Il calendario dei festeggiamenti in onore di Augusto e dei suoi successori: la pax Augusta
- Il calendario dei festeggiamenti in onore di Augusto e dei suoi successori (nella foto: la Sardinia filo-cesariana nelle Res Gestae divi Augusti, copia dall’Ara Pacis a Roma)
L’organizzazione del culto imperiale in Sardegna è stata studiata nel dettaglio, con risultati davvero significativi, che confermano l’importanza dell’organizzazione religiosa ufficiale al fine della definizione del calendario delle celebrazioni urbane e provinciali[1]: già Duncan Fishwick aveva proposto alcune linee interpretative che restano sostanzialmente valide, pur senza arrivare ad un discorso di carattere geografico e territoriale[2]. In passato era già stata messa in evidenza l’ampiezza della documentazione relativa al flaminato ed al flaminato perpetuo in Africa, in Sicilia ed in Sardegna, «territori che subirono l’occupazione o comunque influssi cartaginesi»: Silvia Bassignano ne aveva ricavato l’impressione che il flaminato si sia progressivamente adattato su una struttura precedente, in particolare che i flamini abbiano sostituito i curiones delle curiae[3]. Il flaminato africano potrebbe esser stata «una semplice trasposizione in termini latini di sacerdozi indigeni con il mantenimento di una suddivisione in tre classi» (flamini perpetui, flamini, flamini annui); in ogni caso «l’organizzazione sacerdotale indigena» potrebbe aver offerto «tali elementi di affinità da consentire la diffusione su vasta scala del flaminato». Sull’altro versante, da un punto di vista geografico, le circoscrizioni diocesane dovettero sovrapporsi con il precedente ambito dell’organizzazione imperiale: noi troviamo documentata la divisione in diocesi (per la capitale provinciale Carales) a partire dal concilio antidonatista di Arelate all’indomani della pace constantiniana, ma essa risale sicuramente al secolo precedente; del resto abbiamo in passato richiamato l’attenzione sulle ripetute pronunzie della sede romana sulla maggiore antichità della chiesa cagliaritana, come testimonia la lucida sentenza che ricorda come l’organizzazione diocesana in Sardegna sia da intendersi in una linea di continuità con la geografia delle principali sedi del culto imperiale gestito dai flamines provinciali nella capitale Carales a partire dall’età di Augusto[4].
Noi oggi abbiamo un’idea imprecisa di cosa abbia significato la complessa struttura del culto imperiale, che marca nel tempo l’adesione delle classi dirigenti cittadine e provinciali agli obiettivi del potere imperiale, scandendo il tempo attraverso gli anniversari principali dell’anno legati alla domus degli Imperatori[5]; possiamo solo immaginare quanto abbia pesato il cursus honorum dei sacerdoti addetti al culto imperale per la nascita di un vero e proprio ascensore sociale per le famiglie capaci di ottenere posizioni di prestigio, riconoscimenti ufficiali che toccavano l’ambito sacro ma anche garantivano migliori carriere municipali. Quando gli imperatori divennero cristiani, la struttura resistette per oltre un secolo come se nulla fosse accaduto, soprattutto in alcune province, come in Africa: qui abbiamo la certezza che flamini e sacerdoti operarono simbolicamente ben oltre le disposizioni che imponevano il rientro nelle città di provenienza dei sacerdotales che avevano esercitato a livello provinciale la funzione religiosa. Per uno strano gioco del destino, anche se gli imperatori del V secolo cercano di liberare la capitale Cartagine dell’onere rappresentato dalla presenza di sacerdoti ed ex sacerdoti provinciali pagani già con l’editto di Onorio e di Teodosio II del 415 d.C.[6], il concilium provinciale così come il più ampio concilium della diocesi d’Africa sembra abbiano continuato a riunirsi in un contesto cristiano: evidentemente cambiano funzioni ed obiettivi del culto, vengono introdotte limitazioni dovute soprattutto alla necessità di ridurre i contrasti religiosi (pagani/cristiani), con lo scopo di sostenere economicamente le curie delle colonie e dei municipi delle province africane, proibendo ai curiales più ricchi di restare stabilmente nella capitale per sottrarsi ai munera dovuti in patria[7]. Analoghi problemi si pongono per la Sardegna e ci si interroga sul momento finale dell’organizzazione provinciale e cittadina che ancora si occupa di celebrare le principali ricorrenze della famiglia degli Augusti, nell’ambito dell’adesione dell’aristocrazia municipale pagana alla politica imperiale, con un progressivo slittamento verso il calendario delle festività cristiane[8]: un aspetto essenziale del culto imperiale a Carales e in provincia è quello della sopravvivenza del flaminato in età vandala, magari con nuove funzioni che lentamente si affermano. Non sappiamo esattamente cosa succede con la fine dell’impero in Occidente e in Sardegna con l’arrivo dei Vandali, in una terra dove il flaminato era rimasto a lungo vitale. Al flaminato maschile faceva riscontro, ancora in ambito provinciale così come in ambito cittadino, il flaminato femminile, documentato in Sardegna soltanto a Carales, a Nora e a Forum Traiani: conosciamo a Cagliari un epitafio posto a cura del quartiere cittadino ove sorgevano i templi di Marte e di Esculapio (Vicus Martis et Aesculapi), che menziona la flaminica perpetua Titia Flavia Blandina, onorata forse per decreto dei decurioni, con una tomba realizzata in seguito ad una pubblica sottoscrizione (CIL X 7604). Una base di statua fu invece dedicata ancora per decreto del consiglio municipale, a spese della cassa cittadina, per onorare la flaminica Giulia Vateria figlia di Vaterio. A Nora forse già in età augustea una flaminica, sacerdotessa delle imperatrici vive o divinizzate (nel caso specifico Livia), Favonia M(arci) f(ilia) Vera, è onorata con una statua nel foro norense (CIL X 7541; AE 2009, 446). Infine conosciamo una flaminica anche a Forum Traiani (R. Zucca).
[1] P. Ruggeri, “Per un riesame del dossier epigrafico relativo all’organizzazione del culto imperiale in Sardegna”, in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Sassari, 1999, pp. 151-169.
[2] D. Fishwick, Un sacerdotalis provinciae Sardiniae à Cornus (Sardaigne), in “CRAI”, 1997, pp. 449-459 e Id., A priestly career at Bosa, Sardinia, inImago antiquitatis. Religions et iconographie du monde romain, Mélanges offerts à Robert Turcan, Paris 1999, pp. 221-228; Id., The Imperial cult in latin West. Studies in the Ruler Cult of the Western Provinces of the Roman Empire. III: Provincial Cult. Part 1: Institution and Evolution, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 134 s.; Id.,The Imperial cult in latin West, cit., part 2: The Provincial Priesthood, Leiden-Boston-Köln 2002, pp. 212, 214, nr. 3.
[3] M.S. Bassignano, Il flaminato nelle province romane dell’Africa, Roma 1974.
[4] A. Mastino, La Sardegna cristiana in età tardo-antica, in La Sardegna paleocristiana tra Eusebio e Gregorio Magno, Atti del Convegno nazionale Cagliari 10-13 ottobre 1996, a cura di A. Mastino, G. Sotgiu, N. Spaccapelo, Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna, Studi e ricerche di cultura religiosa, Nuova Serie, I, Cagliari 1999, p. 298.
[5] C. Letta, Tra umano e divino. Forme e limiti del culto degli imperatori nel mondo romano, Sarzana-Lugano 2020.
[6] Codice Teodosiano, XVI, 10, 20), datata al 30 agosto 415.
[7] A. Mastino, La superflua turbadei sacerdotales paganae superstitionis espulsi da Cartagine il I novembre 415: la fine del culto imperiale in Africa, i concilia delle province e della diocesi e le sopravvivenze del flaminato, in Topographia Christiana Universi Mundi, Studi in onore di Philippe Pergola (Studi di antichità cristiana pubblicati a cura del Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, a cura di G. Castiglia, C. Dell’Osso, Città del Vaticano 2023, pp. 481-500.
[8] Nel 527 conosciamo ad Ammaedara oggi Haidra in Tunisia un fl(amen) p(er)p(etuus) C(h)ristianus, CIL VIIII 10516 = 11528.