Gli dei del bosco in Sardegna

Gli dei del bosco a Sorabile, la Fonni romana: Diana e Silvano, la Barbaria e l’economia della selva a mille metri di altitudine

In piena Barbaria, l’area dove sorge l’attuale Fonni nella Barbagia di Ollollai in epoca romana era scarsamente urbanizzata e coperta da fitti boschi: essa era resa raggiungibile da una strada interna denominata aliud iter ab Ulbia Caralis che toccava, sul versante occidentale, il Gennargentu a novecento metri di altezza. Qui nell’antica Sorabile (oggi Sorovile alla periferia di Fonni) un bosco, il Nemus Sorabense, assunse caratteristiche simili a quelle dei boschi sacri della Penisola e del limes renano-danubiano, divenendo un luogo di culto e di devozione capace di “federare” o di rappresentare un punto di incontro a livello religioso per le popolazioni del luogo, unite nella venerazione a Diana e Silvano. In questo senso si dispone di una testimonianza puntuale risalente con tutta probabilità alla seconda metà del II secolo d.C. che fornisce informazioni sul toponimo Nemus Sorabense ma anche sulle divinità oggetto del culto, Diana e Silvano, entrambe collegate con funzioni simili ma diversificate ai boschi, alla vegetazione, alla natura selvaggia (AE 1992, 891). Si tratta di una dedica posta dal procuratore e prefetto della provincia C. Ulpius Severus: presso Sorabile (Fonni) esisteva dunque un bosco sacro il Nemus Sorabense dove si tributava, forse presso un sacello, un culto per una dea e un dio che parevano ben adattarsi alla morfologia del territorio, alle sue caratteristiche economiche e culturali e al suo popolamento. Pur se non si ha certezza che il luogo di culto all’interno del Nemus Sorabense fosse erede di una tradizione religiosa più antica – presso il Monte Spada, difatti, sorgeva un antico santuario nuragico- pare possibile che qui convergessero, nelle occasioni rituali, le civitates sarde confinanti dei Celes(itani) e dei Cusin(itani), note anche da Tolomeo, unite nella venerazione per Diana e per Silvano, protettori della natura incolta e selvaggia. Le popolazioni delle due civitates, separate da una linea catastale -come attesta, insieme ad altri, il cippo di confine rinvenuto a Turunele (Fonni), inscritto sulle due facce a separare i Celes(…) e i Cusin(…)-, vivevano nel cuore del territorio delle civitates Barbariae (CIL X 7889). L’economia di questi luoghi oltre che dalla pastorizia, dall’allevamento del bestiame e dai derivati dal latte, il formaggio anzitutto, doveva reggersi sulla cosiddetta “economia della selva”, ben nota per essere stata oggetto ormai in anni lontani, di approfondimenti relativi ad alcune aree dell’Italia meridionale[1]. Si è ipotizzato che Sorabile fosseuna statio, fondata in epoca traianea, alla quale andrebbero riferiti alcuni resti archeologici scoperti già dall’Ottocento; questo contesto insediativo e funzionale alla penetrazione romana della Barbaria nel II secolo d. C., unito a ritrovamenti monetali, ha fatto supporre contatti tra negotiatores e abitanti delle civitates Barbariae e nello specifico dei Celes(itani) e dei Cusin(itani). All’interno di un quadro di tal genere si comprende ancor meglio la devozione per Diana e Silvano presso il Nemus Sorabense. La Diana venerata a Roma era di origine latina, protettrice della lingua latina, una dea lunare che, prima della costruzione di un tempio a lei dedicato sull’Aventino a Roma promossa da Servio Tullio, ebbe il proprio culto nell’epiclesi Diana Nemorensis presso il bosco di Nemi, ad Aricia, celebrato dal rex nemorensis, il re-schiavo-sacerdote, la cui successione avveniva attraverso un omicidio rituale da parte di un pretendente più giovane: in questa veste Diana possedeva caratteristiche simili alle grandi dee mediterranee; la dea venne successivamente inserita nel sistema di relazioni religiose romane e affiancata ad altre divinità apparentemente eccentriche rispetto ai suoi contenuti religiosi (Vortumno, Fortuna Equestre, le Camene, Castore e Polluce, Eracle Vincitore) come attestano diversi calendari festivi nel giorno tradizionalmente dedicato ai riti di Diana, il 13 agosto.  Silvano veniva assimilato a Fauno, il dio rappresentato nudo, espressione della natura selvaggia e primordiale e dell’ager Romanus non ancora soggetto alle procedure di divisione del suolo attraverso la centuriazione, sebbene Silvano fosse anche il dio della campagna coltivata, protettore dei contadini e “inventore” dei cippi di confine a separazione delle singole proprietà. Il culto di Silvano-Fauno tra la fine del I secolo d. C. e l’età di Traiano ebbe una diffusione notevole in alcune province dell’impero come quelle dalmate e danubiane e ad oggi si può affermare anche in Sardegna. Proprio Traiano attraverso i suoi governatori incrementò un importante processo di urbanizzazione in Sardegna con la creazione di Forum Traiani presso le antiche Aquae Ypsitanae, nel territorio degli Ipsitani e delle civitates Barbariae. A proposito delle province dalmate ad esempio si ritiene che il culto di Silvano fosse utilizzato come manifestazione d’identità di alcuni gruppi locali non urbanizzati che arrivavano ad integrare le tradizioni locali con la declinazione romana di Silvano-Fauno ai fini dell’inclusione di quegli stessi gruppi nel mondo “globale” dell’impero. In Dacia e nelle province danubiane furono le successive campagne di Traiano tra il 101-102 e il 105-106, in particolare quest’ultima, a favorire l’introduzione del culto di Diana e Silvano che paiono aver avuto profili del tutto romani senza risentire di fenomeni assimilativi.

In Sardegna uno studio recente ha valorizzato il tema della lunga durata del culto di Silvano presente nell’isola e in particolare a Sorabile, che traspare nei suoi continuatori romanzi a partire da Silvana/Selvana, la strega vampiro (sùrbile), temibile per gli infanti o i bambini nei primi anni di vita, alla quale si rivolgevano scongiuri che dovevano essere recitati dalle madri. Di essi rimane attestazione in alcuni paesi sardi come Siligo e Siniscola -per l’Ottocento e gli anni quaranta del secolo scorso- in formule ritmiche di scongiuro. Silvana/Selvana avrebbe assorbito la fisionomia del Silvanus notturno e dai tratti spaventosi, più vicino agli dei funzionali arcaici della religione romana, soprattutto per quanto riguarda l’assimilazione con Fauno, tant’è che Agostino lo considera immondo al pari di altre divinità della medesima sorta e pericoloso per la pudicizia delle donne con le quali avrebbe avuto la capacità di unirsi carnalmente (civ. 15, 23); il contatto con le Diane (in logudorese Janas, alcune maistas, magistrae) appare del resto molto significativo. Resta da studiare il capitolo relativo alle guaritrici con specifiche competenze magico-curative relative alla sanatio, ottenuta attraverso pozioni preparate con erbe del bosco, una pratica ben descritta dagli antropologi ancora nella Sardegna moderna. L’onomastica isolana documenta ripetutamente il nome teoforico Silvanus e Silvana.

PRIMO INQUADRAMENTO

A. Taramelli, Fonni (Nuoro). Iscrizione votiva a Silvano, della foresta Sorrabense, rinvenuta entro l’abitato, «NSA», pp. 319-323

L. Gasperini, Ricerche epigrafiche in Sardegna (II), in L’Africa Romana IX, Sassari 1992, pp. 571-594.

E. Trudu, “Sacrum Barbariae: attestazioni cultuali nelle aree interne della Sardegna in epoca romana”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 217-236 (Archaeologica, 169).

G. Strinna, Una sopravvivenza sarda di Silvano e un passo di Varrone, in L’immagine riflessa. Testi, società, culture, n. s. XXX (2021), 2 (luglio-dicembre), Alessandria 2022, pp. 43-64.

G. Strinna, Le fate eredi di Diana. La magistra e le sue sociae, in Fate, madri-amanti-streghe, a cura di S.M. Barillari, Atti del XVII Convegno internazionale (Genova-Rocca Grimalda, 16-18 settembre 2011), Edizioni dell’Orso, Alessandria 2012, pp. 273-289.

A. Mastino, La Sardegna nel mondo romano fino a Costantino, UNICAPRESS 2024, I, II, III tomo