Il Porto delle Ninfe di Tolomeo in Sardegna: ricordando Marco Rendeli

  • La possibile prefettura del Porto delle Ninfe

La presenza di prefetture dipendenti da una colonia in Sardegna è discussa, soprattutto per il caso di Porto Ninfeo: Eugen Bormann e dopo di lui Theodor Mommsen, commentando i termini (i cippi di confine che presentano anche evidenti linee di centuriazione nella parte sommitale) di Cuglieri pensavano ad una praefectura Nymphaei Portus nell’area esterna alla pertica della colonia di Cornus: leggevano il testo su un cippo dei Giddilitani e degli Euthiciani[1], con una sigla che effettivamente presenta ancora qualche difficoltà di interpretazione. L’esistenza di una prefettura in Sardegna non andrebbe esclusa a priori: i Gromatici considerano le prefetture, affidate ad un praefectus iure dicundo nominato dai IIviri della colonia, un ambito territoriale sul quale un funzionario di una colonia lontana può intervenire con lo scopo di accatastare le terre, di fissare il possesso degli agri produttivi e il rapporto tra agri adsignati ai coloni e agri comunitari occupati dai peregrini, latifondi imperiali, subseciva ecc., con implicazioni prevalentemente fiscali. E ciò in luoghi distanti dalle colonie incaricate di controllare quei territori separati e autonomi[2]. Sappiamo dalla lex Coloniae Genetivae Iuliae seu Ursonensis che i praefecti iure dicundo potevano essere i sostituti dei duoviri, per un mandatum specifico : « il prefetto poteva esercitare la iurisdictio per ordine del duoviro, per costituirsi parte nel processo, per fare una sorveglianza o come presidente del collegio giudicante »[3].

A suo tempo abbiamo negato l’esistenza di una Prefettura di Porto Ninfeo (Porto Conte) in Sardegna[4], che il Mommsen ipotizzava in CIL X 7930, in relazione all’ultima linea della faccia del testo collocata verso Settentrione. E questo per numerose ragioni che restano valide: la distanza di Porto Ninfeo da Turris Libisonis a Nord Est e da Cornus a Sud, la presenza – tra le colonie di Turris Libisonis fondata da Ottaviano e di Tarrhi voluta da Cesare per ricordare il ruolo dei populares di Marco Emilio Lepido (il console del 78 a.C. padre del triumviro morto proprio a Tharros)[5] – di un municipio romano (Bosa)[6] e di una terza colonia Cornus[7]; le difficoltà di collegamento via terra lungo la strada costiera occidentale[8]. Conosciamo a Nord di Fertilia il Νυμφαίων Λιμῆν, Porto Conte, grazie a Tolomeo (Geogr. III, 3, 2) [9], collocato sulla costa occidentale della Sardegna molto a Nord rispetto alla foce del Rio Mannu (Foghe, sul flumen Olla) e di quello che consideriamo il municipio di Bosa. Parte di questo vasto territorio era occupato da popolazioni immigrate, come i sodales Buduntini dall’Apulia, che localizziamo immediatamente a Nord di Porto Conte[10]. Del resto un diverso orientamento ci è suggerito da Pascal Arnaud (viva voce), per il quale la praefectura andrebbe considerata come « la caratterizzazione tecnica, dal punto di vista dell’archivio della terra, di quella parte di territorio (o territorio intero) di una città, incluso nell’ager adsignatus ad un’altra città ». Da qui il nome praefecturae, perche la comunità è sottoposta all’autorità (almeno parziale) della città che fa capo all’ager adsignatus. La questione è resa un po’ più complessa col coinvolgimento di etnici che possono riferirsi a vici o a nationes[11]. Più precisamente, sappiamo dai Gromatici che si chiamano prefetture alcuni luoghi pubblici distanti dalle colonie; così Agennio Urbico, De controversiis, << Sicuramente anche le colonie sono definite persone pubbliche. A esse sono state assegnati nel territorio di altre comunità certi luoghi che siamo soliti chiamare praefecturae. Chiaramente la proprietà di queste praefecturae appartiene ai coloni, non a quelli il cui territorio è stato diminuito>>[12]. Ancora, <<Ora, rivolgendo la nostra attenzione alle entità pubbliche, anche le colonie hanno avuto in assegnazione certi luoghi entro i confini di altre comunità, e siamo soliti chiamare tali luoghi praefecturae>>[13].  C’è da osservare che il termine Olla, scritto sul fiuanco occidentale del trifinius non allude ai cocci sepolti sul confine, ma al nome del fiume.

Siamo andati a rivedere i gromatici, in particolare nell’edizione del 1848 di Lachmann, recentemente studiata da Giacinto Libertini (p. 456): Quia de limitibus curavimus exponere, sub terminis [25] qualia signa inveniuntur? aut calcem, aut gypsum, aut carbones, aut vitria fracta, aut cineres, aut testam tusam, aut decanummos vel pentanummos. haec signa si inveniuntur, una certatio est ad iustitiam antiquitus quando terminos constituimus, quoniam res voluntaria est. siquis [L. 360.1] novit geometricae artis philosophiam, novit haec signa terminorum diligenter exponere, testo che Libertini traduce: <<Poiché ci siamo presi cura di discutere dei limiti, quali segnali si ritrovano sotto i termini? Calce o gesso o carbone o vetri rotti, o ceneri, o frammenti di coccio, o pezzi da dieci e cinque nummi. Se si ritrovano questi segnali, un punto di contesa è l’epoca in cui abbiamo posto i termini, in quanto è un atto facoltativo. Se qualcuno conosce la logica dell’arte della geometria, sa esporre con diligenza questi segnali dei termini>>[14].

Più avanti (p. 521), nel capitolo De controversiis si omette di segnalare che si tratta di una pratica facoltativa, voluntaria: utique sub omnes terminos signum inveniri oportet. quod ergo fuerit inventum pro loco termini observentur et custodiri debent, ut ab uno ad unum dirigatur; et si notae sint, a nota ad notam. sic enim sunt certae legis consuetudines et observationes. semper signum [20] in omnibus terminis positum est. aut aliquos cineres aut carbones aut testa aut ossa aut vitrum aut assas ferri aut aes aut calcem aut gypsum aut vas fictile invenimus, testo che Libertini traduce: <<In ogni caso sotto tutti i termini è necessario che sia rinvenuto un segnale. Quelli che dunque saranno stati trovati come termini devono essere rispettati e preservati, in modo che dall’uno all’altro si indirizzino; e se vi sono scritte, da una scritta alla successiva. Infatti, così sono certe consuetudini e osservanze di legge. Sempre un segnale in tutti i termini fu posto. Abbiamo trovato o delle ceneri o carboni o cocci o ossa o vetri o assi di ferro o bronzo o calce o gesso o vasi d’argilla>>[15]. Non abbiamo dubbi sull’’autenticità dell’iscrizione[16], perché non esiste alcun fondamento né può essere accolto un qualunque dubbio sul nostro documento, solo per la difficoltà di intendere l’ultima linea del testo originariamente collocato a settentrione (non ad oriente)[17]. I tentativi di ulteriori spiegazioni finora fatti[18] sono tutti abbastanza deludenti, anche quelli con l’utilizzo del laser scanner e la realizzazione di modelli 3 D ; l’argomento è stato recentemente ripeso da Marc Mayer, che preferisce leggere l’ultima linea PRAEF(ectura) N(omine) PORTU(s ?)[19].

In tutti i casi, c’è un aspetto che fin qui non è stato sottolineato: dato che abbiamo riferito la prima fase della centuriazione all’età di Mario o Silla e l’abbiamo posta in relazione con la realizzazione della Via Cornuficia citata nel miliario di Oratiddo datato ora attorno al 120 a.C.[20]:  la prefettura non avrebbe davvero nessun senso in un’epoca che precede almeno di 50 anni la nascita delle prime colonie in Sardegna, forse Tharros, sicuramente Turris Libisonis.

Il Porto Conte va comunque considerato come un sito di straordinaria importanza in rapporto con le rotte mediterranee[21] e le vicine stazioni stradali citate dall’Itinerario Antoniniano Nura (a Nord) e Carbia (a Sud): dall’area di Carbia provengono i recenti ritrovamenti di Monte Carru-La Purissima di Alghero, con il santuario salutare impostato su un pozzo sacro nuragico[22].

Ricostruzione di Virgilio F. Gavini:


[1] E. Bormann, Iscrizioni della Sardegna, in “Bullettino dell’Instituto di corrispondenza archeologica di Roma”, 1869, pp. 181-185; Th. Mommsen, in C.I.L. X 7930 (<<quod proposuit Bormannus praef(ectura) N(ymphaei) P(ortus) parum satisfacit, at meliora non habeo>>); E. Lommatzsch, in C.l.L. 1,22 2227. Vd. tutto in A. Mastino, Cornus nella storia degli studi (con catalogo delle iscrizioni rinvenute nel territorio del comune di Cuglieri), Società Poligrafica Sarda, Cagliari 1979 (1982, 2a ed.), p. 121 nr. 20.

[2] Siculus Flaccus, Les conditions des terres, texte traduit par M. Clavel-Lévêque, D. Conso, F. Favory, J.Y. Guillaumin, P. Robin, Napoli 1993. Vd. però R. Camaiora, Territori centuriati nelle province. Cartagine e la Tunisia, in Misurare la terra: centuriazione e coloni nel mondo romano, Modena 1984, pp. 250-254; per Atella, G. Libertini, Gli antichi agrimensori nella ricognizione di Karl Lachmann (raccolta di opere degli agrimensori romani), Frattamaggiore, p. 67.

[3] A.R. Jurewicz, « La lex Coloniae Genetivae Iuliae seu Ursonensis – rassegna della materia. Gli organi della colonia », “RIDA” 54, 2007, pp. 293-325.

[4] A. Mastino (con la collaborazione di S. Ganga), La supposta prefettura di Porto Ninfeo (Porto Conte), “Bollettino dell’Associazione Archivio Storico Sardo di Sassari”, II, 1976, pp. 187-205.

[5] A. Mastino, Le assegnazioni di praedia e metalla nella Sardinia di età repubblicana: da Gaio Gracco ad Ottaviano passando per Mario e Silla. L’evoluzione verso il latifondo senatorio ed imperiale e le eredità giudicali, in Roma e le province tra integrazione e dissenso, cit., pp. 191-248; A. Mastino, S. Ganga, Una lettera inedita di Giovanni Spano conservata ai Musei Reali di Torino e nuove ipotesi sul misterioso terminus trifinius dell’agro di Cornus, in rapporto con la viabilità costiera repubblicana, in “Layers” 9, 2024, pp. 1-35.  

[6] M.B. Cocco, , Bosa e il suo ager: il patrimonio epigrafico, in Bosa. La città e il suo territorio dall’età antica al mondo contemporaneo, a cura di A. Mattone, M.B. Cocco, Carlo Delfino, Sassari 2016, pp. 73-129.

[7] P. Ruggeri, Acropoli di Cornus (S’Archittu, Cuglieri). Il recente ritrovamento della base di statua di un flamine cittadino, CIL X, 7916: edizione preliminare, “Epigraphica”, LXXVIII, 2016, pp. 494-498.

[8] A. Corda , A. Mastino, Il più antico miliario dalla Sardegna dalla strada a Tibulas Sulcos, in Contributi all’epigrafia d’età augustea, Actes de la XIIIe Rencontre franco-italienne sur l’épigraphie du monde romain, Macerata, 9-11 settembre 2005, a cura di G.F. Paci, Tipigraf, Tivoli 2007, pp. 277-314.

[9] A. Mastino, Eracle nel Giardino delle Esperidi e le Ninfe della Sardegna nell’Occidente Mediterraneo mitico, “Archivio Storico Sardo”, LV, 2020, Cagliari, Deputazione di Storia Patria, pp. 9-90, pp. 47 ss.

[10] AE 1985, 486 (Franco Porrà); ELSard. E21, add. E21 p. 670; AE 1988, 650; M. Silvestrini, Epigrafia e territorio, politica e società: temi di antichità romane, 5, Bari 1999,, pp. 150-153, EDR081152.

[11] Per un parallelo in Gallia Narbonense (senza soluzione chiara) vedi M. Tarpin, Les pagi gallo-romains : héritiers des communautés celtiques?”, in D. Garcia, F. Verdin edd., Territoires Celtiques, Paris 2002, pp. 199-204.

[12] Agennio Urbico, De controversiis, vd. p. 51: << nam personae publicae etiam coloniae appellantur, [10] quae habent assignata in alienis finibus quaedam loca, quae solemus praefecturas appellare. harum praefecturarum proprietates manifeste ad colonos pertinent, non ad eos quorum finibus sunt diminuti>>, K. Lachmann, Die Schriften der Römischen Feldmesser (Gromatici Veteres ex recensione Caroli Lachmanni), Georg Reimer, Berlin 1848, 16,7, 10; vd. L. 80, 1. Libertini, Gli antichi agrimensori cit., p. 118.

[13] De controversiis Agrorum, L. 36: <<Nunc ut ad publicas personas respiciamus, coloniae quoque loca quaedam habent adsignata in alienis finibus, quae loca solemus praefecturas appellare>>, Libertini, Gli antichi agrimensori cit., p. 90.

[14] Lachmann , Gromatici Veteres, cit. 359.14; B. Campbell, The writings of the roman land surveyors, The Society for the Promotion of Roman Studies, Journal of Roman Studies Monograph no. 9, 2000, 260.12.

[15] Lachmann, Gromatici Veteres cit., 398.16. Libertini, Gli antichi agrimensori cit.,521.

[16] Resta il dubbio di Mommsen, che ci appare oggi del tutto immotivato, da inquadrarsi nell’”ipercriticismo” dell’autore che ben conosciamo: in instrumentis antiquis, quae vide ne sint ex genere Arboreanorum, dove lo studioso tedesco sceglie la facile scorciatoia di ventilare un sospetto di falsità sull’intera documentazione, collegandola alle Pergamene di Arborea. Non vale la pena approfondire l’argomento, già chiuso del resto da Ettore Pais nel capitolo su “Le infiltrazioni delle falsificazioni delle così dette “Carte d’Arborea” nella storia della Sardegna”: E. Pais, Storia della Sardegna e Corsica durante il dominio romano, ried. a cura di A. Mastino, Nuoro 1999, II, p. 390 (<<Il decidere con tutta esattezza e giustizia dei documenti locali non è facile. Lo stesso Mommsen, autorità sovrana in fatto di cose romane e che ha contribuito a bollare le falsificazioni di Arborea, è caduto nell’eccesso opposto, allorché commentando un’epigrafe trovata presso Cuglieri (CIL X 7930) ha supposto a torto che appartenessero alle falsificazioni di Arborea indicazioni autentiche delle quali io altrove (Rendiconti dei Lincei 1894, pp.929 ss.) ho mostrato la piena veridicità>>.

[17] G. Spano, Memoria sopra una lapida terminale trovata in Sisiddu presso Cuglieri, Tipografia A. Alagna, 1869, p. 7 n. 2, con l’espressione ORIENS IN PORTV OLLA, che non si trova sulla lapide; la parola oriens è aggiunta sul facsimile in corsivo dal geom. G. Pietrasanta.

[18] Riassunti in Mastino, La supposta prefettura di Porto Ninfeo, pp. 189 ss.

[19] M. Mayer, Algunas observaciones sobre epígrafes de Cornus, in Ruri mea vixi colendo. Studi in onore di Franco Porrà, Ortacesus 2012, p. 353-362, pp. 357-359: AE 2012,. 648.

[20] B. Díaz Ariño, Miliarios romanos de época republicana (Opuscula epigraphica, 16), Quasar, Roma 2015, p. 109 nr. 31.

[21] E. Muroni, G. Pianu, La Cala del Vino (Alghero), Problemi di navigazione antica, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1819-1830.

[22] A. La Fragola, D. Rovina, La morte, i riti e gli oggetti. La necropoli romana di Monte Carru, Alghero, Sassari, Soprintendenza per i Beni Archeologici per le province di Sassari e Nuoro, 2008; A. Alfonso, A. La Fragola, Il santuario nuragico-romano della Purissima di Alghero (Sassari), Quaderni della Soprintendenza archeologica per le province di Cagliari e Oristano, 25, 2014, pp. 223-242: Iid., Votivi di età punico-romana dal Santuario nuragico della Purissima di Alghero (SS), in “Folia Phoenicia”, 2, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore 2018, pp. 306-310; A. La Fragola, G. Carzedda, “Il dato numismatico come spia cronologica di frequentazione: il caso del santuario della Purissima di Alghero”, in Quaderni Soprintendenza ABAP Cagliari, 27, 2016, pp. 369-399. Vd. anche G. Carzedda, “Dalla guerra piratica e di propaganda al culto di soglia: appunti su un insolito Giano Bifronte dal santuario de La Purissima di Alghero”, in Quaderni. Rivista di Archeologia, Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la città metropolitana di Cagliari e le province di Oristano e Sud Sardegna, 28, 2017, pp. 255-267; A. La Fragola, Il santuario di La Purissima di Alghero, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 358-359. Vd. anche A. La Fragola, D. Rovina, “Il cimitero romano di Monte Carru (Alghero) e la statio di Carbia”, in Sardinia, Corsica et Baleares antiquae, XVI, 2018, pp. 59-79; A. La Fragola, “Necropoli di Monte Carru ad Alghero (SS). I primi indizi di culto (privato) al dio Telesforo riscontrati in Sardegna”, in The Journal of Fasti Online, 2021, http://www.fastionline.org/ docs/FOLDER-it-2021-512.pdf; P. Longu, Un frammento di iscrizione dalla necropoli romana di Monte Carru (Alghero), L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 2419-2424.