Il Mediterraneo tra mito e storia

Il Mediterraneo tra mito e storia

“TEMI MEDITERRANEI” “Rotte Mediterranee”, OMeGA

Cagliari 14 novembre 2025

Il mio amico Silvano Tagliagambe ha pubblicato per i suoi 80 anni Il Mediterraneo dentro. La Sardegna tra memoria e avvenire, che abbiamo recentemente premiato a Nuoro al Premio Deledda. È un libro che invita a risvegliare, a far rivivere e valorizzare la coscienza mediterranea di cui siamo eredi: una coscienza ancora presente nel nostro universo interiore, ma che rischia di andare perduta. È venuto il momento di renderci conto che la struttura del tempo fa sì che tutto quanto ci appare presente sia debitore della pulsione originaria proveniente da queste acque, che sono state storicamente il crocevia delle culture europee e dell’Asia occidentale, del Nord Africa. Da questo mare, laboratorio in cui si sono formate le grandi concezioni religiose, filosofiche e scientifiche dell’umanità, è nata la civiltà. L’autore ritorna con emozione alla filosofia antica e sogna – e ci invita a sognare con lui – un nuovo tempo mediterraneo, fondato sulla tolleranza e sul rispetto, sul pluralismo e sul valore delle diversità: un Mediterraneo dove il mare non sia più una frontiera, ma la piazza comune dell’incontro tra i popoli. Eppure, come ammonisce Edgar Morin, “i futuri impensabili del nostro passato sono diventati i futuri impensabili del nostro presente”. Viviamo un tempo in cui il dialogo sembra dissolversi, e proprio per questo dobbiamo tornare a interrogare la storia, a leggere il mare come memoria e come destino. L’autore è convinto che occorre cambiare la percezione del mondo antico e i modelli interpretativi stessi delle civiltà passate, spesso inadeguati, con la <<coscienza di una lontananza, di un distacco, che però ci interroga continuamente sul nostro presente>>: dunque dobbiamo riscoprire la modernità della storia mentre il mondo conosce una crescente tensione tra multilateralismo e multipolarismo o transazionalismo – l’espressione è di Alexander Stubb, Presidente della Finlandia, alla 80ª Sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite. Il multilateralismo è un ordine basato sullo Stato di diritto. Il transazionalismo è una politica estera guidata dagli interessi, in cui si diversificano le relazioni con più attori.

Vorrei, in apertura, invitarvi a guardare da lontano il futuro delle città mediterranee, di entrambe le rive, la Nord e la Sud: per i prossimi decenni vorremmo che urbanisti, sociologi, studiosi progettino città antifragili e resilienti come quelle definite da Nassim Nicholas Taleb, che non possono essere immaginate senza partire dalla profondità della storia e dalla complessità delle culture diverse: perché la diversità, nel Mediterraneo, non è una minaccia: è un valore fondativo. Le Corbusier nel 1965 affermava: ≪Essere moderni non e una moda, è uno stato: Bisogna capire la storia: e chi capisce la storia sa trovare la continuità tra ciò che era, che è e che sarà≫.

Dobbiamo allora passare dal “mare nostrum” al “nostro mare” e rinnegare, come scrive Franco Cassano nel Pensiero meridiano, quella idea proprietaria di “mare nostrum”, odiosa per il suo senso di dominio.<<Oggi – dice Cassano – quell’espressione può essere pronunciata solo se accettiamo di spostarne il significato. Il soggetto proprietario non è un popolo imperiale che assorbe gli altri, ma il ‘noi mediterraneo’. Quell’espressione non sarà ingannevole solo se sarà detta con convinzione e contemporaneamente in più lingue≫.

E ancora: <<La voce del Mediterraneo non arriva quindi dal passato, ma dal futuro né ha un valore soltanto locale: l’equilibrio di terra e di mare, appartenenza e libertà, è un modello di vita che non demonizza il nostro bisogno di legame né il nostro bisogno di libertà. Il dialogo non rimane chiuso sul terreno del metodo, ma parla di contenuti, di una vita nella quale la misura sta lì a garantire che l’uomo non sia risucchiato da due hybris opposte, quella che in nome del bene comune opprime l’individuo e quella che in nome della libertà lo abbandona in alto mare. Mediterraneo, terra e mare, vuol dire anche questo>>.

Vorrei estendere lo sguardo dalla preistoria fino ai giorni nostri, per raccontare le novità della nuova impostazione della ricerca archeologica, storica, umanistica, come scienza. Il Mediterraneo non è mai stato un confine ma una rete. Non una conquista ma una circolazione di idee, merci, miti e uomini. E in questa rete la Sardegna e il Nord Africa occupano due nodi fondamentali: l’una, isola-ponte al centro del mare, e l’altro, continente proteso verso il dialogo e la pluralità.

Fondamentale è partire dal mito e dalla geografia sacra delle origini. La denominazione latina “Mare Nostum” è in realtà greca, παρ’ἤμὶν θαλάσση “il mare che ci appartiene” già in Platone, e fa riferimento al mare percorso dai marinai greci, verso l’Occidente mitico in direzione delle colonne d’Ercole, Per i Greci, il Mediterraneo era spazio mitico e iniziatico: le colonne d’Ercole, il meraviglioso Giardino delle Esperidi, le soglie tra la notte e l’alba all’estremità occidentale dell’ecumene, il luogo dove ci sono le porte della sera e i Greci si addestrano ad affrontare i mostri che tentano di impedire l’arrivo della civiltà.

Per Paolo Fedeli, l’espressione Mare Nostrum è un chiaro esempio ancora una volta della mediazione effettuata dai Latini di fronte all’eredità culturale dei Greci. Del resto sappiamo che la geografia greca cresce a dismisura nel tempo e nello spazio, con le colonne d’Ercole innanzi tutto, che si spostano dalla Grande Sirte progressivamente in direzione dell’Oceano verso occidente e in direzione del Mar Nero verso oriente. Sull’altro versante, il nostro mare comprendeva ormai anche il mare Sardo verso occidente. Nell’antichità ad indicare gli estremi sono miticamente Eracle, che pone le sue colonne sull’Atlantico e Dioniso in direzione del mondo scitico fino all’India.

Il mito di Eracle conserva deformati, elementi storici dati dall’immaginario collettivo dei marinai, dalle loro paure nel corso della navigazione e della sopravvivenza forse, al tempo dell’occupazione cartaginese, del culto per una divinità del mare, il padre di Medusa. Le acque che circondano la Sardegna – le Bocche di Bonifacio, il mare di Taphros – erano viste come luoghi misteriosi popolati da mostri, divinità marine, meduse e orche: figure simboliche di una natura potente e ignota, che gli antichi marinai impararono a interpretare con il linguaggio del mito. Del resto il mito ha dei punti di contatto con le fatiche di Ercole e con le esperienze effettivamente fatte dai marinai greci in rapporto con la lontananza e la posizione occidentale dell’Isola, con la geografia stessa che ha condizionato la nascita – non solo nel mondo greco – di leggende, miti, fantastiche invenzioni legate a mostri marini o animali bizzarri, come alcuni uccelli o i mufloni-musumones.

L’immagine di Medusa Regina di Sardegna e Corsica nel mito appare saldamente radicata a osservazioni naturalistiche effettuate dai marinai greci nell’area marina dello stretto di Taphros, a Nord di Ichnussa e a Sud della Corsica, dove erano certamente presenti le pericolose meduse che nell’immaginario collettivo erano associate anche a veri e propri mostri marini che abitavano il mare tra Sardegna e Corsica, a oriente del Capo Falcone. Antiche leggende marinare parlavano di mostri marini, i favolosi thalattoi krioi, “arieti” o “montoni marini”, identificati oggi con l’orca gladiator che secondo Claudio Eliano trascorrevano l’inverno nei paraggi del braccio di mare della Corsica e della Sardegna, accompagnati da delfini di straordinarie dimensioni, impegnati a dare la caccia alle foche con altri cetacei. Ci rimangono dunque tracce di osservazioni naturalistiche reali degli esseri che popolavano i mari tra Sardegna e Corsica. Il mito nasceva dal mare vissuto, dalla paura e dallo stupore dei naviganti.

Naturalmente l’Odissea di Omero, il viaggio di Ulisse, il suo riso sardonico, rientrano in questo quadro sintetizzato dai cartografi fino a Tolomeo di Alessandria, che immaginava la Sardegna in rapporto all’equatore (con una longitudine 35-40° nord) e alle Isole fortunate nell’Oceano (29-33° in latitudine est) e che indicava il punto più occidentale, là dove la terra finisce e il mare comincia, nell’area del promontorio di Ermes, il Capo Marrargiu, che avrebbe peso il nome da Mercurio, lo sposo di Erizia, la ninfa di Gades, padre di Norace, il costruttore dei nuraghi e il fondatore di Nora nella Sardegna Meridionale e di Nure nella Nurra. Oggi sappiamo che a breve distanza a Nure il promontorio dell’Argentiera con le sue miniere è esattamente il punto più occidentale dell’isola dalle vene d’argento-Ichnusa o Sandaliotis.

La Sardegna fu l’unica vera isola collocata nel Mediterraneo occidentale, nel Mare Sardum in direzione delle colonne d’Ercole, utilizzata come piattaforma per i traffici marittimi mediterranei sulla grande rotta tra l’oriente (partendo dalla Siria) fino all’Occidente (a Gades), una rotta conosciuta da Posidonio e da Plinio che calcolava 2113 miglia da Myriandum di Antiochia a Karales e 1250 miglia da Karales a Gades oltre le colonne.

È noto che in tre occasioni Erodoto ricorda la Sardegna come <<l’isola più grande del mondo>>: la notizia è da considerarsi ovviamente erronea se le dimensioni dell’isola, in rapporto alle altre isole del Mediterraneo, vanno calcolate in termini di superficie, dato che la Sardegna viene superata dalla Sicilia. Ma va rilevato che il calcolo di Erodoto è stato effettuato non in termini di superficie ma di sviluppo costiero delle diverse isole del Mediterraneo: il litorale della Sardegna è lungo circa 1.385 km. ed è dunque nettamente superiore al perimetro costiero della Sicilia. Prima della conquista romana doveva d’altra parte essere impossibile calcolare l’esatta superficie della Sardegna, dato che la presenza punica non oltrepassò il fiume Tirso e non riguardò la Barbaria montana, anche se Cartagine risulta la città più vicina alla Sardegna.

Vorrei oggi dare il senso, il sapore, il gusto di una realtà storica, fondata su antiche osservazioni formulate dai marinai greci e fenici intorno alle coste dell’isola, sui fondali, sui venti, sulle correnti, sulle maree, sui porti, sulle rotte partendo dal Periplo di Scilace nel VI secolo a.C. : un’isola lontana da continenti, collocata fuori dal tempo e dallo spazio, eudaimon, felice così come pamforos, produttrice di straordinari prodotti, arricchita dal mito degli eroi greci arrivati a conquistarla, gli Iolei, i figli di Eracle e delle cinquanta Tespiadi.

Parlare di navigazione oceanica qui nella Darsena di Cagliari, un porto intermedio sulla rotta transmediterranea, significa partire dalla rotta seguita dai naviganti greci e cartaginesi verso il favoloso occidente mediterraneo oltre le Bocche di Bonifacio del Fretum Gallicum verso la Gallia Narbonense e in direzione delle colonne d’Ercole, verso l’Oceano. Soprattutto significa ricordare che nel mare Sardum ci sono, le due grandi vere isole del Mediterraneo, Sardegna e Corsica, collocate per i Romani al di là del grande mare, il mare dei Tirreni-Etruschi; infine richiamare la dimensione dell’ecumene inizialmente sulle rive di quel Mare Nostrum che nella sua denominazione originaria greca era priva di quell’odioso senso “imperialista”; soprattutto significa uscire da quel mare interterraneo sul quale per Platone abitavano uomini come formiche o rane sulle sponde di uno stagno o di una palude. Significa affrontare l’oceano, affacciarsi in campo aperto, cercare nuove rotte, seguir con l’Ulisse di Dante virtute e canoscenza, <<perché fatti non foste a viver come bruti>>.

Virgilio recupera la tradizione omerica nell’Eneide per il viaggio di Enea da Troia in fiamme fino a Cartagine, alla Sardegna ed al Lazio: nelle sue parole si riassume il senso stesso del Mediterraneo come spazio di transito, dolore e rinascita. Le relazioni mediterranee nel mondo antico sono alla base dell’episodio della tempesta raccontato nel I libro dell’Eneide: le navi di Enea, partite da Drepanum in Sicilia, dove è stato sepolto Anchise, arrivate all’altezza delle isole Eolie, vengono disperse dai venti scatenati da Eolo, istigato da Giunone (la Tanit-Caelestis dei Punici). La tramontana (Aquilo) investe la vela della nave di Enea e solleva le onde fino al cielo; si spezzano i remi e la nave, offrendo i fianchi ai marosi, è ormai incapace di governare; le onde frante in cresta minacciano la stabilità di alcune triremi, mentre le altre sono spinte verso le secche, dove si formano mulinelli di sabbia. Notus, il vento da Sud corrispondente all’Austro, getta tre navi sugli scogli, su quei saxa latentia chiamati Arae [Neptuniae o Propitiae] dagli Itali, che si innalzano sul mare di Libia con un dorso smisurato. Euro poi, vento di Sud-Est (dunque lo Scirocco), spinge altre tre navi (si noti la ripetuta triplicazione rituale), le incaglia sui fondali e le circonda a poppa e sui fianchi con un argine di sabbia, rendendo impossibile la navigazione; è appunto ad Euro che è attribuita da Enea la responsabilità maggiore della presunta perdita di 13 delle 20 navi. Una settima nave viene investita di poppa da un’ondata ed affonda in un vortice dopo aver ruotato per tre volte su sé stessa; alla fine risulterà essere l’unica nave andata a fondo. Anche le altre navi si trovano in difficoltà, perché le ondate provocano ampi squarci lungo le fiancate, aprendo pericolose falle; alcune sono gettate dagli Austri (ancora Noto) in vada caeca …./…. perque invia saxa, anche se poi gli Eneadi riescono a toccare terra.

Si discute sulla localizzazione della flottiglia di Enea durante la tempesta e sulla durata della navigazione inizialmente in direzione dell’Ausonia, il Lazio abitato dai Silvii e poi dai Latini, in realtà dirottata dai venti verso Cartagine: oggi si preferisce però seguire Servio ed identificare di conseguenza le Arae non sulla terra ferma tra Cirenaica e Tripolitania (Arae Philenorum) ma con le Arae Neptuniae o Propitiae, scogli tra Africa, Sicilia, Sardegna ed Italia; su tali scogli (residuo di una più vasta isola sommersa), scelti ad indicare il confine tra l’impero romano e l’area sottoposta al controllo cartaginese, sarebbe stato stipulato uno dei trattati tra Roma e Cartagine, forse quello del 238 a.C.: ibi Afri et Romani foedus inierunt et fines imperii sui illic esse voluerunt. Tali Arae Neptuniae sono generalmente identificate con lo scoglio Keith nella grande secca di Skerki, poco a Sud-Est di Cagliari, ove i fondali rocciosi raggiungono i 4 metri di profondità e dove è certo difficile navigare col mare in burrasca, anche per le imbarcazioni di modesto pescaggio quali dovevano essere le triremi immaginate da Virgilio, a causa della forte corrente ed in qualche caso dei frangenti.

Alla luce degli ultimi studi mentre Enea spinto da Aquilone avrebbe navigato verso Sud raggiungendo Cartagine in costruzione (dove avrebbe conosciuto la regina fenicia Didone), i suoi compagni (gli Iliensi) con le tre navi spinte da Noto sarebbero sbarcati in Sardegna, originando un popolo della Barbaria stanziati nella seconda vallata del fiume Tirso: per Diodoro Siculo i Sardi Iolei-Iliensi discendenti dei Greci e dei Troiani ancora all’età di Cesare erano liberi, non soggetti alla dominazione di altri popoli, indipendenti e sovrani. A giudizio degli studiosi sarebbero stati i fondatori della letteratura latina Ennio (con gli Annales) e Catone (con le Origines) a creare una sorta di “parentela etnica” tra Romani, Siculi e Sardi, tutti discendenti dai profughi che avevano abbandonato Ilio in fiamme: entrambi gli autori (Ennio e Catone) hanno effettivamente partecipato in Sardegna alla guerra annibalica e combattuto contro i Sardi Pelliti in una terra fertile e marchiata dai nuraghi, le arcaiche costruzioni preistoriche che il mito greco voleva edificate su un progetto dell’eroe Dedalo giunto dalla Sicilia: l’interesse per i mirabilia sardi è tipico della storiografia siceliota, come testimonia proprio la vitalità del mito di Dedalo. Lo sbarco di Enea a Cartagine, raccontato nell’Eneide, è emozionante: con gli occhi dell’eroe ci rimane l’immagine dei costruttori di Cartagine, sul colle della Byrsa concesso dai Numidi ingannati dalla regina che astutamente aveva tracciato il perimetro della città con la pelle di toro tagliata a strisce: qui gli architetti della regina Didone, pieni d’ardore, erano impegnati nella costruzione della colonia fenicia, con le sue mura gli ingenta moenia, con le sue torri, con i suoi templi, la basilica per l’amministrazione della giustizia, la curia per ospitare il senato. Nel rappresentare i costruttori di Cartagine che si affaccendano come migliaia di api in un alveare al principio dell’estate per produrre il miele che profuma di timo, è evidente che Virgilio pensa alla colonia augustea che negli anni in cui scrive sorge come una grande capitale mediterranea, dove il Proconsole d’Africa si trasferisce da Utica, con la nuova basilica giudiziaria tipicamente romana, che sarebbe del tutto anacronistica in età fenicia. Nel fervore degli structores Tyrii della Carthago di Didone, Enea profugo da Troia ma anche ospite accolto con rispetto dalla Regina, vede, con gli occhi di Virgilio, il solco dell’aratro che segna il limite sacro di una colonia, rinnovando il dolore e la speranza che anima coloro i quali costruiscono una nuova città, in contrasto con la visione della sua originaria patria -Ilio- distrutta dalle fiamme: nell’operosità dei costruttori cartaginesi, Enea scorge il riflesso della speranza di chi, dopo la distruzione, vuole ricostruire. È l’eterno ritorno del Mediterraneo: ogni città nasce dalle rovine di un’altra. Non c’è dubbio che Virgilio rifletta nel racconto della Cartagine nascente l’esperienza urbanologica di età augustea in Africa, con il theatrum dalle immanes columnae della frons scaenae tratte dalle cave in cui maestranze addestrate lavorano indefessamente ad estrarre il materiale lapideo della nuova città. O ancora con le portae delle mura e gli strata viarum, le viae urbane silice stratae. I versi virgiliani esaltano l’attività degli uomini di buona volontà, anche se pure gli dei e le dee sono considerati a tutti gli effetti coinvolti in uno studium e in un’ars che nobilita chi la pratica. Il dolore di Enea si moltiplica quando nel tempio di Giunone osserva gli affreschi che ricordano la scena di Achille che trascina il cadavere di Ettore e lo vende a peso d’oro a Priamo; la distruzione di Troia, la città orientale dalla quale proviene: la storia è lacrime, e l’umano soffrire commuove la mente.

Più di recente Virgilia Lima sui “Dialoghi Mediterranei” ha riflettuto sui profughi di ieri e di oggi: sulle orme di Enea, da hostis a fondatore di Roma, nemico per i Rutuli del Lazio, ma hospes per la prima Didone e per i fenici. Il gioco virgiliano hostis/hospes è attualissimo: come non avvicinare Enea fuggiasco che abbandona la città in fiamme agli immigrati di oggi provenienti da Palmira o da Rakka o da Idblil presso Ebla, accolti con sospetto in un’Europa scintillante e desiderata, incapace di accogliere e integrare i profughi di guerra ?

Nel corso dei secoli, il Mediterraneo è divenuto il luogo dove Roma e l’Africa si incontrano e si trasformano a vicenda. Sull’ara provinciale dedicata a Cartagine nell’età di Augusto è rappresentato Enea rivestito della corazza che su impulso degli dei trasporta il padre Anchise (che indossa una toga romana) e il figlioletto Ascanio in abito frigio, con un’inversione che indica il desiderio di Roma di tornare alle origini troiane: l’immagine, che vediamo in tante altre località mediterranee toccate nel mitico viaggio dell’eroe che salva i suoi Penati, sintetizza la storia di generazioni diverse che arrivano fino ai nostri giorni, se Enea progettava la formazione di una nuova città, di una nuova discendenza, di una nuova lingua, in una parola di una nuova cultura di pace in un Mediterraneo devastato dalla guerra.

La nostra lunga serie di incontri dedicati a L’Africa Romana – iniziata nel 1982 – ha voluto proprio ribaltare lo sguardo: non la romanizzazione dell’Africa, ma l’Africa che partecipa al nuovo progetto del mondo mediterraneo, segnando una prospettiva di ricerca nuova, interattiva, con la presenza di centinaia di archeologi, con l’ampia collaborazione con i diversi Istituti di ricerca, con molte Università, con numerose Società Scientifiche internazionali, infine con i giovani dell’Associazione Nazionale Archeologi. In questa impresa, abbiamo sempre voluto distinguere tra storia dell’Africa durante il periodo romano e Africa Romana. Il Nord Africa ha dato alla romanità uomini, idee, forme artistiche e istituzionali. Ha dato Agostino, Tertulliano, Apuleio, Cartagine e Ippona: una civiltà che non fu periferica, ma cuore pulsante dell’impero mediterraneo. Questa prospettiva ci consente di vedere la storia non come gerarchia ma come dialogo, come un intreccio tra centro e periferia, tra continuità e differenze. Oggi tendiamo a studiare non la romanizzazione del Mediterraneo, ma alla rovescia il contributo che il Nord Africa ha dato alla romanità. In questo mosaico, la Sardegna e il Nord Africa condivisero una stessa vocazione: la capacità di mediare tra mare e terra, tra Oriente e Occidente. In questa direzione è andato il progetto che oltre vent’anni fa ha portato alla costituzione del Centro di studi interdisciplinari sulle province romane dell’Università di Sassari, che concentra la sua attenzione su tematiche provinciali prevalentemente africane: rispetto alla Storia di Roma, che privilegia una concezione unitaria, la Storia delle province romane extra-italiche tende ad evidenziare il processo delle annessioni dei territori mediterranei da parte di Roma ed in particolare le specificità regionali, le persistenze indigene, gli apporti originali che le differenti realtà nazionali e locali hanno espresso all’interno dell’impero romano. In questo senso lo studio della storia di una provincia o di un insieme di province può giustamente considerarsi come il complemento se non addirittura l’antitesi della Storia Romana tradizionale vista esclusivamente sotto il profilo istituzionale ed organizzativo ed intesa come ricostruzione di quella corrente che provocò un processo di livellamento che introdusse anche sul piano culturale e sociale unitari elementi romani. Questo tipo di analisi, che nel rapporto tra centro e periferia valorizza gli apporti specifici delle diverse province e supera il tema dell’egemonia e dell’imperialismo, ha lo scopo di evidenziare le articolazioni locali ed il contributo delle singole aree: con lo scopo di andare alla ricerca delle «complesse e radicate esperienze culturali che già allora e da gran tempo componevano i fondamenti dell’Europa» ed in rapporto alla capitale ed alla penisola italica, che restarono fuori dalla primitiva organizzazione provinciale. Gli studi su queste tematiche testimoniano il lento processo di urbanizzazione in alcune aree dell’occidente, occupate da tribù, popolazioni non urbanizzate, potentati indigeni. Assistiamo spesso ad una vera e propria maturazione del sistema istituzionale romano, con evidenti innovazioni costituzionali; e insieme si andò modificando in continuazione l’equilibrio tra colonizzatori romani e popolazioni locali, con l’allargamento a nuovi gruppi etnici ed a nuovi territori. In molti casi i Romani poterono acquisire l’amicizia di popoli federati, legati con un foedus o addirittura tramite parentele etniche più o meno mitiche. L’occupazione dei territori extra-italici fu sostenuta soprattutto grazie al favore dei popoli alleati, alla deduzione di colonie, all’insediamento di veterani, all’attività di gruppi di mercanti italici, ad una vivace politica di municipalizzazione che finì per coinvolgere tutte le città provinciali.

Oggi si può seguire meglio lo sviluppo della “resistenza” alla romanizzazione, che se si è manifestata con clamorosi fenomeni militari, spesso si è svolta in modo sotterraneo ma non per questo meno significativo. La persistenza di istituzioni, abitudini, usi e costumi arcaici all’interno dell’impero romano è una delle ragioni della convivenza tra diritto romano classico e diritti locali, anche se spesso improvvise innovazioni entrarono in contrasto con antiche consuetudini. Solo così si spiega come, accanto all’affermarsi di nuove forme di produzione, di organizzazione sociale, di scambio, in alcune aree siano sopravvissute le istituzioni locali, il nomadismo, l’organizzazione gentilizia, mentre l’onomastica testimonia la persistenza di una cultura tradizionale che ha mantenuto spesso la lingua indigena. E poi la geografia nella storia, l’ambiente naturale con i suoi condizionamenti e con le sue differenze, il paesaggio agrario, le dimensioni della proprietà, la pastorizia nomade, le produzioni, i commerci di minerali e di marmi; i dazi, i mercati, l’attività dei negotiatores italici, la dinamica di classe, l’evergetismo, la condizione dei lavoratori salariati, degli schiavi e dei liberti: temi che possono essere affrontati con metodi e strumenti rinnovati, grazie anche alle nuove tecniche di indagine, come l’archeologia sottomarina, le prospezioni territoriali anche satellitari, le catalogazioni dei materiali e dei dati su base stratigrafica, le più sofisticate applicazioni informatiche.

I nuovi studi sulle province romane mediterranee, intese come ambiti territoriali di incontro tra culture e civiltà, tendono a definire i contorni di quella cultura unitaria mediterranea, che non appiattì le specificità locali ma che si ancorò profondamente alla realtà geografica, al paesaggio, all’ambiente, ma anche ai popoli ed agli uomini: esplorare il confine tra romanizzazione e continuità culturale, tra change e continuity, è compito che deve essere ancora affrontato, al di là della facile tentazione di impossibili soluzioni unitarie, soprattutto se gli studi adottano un approccio decisamente anticolonialista.

Nella visione coloniale europea dell’Ottocento e dei primi decenni del Novecento la civiltà classica in Nord Africa non morì di morte naturale, ma fu assassinata: l’assedio di Ippona da parte dei Vandali nel 430 pochi mesi dopo la morte di Agostino, che fu sepolto nella basilica pacis, rende solo in parte l’idea di una cittadella della cultura travolta dalla montante marea barbarica, mentre i superstiti cercavano rifugio nelle terre transmarine. Nell’Ottocento, la riscoperta dell’Africa romana avvenne sotto il segno del colonialismo europeo. Gli ufficiali francesi in Algeria e in Tunisia, come gli italiani in Libia, scavarono alla ricerca delle radici “latine” dell’Europa nel Maghreb. Ma quella fu una riscoperta ambigua, segnata dall’idea di un’eredità da possedere, non da condividere. Per lungo tempo, la storia classica fu strumentalizzata per giustificare il dominio europeo. Anche la conquista ummayyade di Cartagine bizantina da parte degli Arabi di Damasco insediati a Kairouan nel 698 è stata considerata simbolicamente la data finale della cultura classica, per quanto noi possediamo iscrizioni latine con l’era della provincia che si estendono in Marocco ancora per alcuni secoli e per quanto siano sopravvissuti a lungo nel Nord Africa islamico dei principati berberi cristiani.

Il trasferimento delle reliquie di Agostino da Hippo Regius a Karales e poi a Pavia effettuato a quanto pare di fronte all’avanzata araba è stato interpretato simbolicamente come il punto conclusivo del momento più maturo della classicità e insieme come l’annunzio di tempi nuovi, con l’apertura (futuhat) del Nord Africa all’Islam, quando si manifesta l’aspirazione verso un nuovo universalismo. Nel contrasto tra mondi tanto diversi, la cultura araba fortemente motivata sul piano religioso finì per diventare egemone ed espansiva, a danno di quella romana e di quella giudaico-cristiana, che pure hanno lasciato tracce evidenti anche nel Maghreb di oggi.

La riscoperta delle rovine archeologiche, delle iscrizioni, dei monumenti è avvenuta innanzi tutto in Algeria nell’Ottocento al seguito dell’esercito coloniale francese, con l’obiettivo romantico di ripercorrere le strade di una civiltà perduta, di ritrovare le radici dell’anima europea del Nord Africa travolto dagli Arabi: paradossalmente i Berberi dell’antica Numidia avrebbero mantenuto con le loro croci tatuate come ad Haidra una sbiadita memoria del cristianesimo originario. Cinquanta anni più tardi anche in Tunisia le scoperte archeologiche furono effettuate inizialmente dagli ufficiali dell’esercito di occupazione francese. Con la colonizzazione si affermava una nuova cultura egemone e restò ormai fissata nell’immaginario collettivo dei popoli del Maghreb l’idea di una forzatura, di una strumentalizzazione del mondo classico al servizio della prospettiva coloniale francese in Algeria e Tunisia, ma anche italiana in Libia e spagnola in Marocco.

Nel momento in cui i paesi del Maghreb ritrovavano, dopo la seconda guerra mondiale, una loro sovranità nazionale, la conseguenza inevitabile fu una reazione contraria, una sostanziale sottovalutazione delle radici classiche e una enfatizzazione, in realtà purtroppo spesso solo teorica, delle fasi islamiche della storia del Nord Africa. Teorica perché se è vero che sullo sfondo c’è il convinto apprezzamento per la grande cultura araba arrivata anche ad influenzare l’Europa cristiana; di fatto però le fasi medievali del primo insediamento arabo in Ifriqya non sono mai state studiate davvero scientificamente e la cultura materiale islamica delle origini non ha fin qui avuto una presentazione adeguata. Nel quadro della progressiva indifferenza per il patrimonio pre-islamico, indubbiamente la Tunisia tra il 1956 con Bourghiba, il 1986 con Ben Ali, oggi con Kais Saied, ha rappresentato un’eccezione nel panorama dei paesi del Maghreb, grazie all’impegno dell’Institut National du Patrimoine che ha sostenuto molte grandi imprese internazionali in particolare europee, che spesso però furono costrette a cambiare decisamente i loro obiettivi.

Rimane sullo sfondo il nuovo tema della “resistenza” alla romanizzazione, che, se si è manifestata con clamorosi fenomeni militari come a Zama alla fine della seconda guerra punica, spesso si è svolta in modo sotterraneo ma non per questo meno significativo. Essa è interpretata da figure come Massinissa, Annibale o Giugurta valorizzate anche sulle monete ufficiali del nuovo stato tunisino.

Con la “primavera araba”, con la fuga di Ben Ali il 14 gennaio 2011, si era evitato il pericolo che i lunghi e brillanti periodi preislamici del Maghreb potessero rappresentare una minaccia per il progetto di panarabismo dominante. Dopo la crisi, oggi si rende sempre più necessario riprendere un cammino che sarà possibile solo partendo dalla consapevolezza che il patrimonio rappresenta una ricchezza anche per l’identità della Tunisia di oggi, superando la strumentalizzazione del passato per scopi politici o religiosi.

La strada è quella di passare dal colonialismo alla cooperazione, di arrivare scientificamente ad una ricostruzione storica complessiva, fondata su un’indagine interdisciplinare, indirizzata verso una valutazione globale del mondo antico e tardo antico: dalle indagini storiche e archeologiche più recenti, dalla collaborazione tra studiosi, dalle ultime pubblicazioni scientifiche, emergono le nuove linee del processo di organizzazione municipale romana, nelle sue stratificazioni storiche e nei suoi condizionamenti determinati da precedenti realtà regionali; è così possibile un approfondimento del tema delle civitates indigene, tribù e popolazioni non urbanizzate, nomadi, seminomadi e sedentarie, raccolte intorno a re e principi indigeni, in rapporto con l’autorità romana. La persistenza di istituzioni, abitudini, usi e costumi arcaici all’interno dell’impero romano è una delle ragioni della convivenza tra diritto romano classico e diritti locali, anche se spesso improvvise innovazioni sono entrate in contrasto con antiche consuetudini. Solo così si spiega come, accanto all’affermarsi di nuove forme di produzione, di organizzazione sociale, di scambio, in alcune aree siano sopravvissute le istituzioni locali, il nomadismo, la transumanza, l’organizzazione gentilizia, mentre la vita religiosa e l’onomastica testimoniano spesso la persistenza di una cultura tradizionale e di una lingua indigena. Altre problematiche di estremo interesse riguardano il paesaggio agrario, le dimensioni della proprietà, la pastorizia nomade, le produzioni, i commerci di minerali e di marmi come a Chemtou-Simittus, i dazi, i mercati, l’attività dei negotiatores italici o africani, la dinamica di classe, l’evergetismo, la condizione dei lavoratori salariati, degli schiavi e dei liberti: temi che ora possono essere affrontati con metodi e strumenti rinnovati, grazie anche alle nuove tecniche di indagine, come l’archeologia subacquea da noi praticata a Nabeul; gli scavi stratigrafici come a Zama, alla ricerca del campo della battaglia tra Annibale e Scipione; le indagini territoriali come a Uchi Maius, Numuli, ad Agbia, a Thignica, a Uthina, dove opera un’équipe dell’Università di Cagliari. Nel mondo di oggi dovremmo tutti contribuire a superare il concetto di “culture egemoniche” e “culture subalterne” per costruire una strada da percorrere insieme.

Anche nelle condizioni difficili e terribili di questi anni, in particolare tra l’abbattimento delle torri gemelle l’11 settembre 2011 e il fallimento delle primavere arabe, non è cessato l’impegno di costruire ponti tra le due rive del Mediterraneo, con il senso di un’attenzione e di un rispetto che vogliamo affermare, di un incontro e di una speranza. Il XX volume de “L’Africa Romana”, è dedicato in memoria delle vittime innocenti del tragico attentato al Musée National du Bardo del 18 marzo 2015 con la solidarietà di tutti gli studiosi al popolo della Tunisia libera e democratica. Nel frattempo le primavere arabe si sono rivelate “inverni” terrificanti, l’insicurezza ha travolto alcuni paesi, sono stati inferti colpi terribili all’economia di alcuni paesi, ai beni culturali, al patrimonio, soprattutto alle relazioni tra studiosi. Il 26 marzo, pochi giorni dopo l’attentato, abbiamo organizzato a Sassari il convegno “Il canto del Bardo, Il Museo mediterraneo di Tunisi tra ricordi e speranze” e fondato la Scuola archeologica italiana di Cartagine che celebra ora i suoi 10 anni di vita con oltre 200 soci. Trovo poi straordinario il risultato conseguito con la presenza dal I ottobre 2015 di quasi un migliaio di studenti magrebini che studiano in Sardegna presso le due Università grazie all’impegno di Unimed e della Fondazione Banco di Sardegna. Altri partecipano ai dottorati e agli scavi archeologici.

Del resto non mancano notizie straordinarie come il premio Nobel assegnato per la pace al “quartetto” tunisino, espressione dell’’ Unione Generale Tunisina del Lavoro, della Confederazione Tunisina dell’Industria, della Lega Tunisina per la Difesa dei Diritti dell’Uomo, dell’Ordine Nazionale degli Avvocati di Tunisia.

Il tema delle migrazioni rimane centrale: possiamo osservare i fenomeni migratori nella Roma imperiale, se accettiamo l’idea di una capitale cosmopolita oppure all’opposto di un mondo sintetizzato nell’urbe, ἡ κυρία τοῦ κόσμου Ῥώμη. ricca di relazioni, spesso capace di accogliere l’altro, di preservare identità plurali, attraverso gli spazi, i luoghi di abitazione, di esercizio delle professioni, dell’organizzazione sociale, la lingua, l’onomastica, le pratiche cultuali. Ne è rimasta testimonianza nelle Formae urbis antiquae, le mappe marmoree di Roma tra la repubblica e Settimio Severo, con l’enfasi imperiale mussoliniana che si allarga all’orbis, al mare nostrum.

Il bellissimo templum Pacis (alla base della Torre dei Conti recentemente danneggiata da un crollo) accoglie con Severo la nuova forma urbis: il complesso aveva ospitato i cimeli della guerra ebraica arrivati da Gerusalemme come il candelabro a sette braccia in una sorta di evocatio fallita del dio degli ebrei; sull’arco di Tito è rappresentata la scena della pompa trionfale dove il racconto è reso espliticito dai tituli epigrafici sorretti da lunghe pertiche, con un evidente intento didascalico.

Se il punto di osservazione viene rovesciato dall’urbs all’ orbis Romanus o addirittura al mondo intero all’orbis terrarum o all’οίκουμένη e al κόσμος si pongono problemi ancora più complessi e difficili, che considerano guerre e conflitti ma anche le continuità, le rotture, i contatti, che consentivano di conciliare nazionalismi e identità locali, di procedere ad un’integrazione, fino ad arrivare a quella che oggi chiamiamo la globalizzazione.

In “Memorie del Mediterraneo” Braudel scrive: “Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma una serie di culture accatastate le une sulle altre”. La Sardegna, in questo scenario, è al tempo stesso sintesi e crocevia. Guardare la Sardegna con gli occhi di Braudel significa guardarla come parte di un sistema di lunga durata, dove ogni cultura lascia tracce e ogni epoca si sovrappone come una stratigrafia viva. Oggi, di fronte all’inverno demografico europeo e alla crescita africana, siamo chiamati a ribaltare lo sguardo: non più dal Nord verso Sud, ma dal Sud verso Nord, per riscoprire un Mediterraneo che respira in entrambe le direzioni. La storia ci insegna che le identità non si difendono chiudendo i confini, ma aprendoli al confronto. È necessario ribaltare il punto di vista: una visione da sud (con Tunisia e Algeria e più in generale coi paesi MENA abbiamo avuto secolari contatti) che sia insieme geografica demografica economica culturale. Si tratta di una citazione che riporta al centro del Mediterraneo, e dei paesi che vi si affacciano, anche il tema identitario, che ci coinvolge direttamente, perché le culture si sovrappongono e le identità si contaminano. Quanto essere, e sentirsi, parte di questo mare fa parte della storia e del quotidiano della nostra isola? Come interpretare questa storia proiettandola nel futuro e quale trama scegliere per raccontare al meglio questa presenza ?

Noi viviamo un tempo di trasformazioni, di rischi, di conflitto tra culture, tra popoli, tra paesi, anche per la nostra incapacità di comprendere gli altri, di sviluppare una pacifica vita in comune, di mettere da parte egoismi e interessi, di rifiutare integralismi e intolleranze, senza ingenuità perché i buoni propositi non bastano più di fronte alle forze in campo e all’ombra del conflitto nucleare. Il male è il nazionalismo dei nostri tempi, che ignora il pluralismo e il valore delle diversità in un Mediterraneo dove il mare non sia più una frontiera, ma la piazza di un’interazione pacifica. Ai nostri giorni, ci ha sorpreso l’accanimento e la barbarie di tante guerre in corso, che hanno provocato centinaia di migliaia di vittime, con terribili danni inferiti al patrimonio culturale che rappresenta una risorsa, <<ha un valore intrinseco, è una componente essenziale per lo sviluppo umano e svolge un ruolo fondamentale nel favorire la resilienza e la rigenerazione delle economie e delle nostre società… è la base per rilanciare la prosperità, la coesione sociale e il benessere delle persone e delle comunità>>. I Ministri della cultura del G20 qualche anno fa riuniti a Roma hanno chiesto <<la protezione del patrimonio culturale, la condanna del traffico illecito dei BBCC, riconoscendo che tutte le minacce alle risorse culturali, compresi il saccheggio e il traffico illecito di beni culturali… la distruzione o l’uso improprio del patrimonio culturale … lo sviluppo urbano e regionale incontrollato, il degrado ambientale, … possono portare alla perdita di beni culturali insostituibili. Questo sconvolge le pratiche socio-culturali, violando i diritti umani e culturali dei popoli e delle comunità, colpendo la diversità culturale e privando le persone e le comunità locali di preziose fonti di significato, identità, conoscenza, resilienza e benefici economici. Convinti che la cooperazione e il dialogo siano vitali nella lotta contro l’estremismo violento, i Ministri dei 20 paesi hanno espresso la più forte condanna della distruzione deliberata del patrimonio culturale tangibile e intangibile, ovunque essa avvenga, poiché colpisce irreversibilmente le identità delle comunità, danneggia i diritti umani, cancellando le eredità del passato e travolgendo la coesione sociale. È necessario sostenere le iniziative intraprese per proteggere il patrimonio culturale in pericolo e ripristinare il patrimonio culturale distrutto o danneggiato. Nonostante l’impegno dell’UNESCO assistiamo al crescente saccheggio, al traffico illecito di beni culturali, alle minacce alla proprietà intellettuale, anche attraverso piattaforme digitali e sociali, ad altri crimini organizzati commessi a livello globale contro il patrimonio culturale e le istituzioni culturali, in rapporto al riciclaggio di denaro, alla corruzione, all’evasione fiscale e al finanziamento del terrorismo.

Credo sia arrivato il tempo di distinguere tra colonialismo, spionaggio, sincero desiderio di convivenza e che sia necessaria – con De Luca – una iniziativa straordinaria dell’ONU per bloccare i conflitti in un modo che diventa sempre più grande e complesso; che sia utile la presa di coscienza delle culture religiose per favorire il percorso lungo il sentiero della pace e della fratellanza tra gli uomini in nome di un unico dio, in particolare per coloro che, credendo che siamo tutti fratelli, si considerano figli di Abramo e guardano verso una Gerusalemme città aperta e in pace. Infine il varo di un codice etico vincolante per tutti. Siamo di fronte ad una nuova fase della storia del mondo, che non può essere solo quella del meticciamento e del biculturalismo, del relativismo e della globalizzazione che spegne ogni diversità e ogni differenza, che riduce il valore di ciascuno. Da archeologo e storico dell’antichità mi sento di dire che il recupero corretto della memoria del passato è allora il tema vero che abbiamo di fronte, una solidissima base su cui costruire un futuro fondato sul rispetto reciproco.

Personalmente abbiamo più volte riflettuto sulle fatiche e sui risultati delle ricerche epigrafiche e archeologiche condotte da tanti pionieri in zone di guerra. è soprattutto grazie a tutti loro, che il nostro sguardo ha potuto spaziare con uno straordinario ampliamento territoriale e geografico, nelle tre parti dell’ecumene romana, i continenti, l’Africa, l’Europa e all’Asia, con un allargamento di orizzonti e di prospettive che permette di superare la visione ristretta del Mar Mediterraneo, prevalentemente basata su un asse Nord-Sud, e di ricordare quello che fu il bilinguismo ufficiale dell’impero dei Romani. L’Africa deve diventare una parte essenziale del più ampio bacino mediterraneo, un’area costiera non isolata, in relazione con tutta la profondità del continente, trovando nel Mediterraneo lo spazio di contatto, di cooperazione e se si vuole di integrazione sovranazionale. Il tema investe aspetti politici importanti e chiama in causa innanzi tutto i rapporti tra Europa e paesi arabi Le rovine di Palmira e il sacrificio di Khaled al-As’ad – l’archeologo che pagò con la vita la difesa del patrimonio siriano – ci ricordano che la cultura è un diritto umano, non un lusso. . Non c’è più oriente o occidente, romani o arabi, cristiani o musulmani, se ad esempio in Libia abbiamo potuto contare oltre cento siti islamici distrutti dal Daesh nello scontro tra sciiti e sunniti: con gli amici di Libya antiqua abbiamo presentato un elenco alle autorità internazionali con l’appello inviato all’Unesco e al Centro Arabo per il patrimonio mondiale.

Del resto immaginiamo in futuro riflessioni più puntuali sulla pluralità delle identità locali, senza dimenticare Amin Maalouf e Les identités meurtrières, se davvero <<l’identità etnica è situazionale, costruita, negoziata e sempre fluida ma, come i rapporti di potere e la diseguaglianza sociale lasciano indubbie tracce materiali>>: sullo sfondo il tema dei processi di transizione in società complesse, articolate, più o meno avanzate.

Oggi abbiamo a che fare alle porte di casa, nel <<cortile condiviso della nostra esistenza>>, con il terrorismo di Hamas, l’eccidio del popolo palestinese a Gaza, la distruzione di tanti monumenti del patrimonio mondiale Unesco e Alecso dal Libano alla Giordania, dalla Palestina ad Israele, l’impotenza dell’ONU, per non parlare dello scontro triennale dell’Ucraina con la Russia di Putin, ricordando Giorgio La Pira e il suo intervento nel 1954 Ginevra alla sede della Croce Rossa sul valore delle città di fronte alle armi nucleari <<non hanno il diritto gli Stati di distruggere le città>>, perché la pace non è un’opzione nell’era nucleare.

Ho letto con attenzione i documenti che ci sono stati forniti per preparare questo convegno : il valore del dialogo tra i popoli, la caratteristica multietnica, l’incontro mediterraneo che investa i continenti, la visione mediterranea nella storia, nell’antropologia, nelle arti, nella navigazione, nelle tradizioni; la feconda circolazione di idee, l’idea di una tradizione che supera i nazionalismi che ha orizzonti più vasti e si inserisce nell’impero punico, in quello di Alessandro, in quello dei Greci e dei Romani, i quello “bizantino”, in quello ottomano.

In un mondo pieno di conflitti, che va rapidamente trasformandosi, forse sbaglia chi tenta – balbettando – di dire parole di pace nella disperazione che arriva dalla Terra Santa, sentendo per intero il peso dell’inadeguatezza che noi per primi diamo per scontata. Allora voglio concludere con un appello. È tempo di distinguere tra colonialismo e conoscenza, tra spionaggio e scienza, tra potere e rispetto. Dobbiamo riscoprire la forza del sapere condiviso, la curiosità che unisce, quella che animava i pionieri dell’archeologia, europei e arabi, che scavarono non per conquistare ma per capire. Come scriveva Umberto Cardia, “l’Africa è parte essenziale del Mediterraneo, un’area costiera non isolata, ma in relazione con la profondità del continente”. E Azedine Beschaouch pensava a Cartagine come una nave ancorata al continente africano pronta a salpare per il Libano, la Sardegna, le Colonne. Questo mare non separa: collega. Oggi il Mediterraneo deve essere concepito non solo come luogo geografico, ma come concetto e progetto culturale, emblema della contaminazione feconda tra popoli e culture, orientato alla solidarietà, alla pace e alla giustizia tra le nazioni. E se guardiamo la Sardegna e il Nord Africa insieme, vediamo due rive che si specchiano, due volti dello stesso destino. In un mondo attraversato da guerre e paure, il Mediterraneo può tornare a essere il laboratorio della convivenza, dove le differenze non si cancellano ma si armonizzano. È da questo mare che dobbiamo ripartire: dal dialogo, dalla memoria, dalla conoscenza. Perché, come scriveva Virgilio, “forsan et haec olim meminisse iuvabit” — forse un giorno, di tutto questo dolore, sapremo ricordare anche la speranza.