La pagina della Diocesi di Bosa su Libertà alla fine degli anni Sessanta.

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Scritto da Administrator | 03 Giugno 2015

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Attilio Mastino
La pagina della Diocesi di Bosa su Libertà alla fine degli anni Sessanta
Sassari, 20 maggio 2015

L'idea di dedicare una pagina speciale del glorioso settimanale “Libertà” (fondato dal vincenziano Padre Giovanni Battista Manzella nel 1909) alla Diocesi di Bosa si deve esclusivamente a mons. Francesco Spanedda: a  Sassari egli aveva diretto il settimanale (dopo personaggi del livello di Damiano Filia, Remo Branca e altri), fino al suo ingresso come vescovo a Bosa, il 7 aprile 1957.  Aveva lasciato la direzione di Libertà nelle mani di  Mons. Antonio Virdis, mentre la stampa proseguiva presso la Tipografia Editoriale Moderna di Largo Seminario 2. Mons. Spanedda avrebbe continuato il suo impegno a distanza, raccogliendo  migliaia di abbonamenti nella sua nuova piccola diocesi, creando una pattuglia di collaboratori diretti.

Dopo la morte di mia madre Anna, fu il vescovo a cresimarci privatamente - me e mio fratello Luigi - nella cappella del Seminario della Meridiana, che mio padre Ottorino, assessore comunale, aveva fatto restaurare in occasione del solenne arrivo del nuovo vescovo: testimonianza di un privilegio forse, soprattutto di un'attenzione che avrei sperimentato nel tempo successivamente, quando mi volle Presidente diocesano della GIAC. A Bosa il vescovo sarebbe rimasto per 22 anni, fino al 17 marzo 1979, quando fu promosso Arcivescovo di Oristano, mantenendo l'arma originaria con il castello, le stelle e l'epigrafe programmatica Caritate et veritate. In questi due decenni, grazie all'amicizia con il Presidente della Regione Giovanni Del Rio, era riuscito ad abbandonare il cadente Seminario e a far costruire il nuovo Episcopio di Viale Giovanni XXIII.

La cosa che rimane più viva nella mia memoria e sulle pagine della mia collezione di Libertà è la partecipazione del vescovo Spanedda al Concilio Vaticano II, cinquanta anni fa (1962-65): la mia età mi consente di ricostruire a distanza di tanti anni l'emozione di quei giorni e di tentare di recuperare alla memoria qualche ricordo di quegli straordinari resoconti sul Concilio che dal pulpito in Cattedrale e sul giornale faceva costantemente il nostro vescovo. Spanedda era stato chiamato a far parte della Commissione teologica internazionale, nella Commissione De doctrina fidei et mororum; egli ci raccontava il Concilio con lo stupore di chi assisteva ad un evento storico, osservava commosso le nuove aperture di una teologia troppo chiusa come quella italiana, entrava in contatto per la prima volta con i teologi francesi e tedeschi, istituiva rapporti e legami con decine di altri vescovi in particolare di oltrecortina, che si sarebbero sviluppati nel tempo. C'era nelle sue parole il sapore fresco di un avvenimento che in qualche modo settimana dopo settimana egli riusciva a farci vivere insieme con lui, soprattutto nell'Azione Cattolica, nel Centro Sportivo Italiano, in parrocchia, sul settimanale Libertà. Un avvenimento che per tre anni ci avrebbe riguardato tutti.

Ho visto che Raimondo Turtas nel volume sulla Storia della Chiesa in Sardegna ridimensiona severamente il ruolo svolto dai vescovi sardi al Concilio, mi sembra con la sola eccezione di Mons. Giovanni Pirastru, di Iglesias, impegnato a sollecitare interventi convergenti dei vescovi sardi sul versante della dignità umana e dei diritti della persona. Eppure sono convinto – ne ha convenuto sinceramente in questi giorni lo stesso Padre Turtas - che nessun altro vescovo sardo come Spanedda ebbe in quegli anni una dimensione internazionale e un ascolto altrettanto ampio. Ho visto citati da Tonino Cabizzosu i numerosi interventi scritti di mons. Spanedda, uno dei quali intitolato ad finem Concilii, gli emendamenti e le sue adesioni alle iniziative dei colleghi sui temi de apostolatu laicorum e de sacrorum alumnis formandis. Infine la sua firma su molte costituzioni conciliari, penso a quella sulle chiese orientali (con attenzione per il culto di San Costantino), sull’ecumenismo, ancora sull’apostolato dei laici.

Era del resto il vescovo nel cui territorio operava da cinquanta anni a Cuglieri il Pontificio Seminario tridentino regionale, la Facoltà di teologia e filosofia, che costituì una delle preoccupazioni dei vescovi isolani, che certo si riflettono in alcune pagine del Concilio. Mio nonno risiedeva del resto proprio a Cuglieri, dove passavo abitualmente i mesi di agosto e settembre, talora ospite di Padre Furreddu, io incuriosito per il funzionamento della stazione sismica, sempre accolto generosamente quando dovevo pubblicare i nostri mille giornaletti ciclostilati che facevamo circolare tra ragazzi in diocesi (L'urlo, Lo strillo, Il CSI per la Coppa Malaspina, ecc.). Ho ritrovato tra le mie carte una foto che scattai nell’estate 1964 dal Palazzo di mio nonno (già scomparso) con la folla che accompagnava l’arrivo (su un camion leoncino) dell’enorme statua di bronzo di Cristo Redentore, collocata nei giardini del Seminario tridentino di Cuglieri, poco prima della conclusione del Concilio su progetto dell’arch. Vico Mossa..

Erano soprattutto le origini sassaresi di mons. Spanedda, che era nato a Ploaghe, e il suo ministero che si estendeva fino a Cuglieri, a portarlo a enfatizzare con noi il ruolo del Collegium, Mazzotti e la casa di accoglienza di La Madonnina di Santulussurgiu, che allora frequentavamo spesso sotto la guida del compianto don Giuseppe Budroni.

Chiuso il Concilio il 7 dicembre 1965, fui invitato dal vescovo a partecipare, e lo feci con successo, al Concorso nazionale di borse di studio Veritas sul tema “Gli studenti e la chiesa”. La parte del diavolo fu affidata allora a Mons. Giovanni Pes, particolarmente critico nei confronti del mio elaborato ma ciò non impedì al vescovo di pubblicare a puntate su Libertà tutto il mio testo. Ero in prima al Liceo classico e ho recentemente ritrovato tra le mie carte una oscura relazione dattiloscritta di oltre 30 pagine, datata Bosa 12 luglio 1966, scritta a 6 mesi dalla cerimonia con la quale Paolo VI aveva chiuso il Concilio con la celebre allocuzione e con gli otto messaggi al mondo: ai padri conciliari, ai governanti, agli intellettuali (consegnato simbolicamente a Jacques Maritain), agli artisti, alle donne, ai lavoratori, ai poveri, agli ammalati, ai giovani. Avevo messo a frutto l'insegnamento del vescovo Spanedda con l'aiuto di mons. Antonio Francesco Spada, che mi aveva seguito nella ricerca partendo dall'antologia sui documenti del Concilio Vaticano II pubblicati dalle Edizioni Dehoniane, un volume analogo a quello edito dalle Paoline che Mons. Antonio Loriga mi ha donato un anno fa.

Avevo commentato i capitoli sul Popolo di Dio e sui laici della Costituzione sinodale Lumen Gentium del 21 novembre 1964, soprattutto avevo letto la citatissima Costituzione pastorale Gaudium et Spes dell'anno successivo, con riferimento al capitolo dedicato alla promozione del progresso della cultura e ai doveri dei giovani e dei genitori. E poi il tema vitale dell'Ecumenismo del Decreto Conciliare Unitatis Redintegratio, del 21 novembre 1964. Ancora l'apostolato dei laici nel Decreto Conciliare Apostolicam Actuositatem del 18 novembre 1965, con i capitoli dedicati ai giovani e all'Azione Cattolica. Infine la Dichiarazione conciliare Gravissimum educationis del 28 ottobre 1965 sull'educazione cristiana, con le pagine dedicate alla scuola e all'Università. Sotto quest'ultimo aspetto, mi ero permesso anche qualche critica al rapporto effettivamente un poco squilibrato tra scuola non cattolica e scuola cattolica – la bizzarra distinzione è conciliare -, per l'insistenza sui convitti e i centri universitari cattolici, sul coordinamento delle scuole cattoliche e sulle facoltà di teologia. Eppure oggi a distanza di 50 anni sorprendono le aperture del Concilio sulle scuole superiori e sull'università, se si ribadisce che le diverse discipline debbono essere <<coltivate secondo i propri principi e il proprio metodo, con la libertà propria della ricerca scientifica>>.

Infastidisce oggi in quelle mie pagine troppo acerbe – rese pubbliche su Libertà ma che suscitarono qualche caustica reazione tra i miei amici, tanto che obbligai il can. Spada a bloccarne la pubblicazione - un commento talvolta pretenzioso e saccente, qualche bigotteria, l'accettazione acritica di una realtà di fatto che il Concilio ci avrebbe costretto a superare, come la marcata divisione tra studenti e lavoratori e tra maschi e femmine in Azione Cattolica (GIAC e GF), nel CSI e nella FARI. C'era ancora in molti di noi inconsapevolmente il senso orgoglioso di una superiorità degli studenti rispetto ai giovani lavoratori, la convinzione che i giovani della GIAC, la Gioventù maschile di Azione Cattolica, fossero dei privilegiati capaci di scorgere più di altri una strada, forse anche meglio – il pensiero sotterraneo qua e là riemerge – rispetto alle colleghe della Gioventù Femminile, rigorosamente separate in parrocchia anche se frequentate a scuola. Forse è la stessa superiorità che i tesserati di Azione Cattolica e della FUCI avrebbero mostrato negli anni successivi verso gli amici di Comunione e Liberazione.

In realtà prendevo lo spunto da alcune affermazioni conciliari, perché <<lo studente è dei giovani il più rettamente formato, quello che avrà più orgoglio per la posizione acquistata>>, con la sua maturità, anche perché, recita la Gaudium et Spes <<lo scopo della Scuola è quello di suscitare uomini e donne non tanto raffinati intellettualmente, ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo>>.

Sentivamo in quei giorni la novità di un tempo nuovo, la gioia per la rinnovata dimensione universale della Chiesa, ancora il desiderio di una rinascita etica, il senso della fine di una storia, se chiudendo la mia ricerca dedicata agli studenti osservavo: <<Vorrei terminare qui con le ultime parole che il Concilio, chiudendo la sua opera, ha rivolto ai giovani: “Siate generosi, puri, rispettosi, sinceri. La Chiesa vi guarda con fiducia e con amore. Guardatela, e voi ritroverete in essa il volto di Cristo, il vero eroe, umile e saggio, il profeta della verità e dell'amore, il compagno e l'amico dei giovani. Ed è appunto in nome di Cristo che noi vi salutiamo, che noi vi esortiamo, che noi vi benediciamo”>>. E aggiungevo, dando il senso di una frattura, di una fine, forse anche di una perdita irreparabile, con parole che oggi mi sembrano eccessive e anche retoriche: <<Così il concilio muore, così si spegne. Ma no, l'opera sua rimane, lo fa rivivere, lo fa rinascere. Il Concilio non è finito, incomincia ad essere solo ora>>.

Sarebbe arrivata due anni dopo l'Università a Cagliari, le speranze del 68, l'impegno in Azione Cattolica a livello regionale, i Campi scuola nella colonia POA di Bosa Marina, a Sant'Antonio di Macomer, a Sant'Antioco di Scano Montiferro, a La Madonnina, a Bau Mela in Ogliastra; il CSI, l'esperienza politica, poi forse anche qualche dubbio e qualche tradimento e infedeltà. Eppure quelle letture sono rimaste sullo sfondo, quella esperienza è stata in qualche modo una luce e un punto di riferimento, anche a proposito di un tema che continua a dividere ma di fronte al quale non possiamo fare passi indietro, quello del diritto alla vita e del superamento dell'aborto. Il dato rivelato nei mesi scorsi degli oltre 300 milioni di aborti in Cina rimane sulle coscienze di tutti noi.

In realtà il mio primo articolo su Libertà è già del 1968, una cronaca sportiva, che doveva esser seguita da molte altre dedicata al Bosa, alla Calmedia, ai campionati del Comitato del CSI, che ci coinvolgevano profondamente: il calcio, la Coppa Malaspina, il tennis tavolo, la pallavolo, il nuoto, la marcia, l'atletica leggera, il ciclismo. Anche qui ricordo il commento ironico di qualche mio affezionato lettore, che notava come la cronaca fosse tutta a favore del Bosa, che pure perdeva regolarmente le partite in campionato dilettanti. Mi aveva colpito vedere la diffusione del settimanale cattolico in tutte le case di Bosa, come quando ero rimasto inorridito osservando un ciabattino che involgeva le mie scarpe con un numero di Libertà che conteneva i miei preziosissimi articoli. Ogni settimana portavo i dattiloscritti al piano superiore del Seminario della Meridiana nel Corso, dove abitavano mons. Giovanni Mastino e soprattutto don Antonio Motzo, che, dopo esser stato nominato Parroco a Cuglieri, sarebbe stato sostituito come redattore capo dal dott. Antonio Francesco Spada. Dopo la costruzione del nuovo Episcopio gli articoli venivano consegnati al padre o alla madre di Don Pasqualino Ricciu. Il dott. Spada mi accoglieva alla Sacra Famiglia e pubblicava generosamente tutto quello che mi veniva in testa, riservandomi un trattamento ancor più privilegiato, che sentivo di non meritare completamente. Tutti gli altri autori preferivano firmare con sigle, ma non mancavano gli articoli firmati dal vescovo, dai canonici, dai parroci, dai sacerdoti, da altri collaboratori.

Il 29 giugno 1973 dedicammo un numero speciale di Libertà al nono centenario della cattedrale di San Pietro di Bosa e alle celebrazioni alle quali aveva partecipato il card. Pietro Palazzini. Io avevo scritto due articoli, uno sulle iscrizioni romane e medioevali conservate nella chiesa e uno su Storia e leggenda dell'antica Calmedia. Ma bellissimo era soprattutto il messaggio del vescovo per la festa di San Pietro, notevoli e originali gli articoli del can. Antonio F. Spada, di mons. Sebastiano Meaggia, del prof. Giulio Piroddi, di tanti altri che l'anno dopo avrebbero contributo a pubblicare un volume per l'occasione con le Edizioni Gallizzi di Sassari (Il IX centenario della cattedrale di S. Pietro di Bosa, Sassari 1974).

Ho ritrovato tra le mie carte tanti altri articoli pubblicati settimanalmente su Libertà, prima sulla pagina della diocesi di Bosa: così l'articolo su Cuglieri e Tresnuraghes del 31 luglio 1970, quello sull'epigrafia latina di Bosa il 10 e il 17 luglio 1970 e poi a seguire tanti altri.

Nominato amministratore apostolico della diocesi di Alghero, mons. Spanedda proprio nel 1970 inaugurò una pagina unica per Bosa e Alghero: già dal 1971 parlavo di storia antica e di epigrafia di Cornus con una raffica di articoli davvero tecnici e quasi incomprensibili, che sintetizzavano le mie relazioni presentate per l'esame di Epigrafia Latina con Giovanna Sotgiu a Cagliari: così su Libertà del 28 maggio, del 4, del 18 e del 25 giugno, del 9 e del 23  luglio. Siamo quasi dieci anni prima degli scavi di Columbaris e della pubblicazione della mia monografia su Cornus per la Società Poligrafica Sarda di Ettore Gasperini, frutto della mia tesi di specializzazione presso la Scuola di Studi Sardi di Cagliari discussa con Piero Meloni.

Con il nuovo formato (più piccolo) le diocesi di Bosa e Alghero finivano in terza pagina (la seconda era riservata all'arcidiocesi di Sassari) e io tornavo a parlare di Cornus il 20 dicembre 1974, poi nella rubrica di “Cronache e problemi sardi” in sesta e ottava pagina, con una decina di interventi,  il 3, 10, 24 e 31  gennaio 1975, il 7, 14, 21, 28 febbraio, il 7 e il 14 marzo.

Il tono degli articoli è reso bene dall'ultimo pubblicato, l'undicesimo della serie: <<La città di Cornus oggi, ovvero fine di un mito. Dopo secoli di storia e dopo anni d'attento interesse e di reale ricerca da parte di studiosi appassionati e seri, su Cornus romana è calato di nuovo il silenzio. Le rovine disseppellite hanno di volta in volta evocato civiltà e mondi favolosamente lontani e, purtroppo, solo fugacemente definibili: ben presto la storia si è chiusa su sé stessa, è diventata impenetrabile ed illeggibile. Dall'eccessiva idealizzazione del secolo scorso e dei primi del nostro secolo, allorché il centro sardo-punico ed il suo capo Ampsicora venivano esaltati come campioni dell'idea sarda e come espressione di un'identità nazionale già affermata, Cornus è approdata ora ad un tranquillo, ma desolato, oblìo rotto qua e là da qualche antiquario che si assume l'onere di frugare tra polverose scartoffie. In questo quadro si inserisce ad esempio anche l'articolo recentissimo di Tommaso Grande, Cornus ultimo baluardo, comparso in “La città arte” il I gennaio 1975, dove accanto alla faticosa ricostruzione della topografia degli scavi, è contenuta l'ormai abusata visione dei cornensi come protagonisti (buoni) di un'epica lotta contro i Romani invasori. Sardi e Punici allora sarebbero stati disposti di fatto a collaborare e a vivere in pace; solo l'iniquità dell'imperialismo di Roma avrebbe deciso la fine di un'epoca felice e senza problemi. In realtà i problemi rimangono tutti aperti ancora oggi per Cornus, ad incominciare dall'esigenza di riscoprirne scientificamente il ruolo che la città effettivamente ebbe a svolgere nella storia, senza false idealizzazioni e senza inutile retorica. Il problema dei problemi è comunque quello della sopravvivenza della città, che i tecnici non sono stati in grado di garantire, compiendo degli scavi che – per quanto accurati ed attenti – a nulla altro sono serviti se non ad alimentare l'avidità dei tombaroli. Riscoprire Cornus vuol dire allora salvarla dalle aggressioni dei ricercatori clandestini e garantirne la sopravvivenza, bloccando una speculazione che a S'Archittu come a Santa Caterina sta distruggendo una delle coste più pittoresche dell'Isola>>. Non tutto quello che scrissi allora potrei ripeterlo oggi, ma continua a piacermi la denuncia dell’urbanizzazione selvaggia a S’Archittu, Su Puttu, Santa Caterina, tutti temi che avrei ripreso con più vigore l'anno dopo sulla rivista “Il Convegno” degli Amici del Libro di Cagliari, per volontà di Nicola Valle.

Nell'ambito della cronaca locale, i miei articoli a partire dal 1969 riprendevano pari pari quelli che uscivano su “L'Unione Sarda”, sempre un poco urticanti per gli amministratori costretti a subire i miei strali., perché sapevo essere intollerante e davvero antipatico: i novanta minuti necessari ai treni per raggiungere Bosa da Macomer, le sedute del consiglio comunale, la festa della Madonna del mare a Bosa Marina (14 agosto 1969).

Dell'anno successivo sono gli articoli sugli impianti sportivi, sulle dimissioni del sindaco Paolo Mereu (presto tornato in sella), sui contrasti tra democristiani e comunisti. Ho recuperato gli articoli pubblicati su Libertà nel 1971 dalle fotocopie di quelli che in parallelo pubblicavo su L’Unione Sarda: la nascita della consulta giovanile, i progetti per Bosa città, la catena di alberghi nel litorale, le barche, le reti e i pescatori sul Temo, unico  fiume navigabile, le politiche per lo sviluppo del turismo a Bosa, la nascita della Società Calmedia di Paolino Fancello (una società sportiva nel convento dei frati),  il restauro del castello dei Malaspina, il braccio di ferro fra Bosa e Magomadas per l'apertura della strada provinciale per Nigolosu, le accuse di campanilismo per le industrie a Bosa.

Del 1972 sono gli articoli sulla  “Coppa Malaspina” del CSI, la scoperta in  Planargia di un villaggio nuragico effettuata da Giovanni Battista Columbu e dalla Pro Loco, i necessari restauri per la basilica di San Pietro,  le polemiche a Bosa sul piano di fabbricazione, i troppi passaggi a livello sulla linea ferrata  Macomer-Bosa, il risanamento delle vecchie case di Sa Costa per affittarle ai turisti, il ponte sul Temo, gli sconci edilizi all’Isola Rossa.

Potrei proseguire a lungo per il 1973: le case del “rione-ghetto” di Santa Caterina invase dalle acque del Temo, il completamento della strada  Bosa-Alghero (una vera tela di Penelope che allora era ferma davanti alla base di Gladio a Poglina), un gruppo di tecnici alla ricerca delle zone archeologiche nel Bosano, le industrie a Suni, i vincoli urbanistici, l'animata riunione al Comune sulla tutela del paesaggio, i nuovi camping e le spiagge pulite per accogliere i turisti, chiuso dopo i lavori di restauro l’antico castello dei Malaspina, l’incubo della sete, la demolizione dei fortini militari, il quartiere di sa Costa che si svuotava per diventare un villaggio turistico dopo la costruzione degli 80 appartamenti popolari di Caria, la città del Temo che si preparava al boom turistico, le spiagge vergini sulla riviera esplorata soltanto dai fenici, la demolizione del nuraghe presso la parrocchiale di Suni, gli altri scempi archeologici nei comuni della Planargia, la polemica fra Ministero e Comune, i vincoli paesaggistici sul litorale verso Capo Marrargiu, lo sfratto di oltre cento campeggiatori a Tentizzos, i diplomati all'Istituto Agrario destinati a lavorare nel Veneto, l'operazione spiagge pulite a Bosa Marina, la protesta dei macellai, le direttrici del piano urbanistico, Bosa trasformata in “città delle vacanze” nei piani di Pasquale Mistretta, il sindaco accusato dall'opposizione comunista, la polemica sull’asilo, la pesca nel Temo proibita in occasione dell'epidemia di colera, il completamento della strada panoramica, le accuse alla giunta municipale democristiana, la biblioteca comunale chiusa al pubblico, un rione invaso dai topi, il Presidente della Pro Loco che si dimette per denunciare la crisi turistica, i trecento atleti che si contendono l’unico campo sportivo, Bosa Marina che rivendica l’autonomia comunale, i conventi abbandonati e le aule-tugurio che accolgono in Planargia tremila alunni, la chiusura dell'Associazione turistica Pro Loco a Bosa, l'artigianato del filet, dell'arte orafa, del ferro, del legno e l'azione delle cooperative, le nuove prospettive economiche per la Planargia, l'industria, la profilassi anticarie per gli alunni di Bosa, il ricorso contro il vincolo paesistico, gli scarichi fognari che inquinano il fiume Temo, gli studenti pendolari in Planargia costretti a disertare le lezioni, i 4000 emigrati alla ricerca di un lavoro, le sedute dei consigli comunali di Bosa e degli altri comuni della Planargia,  il Consorzio tra dieci paesi per il nuovo inceneritore, l'assenza del pretore e il caos nella giustizia a Bosa, l'ampliamento dell’ospedale gestito dai padri Concezionisti,  la battaglia per la quarta provincia. Le cronache della GIAC, del CSI, della GF, dell'Azione Cattolica, l'attività missionaria, le cresime, le feste, gli impegni del vescovo. Una collaborazione che io avrei proseguito con entusiasmo ancora per anni, chiudendo gli occhi di fronte a un'incompatibilità di fondo, perché tra il 1975 e il 1995 sarei stato per quattro legislature consigliere e assessore comunale, aiutato dall’impegno di tanti amici. Di qualche intemperanza mi sarei più tardi pentito.

Tra i tantissimi collaboratori di Libertà, voglio citare almeno il mio maestro Paolo Mereu, mio padre Ottorino, Angelo Manca, Giovanni Battista Columbu, Tilde Chelo, Gianni Fois, Tito Giuseppe Tola, Tore Obinu, Carmelo Scanu, Bruno Chessa, Antonio Francesco Spada (sul culto di Costantino imperatore, su una conferenza di Antonio Sanna sulla lingua sarda, ecc.). Ma molti articoli terminano solo con una sigla e a distanza di anni gli autori sono difficilmente identificabili.

Sarebbe stato il successore di Mons. Spanedda, mons. Giovanni Pes a porre termine a partire dal 1979 alla collaborazione con l'Arcidiocesi di Sassari per Libertà e a convocare un gruppo di studiosi che dovevano progettare un nuovo giornale per le diocesi di Alghero e Bosa che nel 1986 si sarebbero unite: ricordo tra gli altri Antonello Mura, Antonio Francesco Spada, Vanni Lobrano, io stesso. che avevo contrastato con eccessiva foga l'idea del vescovo di attribuire al nuovo quindicinale il titolo di Albo, nel senso di Al(ghero) e Bo(sa). Passò, con qualche sofferenza e malumore, la mia proposta di un titolo diverso, Dialogo, quasi obbligato dopo le polemiche causate dalla fine della diocesi di Bosa dopo oltre nove secoli. Il quindicinale Dialogo continua ancora oggi a essere una palestra di dibattito, di informazione e di collegamento del vescovo con il suo territorio e la sua chiesa, seguendo il modello definito prima da Antonio Francesco Spada e poi, con rinnovato entusiasmo, da Antonello Mura, che oggi regge come vescovo la diocesi di Ogliastra. Se dovessimo giudicare dalla qualità del giornale diocesano ogliastrino, dovremmo riconoscere che la lezione di Dialogo non è andata perduta.

Foto: Il Leoncino che trasporta fino il Seminario Regionale di Cuglieri la statua del Redentore (replica della scultura di Carmela Adami). La foto è stata scattata dall’autore nell’estate 1964 dal balcone del secondo piano della casa del nonno Attilio Mastino.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 03 Giugno 2015 12:51

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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