicana per divenire protettrici degli imperatori e della loro famiglia.

Parallelamente alla devozione per Giove-Iupiter nell’isolasi può considerare anche quella per Iupiter Dolichenus, il dio militare della Commagene, il cui culto si diffuse a Roma e nelle province tra il principio del II e la seconda metà del III secolo d. C. Questo culto viene generalmente inserito tra quelli orientali, sebbene nell’ambito di un’analisi delle testimonianze riguardanti Giove nell’isola sembra maggiormente congruo considerare questo attributo di Giove affiancandolo a tutte le altre testimonianze. Nella capitale dell’impero vi erano tre importanti luoghi di culto a lui dedicati (Dolocena), quelli dell’Aventino, del Celio in prossimità delle due caserme degli equites singulares Augusti, dell’Esquilino legato alla caserma della cohors II vigilum. Il profilo militare assunto dal dio in epoca imperiale come appare spesso dalla sua iconografia con corazza e mantello da imperator, non sottraggono elementi alla sua originaria rappresentazione di dio dell’Anatolia, connotata dall’ascia bipenne e fascio di folgori nelle mani, in piedi su di un toro in marcia, con indosso sul capo un berretto frigio. Tale profilo militare non impediva altresì che a lui si rivolgesse un pubblico composito, costituito anche da civili di diversa estrazione sociale. In Sardegna una dedica proveniente da Porto Torres ma trasportata ad Ossi, dove venne rinvenuta (CIL X, 7949), apre una breccia per approfondire la conoscenza su quello che potremmo definire il Giove orientale “romanizzato” che convisse parallelamente allo Iupiter Optimus Maximus, senza scalfirne la supremazia e la popolarità. La dedica sarda, frammentaria per quanto riguarda i nomi dei dedicanti, a Iupiter Sanctus Dolichenus con il voto per la vittoria di Caracalla e Geta e la sua provenienza da Turris Libisonis in realtà rientra nel quadro della diffusione dei culti orientali presso la città portuale del Nord Sardegna. Sin dalle origini la colonia di Turrismanteneva collegamenti marittimi e attività commerciali e di scambio lungo la costa tirrenica della penisola, da Ostia sino alla Campania, aree che si fecero tramite nell’isola della diffusione dei culti che venivano dall’Oriente. Per quanto concerne il Giove Dolicheno si registrò un’intensificazione in epoca severiana; gli imperatori Severi della prima fase, Settimio Severo, Caracalla, il fratello minore Geta e la madre Giulia Domna (193-217), erano particolarmente legati alle divinità di area orientale correlate all’esercito; nel caso del Giove Dolicheno vi era in più l’origine siriana, da Doliche (oggi Aintāb), in quanto l’imperatrice era originaria di Emesa proprio in Siria e figlia di un sacerdote di Baal. Ad un ambito cultuale sembra doversi ascrivere il signaculum, proveniente dal territorio di Tharros forse utilizzato per marchiare il cibo sacro, il cui testo certifica che gli oggetti marchiati da questo contrassegno saranno dedicati a Giove: dic(atus) sum Iov(i) (ELSard, p. 105, B 103).

Bibliografia minima

D. Salvi, A.L. Sanna, “Il Templum Iovis nella collina di Onnarìu a Bidonì (Oristano)”, in Quaderni della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e Oristano, 21, (2004), 2006, pp. 119-135.

R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, pp. 44-46

L. Fadda, R. Muscas, B.  Deligia, Bidonì. Memorie del territorio, Ghilarza 2002, pp. 26-27

R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae: studi storici e geografici sul Mediterraneo antico, Roma 2004, pp. 140-145

C. Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016, pp. 119-120, n. LAC002, pp. 49-51 n. BID003.

R. Zucca, Un altare rupestre di Iuppiter nella Barbaria sarda, in L’Africa Romana, 12, Atti del XII Convegno di studio, Olbia, 12-15 dicembre 1996, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri e Cinzia Vismara, Editrice democratica sarda, Sassari 1998, pp. 1205-1211

R. Zucca, Ula Tirso. Un centro della Barbaria sarda, Dolianova 1999, pp. 44-46

G. Murru, R. Zucca, Frammenti epigrafici repubblicani da Laconi (Sardinia), «Epigraphica», 64, 2002, pp. 213-223; R. Zucca, Neoneli – Leunelli. Dalla civitas Barbariae all’età contemporanea, Bolotana 2003, pp. 24-26

[1]A. Mastino, Rustica plebs, id est pagi in provincia Sardinia: il santuario rurale dei Pagani Uneritani in Marmilla”, in Poikilma. Studi in onore di M.R. Cataudella in occasione del 60° compleanno, (a cura di S.M. Bianchetti, Firenze, 2001, pp. 781-814 (con un’appendice di G.i Lilliu su L’archeologia di Las Plassas, pp. 808-814).

E. Sanzi, Iupiter Dolichenus e i militari tra Celio e Esquilino, in Roma la città degli dei. La capitale dell’impero come laboratorio religioso (a cura di C. Bonnet ed E. Sanzi), Roma 2018, pp. 77-93.

DEDALO E I NURAGHI DELLA SARDEGNA

LA SARDEGNA NURAGICA VISTA NEI MITI ANTICHI

I nuraghi dell’età del bronzo marchiavano il paesaggio isolano modificato dall’uomo, le grandi costruzioni megalitiche, le torri a cupola, «le tholoi dalle mirabili proporzioni costruite all’arcaico modo dei Greci», che il mito riferito da Diodoro Siculo attribuiva a Dedalo, l’eroe fondatore dell’architettura greca, giunto da Creta e dalla Sicilia, costruttore in Sardegna dei nuraghi, i Daidaleia. Il mito di Norace sembra radicato sulla conoscenza che storicamente i Greci e i Fenici avevano delle migliaia di tholoi della Sardegna, che i mitografi vogliono simbolicamente costruite su impulso di Dedalo, almeno secondo Diodoro, IV, 30, 1, vista la barbarie degli isolani: <<Iolao, allora, sistemate le cose relative alla colonia e fatto venire Dedalo dalla Sicilia, eresse molte e grandi costruzioni che permangono fino ai tempi d’oggi e sono chiamate dedalee dal loro edificatore>>: siamo nell’età di Cesare. Vedi però l’anonimo autore del De mirabilibus auscultationibus, uno scritto pseudo-aristotelico forse dell’età di Adriano, che ricorda come Iolao e i Tespiadi fecero edificare costruzioni realizzate secondo «l’arcaico modo dei Greci» e tra esse edifici a volta (tholoi) di straordinarie proporzioni>>, dunque modellate con elegante simmetria, erette da Iolao figlio del gemello di Eracle Ificle. La ricerca scientifica dei nostri tempi parla delle rifunzionalizzazioni dei Daidàleia, i nuraghi, in età arcaica, nel periodo punico, romano e altomedievale, ossia nei tempi in cui gli erga pollà kai megàla contrassegnavano il paesaggio trasformato dall’uomo al tempo della fonte originaria; ma nulla era cambiato ancora all’epoca in cui scriveva Diodoro Siculo, e del resto i nuraghi marchiano il paesaggio della Sardegna persino nel nostro tempo. Parliamo di rifunzionalizzazioni al plurale, poiché i riusi del nuraghe sono variati sia sul piano diacronico, sia sul piano geografico. Essenziale è definire il punto di vista della tradizione confluita in Diodoro, ovviamente di origine siceliota (da Timeo di Tauromenio) e nel De mirabilibus auscultationibus. L’interesse per i mirabilia sardi è tipico della storiografia greca di Sicilia, come testimonia il richiamo al mito di Dedalo, che si localizza a Camico alla corte di Kokalos; in Sicilia i Palìci, figli gemelli di Zeus o del dio locale Adrano e della ninfa Talia, erano divinità ctonie protettrici della zona vulcanica della piana di Catania, che professavano l’arte degli indovini: nei pressi del tempio dove rendevano i loro oracoli e dove in epoca storica si rifugiavano gli schiavi fuggitivi sgorgavano acque sulfuree che perennemente ribollivano, come presso le Salinelle di Paternò: quando sorgeva qualche lite tra gli abitanti del luogo, si usava asseverare con giuramento i termini della controversia; e lo spergiuro era perseguitato dal castigo degli dei, la morte o la cecità. Viene alla mente il collegamento con la poco nota vicenda dei gemelli (figli di Eracle e della figlia di Tespio Prokris) Ippeus e Antileone, fondatori di Olbia, connessi alla saga di Iolao e di Dedalo in Sardegna. Allo stesso modo in Sardegna le acque termominerali servivano per guarire le fratture delle ossa, per neutralizzare l’effetto del veleno del ragno detto “solifuga” e per guarire le malattie degli occhi; ma secondo Solino servivano anche come mezzo per scoprire i ladri, i fures, in occasione di un vero e proprio giudizio ordalico: costretti al giuramento sull’accusa di furto: se essi avevano giurato in modo falso dichiarandosi innocenti, al contatto con quelle acque diventavano ciechi, mentre la vista diventava più acuta se avevano giurato il vero.

BILIOGRAFIA MINIMA

R. B. Motzo, “Norake e i Fenici”, Studi Sardi, vol. I, 1934, pp. 116-124

E. Galvagno, La Sardegna vista dalla Sicilia: Diodoro Siculo, in I miti classici e

l’isola felice, in Logos peri tes Sardous, Le fonti classiche e la Sardegna, a cura di R.

Zucca, Roma, Carocci, 2004, pp. 27-38.

I. Didu, I Greci e la Sardegna. Il mito e la storia, Cagliari 20032

E. Trudu, “Daedaleia, Nurac, Oikeseis katagheioi? Alcune note sul riutilizzo dei nuraghi nelle aree interne della Sardegna”, in ArcheoArte. Rivista elettronica di Archeologia e Arte. Ricerca e confronti 2010. Atti delle Giornate di studio di archeologia e storia dell’arte a 20 anni dall’istituzione del Dipartimento di Scienze Archeologiche e Storico-artistiche dell’Università degli Studi di Cagliari (Cagliari, 1-5 marzo 2010), a cura di M.G. Arru, S. Campus, R. Cicilloni, R. Ladogana, suppl. ArcheArte, numero 1, 2012, pp. 391-405, <https://doi.org/10.4429/j.arart.2011.suppl.01>. pp. 391-405

F. Neri, Dedalo, i “Daidaleia” e Aristeo: considerazioni sulla presenza mitica di Dedalo in Sardegna, «Annali dell’Istituto italiano per gli studi storici», XIX, 2002 (2005), pp. 21-46.

E. Atzeni, R. Cicilloni, S. Marini, G. Ragucci, E. Usai, Fasi finali e riutilizzo di

età storica nel Nuraghe Cuccurada di Mogoro (OR), in Daedaleia. Le torri nuragiche

oltre l’età del Bronzo, Atti del Convegno di studi (Cagliari, Cittadella dei Musei,

19-21 aprile 2012), a cura di E. Trudu, G. Paglietti, M. Muresu, in «Layers. Archeologia

Territorio Contesti», 1 (2016), pp. 9-41.

A.Mastino, Nota su Olbia arcaica: i gemelli dimenticati, in Ministero peri Beni e le attività culturali, Bollettino di archeologia online, volume speciale, XVII, 2010, www.beniculturali.it/bao, pp. 1-7.

F. Chiai, Sul valore storico della tradizione dei Daidaleia in Sardegna (A proposito dei rapporti tra la Sardegna e i Greci in età arcaica), in Logos peri tes Sardous, cit., pp. 112-12

A.Mastino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo

Gli dei del bosco in Sardegna

Gli dei del bosco a Sorabile, la Fonni romana: Diana e Silvano, la Barbaria e l’economia della selva a mille metri di altitudine

In piena Barbaria, l’area dove sorge l’attuale Fonni nella Barbagia di Ollollai in epoca romana era scarsamente urbanizzata e coperta da fitti boschi: essa era resa raggiungibile da una strada interna denominata aliud iter ab Ulbia Caralis che toccava, sul versante occidentale, il Gennargentu a novecento metri di altezza. Qui nell’antica Sorabile (oggi Sorovile alla periferia di Fonni) un bosco, il Nemus Sorabense, assunse caratteristiche simili a quelle dei boschi sacri della Penisola e del limes renano-danubiano, divenendo un luogo di culto e di devozione capace di “federare” o di rappresentare un punto di incontro a livello religioso per le popolazioni del luogo, unite nella venerazione a Diana e Silvano. In questo senso si dispone di una testimonianza puntuale risalente con tutta probabilità alla seconda metà del II secolo d.C. che fornisce informazioni sul toponimo Nemus Sorabense ma anche sulle divinità oggetto del culto, Diana e Silvano, entrambe collegate con funzioni simili ma diversificate ai boschi, alla vegetazione, alla natura selvaggia (AE 1992, 891). Si tratta di una dedica posta dal procuratore e prefetto della provincia C. Ulpius Severus: presso Sorabile (Fonni) esisteva dunque un bosco sacro il Nemus Sorabense dove si tributava, forse presso un sacello, un culto per una dea e un dio che parevano ben adattarsi alla morfologia del territorio, alle sue caratteristiche economiche e culturali e al suo popolamento. Pur se non si ha certezza che il luogo di culto all’interno del Nemus Sorabense fosse erede di una tradizione religiosa più antica – presso il Monte Spada, difatti, sorgeva un antico santuario nuragico- pare possibile che qui convergessero, nelle occasioni rituali, le civitates sarde confinanti dei Celes(itani) e dei Cusin(itani), note anche da Tolomeo, unite nella venerazione per Diana e per Silvano, protettori della natura incolta e selvaggia. Le popolazioni delle due civitates, separate da una linea catastale -come attesta, insieme ad altri, il cippo di confine rinvenuto a Turunele (Fonni), inscritto sulle due facce a separare i Celes(…) e i Cusin(…)-, vivevano nel cuore del territorio delle civitates Barbariae (CIL X 7889). L’economia di questi luoghi oltre che dalla pastorizia, dall’allevamento del bestiame e dai derivati dal latte, il formaggio anzitutto, doveva reggersi sulla cosiddetta “economia della selva”, ben nota per essere stata oggetto ormai in anni lontani, di approfondimenti relativi ad alcune aree dell’Italia meridionale[1]. Si è ipotizzato che Sorabile fosseuna statio, fondata in epoca traianea, alla quale andrebbero riferiti alcuni resti archeologici scoperti già dall’Ottocento; questo contesto insediativo e funzionale alla penetrazione romana della Barbaria nel II secolo d. C., unito a ritrovamenti monetali, ha fatto supporre contatti tra negotiatores e abitanti delle civitates Barbariae e nello specifico dei Celes(itani) e dei Cusin(itani). All’interno di un quadro di tal genere si comprende ancor meglio la devozione per Diana e Silvano presso il Nemus Sorabense. La Diana venerata a Roma era di origine latina, protettrice della lingua latina, una dea lunare che, prima della costruzione di un tempio a lei dedicato sull’Aventino a Roma promossa da Servio Tullio, ebbe il proprio culto nell’epiclesi Diana Nemorensis presso il bosco di Nemi, ad Aricia, celebrato dal rex nemorensis, il re-schiavo-sacerdote, la cui successione avveniva attraverso un omicidio rituale da parte di un pretendente più giovane: in questa veste Diana possedeva caratteristiche simili alle grandi dee mediterranee; la dea venne successivamente inserita nel sistema di relazioni religiose romane e affiancata ad altre divinità apparentemente eccentriche rispetto ai suoi contenuti religiosi (Vortumno, Fortuna Equestre, le Camene, Castore e Polluce, Eracle Vincitore) come attestano diversi calendari festivi nel giorno tradizionalmente dedicato ai riti di Diana, il 13 agosto.  Silvano veniva assimilato a Fauno, il dio rappresentato nudo, espressione della natura selvaggia e primordiale e dell’ager Romanus non ancora soggetto alle procedure di divisione del suolo attraverso la centuriazione, sebbene Silvano fosse anche il dio della campagna coltivata, protettore dei contadini e “inventore” dei cippi di confine a separazione delle singole proprietà. Il culto di Silvano-Fauno tra la fine del I secolo d. C. e l’età di Traiano ebbe una diffusione notevole in alcune province dell’impero come quelle dalmate e danubiane e ad oggi si può affermare anche in Sardegna. Proprio Traiano attraverso i suoi governatori incrementò un importante processo di urbanizzazione in Sardegna con la creazione di Forum Traiani presso le antiche Aquae Ypsitanae, nel territorio degli Ipsitani e delle civitates Barbariae. A proposito delle province dalmate ad esempio si ritiene che il culto di Silvano fosse utilizzato come manifestazione d’identità di alcuni gruppi locali non urbanizzati che arrivavano ad integrare le tradizioni locali con la declinazione romana di Silvano-Fauno ai fini dell’inclusione di quegli stessi gruppi nel mondo “globale” dell’impero. In Dacia e nelle province danubiane furono le successive campagne di Traiano tra il 101-102 e il 105-106, in particolare quest’ultima, a favorire l’introduzione del culto di Diana e Silvano che paiono aver avuto profili del tutto romani senza risentire di fenomeni assimilativi.

In Sardegna uno studio recente ha valorizzato il tema della lunga durata del culto di Silvano presente nell’isola e in particolare a Sorabile, che traspare nei suoi continuatori romanzi a partire da Silvana/Selvana, la strega vampiro (sùrbile), temibile per gli infanti o i bambini nei primi anni di vita, alla quale si rivolgevano scongiuri che dovevano essere recitati dalle madri. Di essi rimane attestazione in alcuni paesi sardi come Siligo e Siniscola -per l’Ottocento e gli anni quaranta del secolo scorso- in formule ritmiche di scongiuro. Silvana/Selvana avrebbe assorbito la fisionomia del Silvanus notturno e dai tratti spaventosi, più vicino agli dei funzionali arcaici della religione romana, soprattutto per quanto riguarda l’assimilazione con Fauno, tant’è che Agostino lo considera immondo al pari di altre divinità della medesima sorta e pericoloso per la pudicizia delle donne con le quali avrebbe avuto la capacità di unirsi carnalmente (civ. 15, 23); il contatto con le Diane (in logudorese Janas, alcune maistas, magistrae) appare del resto molto significativo. Resta da studiare il capitolo relativo alle guaritrici con specifiche competenze magico-curative relative alla sanatio, ottenuta attraverso pozioni preparate con erbe del bosco, una pratica ben descritta dagli antropologi ancora nella Sardegna moderna. L’onomastica isolana documenta ripetutamente il nome teoforico Silvanus e Silvana.

PRIMO INQUADRAMENTO

A. Taramelli, Fonni (Nuoro). Iscrizione votiva a Silvano, della foresta Sorrabense, rinvenuta entro l’abitato, «NSA», pp. 319-323

L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, pp. 571-594.

E. Trudu, “Sacrum Barbariae: attestazioni cultuali nelle aree interne della Sardegna in epoca romana”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 217-236 (Archaeologica, 169).

G. Strinna, Una sopravvivenza sarda di Silvano e un passo di Varrone, in L’immagine riflessa. Testi, società, culture, n. s. XXX (2021), 2 (luglio-dicembre), Alessandria 2022, pp. 43-64.

G. Strinna, Le fate eredi di Diana. La magistra e le sue sociae, in Fate, madri-amanti-streghe, a cura di S.M. Barillari, Atti del XVII Convegno internazionale (Genova-Rocca Grimalda, 16-18 settembre 2011), Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012, pp. 273-289.

A. Mastino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo


 

La scomparsa di Giovanna Sotgiu

Giovanna Sotgiu (1925–2026)

Con la scomparsa a cento anni d’età di Giovanna Sotgiu, l’epigrafia latina perde una delle sue figure più autorevoli nel campo degli studi sulle province romane e, in particolare, la studiosa che più di ogni altra ha contribuito, nel secondo Novecento, alla conoscenza sistematica della Sardegna romana attraverso l’analisi delle fonti epigrafiche. La sua opera scientifica, sviluppatasi lungo un arco di oltre quarant’anni a Cagliari, si distingue per rigore metodologico, continuità di interessi e profonda consapevolezza del valore storico delle iscrizioni, inserendosi a pieno titolo nella migliore tradizione dell’epigrafia classica. Formatasi in un ambiente accademico nel quale l’epigrafia costituiva uno strumento essenziale per la ricostruzione storica del mondo romano, Giovanna Sotgiu orientò sin dagli esordi la propria ricerca verso lo studio della Sardegna antica, un ambito che, nonostante l’importanza strategica dell’isola nel Mediterraneo occidentale, risultava ancora fortemente dipendente, sul piano documentario, dai volumi ottocenteschi del Corpus Inscriptionum Latinarum e dall’Ephemeris Epigraphica. L’obiettivo che guidò tutta la sua attività scientifica fu quello di superare questo stato di dipendenza, restituendo alla Sardegna un corpus epigrafico aggiornato, criticamente vagliato e storicamente interpretabile.

Giovanna Sotgiu ci lascia il ricordo di una vita di testimonianza, di impegno, di dedizione per gli altri: le tappe della sua carriera sono segnate dalla scuola di Bachisio Raimondo Motzo e di Piero Meloni, ma anche a Roma di Attilio Degrassi, di Gaetano De Sanctis, di Margherita Guarducci e di Guido Barbieri; e poi dalla libera docenza nel 1960, dalla nomina a primo professore ordinario di Epigrafia Latina in Italia nel 1970, infine dal riconoscimento del titolo di professore emerito deliberato dalla Facoltà alla quale apparteneva nel 2002, tappe che si accompagnano alla stima ed all’affetto con i quali l’hanno seguita tanti colleghi, tanti amici come Bruno Luiselli o Pietro Meloni, tanti allievi, tanti studenti, tanti operatori dei beni culturali in Italia e nel Maghreb, come testimoniano le pagine del volume Cultus splendore. Studi in onore di G. Sotgiu curato nel 2003 dall’allievo prediletto Antonio Maria Corda, che hanno visto la partecipazione anche di studiosi finlandesi, francesi, algerini, tunisini: testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi, riconoscimento significativo dell’autorevolezza scientifica di Giovanna Sotgiu. L’ampiezza tematica di quella miscellanea riflette con chiarezza la varietà e la profondità dell’impatto esercitato dalla sua opera, dall’epigrafia alla storia religiosa, dalla Sardegna romana alle dinamiche più generali del mondo provinciale, in particolare africano. L’opera offre una lettura storiografica complessiva del percorso scientifico della Sotgiu, mettendo in evidenza il ruolo decisivo svolto dalla studiosa nel superamento della frammentarietà documentaria e nell’inserimento della Sardegna a pieno titolo nel panorama degli studi epigrafici dell’Impero romano. In essa viene sottolineata la coerenza di un itinerario di ricerca che, a partire dalla sistemazione del corpus epigrafico, ha saputo sviluppare interpretazioni storiche di ampio respiro, fornendo un modello metodologico ancora pienamente valido. In questo senso, Cultus splendore non rappresenta soltanto un tributo personale, ma anche la testimonianza di una vera e propria eredità scientifica, condivisa e riconosciuta dalla comunità degli studiosi.  Vent’anni fa scrivevo: << Arrivata alla sua età, Giovanna Sotgiu continua ad esprimere una vitalità che ci lascia senza parole, come quando nelle torride giornate di agosto l’abbiamo vista lavorare coi suoi allievi nelle terme, nel campidoglio o nell’anfiteatro di Uthina in Tunisia: da lei abbiamo imparato non solo un metodo ed una disciplina, ma soprattutto una passione, il gusto rigoroso per l’esame diretto dei testi, l’attenzione per il territorio, per l’ambiente naturale, per i luoghi, che ci mettono in comunicazione con il passato, visto attraverso le scritture antiche, e dunque le istituzioni, la vita religiosa, i commerci, l’esercito. Così ad Antas presso il tempio del Sardus Pater ricostruito da Caracalla o sull’acropoli di Cornus nella città di Ampsicora o a Sulci (nella Collezione Giacomina), a Nora e nella Barbaria  della Sardegna interna, alla ricerca di collezioni e di raccolte di iscrizioni che poi sono state oggetto di accuratissimi studi. E poi l’interesse per le sconfinate terre africane tra il Marocco e la Tunisia, fin dal lontano articolo sulla cohors II Sardorum, il progetto pilota di Oudna, le visite ad Uchi Maius, senza chiusure e anzi con mille curiosità e con attenzione per nuovi metodi di ricerca: un interesse che è riuscita a comunicare anche a tutti noi, coinvolgendo ricercatori, assegnisti, dottorandi, studenti, coi quali ha continuato a mantenere un rapporto come professore a contratto nell’Università di Sassari>>.

Il mio ricordo più lontano è a Londra nel 1969, studente, in occasione di una visita alle collezioni del British Museum, alla quale partecipai un po’ abusivamente, matricola assieme a tanti laureandi; un po’ come in Gallura, qualche mese dopo, introdotto con una forzatura troppo generosa della Sotgiu al fianco degli specializzandi della Scuola di Studi Sardi, un’élite un poco esclusiva e non sempre tollerante con gli studenti di primo pelo; ma da allora tante sono state le occasioni per sviluppare un rapporto di lavoro che è stato anche di devozione e di affetto, come negli anni cagliaritani e poi in  Tunisia, un’impresa quella di Uthina che poi Antonio M. Corda avrebbe proseguito negli anni.

Il contributo più duraturo e scientificamente incisivo di Giovanna Sotgiu è rappresentato dall’opera dedicata alle Iscrizioni Latine della Sardegna, concepita come supplemento al CIL X e all’Ephemeris Epigraphica VIII. I due volumi, pubblicati rispettivamente nel 1961 e nel 1968, costituiscono ancora oggi lo strumento di riferimento imprescindibile per lo studio dell’epigrafia sarda, un’opera fondativa per un’intera generazione di studiosi. In questi volumi, la Sotgiu raccolse e riesaminò criticamente un numero significativo di iscrizioni, molte delle quali inedite o note solo attraverso tradizioni antiquarie spesso imprecise. La cura filologica dell’edizione, la precisione dell’apparato critico e l’attenzione alle condizioni di rinvenimento e conservazione dei monumenti epigrafici fanno delle Iscrizioni Latine della Sardegna un modello di lavoro pienamente inserito nella tradizione del Corpus, ma al tempo stesso aperto alle esigenze della ricerca storica contemporanea. Particolarmente significativa è l’impostazione complessiva dell’opera, nella quale le iscrizioni non sono mai presentate come documenti isolati, bensì come elementi di un sistema complesso, funzionale alla ricostruzione delle strutture urbane, sociali e istituzionali della Sardegna romana. In questo senso, il lavoro della Sotgiu ha segnato un punto di svolta, ponendo le basi per ogni successiva indagine storica fondata su dati epigrafici. Particolarmente innovativo, accurato, pieno di informazioni e destinato a durare nel tempo è il secondo volume, dedicato alle lucerne romane, con la storia dei traffici soprattutto dal Nord Africa, le intersezioni, le importazioni, partendo dai Praedia Pullaienorum contigui ad Uchi Maius; ai signacula della Sardegna stava lavorando negli ultimi anni. 

Analogo valore ha il contributo L’epigrafia latina in Sardegna dopo il C.I.L. X e l’E.E. VIII (1988), pubblicato nell’Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. In questo saggio, che rappresenta una vera e propria opera di riferimento, l’autrice ha offerto un bilancio critico complessivo della documentazione epigrafica sarda, discutendo in modo sistematico testi, problemi interpretativi e prospettive di ricerca. La chiarezza dell’impianto, la completezza della bibliografia e la capacità di integrare epigrafia, storia e archeologia rendono questo contributo uno strumento imprescindibile per chiunque si occupi della Sardegna romana, confermando il ruolo centrale svolto dalla Sotgiu nella costruzione di un quadro storiografico solido e duraturo.

Le sue prime ricerche erano iniziate con lo studio La Sardegna e il patrimonio imperiale nell’Alto Impero (1957), nel quale l’autrice affrontava il tema della presenza imperiale nell’isola attraverso una lettura attenta delle testimonianze epigrafiche, utilizzate per ricostruire assetti amministrativi, forme di gestione patrimoniale e implicazioni politiche del controllo imperiale. Già in questo lavoro emergevano la solidità del metodo e la capacità di collocare i dati epigrafici all’interno di un quadro storico complessivo. Ma solo due anni dopo nel 1959, apriva il suo secondo orizzonte, quello africano, con l’articolo sull’Archivio Storico Sardo dedicato alla Cohors II Sardorum: si erano allora da poco conclusi gli scavi – tanto fortunati – di Marcel Le Glay nel campo militare di Rapidum, che era stato il primo accampamento africano della coorte, anticipando le osservazioni che poi sarebbero state fatte da Nacera Benseddik e da Jean-Pierre Laporte.

Accanto all’opera di sistemazione del corpus, Giovanna Sotgiu dedicò numerosi studi a singoli documenti di particolare rilevanza storica. Tra questi si segnala il contributo Un miliario inedito sardo di L. Domitius Alexander e l’ampiezza della sua rivolta (1964), nel quale l’analisi di un’iscrizione stradale diventa occasione per una riflessione più ampia sulla portata politica della rivolta di Domizio Alessandro e sui meccanismi di controllo imperiale in Sardegna nell’età di Massenzio. Lo studio della viabilità emerge anche nel saggio Nuovo miliario della via a Karalibus Turrem (1989), che arricchisce il quadro della rete stradale dell’isola e offre nuovi elementi per la comprensione dell’organizzazione territoriale. In questi lavori, l’autrice dimostra una rara capacità di coniugare l’analisi tecnica del documento epigrafico con una lettura storica di ampio respiro, nella quale la viabilità assume un ruolo centrale come strumento di integrazione e controllo.

Un altro filone di ricerca di grande rilievo è quello dedicato alla storia religiosa, e in particolare alla diffusione dei culti orientali in Sardegna. Il saggio Per la diffusione del culto di Sabazio. Testimonianze dalla Sardegna (1980), pubblicato nella collana degli Études préliminaires aux religions orientales dans l’Empire romain, costituisce un contributo fondamentale alla comprensione delle dinamiche di circolazione religiosa nell’Impero, mostrando come anche una provincia considerata periferica partecipasse pienamente a tali fenomeni. A questo studio si affianca Culti egiziani nella Sardegna romana: il dio Apis (1992), nel quale Sotgiu affronta con equilibrio e rigore il problema della presenza dei culti egiziani nell’isola, evitando interpretazioni forzate e inserendo le testimonianze epigrafiche in un contesto storico e culturale più ampio. In questi lavori emerge con chiarezza l’attenzione dell’autrice per i processi di acculturazione e per le modalità di ricezione dei culti all’interno delle comunità locali.

Tra i suoi allievi vorrei ricordare anche Marcella Bonello Lai (scomparsa nel 2015), Franco Porrà, Ignazio Didu, indirettamente Piergiorgio Floris, Paola Ruggeri, Antonio Ibba, Salvatore Ganga, Alberto Gavini, Tiziana Carboni, Maria Bastiana Cocco. Quando Claudio Farre e Giorgio Rusta organizzarono a Bitti il 22 dicembre 2014 un convegno in suo onore, scherzammo anche su questo suo carattere barbaricino, come a proposito della polemica con il suo maestro a proposito del procurator ripae di Turris Libisonis: ne ridevamo spesso con Marina Biddau, la sua adorata nipote.  

Nel ricordare Giovanna Sotgiu, la comunità scientifica rende omaggio a una studiosa che ha restituito voce, contesto e significato alle iscrizioni della Sardegna romana, trasformandole in strumenti fondamentali per la ricostruzione storica dell’isola. La solidità del suo lavoro, la sobrietà dello stile e la costante attenzione alla dimensione storica dell’epigrafia fanno delle sue ricerche un patrimonio destinato a durare. La sua opera continua a vivere nei corpora da lei costruiti, negli studi che ha ispirato e nel metodo rigoroso che ha contribuito a consolidare, assicurandole un posto stabile nella storia dell’epigrafia latina.

Sassari, I gennaio 2026.

Attilio Mastino

Curriculum professionale di Giovanna Sotgiu nata a Bitti il 25 ottobre 1925, scomparsa a Cagliari il I gennaio 2025.

Laureata in lettere classiche (storia romana, 1950) presso l’Università degli studi di Cagliari (tesi intitolata  Supplementum epigraphicum ad CIL X), ha conseguito nel 1955 la specializzazione in Storia antica a Roma-Università degli Studi La Sapienza.

Assistente volontario presso la Cattedra di Storia antica dell’Università degli Studi di Cagliari fino al 1955, dal 1956, come assist. inc. e successivamente ordinario, ha avuto l’incarico della cattedra di epigrafia latina presso il medesimo ateneo. Nel 1960 ha conseguito la libera docenza in epigrafia latina e dal 1970 è professore ordinario della materia.

Dal 1957 al 1997 ha tenuto i corsi di epigrafia latina del corso di laurea in lettere; dal 1970 al 1979 ha avuto l’incarico per l’insegnamento di Antichità greche e romane; dal 1983 al 1986 l’incarico per Archeologia Cristiana e dal 1987 al 1992 l’incarico per Archeologia fenicio-punica.

È stata docente di Antichità punico-romane della Sardegna nella Scuola di Specializzazione in Studi Sardi (Università degli Studi di Cagliari) e di Epigrafia latina nella Scuola di Specializzazione in Archeologia (Università degli Studi di Cagliari).

Dal novembre 1983 al novembre 1988 è stata Direttore dell’Istituto di Archeologia, Antichità e Arte dell’Università degli Studi di Cagliari per poi ricoprire dal nov. 1988 al nov. 1994 la direzione del Dipartimento di Scienze archeologiche e storico artistiche.

È membro direttivo della Deputazione di Storia patria della Sardegna e fa parte della Commissione epigrafica dell’Unione Accademica Nazionale. È stata coordinatore regionale del Sottoprogetto “Giacimenti culturali” legato al progetto Ambiente, un programma volto alla valorizzazione del territorio e frutto del protocollo d’intesa tra l’Università e la Regione Sarda.

Ha fatto parte del comitato scientifico organizzatore per il Congresso Internazionale di Epigrafia Greca e Latina (Roma – 1997).

Dal 1995 al 2000 è stata, per la parte italiana, coordinatore scientifico e tecnico della missione archeologica ad Uthina-Oudna (Tunisia) composta da studiosi italiani e da archeologi tunisini dell’Institut National du Patrimoine del Ministero della cultura tunisino. Dal 1999 al 2000 è stata responsabile scientifico del progetto pilota del MAE in Tunisia denominato “Aqua 2000”. Dal 1 novembre 2000 è consulente scientifico dell’Institut National du Patrimonine di Tunisi e dell’Università di Cagliari per l’attività dell’équipe italo-tunisina ad Uthina (Tunisia)

Nel 2001 è stato professore a contratto di Epigrafia Latina (corso sull’Instrumentum domesticum) presso il Dipartimento di Storia (Facoltà di Lettere) dell’Università di Sassari.