Da Sassari ad Asunción. Un accordo, una storia di studi, una prospettiva di cooperazione

Sassari, 15 ottobre 2026, Città metropolitana, ASSLA-ISPROM

Vorrei approfittare di questa occasione, dedicata ai cinquant’anni dell’ASSLA e agli strumenti della cooperazione fra l’area mediterranea e l’America Latina, per tornare con la memoria a un episodio che considero significativo degli anni nei quali ebbi l’onore di essere Rettore dell’Università degli Studi di Sassari: la missione ad Asunción e la firma dell’accordo di cooperazione accademica con l’Universidad Nacional de Asunción.

È un ricordo ormai lontano nel tempo, ma che oggi mi sembra acquistare un significato nuovo. Non soltanto perché possiamo guardarlo nella prospettiva dei quindici anni trascorsi. Quel viaggio apparteneva infatti a una storia assai più lunga, che non iniziava con noi e che aveva avuto a Sassari protagonisti di straordinaria importanza. Penso anzitutto a Pierangelo Catalano, al quale vorrei dedicare queste mie parole, e poi a Sandro Schipani, a Giovanni Lobrano, ad Alberto Merler e ai tanti studiosi che hanno costruito negli anni una rete di rapporti tra la Sardegna, Roma e l’America Latina.

Quando, nel 2013, aprii a Sassari il XXXIII Seminario per la Cooperazione Mediterranea dedicato a Identità latinoamericana e identità mediterranea, ricordai proprio come gli studi latinoamericani fossero stati coltivati nella nostra Università fin dagli anni Settanta da Pierangelo Catalano e da Sandro Schipani, quest’ultimo direttore del Seminario della Facoltà di Giurisprudenza: studiosi capaci non soltanto di produrre ricerca, ma di «aprire orizzonti nuovi, di creare reti, di suscitare curiosità e passioni profonde».

Oggi il volume dei cinquant’anni dell’ASSLA rende particolarmente visibile questa continuità: negli Addenda compare il Pro memoria «República del Paraguay y tradición republicana romana. 1973-2013». Non è un dettaglio editoriale. È quasi una traccia cronologica della storia nella quale si inserisce anche la missione del 2011.

Credo che proprio la parola rete possa aiutarci oggi a comprendere il senso dell’esperienza di Asunción.

L’arrivo ad Asunción e la firma dell’accordo

La data precisa che dobbiamo ricordare è il 19 settembre 2011. Quel giorno, ad Asunción, nella mia qualità di Rettore dell’Università degli Studi di Sassari, firmai con il Rettore dell’Universidad Nacional de Asunción, Pedro Gerardo González, un accordo di cooperazione accademica fra i nostri due Atenei. Il documento stabiliva che la convenzione diventasse immediatamente esecutiva e prevedeva una durata di cinque anni, con rinnovo tacito.

Rivedere oggi quelle firme e quei timbri significa per me recuperare non soltanto un atto amministrativo, ma l’atmosfera di una stagione nella quale l’Università di Sassari cercava consapevolmente di allargare il proprio orizzonte internazionale.

L’accordo nasceva infatti con un’ambizione assai precisa: contribuire allo sviluppo continuo della cooperazione accademica tra l’Italia e il Paraguay, approfondendo i contatti scientifici e culturali e favorendo rapporti diretti tra Facoltà, Istituti e Dipartimenti delle due Università. Non si trattava dunque di un generico protocollo di amicizia. Si prevedevano attività didattiche e scientifiche integrate, visite reciproche di professori e docenti, conferenze, riunioni, simposi e seminari, mobilità degli studenti, programmi comuni di ricerca e di formazione, scambio di informazioni e di materiale scientifico.

Ma vi era un punto che rendeva quell’accordo particolarmente originale.

L’articolo 3 stabiliva che, almeno inizialmente, la collaborazione sarebbe stata orientata verso il settore del diritto, «con particolare riferimento al pensiero e all’azione» di José Gaspar Rodríguez de Francia. Lo stesso articolo richiamava espressamente una collaborazione iniziata a Roma, in Campidoglio, nel 1990.

Era dunque un accordo rivolto al futuro, ma costruito sulla memoria di un percorso scientifico precedente. E il richiamo al 1990 acquista oggi un significato particolare se lo collochiamo nella più lunga sequenza documentata dal volume: 1973-2013.

Ed è qui che ritorna la figura di Pierangelo Catalano.

Pierangelo Catalano e il Paraguay

Catalano aveva saputo vedere molto presto nel rapporto fra tradizione giuridica romana e America Latina un campo di ricerca che superava la semplice storia della recezione del diritto romano. Si trattava piuttosto di interrogarsi sulla persistenza, sulla trasformazione e talvolta sulla sorprendente vitalità di categorie politiche e giuridiche romane nel mondo latinoamericano.

Nel materiale che avevo preparato in quegli anni ricordavo proprio gli studi di Catalano sul pensiero giuridico e storico dei padri fondatori della Repubblica del Paraguay e sull’esperienza della codificazione del diritto, con particolare riferimento alla vicenda di José Gaspar Rodríguez de Francia: Nel 1986 Pierangelo Catalano aveva pubblicato il volume Modelo institucional romano e independencia: Republica del Paraguat 1813-1870, Ediciones Comuneros. Quattro anni dopo, per il 150° dalla morte si era svolto a Roma in Campidoglio tra il 17 e il 19 dicembre 1990  il Colloquio internazionale CNR-ASSLA “Pensiero e azione del Dr. Francia, aspetti del diritto pubblico”. Oggi possiamo presentare la ristampa degli atti nell’ambito del progetto CNR Italia-America Latina (I volume). Del resto sono stati nove i Seminari del CEISAL promossi ad Asunción su José Gaspar Rodrìguez de Francia a partire dal 1996  per iniziativa del Consejo Europeo de invesigacions sociales de America Latina: il bilancio è stato presentato nel dicembre 2023 per il Seminario dei 50 anni dell’ASSLA (Area Mediterraneo-Anérica Latina: instrumentos de cooperación in memoria de Giuseppe Grosso), i cui atti sono ora pubblicati dall’ISPROM.  

Il Paraguay diventava così un osservatorio straordinario.

Non era questione di cercare meccanicamente Roma ad Asunción, né di immaginare linee di continuità semplici dove la storia presenta invece fratture, contaminazioni e profonde originalità. Il problema scientifico era più interessante: capire come categorie provenienti dall’esperienza romana fossero state lette attraverso Machiavelli, Rousseau, l’esperienza rivoluzionaria francese e quindi reinterpretate nel processo di costruzione delle nuove repubbliche latinoamericane.

Proprio il giorno della firma dell’accordo, il 19 settembre 2011, nell’anno in cui il Paraguay celebrava il Bicentenario dell’indipendenza del 1811, tenni ad Asunción, a El Cabildo, una relazione dal titolo El uso politico de la Historia romana (después de Maquiavelo), intorno alla figura di José Gaspar Rodríguez de Francia e al modo in cui la tradizione romana, riletta anche attraverso Machiavelli, poteva entrare nella riflessione sulla costruzione di uno Stato libero e durevole: virtù, buone leggi, partecipazione dei cittadini, capacità delle istituzioni di rinnovarsi.

Il punto di partenza era la secessione della plebe sul Monte Sacro e l’apologo di Menenio Agrippa; da lì passavo a Simón Bolívar, al suo giuramento sul Monte Sacro a Roma del 15 agosto 1805, quindi a Machiavelli, al tribunato della plebe, alla costituzione mista e alla fortuna del modello repubblicano romano.

Il Paraguay entrava naturalmente in questo percorso. Nel processo che aveva seguito la rivoluzione del maggio 1811 erano comparse istituzioni e denominazioni che richiamavano anche il lessico politico dell’antichità: il triumvirato, poi il consolato e infine la dittatura. Ma dietro quelle magistrature vi erano la specifica storia dell’indipendenza paraguayana, i rapporti con Buenos Aires, le esigenze di difesa e la costruzione di un nuovo Stato. José Gaspar Rodríguez de Francia partecipò dapprima al governo provvisorio e alla Junta; nel 1813 fu poi uno dei due consoli della Repubblica e successivamente assunse il titolo di Dictador Supremo e quindi di Dictador Perpetuo.

La parola «dittatura» richiede dunque, in questo contesto, particolare cautela. Non possiamo sovrapporre automaticamente la dictatura della tradizione costituzionale romana, le esperienze politico-costituzionali latinoamericane dell’Ottocento e le dittature autoritarie del Novecento. Proprio questa distanza fra le parole, le istituzioni e le epoche costituisce uno dei problemi storici più interessanti.

Rivedendo oggi le fotografie di quel viaggio, mi colpisce inoltre un elemento che allora avevo certamente percepito, ma che a distanza di quindici anni acquista un significato ancora più evidente. José Gaspar Rodríguez de Francia non apparteneva soltanto ai nostri studi. La sua memoria era presente nello spazio pubblico: nelle statue, nelle targhe commemorative, negli istituti di ricerca e nelle scuole. In una delle immagini di quei giorni compare una targa dell’Instituto de Investigaciones Históricas Dr. Francia, datata 20 settembre 1990; in altre, studenti partecipano alle celebrazioni con uno stendardo del «Bicentenario de la Independencia Nacional 1811-2011» della Comunidad Educativa Dr. José Gaspar Rodríguez de Francia.

Non voglio attribuire alla data del 1990 della targa un nesso documentario che la fotografia, da sola, non dimostra. Ma è suggestivo che sia proprio il 1990 l’anno richiamato dall’articolo 3 dell’accordo per l’inizio della collaborazione al Campidoglio. Fra il 1990 e il 2011 si intravede così, almeno sul piano della memoria e degli interessi scientifici, una continuità che merita di essere ricordata.

L’accordo universitario firmato quel giorno aveva dunque alle spalle una domanda scientifica autentica e una tradizione di studi già consolidata.

Dalla storia alla cooperazione

Ma sarebbe riduttivo ricordare quell’accordo soltanto per il suo contenuto romanistico e storico-giuridico.

Il testo stesso prevedeva che la collaborazione, partita dal diritto e dagli studi su Francia, potesse essere estesa ad altri settori scientifici e didattici. Questa apertura corrispondeva alla politica internazionale che l’Università di Sassari cercava allora di sviluppare.

Qualche anno dopo, facendo un bilancio del mio mandato, potevo ricordare che il nostro Ateneo aveva ormai costruito una rete di oltre venti convenzioni latinoamericane, dall’Argentina al Brasile, dalla Colombia al Cile, dall’Uruguay al Venezuela. Per il Paraguay ricordavo espressamente due rapporti: quello con la SEAM, Secretaría del Ambiente, e quello con l’Universidad Nacional de Asunción.

È un elemento importante perché ci permette di collocare Asunción dentro una strategia più ampia. L’internazionalizzazione, almeno come cercavamo di intenderla allora, non doveva consistere nell’accumulazione formale di convenzioni. Doveva significare mobilità delle persone, circolazione delle idee, costruzione di progetti comuni, capacità di mettere in rapporto discipline differenti.

E qui emerge anche uno dei problemi sui quali oggi, a distanza di quindici anni, possiamo riflettere con maggiore libertà.

Firmare un accordo è relativamente facile; farlo vivere è assai più difficile.

Una convenzione universitaria vive soltanto se dietro le istituzioni ci sono persone capaci di trasformare le formule giuridiche in relazioni scientifiche. Vive se un professore parte, se uno studente attraversa l’oceano, se nasce un seminario, se una ricerca viene progettata insieme, se un libro circola da una biblioteca all’altra, se una domanda scientifica nata a Sassari trova ad Asunción un interlocutore e viceversa.

Per questo considero importante ricordare Catalano. Prima ancora che si parlasse con tanta insistenza di internazionalizzazione, egli aveva praticato un’internazionalizzazione fondata sui rapporti personali e scientifici, sulla continuità delle scuole e sulla capacità di costruire comunità di studiosi al di là delle frontiere nazionali.

Paraguay, Sardegna e Mediterraneo

C’è poi un’altra dimensione di quell’esperienza che oggi mi appare forse più nitidamente di allora.

Sardegna e Paraguay sono realtà geograficamente lontanissime. E tuttavia alcuni fili della storia le avvicinano.

Uno di questi passa attraverso la presenza gesuitica. Ricordavo nel 2013 che negli stessi secoli nei quali la Compagnia di Gesù costruiva la propria presenza nel Paraguay, i gesuiti erano protagonisti anche della nascita dell’istruzione superiore a Sassari. Nel 1562 iniziavano le lezioni nel Collegio gesuitico sassarese; nel 1612 il generale Claudio Acquaviva autorizzava il rettore del Collegio a conferire i gradi accademici, mentre lo stesso Acquaviva aveva promosso la costituzione della Provincia gesuitica del Paraguay.

Non voglio naturalmente costruire artificiosi parallelismi.

Mi interessa piuttosto osservare come la storia abbia creato, molto prima di noi, spazi di circolazione delle persone, dei saperi, delle istituzioni e dei modelli culturali. Il Mediterraneo e l’America Latina non sono mondi chiusi e contrapposti. Sono spazi che per secoli si sono incontrati, talvolta drammaticamente, attraverso migrazioni, conquiste, missioni religiose, circolazione del diritto e infine cooperazione scientifica.

Per questo il tema scelto per queste giornate — «Área Mediterráneo-América Latina: instrumentos de cooperación» — mi sembra particolarmente appropriato. Il programma colloca questa riflessione nella sessione dedicata ai Sistemas jurídicos y sistema jurídico latinoamericano («bloque romano-indígena») e richiama esplicitamente, nel titolo della mia comunicazione, l’accordo con l’Universidad Nacional de Asunción e «Las Misiones».

Quindici anni dopo

Che cosa rimane dunque, quindici anni dopo, di quella firma?

Rimangono certamente un documento, alcune fotografie, i ricordi di un viaggio. Ma sarebbe poca cosa se rimanesse soltanto questo.

Rimane anzitutto una concezione dell’Università come istituzione che non può rinchiudersi nei propri confini. Una piccola Università insulare come Sassari, nata in età spagnola, può avere una vocazione internazionale proprio perché la sua storia le insegna che periferia e centro non sono categorie immutabili. La Sardegna è stata per secoli luogo di incontri, sovrapposizioni, partenze e ritorni. L’insularità può diventare chiusura, ma può diventare anche una particolare capacità di guardare oltre il mare.

Rimane poi il valore di una tradizione scientifica. Il rapporto con l’America Latina non nacque durante il mio rettorato e certamente non terminò con esso. Il nostro compito fu, semmai, quello di raccogliere un testimone. Catalano, Schipani e gli altri studiosi avevano aperto strade sulle quali l’istituzione universitaria poteva successivamente camminare.

Rimane infine una lezione sul significato stesso della cooperazione.

Le convenzioni sono necessarie, ma non bastano. Gli atti formali danno stabilità alle relazioni, ma sono le persone a dare loro vita. Guardando oggi le fotografie di Asunción, ritrovo edifici e cerimonie, ma soprattutto incontri, conversazioni e la memoria pubblica di una storia che i nostri studi cercavano di comprendere. È forse questa la condizione perché un accordo universitario non rimanga soltanto sulla carta: creare occasioni nelle quali persone, istituzioni e tradizioni scientifiche possano incontrarsi.

Il 19 settembre 2011 firmammo un documento che parlava di scambio di docenti e studenti, di ricerca comune, di seminari, di circolazione delle informazioni scientifiche. Quindici anni dopo possiamo rileggere quelle parole non soltanto come il programma di allora, ma come un impegno che riguarda ancora il futuro.

E se oggi ricordiamo quella firma, credo che il modo migliore per farlo non sia celebrarla come qualcosa di concluso. È invece domandarci quali di quei ponti siano ancora percorribili, quali debbano essere restaurati e quali nuovi ponti possiamo costruire. Oggi dobbiamo tornare a interrogarci sul significato di quella cooperazione.

In fondo era questo ciò che Pierangelo Catalano e la generazione di studiosi che ci ha preceduto ci avevano insegnato: che dietro la storia del diritto, dietro Roma, dietro il Mediterraneo e l’America Latina, ci sono uomini, comunità e popoli che continuano a interrogarsi reciprocamente.

L’accordo di Asunción appartiene a questa storia. Ed è una storia che, proprio per questo, non considero conclusa.