Ettore Pais: la Sardegna e la Corsica in età romana

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Ettore Pais

    Dopo un’interruzione di sette anni, a seguito della malattia e della morte di Giovanni Spano, riprendeva intanto la pubblicazione della rassegna annuale delle scoperte archeologiche, con una nuova serie del “Bullettino archeologico sardo”, che si ricollegava idealmente alla rivista uscita tra il 1855 e il 1864: l’opera, che avrebbe avuto purtroppo vita effimera, limitandosi ai soli 12 fascicoli mensili del 1884, veniva pubblicata presso la Tip. Editrice dell’Avvenire di Sardegna “per cura del prof. Ettore Pais, direttore reggente del R. Museo di antichità di Cagliari”, in precedenza fondatore nel 1878 del R. Museo Antiquario dell’Università di Sassari.[1] Proseguiva intanto la presenza nell’isola di viaggiatori stranieri, che aveva caratterizzato l’Ottocento: per la British School at Rome Thomas Ashby, con forti interessi archeologici[2].

    Ettore Pais si era occupato delle fonti classiche sulla Sardegna nel bel volume ricco di erudizione pubblicato fin dal 1881, Sardegna prima del dominio romano. Studio storico e archeologico, testo fondamentale, con un’impressionante conoscenza degli autori antichi[3]; aveva poi certamente letto il volumetto di Edmund S. Bouchier, Sardinia in ancient Times, Blackwell, Oxford 1917, di grande interesse ma ancora influenzato in parte dalle Carte d’Arborea[4]. Quando le edizioni di Attilio Nardecchia di Roma pubblicarono nel 1923 la sua Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Ettore Pais (Accademico dei Lincei e Senatore a vita del Regno d’Italia) insegnava già da qualche tempo nell’Università di Roma ed aveva ormai compiuto i 67 anni d’età. Si tratta dunque di un’opera della piena maturità, anche perché il Pais aveva iniziato ad occuparsi di argomenti sardi già quasi mezzo secolo prima, fin dalla tesi di laurea discussa presso l’Istituto superiore di Studi Storici di Firenze e dedicata al riso sardonico, un tema che lo aveva condotto ad approfondire il senso dell’espressione omerica relativa all’atteggiamento minaccioso ed ironico di Ulisse contro i Proci nell’Odissea, un argomento fortunato, che era già stato trattato da Giovanni Spano con qualche superficialità e che recentemente è stato più volte ripreso[5].

     Nell’insieme, si può affermare che il Pais aveva ritardato per decenni la pubblicazione della Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, un lavoro di sintesi per il quale aveva iniziato a raccogliere un vastissimo materiale archeologico, epigrafico, numismatico, letterario, giuridico, visitando i musei e le principali località della Sardegna, rinunciando comunque a percorrere la Corsica per ragioni di un malinteso patriottismo. Il pensiero di scrivere quest’opera era andato maturando «nel corso di oltre quaranta anni», fin da quando aveva rivolto l’animo «ad investigare le vicende della Sardegna», dopo esser stato «chiamato a fondare, ancor più che a dirigere, il piccolo Museo archeologico dell’Università di Sassari», subito dopo la laurea[6]. «Volle poi la sorte – aggiunge il Pais nella Prefazione – che, costituito il piccolo Istituto e terminati in seguito i miei studi di perfezionamento a Berlino sotto la guida sapiente di Teodoro Mommsen, non fossi, come questi aveva per me chiesto, destinato a maggior centro di studi, ma inviato a riordinare ed accrescere il Museo Nazionale di Cagliari»; aveva avuto così l’occasione «di rivolgere … attenzione ai monumenti ed alla storia dell’Isola, alla quale, se non per nascita» riteneva di essere «strettamente congiunto per origine di stirpe, per affetti domestici, per lunga e tenace consuetudine con amici numerosi e fedeli».

    L’opera è stata dunque meditata a lungo e «non è frutto di improvvisazione, né espone impressioni fugaci»: la raccolta dei documenti, fonti letterarie ed epigrafi, è andata avanti per oltre quaranta anni, con un numero incredibilmente alto di novità, di interpretazioni originali, di nuove ipotesi, di integrazioni ed emendamenti, in relazione ai fasti provinciali, alla geografia antica, alle istituzioni cittadine, alle popolazioni rurali, alla romanizzazione, ai latifondi, alla viabilità, all’esercito.

    Nell’Introduzione, il Pais affronta innanzi tutto il tema del presunto «insaziabile imperialismo» romano: al di là del giudizio etico, le conquiste mediterranee dei Romani sembrano al Pais assolutamente necessarie, «per ragioni politiche e storiche», per contrastare l’invadenza cartaginese: allo stesso modo solo una politica più attiva dell’Italia avrebbe potuto contrastare ora gli interessi commerciali e militari inglesi nel Mediterraneo. Del resto, una delle caratteristiche del volume, è quella di tentare di attualizzare la storia, di utilizzare le fonti, per trovare risposte ai problemi contemporanei, di riaffermare l’italianità della Corsica su «basi indistruttibili», di dare una giustificazione ed una solida base storica e giuridica alle rivendicazioni imperiali dell’Italia uscita dalla Grande Guerra.

    Nel quadro di un pericoloso nazionalismo, che alimentava in quegli anni il consolidamento del fascismo, si spiega anche l’attenzione per la Corsica, l’«isola sorella», una terra amabile (epératos già per Dionisio il Periegeta, v. 458 ss.), che il Pais non ha mai voluto visitare: la trattazione congiunta della storia della Sardegna e della Corsica è scientificamente corretta[7], perché come è noto le due isole costituirono negli ultimi due secoli della repubblica un’unica provincia, così come ripetutamente in età imperiale fecero parte di un’unica unità amministrativa; eppure il tono è quello di un acceso nazionalismo, a difesa dell’«Italianità» della Corsica, «Isola nobile e fiera, ove prodezza è vanto e povertà non è vergogna»; grazie all’«italiano Napoleone», la Corsica e l’Italia «sono di nuovo tra loro congiunte con un indistruttibile vincolo storico e morale». Qualche imbarazzo gli provoca però la denominazione fretum Gallicum, con la quale nell’Itinerario Marittimo (p. 241 Pinder-Parthey) si indicano le Bocche di Bonifacio: esclusa a priori «la presenza di un elemento celtico in Corsica», il Pais preferisce un improbabile collegamento con la Gallura e con i Galillenses. E poi «la fierezza ed il coraggio» dei Corsi, che avevano in passato saputo difendere la propria indipendenza, tanto che G. G. Rousseau aveva manifestato «il presentimento che un giorno questa piccola isola meraviglierà l’Europa»[8]. Il nazionalismo del Pais è ben noto ed è la vena sotterranea che percorre un po’ tutto il volume e che certamente infastidisce il lettore moderno; c’è poi la tesi, che è più volte affermata, della missione civilizzatrice di Roma, dei benefici elargiti alla Sardegna dal governo dei Romani, che «vi lasciò tracce benefiche del suo incivilimento». Il punto di riferimento principale della storia della Sardegna deve essere dunque la lunga età romana, sette secoli che costituiscono un modello esemplare: anche per l’oggi il Pais ha in mente una nuova unità regionale, della Sardegna assieme alla Corsica, come nell’età del leggendario re Phorcus, come durante l’età romana, quando si svilupparono le relazioni con il Nord Africa[9].


    [1] A. Mastino, Il Museo Archeologico dell’Università di Sassari nell’Ottocento: la visita di Theodor Mommsen e la direzione di Ettore Pais, in “Annali di storia delle Università italiane”, CLUEB, 11, 2007, pp. 381-413.

    [2] G. Manca di Mores (a cura di), La Sardegna di Thomas Ashby. Paesaggi Archeologia Comunità. Fotografie 1906-1912, Sassari, Carlo Delfino editore, 2014. Ashby è stato preceduto dal domenicano Peter Paul Mackey, vd. R. Zucca, L’archeologia in Sardegna allo scorcio del XIX secolo, Aa.Vv., Immagini dal passato. La Sardegna archeologica di fine Ottocento nelle fotografie inedite del padre domenicano inglese Peter Paul Mackey, Sassari-Roma 2000, pp. 57-59.

    [3] “Atti della Regia Accademia dei Lincei. Memorie”, serie III^, VII, pp. 355-366.

    [4] A. Mastino, Ettore Pais e la Sardegna romana, in Aspetti della storiografia di Ettore Pais, a cura di L. Polverini, ESI, Napoli 2002, pp. 249-300.

    [5] Per tutti vedi G. Paulis, “Le «ghiande marine» e l’erba del riso sardonico negli autori greco-romani e nella tradizione dialettale sarda”, in Quaderni di semantica, I, 1993, pp. 9-23.

    [6] E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Nardecchia, Roma 1923, (riedizione a cura di A. Mastino, Ilisso, Nuoro 1999).

    [7] A. Mastino, P. Ruggeri, P.G. Spanu, R. Zucca, Corsica e Sardegna in età antica, in La transmission de l’idéologie impériale dans l’occident romain, M. Navarro Caballero, J.-M. Roddaz edd., Colloque CTHS, Bastia 2003 (Ausonius Éditions, Études 13, Actes des Congrès Nationaux des sociétés historiques et scientifiques du Comité des travaux historiques et scientifiques), Bordeaux-Paris 2006, pp. 309-326.

    [8] G. G. Rousseau, Du contrat social ou essai sur la forme de la république, Paris 1762, II, p. 10.

    [9] A. Mastino, Saggio introduttivo; Nota bibliografica e Cronologia della Sardegna romana, in E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Ilisso, Nuoro 1999, riedizione a cura di A. Mastino, I, pp. 1-64; 65-67; 68-86.