Da Settimio Severo a Filippo l’Arabo: un nuovo saeculum in Sardegna ?
- I Severi e il nuovo saeculum
Divenuto imperatore, Settimio Severo avrebbe punito il governatore della Sardegna Recio Costante, personaggio peraltro illustrissimo, responsabile di aver fatto infrangere alcune statue del consuocero del principe, il prefetto del pretorio Fulvio Plauziano, qualche mese prima della sua effettiva caduta in disgrazia e della conseguente damnatio memoriae; Dione Cassio (75, 16, 2-4) ricorda di esser stato fisicamente presente in tribunale quando Settimio Severo aveva giurato che non avrebbe fatto alcun male a Plauziano, tanto da far dire all’avvocato che accusava Recio Costante che il cielo sarebbe potuto cadere sulla terra prima che Plauziano subisse qualche maltrattamento da parte sua. La vicenda dimostra che dovevano esser state erette a Carales e in Sardegna numerose basi dedicate a Plauziano e ai Severi, alcune delle quali sostenevano statue che subirono una prematura damnatio memoriae per opera dei governatori provinciali, direttamente o indirettamente ispirati da Severo, più tardi (vittima Geta) da Caracalla e dai suoi successori.
In questo periodo sono presenti nell’isola alcuni personaggi di primo piano, come (tra il 195 e il 197) il procuratore-prefetto imperiale Lucio Bebio Aurelio Iuncino arrivato all’incarico di procuratore centrale per le hereditates imperiali, retribuito ben 300.000 sesterzi (CIL X 7580)[1].
Settimio Severo volle rinnovare il secolo degli Antonini, a partire dalla nomina di Caracalla ad Augusto (28 gennaio 198, se consideriamo come data iniziale del saeculum il 28 gennaio 98 con Traiano)[2] ma anche con i Ludi Saeculares del maggio 204, ricordati forse a Turris Libisonis nella solenne dedica di un edificio pubblico in area portuale[3].
In questo quadro si spiega la ricostruzione del tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore) presso Metalla nell’età di Caracalla[4]: l’episodio testimonia simbolicamente la vitalità del culto imperiale (che vediamo documentato in Africa ben oltre l’occupazione vandala)[5] e delle antiche tradizioni pagane in Sardegna. La dedica fu effettuata tra il 212 ed il 217 d.C. all’imperatore Caracalla ammalato, fervente ammiratore di Eracle e Libero (dei patrii di Leptis Magna, sua città natale): l’edificio che ospitava in piena simbiosi il culto imperiale (fondato su un’articolata organizzazione provinciale) con il culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater figlio di Eracle, interpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melqart), dell’eroe greco Iolao compagno di Eraclee probabilmente dell’arcaico Babi. Luogo minerario antichissimo, il santuario vantava origini protostoriche analoghe a quelle del santuario di Mont’e Prama di Cabras e della necropoli di Su Bardoni. L’antico tempio, frequentato da tutte le comunità della Sardinia unite nella devozione verso il padre Hercules e il figlio Sardus, fu restaurato e continuò ad essere pienamente frequentato e utilizzato ben oltre la pace costantiniana, fino al trionfo del cristianesimo nel IV secolo: i contenuti del culto continuano ad apparire ancora legati alla sfera medica, salutifera e soteriologica[6], che nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo finiscono per sovrapporsi nell’isola con culti di tipo magico-religioso e la divinazione mantica (un aspetto questo che sembra originariamente connesso con il culto di Herakles-Sardus)[7].
L’intervento in onore di Caracalla è stato messo in relazione anche con la constitutio Antoniniana de civitate del 212 d.C., che promuoveva anche i peregrini sardi alla condizione di cittadini romani e moltiplicava il numero degli Aurelii[8]. Abbiamo notizia di molte fervide attività nell’isola, costruzione o restauro di templi, magazzini, edifici pubblici, per iniziativa degli imperatori, dei governatori, delle aristocrazie cittadine impegnate in un’opera di evergetismo che si saldava con gli obiettivi delle politiche centrali, spesso con l’intermediazione di patroni di alto rango, senatori e cavalieri come a Cornus (CIL X 7915): nel 220, sotto Elagabalo, Lucio Ceionio Alieno restaurò o costruì gli horrea di Carales (ILSard. I 51). Il restauro del tempio della Fortuna e della basilica col tribunale giudiziario e sei colonne fu disposto dall’amministratore straordinario (curator rei publicae) di Turris Libisonis Lucio Magnio Fulviano, tribuno militare, su disposizione di Marco Ulpio Vittore procuratore di Filippo l’Arabo e prefetto provinciale (CIL X 7946) : siamo nel 244 d.C. e ci si preparava alla celebrazione del millenario di Roma, avvenuto qualche anno dopo[9], con il contributo della Vestale Massima Flavia Publicia; la targa metallica che ne attesta l’immunitas per i prodotti sulla rotta tra Portus Augusti (Ostia) e Turris Libisonis con l’immagine della sacerdotessa, scoperta in occasione dei lavori nella darsena (AE 2010, 620), testimonia il contributo delle Vestali per il rifornimento granario di Roma, in regime di immunità totale dai portoria, i dazi doganali[10]. La recente interpretazione di Davide Faoro sposta l’immunitas sulla Vestale e sugli oggetti di sua proprietà giunti in Sardegna da Ostia. La traduzione del documento andrebbe allora intesa: <<Proprietà di Flavia Publicia, Vergine Vestale Massima, immune. Proprietà imbarcata nella naucella marina : cimba da Portus, insegna di Porphyris, pilota Eudromus>>[11]. Quasi tutte le principali strade dell’isola furono allora restaurate, nuovamente lastricate, dotate di miliari. L’anno dopo arrivava, il 28 maggio 245, sempre con lo scopo di raccogliere frumento, un distaccamento della II Cohors vigilum Philippiana presso il procuratore P. Aelius Valens [12].
La Sardegna continuava però ad essere terra d’esilio per i cristiani di Roma, che raggiungevano una terra dove il cristianesimo continuava ad essere per il momento estraneo alla natura profonda della società sarda: dopo l’episodio di Callisto che risale a oltre quaranta anni prima, conosciamo nell’età di Massimino il Trace l’esilio del vescovo di Roma Ponziano (nominato il 21 luglio 233) e del presbitero Ippolito: siamo nel 235 d.C. e il Catalogo Liberiano ricorda che i due furono inviati in Sardinia, in insula nociva, con allusione evidente alla malaria[13]: l’episodio conferma come la Sardegna fosse considerata ancora terra d’esilio popolata da pagani, nella quale gli esiliati cristiani anche di altissimo rango non avrebbero potuto trovare solidarietà da parte dei pochi fedeli. Il Liber Pontificalis, apparentemente derivato dal Catalogo, ma con non poche varianti e inesattezze, attribuisce impropriamente l’esilio di Ponziano ad una decisione di Severo Alessandro, nel suo ultimo anno. Dimessosi il 28 settembre 235, secondo il Catalogo, in eadem insula discinctus est IIII K(a)l(endas) Octobr(es), Ponziano morì un mese dopo, il 30 ottobre, a causa del trattamento disumano che dové subire forse presso le stesse miniere sulcitane, adflictus, maceratus fustibus, apparentemente ad opera dei soldati incaricati di obbligare i prigionieri a lavorare nelle miniere (e ormai sappiamo che gli ausiliari romani erano concentrati in Sardegna solo a Carales e nell’area mineraria del Sulcis); molto dubbio, pur considerando le osservazioni contrarie di Raimondo Turtas[14], è l’esilio nell’insula Bucina, forse Molara su una variante del Liber Pontificalis, che appare decisamente meno informato del Catalogo: <<in quel tempo il vescovo Ponziano e il presbitero Ippolito vennero relegati in esilio in Sardegna, in un’isola malsana (nociva ? Bucina ?), sotto il consolato di Severo e Quintiano (235 d.C.). Nella stessa isola Ponziano rinunciò al pontificato il 28 settembre, al suo posto fu nominato Antero il 21 novembre sotto gli stessi consoli>>. Eppure l’arrivo sotto Gordiano III o Filippo l’Arabo di una delegazione della chiesa romana, guidata da papa Fabiano (236-250), incaricata di recuperare i corpi di Ponziano e di Ippolito, deposti in una tomba provvisoria in Sardegna, dimostra che la memoria del luogo in cui il vescovo di Roma e il suo comes Ippolito erano stati sepolti era rimasto nel ricordo della piccola comunità cristiana locale per quasi cinque anni: Fabianus adduxit [Pontianum] cum clero per navem et sepelivit in cymiterio Callisti, via Appia; Ippolito fu sepolto invece nella catacomba di Ippolito[15].
Anche alcuni grandi santi della chiesa sarda non sarebbero originari dell’isola: Antioco, esiliato dalla Mauretania ed approdato nell’età adrianea nell’insula Plumbaria, Sant’Antioco; nelle grandi persecuzioni ricordiamo almeno Efisio, che si vuole nato ad Elia Capitolina-Gerusalemme, oppure il giovane Saturnino, il cui nome ci suggerisce una probabile origine africana. Il soldato Gavinus palatinus era forse un militare temporaneamente presente in Sardegna[16]. Anche alcuni semplici fedeli spesso erano degli immigrati totalmente estranei alla realtà isolana: il v(ir) s(pectabilis) Pascalis, onorato dalla comunità cittadina di Turris per i suoi meriti conosce la morte in terra straniera (peregrina morte raptus). La situazione si sarebbe poi evoluta come testimoniano i recenti scavi di Sant’Efisio di Orune in piena Barbaria, ma ormai nel IV secolo[17].
[1] Sul governatore Iuncinus, si veda la proposta di A. Magioncalda, L. Baebius Aurelius Iuncinus e i Fasti dei prefetti dell’annona dal 193 al 217, in Cultus splendore, Studi in onore di Giovanna Sotgiu, Senorbì 2003, pp. 589 ss. (la cronologia del 197/199-200/202 non è tuttavia unanimemente accolta nel mondo scientifico).
[2] A. Mastino, Potestà tribunicie ed acclamazioni imperiali di Caracalla, “Annali della Facoltà di Lettere-Filosofia e Magistero, Univ. Cagliari”, XXXVII,1974-75, pp. 5-70.
[3] Vedi S. Giuliani, A. Mastino con la collaborazione di S. Ganga, Un’ipotesi sulla conclusione dei lavori a Turris Libisonis in occasione dei Ludi Saeculares Septimi in età severiana, “Epigraphica”, 85. 2023, pp. 642-648.
[4] A. Mastino “L’iscrizione latina del restauro del tempio del Sardus Pater ad Antas e la problematica istituzionale”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, sud Sardegna), a cura di Raimondo Zucca, Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea, volume XXIV (79 della Serie Generale), Roma 2019, pp. 199-240. Vedi anche P. Bernardini, Il culto del Sardus Pater ad Antas e i culti a divinità salutari e soteriologiche, in Insulae Christi, Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, a cura di P.G. Spanu, Oristano 2002, pp. 17-25; G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater e la decorazione architettonica fittile”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 189-203 (Archaeologica, 169); Ead., “Il Sardus Pater ad Antas e la tarda repubblica romana”, in Africa romana. Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni, a cura di P.Ruggeri, Atti del XX Convegno internazionale di studio (Alghero- Porto Conte Ricerche, 26-29 settembre 2013), Roma, Carocci editore, 2015, pp. 1933-1941; Ead., “Iconografie tra mondo punico e romano nell’altorilievo fittile del tempio del Sardus Pater ad Antas”, in Dal Mediterraneo all’Atlantico: uomini, merci, idee tra Oriente e Occidente, Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici (Carbonia-Sant’Antioco, 21-26 ottobre 2013), a cura di M. Guirguis, vol. II, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2018, pp. 293-297 (Folia Phoenicia, 2); S. Angiolillo, “Gli ex voto in bronzo”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 241-265 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale); ibidem, G. Manca di Mores, “Le terrecotte architettoniche e la fase repubblicana”, pp. 89-149; ibidem, G. Rocco, “Il tempio romano”, pp. 163-184; G. Manca di Mores, Antas, il tempio del Sardus Pater, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 364-367.
[5] A. Mastino, La superflua turba dei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500; Id., L’amore coniugale nella Sardinia vandala: le roselline di Sitifis e l’erba sardonia simbolo poetico dell’unione tra Ioannes e Vitula. Nota sui rapporti artistici tra il regno vandalo africano e la più grande delle sue province transmarine, in Deputazione di Storia Patria per la Sardegna, Studi in memoria di Renata Serra, a cura di L. D’Arienzo, I, Cagliari 2023, pp. 163-178.
[6] Vd D. Rigato, Gli dei che guariscono: Asclepio e gli altri, Bologna 2013.
[7] Vedi A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008, pp. 41-83.
[8] Sugli Aurelii in Sardegna e in particolare a Carales: P. Floris, Un nuovo tabularius e altro materiale epigrafico inedito da Karales, “Epigraphica”, LXXXVI, 2024, pp. 159-178.
[9] P. Ruggeri, Templum Fortunae et basilica cum tribunali et columnis sex: il restauro per il millenario di Roma dell’antico complesso sacro e giudiziario forse progettato da Vitruvio per Cesare o Ottaviano a Turris Libisonis, in In Africa e a Roma, Scritti mediterranei, Aonia edizioni, Raleigh (Carolina del Nord) 2023, pp. 157-176.
[10] M. Mayer i Olivé, Els afers d’una virgo Vestalis maxima del segle III d. C.: Flàvia Publícia, “Studia Philologica Valentina”, 13 (n. s. 10), 2011, pp. 141- 157; Id., Sobre la posible presencia de una embarcación, cynbus Portensis, de la Virgo vestalis maxima Flavia Publicia en Porto Torres, in Mastino, A., Spanu, P. G., Zucca, R. (Edd.), “Tharros Felix”, 5, Roma 2013, pp. 471-479; P. Ruggeri, “La Vestale Massima Flavia Publicia: una protagonista della millenaria saecularis aetas”, in Sacrum Nexum. Alianzas entre el poder polìtico y la religiòn en el mundo romano, a cura di J. Cabrero Piquero, L. Montecchio, Madrid- Salamanca, 2015, pp. 165-189 (Thema Mundi, 7); R. Ortu, Condizione giuridica e ruolo sociale delle Vestali in età imperiale: La vestale massima Flavia Publicia, I, Le immunità, Sandhi editore, Ortacesus 2018; P. Gianfrotta, “Sulla tabella immunitatis della vestale massima Flavia Publicia a Porto Torres”, Archeologia Classica, 69, 2018, pp. 793-802, che non esclude che la tabella sia stata rimossa dalla nave ad Ostia una volta che Flavia Publicia aveva terminato la sua attività di Vestale; in questo caso sarebbe giunta a Turris Libisonis in Sardegna su altra nave, con altro materiale metallico da riutilizzare; ma l’ipotesi appare molto costosa.
[11] D. Faoro, Una nave della Vestale Massima ? Sull’interpretazione delle cosiddette tabellae immunitatis di Flavia Publicia, “Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik” 227, 2023, pp. 233–236.
[12] A. Mastino, Absentat(us) Sardinia. Nota sulla missione di un distaccamento della II Cohors vigilum Philippiana presso il procuratore P. Aelius Valens il 28 maggio 245 d.C., in L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2211-2224.
[13] Catal. Lib., ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 4 s.; Chronogr. a. 354, chron. I, p. 74 s., 37-38, 1-3; Liber Pontificalis, ed. Duchesne, I, Parigi ed. anast. 1955, p. 145
[14] R. Turtas, Storia della chiesa in Sardegna dalle origini al Duemila, Roma, 1999, p. 34.
[15] Per una discussione sulle fonti: Mastino, I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano cit., pp. 159-185.
[16] P.G. Spanu, Martyria Sardiniae. I santuari dei martiri sardi, Oristano, S’Alvure, 2000 (Mediterraneo tardoantico e medievale. Scavi e Ricerche, 15).
[17] A.M. Nieddu, “Il problema della cristianizzazione delle aree interne della Sardegna: i vetri incisi recentemente rinvenuti a S. Efisio di Orune”, in Martiri, santi, patroni: per una archeologia della devozione, a cura di A. Coscarella, P. De Santis, Atti del X Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Università della Calabria, 15-18 settembre 2010), Arcavacata di Rende, Università della Calabria, 2012, pp. 581-596. Vedi per tutti A. Teatini, “Orune, area archeologica di Sant’Efis”, in Orune, Buddusò, Alà dei Sardi, archeologia (Sistema Omogeneo di Identità Visuale dei Luoghi e degli Istituti della Cultura: “Patrimonio Culturale Sardegna”), Nuoro, Ilisso Editore, 2011, pp. 27-32: F. Delussu, “Note sulla romanizzazione del territorio di Orune”, in Historica et philologica. Studi in onore di Raimondo Turtas, a cura di M.G. Sanna, Cagliari, 2012, pp. 48-68.