Cuglieri in età romana (Cornus esscluso)

Gurulis Nova, Cuglieri

Per un criterio di continuità toponomastica e per i rinvenimenti archeologici ed epigrafici la Gouroulìs néa di Tolomeo è identificata con l’odierna Cuglieri, posta su una balza nord-occidentale del Montiferru, a breve distanza dal castello medievale (Casteddu ‘ezzu) e dalle sorgenti di Su monte ‘e s’ozzu, a 15 km a Nord di Cornus. La polis di Gouroulìs néa è attestata da Tolomeo fra le città interne della Sardinia, a 25’ a Sud di Bosa e di Makópsisa e a 5’ a Nord di Kòrnos. Lo stesso Tolomeo richiama inoltre la stessa città per la sua distanza di due ore di longitudine da Alessandria. Il problema principale è costituito dall’attribuzione o meno a Gurulis Nova del rango di civitas, stante la sua vicinanza relativa a Cornus. Ad orientarci, sulla scia di Ettore Pais, per un riconoscimento del rango cittadino a Gurulis Nova sta la sua correlazione toponomastica con Gurulis vetus, allusiva ad un rapporto di fondazione recenziore da parte dei Gurulitani veteres, difficilmente ammissibile nel caso di un vicus in un territorium di altra civitas.

La documentazione epigrafica dal vasto territorio di Cuglieri proviene per la gran parte da Cornus; dal centro attuale di Cuglieri provengono un epitafio di un Priscus Ursinus, introdotto dall’adprecatio ai Manes, del II secolo d.C. (CIL X 7935), un’iscrizione relativa ad un membro della gens Patulcia, piuttosto che ai Patulci[enses] (CIL X 7933) e una lastra (?) opistografa con il possibile patronimico Urri [f(ilius)] (CIL X 7934), di carattere encorico, già incontrato a Valentia (ILSard. I 174). Ad età vandalica appartiene, probabilmente, l’iscrizione cristiana di una Inbenia, rinvenuta nel coemeterium sul colle di San Lussorio, a Nord di Gouroulis néa, a breve distanza dalla collina San Ciriaco di Sennariolo. Altre tradizioni religiose sono documentare nella vicina Scano Montiferru.

Al I secolo d.C. si assegnano i termini, all’interno dell’ager gurulitanus, sulla riva sinistra del Riu Mannu, posti rispettivamente tra gli Eutichiani della fine del II secolo a.C., poi Eutychiani, i Giddilitani, e tra gli stessi Eutychiani e i [Mam]uthon(enses) oppure [M]uthon(enses), gli Uddadaddar(itani) e i [—]rarri(tani?) dei (praedia)delle Numisiae: l’area a Sud della foce del Rio Mannu (antico Olla flumen) è attraversata dalla Via Cornuficia, costruita in parallelo con le assegnazioni viritane in età post-graccana sull’altopiano espropriato dopo il Bellum Sardum di Hampsicora; non è escluso che anche il Montiferru orientale sia stato allora oggetto di una nuova sistemazione catastale, in particolare nel territorio di Santulussurgiu, dove ora la novità è rappresentata dall’impianto di ville agricole rustiche e di montagna, collocate ad una discreta altitudine, provviste di terme e finalizzate allo sfruttamento dei pascoli, del bosco, delle risorse minerarie: un sito ben conosciuto è quello di Banzos, dove si individua un ambiente quadrangolare in opera mista con murature realizzate a fasce alternate di laterizi e blocchetti di tufo con spazi per condutture fittili di aria calda di un ipocausto (un calidarium o più probabilmente un tepidarium), in un periodo che va dall’età severiana al IV secolo d.C.; restano tracce di nicchie o di ambienti absidati. Tesserae di mosaico sparse nel terreno denunziano l’esistenza di mosaici.

Il breve territorium collinare di Gouroulìs néa, interposto fra i più vasti territoria di Bosa e di Cornus, appare interessato da un insediamento sparso ancora al passaggio tra l’età punica e quella romana e successivamente in piena epoca romana e nella successiva età alto medievale, al margine meridionale del giudicato logudorese, ma presto controllato dall’Arborea. Il deposito di terrecotte votive demetriache di Sessa-Murru Contone, a Sud di Gurulis nova, è attribuibile ad un arco cronologico compreso tra il III e il I secolo a.C. Le indagini di Raimondo Zucca e Barbara Sanna hanno fatto emergere insediamenti di età repubblicana a Santu Zorzi e San Lussorio, mentre ad età imperiale appartiene l’edificio termale di Tanca de su Anzu, e gli stanziamenti di Su Donodiu, Laccheddu, Sisiddu, che ha restituito una testina marmorea di Menade.

La documentazione archeologica e l’attestazione contemporanea in Tolomeo delle due Gurulis (Vetus e Nova) mostra che la fondazione di Gurulis Nova rimonta al più presto all’età traianea, età cui attribuiamo la fonte tolemaica per la Sardegna. Tale data consente di escludere la singolare tesi di Giovanni Spano che ipotizzava la nascita di Gurulis Nova ad opera dei Gurulitani veteres superstiti, intorno alla metà III secolo d.C., della presunta distruzione, a causa di un cataclisma, di Gurulis Vetus, localizzata presso l’odierna Padria.

La chiara continuità insediativa di Gurulis Vetus dalla fase cartaginese a quella romana repubblicana e imperiale (oltreché nella fase medievale e post-medievale) consente di evidenziare nella fondazione di Gurulis Nova un evento insediativo distinto dal presunto trasferimento dei Gurulitani veteres nella nuova sede. Il rapporto toponomastico fra due centri caratterizzati dal medesimo poleonimo, ma di differente cronologia, si struttura nell’attributo di novus assegnato all’insediamento recenziore e di vetus assunto dal centro più antico. Il caso delle due Gurulis è differente dalle serie di città nuova/città vecchia ben note anche in Sardegna e si apparenta, invece, a un novero non molto numeroso di centri caratterizzati dallo stesso toponimo e distinti dall’aggettivo vetus/novus. In taluni casi la differenza attiene nuovi e vecchi cittadini, distinti sulla base di una deduzione di coloni che vanno ad aggiungersi al vecchio corpo sociale pur mantenendosi distinti dai primi: l’esempio più trasparente è costituito dai Clusini novi e dai Clusini veteres, pertinenti entrambi alla medesima città di Clusiumin Etruria, ma gli uni discendenti dai coloni di Silla, gli altri appartenenti alla Clusium Etruscorum. Un confronto puntuale alla coppia Gurulis Vetus/Gurulis Nova potrebbe riscontrarsi nel Latium per le città dei Fabraterni veteres e Fabraterni novi (Plinio 3, 9, 64), di cui le fonti storiche parrebbero documentare il rapporto. Fabrateria Vetusè una città volsca localizzata presso l’odierna Ceccano, nel Lazio meridionale. I Fabraterni nel 330 a.C. inviarono un’ambasceria a Roma per domandare l’amicitia del popolo romano in chiave antisannita (Livio 8, 19). La legatio ebbe successo e si ipotizza che i Fabraterni ottenessero allora la civitas sine suffragio, come pochi anni prima i Fundani e i Formiani e poco dopo i Priviterni. Successivamente la città fu elevata al rango di municipium amministrato da IV viri. L’attributo di vetus venne assunto da questa Fabrateriaall’atto della deduzione della colonia di Fabrateria Nova, avvenuta nel 124 a.C. I Fabraterni veteres sono noti da Plinio il Vecchio (3,9, 64) e in una serie di iscrizioni rinvenute a Ceccano;  la costituzione coloniale di Fabrateria Nova presso l’odierna San Giovanni Incarico (località La Civita), a sud-est di Fabrateria Vetus, da cui distava 12,5 miglia avvenne ad un anno di distanza dalla distruzione dell’antica colonia latina (dedotta nel 328 a.C.) di Fregellae, dislocata a poco più di 3 miglia (4,8 km) a nord-ovest di Fabrateria Nova. Fregellae, invano attaccata da Annibale al tempo della seconda guerra punica, fu però distrutta dai Romani a seguito di una ribellione filo-graccana, con l’assedio condotto dal praetor Q. Opimius, che se ne impadronì distruggendola nel 125 a.C. e decurtandola del suo vasto territorium, che venne diviso tra Aquinum e Arpinum e solo in modesta parte assegnato a comporre l’ager della nuova colonia di Fabrateria Nova, dedotta Cassio Longino et Sextio Calvino co(n)s(ulibus) secondo Velleio (1, 15) nel 124 a.C. La nuova sede era priva di difese naturali, al pari della Faleriiche sostituì l’antica arce falisca distrutta nel 241 a.C. Fabrateria Novavenne retta da un collegio di IIviri e di IIviri aedilicia potestate o aediles e i suoi cives furono iscritti nella tribù Tromentina, come i Fabraterni veteres. Un rapporto tra i Fabraterni veteres e i Fabraterni novi dovette esserci, altrimenti non sarebbe comprensibile il medesimo poleonimo Fabrateria: un indizio di questa liaison è forse rintracciabile in un titulus frammentario di Fabrateria Vetus, in cui è menzionato un aed(ilis) F(abrateriae) n(ovae) iter(um) e (in caso ablativo) [Fabrateria ve]tere (CIL X 5655). Non si escluderebbe che la deduzione dei coloni di Fabrateria Nova sia stata compiuta anche con la partecipazione di cives di Fabrateria Vetus, municipium civium Romanorum, piuttosto che ipotizzare l’insorgenza del toponimo «alla vicinanza di Fabrateria vetus».

Venendo alla coppia di città sarde di Gurulis Nova e Gurulis Vetus, considerato che quest’ultima appare coesistente alla prima, è possibile avanzare l’ipotesi che la costituzione di Gurulis Nova si inquadri in un processo di punizione, ad opera dei Romani, di un’altra città limitrofa, privata di parte dei suoi agri destinati alla nuova fondazione. Tale costituzione, che non ebbe naturalmente carattere coloniale ma una forma giuridica non accertabile, poté avvenire con l’assegnazione di fundi sia a Sardi di città non ribellatesi a Roma, sia a Latini o Italici trasferiti in Sardegna per diversi motivi (veterani, mercatores ecc.); analoga situazione potrebbe essersi verificata in agro di Cornus lungo la via Cornuficia sul mare.

L’ipotesi più seducente connette la limitatio di fundi dell’ager Gurulitanus ai provvedimenti attuati da Roma in seguito alla rivolta del 215 a.C. e alla successiva sconfitta delle civitates sarde organizzate attorno all’urbs Cornus, forse distrutta da Tito Manlio Torquato. La porzione settentrionale della regio Cornensis poté essere assegnata a una nuova fondazione, appunto Gurulis Nova, mentre non è escluso che gli agri meridionali di Cornus passassero ai Tharrenses con il Korakodes portus. Gurulis Nova sarebbe allora una fondazione del tardo III secolo a.C. formata in ipotesi da immigrati italici e latini ma anche da Gurulitani veteres che avrebbero avuto assegnazioni di terre nell’area più fertile e irrigua del Cuglieritano, determinando il poleonimo del nuovo centro.

Non possono naturalmente escludersi altre soluzioni cronologiche, come nel caso della grande rivolta dei Sardi Ilienses del 178-176 a.C., che dovette riguardare l’Oristanese, ovvero delle campagne militari contro gli indigeni condotte vittoriosamente da Lucio Aurelio Oreste (126-122 a.C.), Marco Cecilio Metello (111 a.C.) e dal pro praetore T. Albucius, nel 104 a.C. Una cronologia non eccessivamente ribassista della fondazione di Gurulis Nova è suggerita sia dal santuario demetriaco di Murru Contone, localizzato nel settore meridionale dell’agro di Gurulis Nova, in cui sono presenti materiali compresi tra il III secolo a.C. e il I d.C., sia dall’attestazione, presso Oratiddo, a sud di Cuglieri, di una via riorganizzata dal pro consule M. Cornu[ficius] forse nell’ultimo quarto del II secolo a.C., attivo dunque nel territorio gurulitano.

L’insediamento romano di Gurulis Nova parrebbe dislocato nel settore settentrionale dell’odierna Cuglieri, presso la chiesa di Santa Croce, l’antica parrocchiale della villa di Culleri, su un altopiano stretto e allungato, delimitato dalla isoipsa dei 400 m s.l.m. Dal sito di Funtana, presso Santa Croce, proviene una moneta di Nerone (54-68 d.C.), non meglio determinata. Più antico è il denarius serratus di L. Memmius (L. f(ilius)) Gal(eria tribu) del 106 a.C., rinvenuto in un sito non indicato dell’abitato di Cuglieri. Infine è segnalata una moneta di Costanzo (I o II) del IV secolo d.C. Il rinvenimento archeologico più rilevante di Gurulis Novavenne segnalato da Alberto Lamarmora nel suo Itinerario dell’isola di Sardegna: «Verso il nord del villaggio [di Cuglieri] si trovarono delle iscrizioni, ed una casa sprofondata da dove si sono estratti stromenti di agricoltura, una quantità di grano carbonizzato, e 4 vasi di bronzo che fanno parte della collezione del Can. Spano», riferiti, ignoriamo su quale base, al III secolo d.C. In dettaglio fu rinvenuta una «ronca [= roncola] di ferro […] con altri stromenti agricoli», una «falce», una «punta di vomero», un «vaso di bronzo» con ansa e un «vaso di rame più grande [del precedente]». Nell’ambito dello scavo si rinvenne, come si è detto, un quantitativo indeterminato di grano e orzo carbonizzati, pervenuto al canonico Giovanni Spano, che lo legò insieme all’intera sua collezione al Regio museo di antichità di Cagliari.

La necropoli romana di Gurulis Nova è, nell’ambito dell’area settentrionale dell’abitato di Cuglieri, di ubicazione incerta: da essa dovrebbero, comunque, provenire come si è detto l’epitafio del II secolo d.C. di un Priscus Ursinus e una seconda iscrizione su sei linee non trascritta da Giovanni Spano. Il primo testo presenta una formula onomastica a duplice cognomen, indizio di un’ancora imperfetta romanizzazione. L’epigrafe venne incisa su «un masso vulcanico», ossia su un cippo forse oikomorfo, in basalto o trachite, del genere degli esempi di Su Lù-Scano Montiferro, Procalzos-Santu Lussurgiu, Macomer, Borore, Bortigali Sedilo.

Infine sono segnalati da Cuglieri tre signacula in bronzo da raccordarsi alle attività economiche di tre proprietari di latifondi nell’agro gurulitano: P. Spuril[ius] Iustus, Candidus  e Euticianus, probabilmente il dominus dei fundi degli Euthiciani/Eutychiani della regione di Sessa, sulla riva sinistra del Riu Mannu. Nell’ambito dei propri fundi ciascun dominus dovette possedere un complesso edilizio, una villa urbano-rustica, destinata ad assicurare l’ordinata gestione economica dei praedia da parte di un curatore che possedeva il signaculum, con il quale doveva marcare i beni del dominus, onde evitare saccheggi e assicurare una semplice contabilità. L’uso di imprimere il sigillo di proprietà riguardava in primo luogo i cibi ac potus, i cibi e le bevande, secondo l’incisiva narrazione di Plinio il Vecchio.

L’ager di Gurulis Nova, interposto fra i territoria di Bosa, Gurulis Vetus e Cornus, appare interessato da un insediamento sparso ancora al passaggio tra l’età punica e quella romana e successivamente in piena epoca romana e nella successiva età alto-medievale.

Nelle fertili vallate a sud della linea Riu S’Abba Lughida-Riu Marafé-Riu Mannu, sede degli Eutichiani, possediamo documenti repubblicani nella località di Murru Contone, dove era localizzato un santuario demetriaco di origine tardo-punica, riferito a un arco cronologico compreso tra il III e il I secolo d.C. (Antiquarium di Cuglieri). Il deposito votivo, costituito da almeno un centinaio di figurine fittili ottenute con matrici bivalve, presenta due tipologie principali: statuina di divinità femminile a schema cruciforme; busto femminile con polos sul capo, velo a conchiglia, teda nella mano sinistra e porcellino tenuto col braccio destro, attestati in Sardegna principalmente nei santuari di Terreseu in comune di Narcao, Santa Margherita-Pula e San Marco-Genna Cantoni tra Iglesias e Vallermosa. Tali tipologie rientrano nella diffusa koiné ellenistica di terrecotte figurate connesse al culto di Demetra che, nel mondo punico, si fonde sincretisticamente con quello di Tanit-Ashtart, al quale più puntualmente rimandano le due colombe fittili di Murru Contone. Tra il materiale ceramico si segnalano lucerne monolicni “a tazzina” e vasellame in Campana A e in sigillata italica.

In età imperiale l’insediamento è documentato a Sisiddu, presso il primo terminus dei Giddilitani e degli Euthiciani, località che ha restituito la citata testina marmorea di menade da riportarsi forse all’arredo di un edificio (privato o sacro) dei latifondi degli Euthiciani immigrati dalla Campania. Testimonianze romane imperiali si hanno sul pianoro del nuraghe Longu, tra Sisiddu e Murru Contone, a occidente della via da Bosa a Cornus.

A levante della stessa strada, ma forse serviti da un diverticulum che da Cornus recava a Gurulis Nova, abbiamo gli insediamenti romani di San Lorenzo e di Rocca Freari, entrambi dotati di un’area funeraria.

Il settore vallivo compreso tra la riva destra del Riu S’Abba Lughida-Riu Marafé e la riva sinistra del Riu Mannu, sede dei latifondi delle Numisiae, documenta l’insediamento romano repubblicano in località Santu Zorzi e a Su Donodiu-San Lussorio, mentre a età imperiale appartengono l’edificio termale di Tanca de Su Anzu, forse connesso a una villa delle Numisiae, e gli stanziamenti di Santu Zorzi, Su Donodiu-San Lussorio, Su Donodiu-Roba con necropoli, Laccheddu con area funeraria, Berraghe con necropoli.

Bibliogradia minima

R. Zucca, Gurulis nova-Cuglieri. Storia di una città dalle origini al secolo XVII, S’Alvure, Oristano 2006

A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 578 ss.

[1]E. Pais, “La formula provinciae della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Ricerche storiche e geografiche sull’Italia antica, STEN, Torino 1908, pp. 579 ss.

[1]R. Zucca, Osservazioni sulle civitates veteres e novae: il caso di Gurulis Vetus e Gurulis Nova in Sardinia, in Scritti di storia antica e storiografia offerti a Mario Mazza a cura di M. Cassia, C., Giuffrida, C. Molè, A, Pinzone, III (Storia e politica 99), Catania 2012 (2014), pp. 73-100.

A. Mastino, Cornus nella storia degli studi, con un catalogo delle iscrizioni rinvenute nel territorio del comune di Cuglieri, Cagliari 19822.

A.M. Corda, Le iscrizioni cristiane della Sardegna, Città del Vaticano, 1999, p. 157 sg., GUR001

M.G. Campus, Il titulus funerario di Inbenia (Cuglieri). contributo alla rilettura del materiale epigrafico cristiano della Sardegna, in L’Africa Romana, VIII, Sassari 1991, pp. 1063 ss.

[1]A. Mastino, La supposta prefettura di Porto Ninfeo (Porto Conte), ““BASSardSS”, 2, 1976, pp. 187 ss.

A. Corda, A. Mastino, Il più antico miliario dalla Sardegna dalla strada a Tibulas Sulcos. In G. Paci ed., Contributi all’epigrafia d’età augustea. Actes de la XIIIe rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain (Macerata,9-11 settembre 2005). Tivoli 2007, pp. 277-314

S. Atzori, La viabilità romana nella Provincia di Oristano, Mogoro 2010, p. 75, nr. 1

B. Díaz Ariño, Miliarios romanos de época republicana, Quasar, Roma 2015, p. 109, nr. 31

A. Mastino e S. Ganga, Una lettera inedita di Giovanni Spano conservata ai Musei Reali di Torino e nuove ipotesi sul misterioso terminus trifinius dell’agro di Cornus, in rapporto con la viabilità costiera repubblicana, in “Layers” 9, 2024, pp. 1-35

A. Mastino, Le assegnazioni di praedia e metalla nella Sardinia di età repubblicana: da Gaio Gracco ad Ottaviano passando per Mario e Silla, cit., pp. 191-248.

[1]A. Mastino, Le testimonianze archeologiche di età romana del territorio di Santulussurgiu nel Montiferru, in Santu Lussurgiu. Dalle origini alla “Grande Guerra”, Amministrazione comunale di Santu Lussurgiu, a cura di G.P. Mele, I, Ambiente e storia, Grafiche editoriali Solinas, Nuoro 2005, pp. 119-135.

R. J. Rowland jr., I ritrovamenti romani in Sardegma. Roma 1981, p. 114

S. Angiolillo, Mosaici antichi in Italia. Sardinia, Roma 1981. p. 157 nr. LXXVI

R. Zucca, Rapporti tra fenici e cartaginesi e i sardi del territorio di Santu Lussurgiu, AA. VV., Santu Lussurgiu. Dalle origini alla “Grande Guerra”, a cura di G. P. Mele, Nuoro 2005.

P. Lutzu, Il Montiferru. Appunti storici con più ampie notizie sul Comune di Scano, Oristano 1922, p. 6, nota 8; F. Galli, Padria (Sassari). Censimento archeo logico, Firenze 2002, p. 38, nota 7.

G. Spano, Memoria sopra l’antica città di Gurulis Vetus oggi Padria e scoperte archeologiche fattesi nell’isola in tutto l’anno 1866, Cagliari 1867, pp. 20-2

A. Mastino, “Cornus, 21 luglio 365: un terremoto seguito da un maremoto?”, in Dialogando. Studi in onore di Mario Torelli, a cura di C. Masseria, E. Marroni, Pisa, Edizioni ETS, 2017, pp. 287-303.

A. Mocci, L’antica città di Cornus, con cenni biografici di Ampsicora, Bosa 1897, p. 72.

G. Spano, Memoriasopraunalapideterminaletrovata in Sisiddu presso Cuglieri e scoperte archeologiche fattesi nell’isola in tutto l’anno 1868, Cagliari 1869, p. 25R. J. Rowland jr., I ritrovamenti romani in Sardegna, L’Erma di Bretschneider, Roma 1981, p. 39.

A. La Marmora, Itinerario dell’isola di Sardegna tradotto e compendiato dal can. Spano, Cagliari 1868, p. 36 nota 1.

[1]E. Cadeddu Gramigna, Necropoli punico-romana in territorio di Bortigali, «Sardigna antiga», I, 1983, pp. 8-9 e , tav. I, 6 e fig. 7.

L.. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna-II, in Mastino (a cura di), L’Africa romana, vol. IX, 1991, p. 584, n. 18.

M.B. Cocco, “Dalla Sardegna al Metropolitan Museum of Art di New York: il signaculum votivo della Venus obsequens di Turris Libisonis”, in Epigraphica, 80, 2018, pp. 623-624;

 R. Zucca, Il golfo di Oristano nel periodo fenicio e punico, in AA.VV., Incontro “I Fenici”, Cagliari 1990, p. 77

A. Campus, I materiali residui, in A. M. Giuntella (a cura di), Cornus I, 2, L’area cimiteriale orientale. I materiali, Oristano 2000, p. 340

R. Zucca, I culti pagani nelle civitates episcopali della Sardinia, in P.G: Spanu (a cura di), Insulae Christi. Il cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari. Mediterraneo tardo antico e medievale. Scavi e ricerche, 16. Oristano, p. 45

R. Zucca, Gli oppida e i populi della Sardinia, in A. Mastino (cur.), Storia della Sardegna antica, Nuoro 2006, p. 305. Sul deposito di Murru Contone è ora fondamentale la ricerca di B. Sanna,  Cornus e il suo territorio in età punica, tesi di laurea, Università degli studi di Sassari, a.a. 2002-03, relatore P. Bartoloni, pp. 73-77, tavv. VIII-XVI.

F. Barreca, La civiltà fenicio-punica in Sardegna, Sassari 1986, p. 304.

F. Vivanet, Cuglieri, «Notizie degli Scavi», 1888, p. 600:

A. Taramelli, Edizione archeologica della Carta d’Italia al 100.000. Fogli 205-206 (Capo Mannu-Macomer), Firenze 1935, p. 174 n. 28, Mammine).