Presentazione del volume LXXXI 2019 di Epigraphica .

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Scritto da Administrator | 15 Ottobre 2019

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Attilio Mastino
Presentazione del volume LXXXI 2019 di Epigraphica
Bologna 10 ottobre 2019, Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna

Con grande emozione possiamo presentare oggi qui all’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna, grazie all’impegno dell’Editore e di molti studiosi, questo LXXXI numero di “Epigraphica” di cui siamo orgogliosi, 740 pagine, 57 autori (alcuni conosciutissimi) provenienti da tanti paesi europei, dal Nord Africa fino al Canada e agli Stati Uniti, con novità, con molte iscrizioni inedite, con uno sguardo internazionale e in un orizzonte di fortissimo rinnovamento, nel quale vorremmo coinvolgere tutto il mondo degli specialisti e non solo.

Sempre più intendiamo procedere insieme sui differenti versanti di una disciplina pienamente vivace che non si limita a presentare le scoperte delle nuove iscrizioni greche o latine, ma che investe pienamente il tema della comunicazione nel mondo antico, dell’acculturazione e della formazione dell’opinione pubblica attraverso le scritture, si allarga alla storia degli studi, alle relazioni con l’archeologia e con la storia dell’arte, con la papirologia e con la numismatica; oggi ancor più grazie all’informatica, alle nuove tecnologie digitali, alla fotogrammetria, alla computer vision, al trattamento delle immagini, alla modellizzazione in 3D.

Un nostro caro amico ha scritto in questi giorni dopo aver sfogliato queste pagine: << Epigraphica 2019 è un bellissimo volume, che segna un evidente rinnovamento della rivista, pur nelle tristi circostanze che a esso hanno condotto. Credo che sia importante dimostrare come la nostra sia una scienza viva, difficile, ma al tempo stesso accessibile: l'epigrafia è sempre in grado di offrire nuove fonti con cui scrivere o riscrivere la storia, nonché di riflettere sulla sua stessa natura epistemica, migliorandosi con l'affinamento delle tecnologie, ma con solide radici che affondano in una tradizione disciplinare lunga di secoli. Angela Donati ha svolto un ruolo fondamentale nel passare questo testimone alle nuove generazioni con la riservata gentilezza che le era propria>> (Lorenzo Calvelli).

Nata ormai oltre ottanta anni fa, nel 1939, dopo il I Congresso Internazionale di Epigrafia tenuto ad Amsterdam la rivista fu fondata da Aristide Calderini, professore nell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, presso la Casa Editrice Ceschina di Milano; nel 1972, per iniziativa di Giancarlo Susini, professore ordinario nell’Università di Bologna poi Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia, la rivista al suo XXXV numero ha mutato sede e la sua pubblicazione è stata assunta dall’Editrice Fratelli Lega. Giancarlo Susini ne è stato Direttore fino al 1977 e Direttore Responsabile fino all’anno 2000, sostituito da Angela Donati (Condirettrice dal 1977 al 1989), affiancata come redattrici prima da Alba Calbi e poi da Maria Bollini. Dal volume LXXII (2010) ho avuto il grande onore di essere associato in questa straordinaria impresa e di essere inserito nel Comitato di Direzione assieme a Maria Bollini, sotto la presidenza della Responsabile Angela Donati, allora chiamata a guidare il Dipartimento di Storia Antica dell'Università di Bologna.

Per volontà espressa dieci anni fa proprio da quest’ultima (ormai professore emerito di Epigrafia Latina nell’Alma Mater Studiorum di Bologna) a partire dal numero LXXXI (2019) mi è stata assegnata la direzione di “Epigraphica”, coinvolgendo in questa impresa le due Università della Sardegna e in particolare il Dipartimento di Storia Scienze dell’Uomo e della Formazione dell’Università di Sassari e il Dipartimento di Lettere, Lingue e Beni culturali dell’Università di Cagliari. Condirettore è Maria Bollini, ora professore emerito dell’Università di Ferrara. Il Comitato scientifico è stato allargato a numerosi giovani studiosi italiani e stranieri, così come il Comitato di redazione. La Direzione si vale inoltre di un ampio Comitato internazionale di lettura al quale sottopone, a seconda delle specifiche competenze e in forma anonima, gli articoli.

Il risultato che presentiamo oggi con questo LXXXI volume, che ci sembra senza dubbio un passo in avanti, è frutto di un impegno significativo di chi ci ha preceduto e ora di tutti noi: grazie soprattutto alla nostra indimenticabile Angela Donati, scomparsa a Bologna il 13 ottobre 2018, lasciando tanti rimpianti, che ha riposto fiducia nella nostra azione, nel nostro impegno, nel nostro entusiasmo. Grazie alla Famiglia, a Paola Donati, Maria Elena Battista e all’Editore Vittorio Lega. Grazie a tutti coloro che si sono associati e che si vorranno associare senza più esclusioni, a questa impresa.

Qualche mese a Tunisi fa abbiamo dedicato ad Angela Donati il XXI convegno de L’Africa Romana sul tema “L’epigrafia del Nord Africa: novità, riletture, nuove sintesi”. La sua Università la onorerà a Bertinoro, in quella rocca che amava, tra l’11 e il 13 giugno.  Abbiamo vissuto insieme tanti incontri scientifici da Bertinoro a Genova, da Bologna a San Marino, da Sofia a Barcellona. Oggi vorrei far prevalere il ricordo dell’amica cara davvero, che aveva scelto nella ricerca di far brillare il proprio impegno sociale e politico, con dedizione, con finezza, lungi dalla retorica, con generosità, con la capacità di scoprire i talenti dei giovani allievi, come quando su “Epigraphica” accoglieva articoli che presentavano scoperte e novità da tutto l’ecumene romano, correggendo attentamente, indirizzando, suggerendo, sempre con uno sguardo paziente e partecipe. L’abbiamo ammirata per le sue straordinarie doti di organizzatrice di incontri internazionali già agli esordi del programma Erasmus nel 1987, di mostre indimenticabili e di musei modernissimi; l’abbiamo osservata scrivere l’introduzione a tanti volumi diversi in un orizzonte largo, riuscendo a sintetizzare con parole semplici obiettivi e orientamenti nuovi, spaziando come il suo Maestro dalle singole schede e dagli aspetti tecnici dell’officina lapidaria fino alle grandi sintesi.

In questo sempre desiderosa di manifestare concretamente il più grande rispetto per le tradizioni culturali e religiose, per la profondità delle diverse storie e delle diverse culture, per il patrimonio identitario, con la consapevolezza che esistono variabili geografiche e cronologiche nel momento in cui culture diverse entrano in contatto, sempre evitando di perdere la concretezza e di piegare il dato scientifico a schemi ideologici, a vuoti moralismi, a giudizi “a priori”, a ricostruzioni soggettive. Contro le semplificazioni che non danno conto della complessità della storia. Del resto non ha mai rinunciato ad un puntualissimo lavoro di indicizzazione analitica per la Rivista e per le Monografie delle sue Collane “Epigrafia e Antichità” e “Studi di Storia Antica”, che pubblicava con Vittorio Lega; come per i celebri colloqui Borghesi. Se è vero che un pezzo di noi se ne è andato per sempre, siamo convinti che le sue opere non invecchieranno nel tempo, ma resterà soprattutto il sapore della novità, il ricordo di una generosità e di una disponibilità senza eguali, la preziosa funzione di collegamento anche come segretaria generale dell’Associazione internazionale di epigrafia greca e latina per dieci anni (2002-12), un punto fermo al quale guardare, soprattutto in futuro, con ammirazione, con il desiderio di emulazione.

Ho letto i tanti ricordi pubblicati in questi giorni, come quello bellissimo scritto da Mireille Corbier per L’Année épigraphique 2016 appena uscita; a me personalmente resta il ricordo dolce di un’amica e la consapevolezza di un debito che è aumentato giorno per giorno. Con le tante confidenze, fino ai suoi imminenti splendidi progetti per questa nostra rivista “Epigraphica”, che cercheremo di mettere in pratica con lo spirito giusto.

Oggi posso fare solo un cenno ai tanti temi trattati in questo volume, alle novità, alle nuove scoperte, riflesso di grandi imprese scientifiche internazionali, di singoli ritrovamenti oppure di una riflessione profonda e rinnovata su documenti noti da tempo e conservati in musei o in archivi, con tante belle storie che emergono dal passato grazie all’acume, alle curiosità, all’intelligenza di tanti colleghi. Tenendo sempre sullo sfondo la geografia del mondo antico, possiamo seguire il fil rouge delle realtà culturali collocate nello spazio e nel tempo.  Possiamo partire da Roma, con l’articolo di Astrid Capoferro dell’ Istituto Svedese di Studi Classici che ricostruisce la storia della tradizione del testo dell’iscrizione funeraria di Flavia Capitolina qui et Paccia incisa su una lastra marmorea oggi mutila, conservata a Schloss Glienicke presso Potsdam e pubblicata come inedita nel 1972. Il testo dell’epigrafe, sfuggito agli editori del Corpus inscriptionum Latinarum, è stato rintracciato in manoscritti già della Biblioteca Apostolica Vaticana e opere a stampa a partire da Rafaello Fabretti che documentano il rinvenimento della lastra nel 1633 sul Viminale e il suo successivo passaggio nella collezione Giustiniani.

Maria Grazia Granino Cecere studia i XVviri sacris faciundis nei ludi saeculares severiani, con una difficile integrazione dei frammenti conservati al Museo delle Terme di Diocleziano. I XVviri sacris faciundis giocano un ruolo fondamentale accanto Settimio Severo, ai suoi figli, al prefetto del pretorio: la stesura stessa degli Acta è desunta dai commentarii del loro collegio. Come in età augustea, anche durante l’età severiana i XVviri dovevano essere in numero di 19: di quasi tutti possiamo conoscere i nomi, solo di uno non resta che parte dell’onomastica. La redazione severiana, tanto attenta al dettaglio rispetto a quella augustea, consente, attraverso l’esame delle liste in cui i XVviri sono elencati, di stabilire anche la successione cronologica della loro cooptazione in seno al collegio.

Edoardo Melmeluzzi di Roma, presenta cinque nuove iscrizioni di urbaniciani provenienti da Roma, aggiungendo poi al novero dei militari attestati un veteranus Augusti, forse ex-pretoriano, un centurione ed un milite della XI coorte urbana, un probabile veterano ed un milite della XII, e infine due urbaniciani di ignota coorte. Di grande interesse sono i supporti, in particolare la mensa podiale e l’urna,  e i contesti di ritrovamento, che si sono mostrati utili nell’ambito della ricerca su formulari, supporti ed aree di sepoltura utilizzati dagli urbaniciani a Roma.

Nell’epitafio presentato da María Angeles Alonso Alonso, ricercatrice nell’Universidad del País Vasco ci spostiamo a Viterbo: si ricorda la generosa attività del medico salariarius di Ferentium, impegnato a curare i cavalieri dell’ala Indiana e della tertia Asturum e poi con pazienti civili, in ambito urbano.  Per Bracciano Simona Antolini di Macerata presenta un nuovo centurione della legio XXII Primigenia P(ublius) Petronius Dignus, dalla Germania.

Andrew C. Johnston di Yale illustra le nuove informazioni sulle istituzioni municipali della città latina di Gabii in età imperiale, con attenzione ai Seviri Augustales e ai IV viri quinquennales.

Alla pianura bolognese ci riporta Francesca Cenerini, che analizza la bella stele funeraria, di grandi dimensioni, rinvenuta già nel 1500 e databile alla fine dell’età repubblicana. Vengono messe a confronto l’iconografia e la scrittura degli epitafi dei tre liberti Cornelii rappresentati in CIL XI, 753; il documento viene posto in relazione con la politica augustea sul territorio, soprattutto con la colonizzazione che ben conosciamo attraverso le fonti letterarie e archeologiche.

Maria Silvia Bassignano ricostruisce a Padova la vicenda CIL V, 3043 dal «monastero Eremitarum», correggendo la lettura tradita e facendo di Tauria M. l. Tyche la dedicante.

Andrea Raggi e Laura Parisini di Modena presentano tre novità epigrafiche, due iscrizioni funerarie e un frammento iscritto, provenienti dalla colonia romana di Mutina; inoltre, nella seconda parte del contributo, vengono riproposte cinque iscrizioni sempre provenienti da Modena e già edite, tra cui una lastra con datazione consolare di Pompeo e Crasso e un carmen, con un richiamo ai soda[les]. Particolare attenzione è stata dedicata ai gentilizi presenti nelle iscrizioni prese in esame.

Al territorio immediatamente a S di Ancona ci conduce l’articolo di Gianfranco Paci di Macerata, L’epigrafe di Turo(s) Gramatio(s), dove si presenta una nuova epigrafe repubblicana di Numana incisa su un grosso blocco appartenente struttura edilizia, trovato in reimpiego al di sotto di uno strato databile tra fine III e metà II sec. a.C. Le lettere presentano un solco ampio e profondo che si caratterizza in particolare per il fondo piatto, tipico delle più antiche scritture su pietra, come l’epigrafe dei magisterei di Cingulum nel Piceno (fine III sec. a.C.) Il personaggio – Turo(s) Gramatio(s) – ha onomastica che rivela una probabile origine illirica, di condizione peregrina, trapiantato a Numana. Il blocco è pertinente ad un tratto di cinta muraria apprestato per una miglior difesa della città dalla pirateria che ha infestato l’Adriatico in particolare nell’età della Regina Teuta.

Gianluca Gregori di Roma presenta un nuovo magistrato di Ocriculum in Umbria: C. Litrius Clauvianus Passer, IIIIvir quinquennalis bis, che esercita più volte gli stessi poteri di quinquennale anche al di fuori della magistratura.

Giuseppe Camodeca di Napoli rilegge CIL XI 6712, 46 e 151 e presenta due signacula di servi del cavaliere di età traianea Q. Planius Truttedius Pius; suo padre era un C. Truttedius Pius, d’origine umbra dal lato paterno, ma figlio di Pompeia Catulla, un’esponente dell’élite di Minturnae. Il matrimonio di un Truttedius con questa ricca dama minturnese ben spiega i legami della famiglia umbra con la Campania settentrionale, fra cui anche l’adozione testamentaria in età domizianea del cavaliere da parte di un Q. Planius Sardus, probabilmente di Cales. Egli pertanto ne ebbe la complessa onomastica di Q. Planius Sardus C. f. Pup(inia). Truttedius Pius. Inoltre la sicura origine umbra del raro gentilizio e il fatto che i signacula dei due servi del cavaliere, Draco e Apolaustus. siano comparsi entrambi (e a distanza di tempo) in collezioni private a Perugia, concorrono a far localizzare queste attività produttive (non determinabili) probabilmente nella regio VI o comunque in aree contermini, dove il nostro Truttedius conservava proprietà e interessi.

A Miseno ci conduce Werner Eck, che studia la carriera procuratoria del cavaliere Ti. Claudius Ilus, ricordato come Praefectus classis Misenensis al vertice del suo cursus in CIL X 270*, iscrizione erroneamente considerata falsa o sospetta da Mommsen. Lo testimonia il diploma del 102/3 relativo all’esercito in Mesia (AE 2008, 1736) dove questo Claudius Ilus era definito praefectus alae, il che coincide con l’iscrizione di Miseno che parla di una praefectura su un’ala praetoria. Il titolo di procur(ator) Ludi Dacici ci porta ad epoca successiva a Traiano.

Alessandro Delfino di Roma e  Marco Pallonetti di Salerno presentano con molte novità le sorprendenti iscrizioni sulla crepidine dell’Anfiteatro Campano a S. Maria Capua  Vetere.

Mario Pagano e Antonio Vanacore di Catanzaro pubblicano un’iscrizione cristiana del V-VI secolo d.C. dalla cattedrale di Vico Equense (NA), con riferimento alla invocata risurrezione di un Albinus.

A Taranto Annarosa Gallo di Bari studia l’iscrizione inedita di un classiario misenate, C(aius) Septimius Celer.

Franco Luciani di New Castle e Daniela Urbanova di Innsbruk indagano una dura tabella defixionis di Nomentum, Latium che si data al I secolo d.C., relativa ad un uomo (Malchio) e a una donna (Rufa) schiavi pubblici, AEp 1901, 183: ci si sofferma, soprattutto per la donna sui dettagli del corpo con enfasi sugli organi sessuali, come in molti altri testi analoghi. La prima sezione dell'articolo mira a fornire lo status quaestionis degli studi su questa tabella di maledizione, con particolare riguardo agli aspetti epigrafici e linguistici del testo. La seconda sezione si propone di offrire una panoramica generale del ruolo delle schiave pubbliche nel mondo romano, che può consentire una migliore contestualizzazione del significato della tremenda maledizione.

Alla stessa classe di reperti è dedicato l’articolo di Giovanna Rocca di Roma, C(h)arta o piombo?, che studia ancora le defixiones:  un gruppo numeroso, esteso nel tempo (VI a.C.- V d. C) e nello spazio, suddiviso per diverse tipologie testuali e, non ultimo, caratterizzato da un repertorio formale, fonte di osservazioni transdisciplinari tra epigrafia, storia, filologia, antropologia e (socio)linguistica. Ne abbiamo recentemente parlato a Saragozza al X Colloquio internazional su “Enemistad y odio en el mundo antiguo” (12-13 septiembre 2019). Si affronta lo studio di un caso, apparentemente anomalo, cioè la denominazione quale c(h)arta di un documento inciso su piombo, che appare rivelare prestiti greci entrati in latino per il campo semantico del ‘documento inviato’ ‘lettera affidata ad un terzo messaggero’ cioè ‘un documento che serve per la comunicazione a distanza’, con cui condivide l’uso del piombo. Tra i casi più noti con l’espressione C(harta), quelli di  Mogontiacum in Germania Superior, oppure più numerosi in Britannia (Aquae Sulis, Uley, Caistor St. Edmund, ecc.). Significativa la diffusione geografica che ci indica la ‘rotta’ seguita dai prestiti (province latine) e l’estensione cronologica dagli esemplari più antichi del IV sec. a. C. fino al III d. C. In questo lasso di tempo si verifica l’azione concomitante di più fattori storici e sociali che portano prima all’introduzione di un nuovo prestito greco – chartes nel senso di foglio di papiro - e in seguito allo slittamento semantico del termine.

Juan Martin-Arrojo Sanchez di Barcelona studia le caratteristiche formali dei titoli anforici in particolare le anfore cretesi Pompei 8, utili per la lettura e l'interpretazione storica nel contesto degli scali commerciali tra Alessandria e Roma. Per mostrare la complessità di questa documentazione, è stato selezionato un caso di studio con titolatura davvero oscura: forse i tria nomina abbreviatati CAR, scritti in giallo sulle anfore cretesi. Lo studio si basa sulla critica epigrafica e sul confronto con un parallelo, l'acronimo Ti. C. O. sulle anfore cilicie Pompei 13.

Samir Aounallah (Tunis) e Frédérik Hurlet (Paris Nanterre) ci portano in Africa al foro di Pheradi Maius – Sidi Khalifa, con l’iscrizione metrica fin qui inedita che ricorda la curia ordinis, ritrovata nel corso degli scavi all’interno della sede del senato cittadino in un angolo del foro.  Tre esametri dattilici, con errori manifesti di prosodia e alcune particolarità stilistiche : il ritmo del testo, la sua sintassi, il vocabolario usato con formule inusuali, l’ordine delle parole, la paleografia, l’onomastica concordano nel condurci al basso impero, nel momento in cui diventa rilevante il ruolo dell’artistocratico Patricius, che invoca la Concordia personificata con l’augurio di mantenere la coesione sociale all’interno del senato cittadino. Già Claude Moussy ha dimostrato (Opere di Draconzio) que <<les oppositions de quantité ont tendu à disparaitre dès le IIIe siècle et qu’en Afrique, au témoignage de Saint Augustin, à la fin di IVe siècle beaucoup ne faisaient plus la distinction entre les voyelles longues et les voyelles brèves>>. La seconda iscrizione rinvenuta sulla collina sacra, che ricorda un templum Panth[ei Ag(usti) et Concord[iae], ci inforna sui legami tra Pheradi e la vicina Uppenna; si identifica il santuario originario che, come a Thugga, esaltava la Concordia, come sintesi dei buoni rapporti che in questo caso si volevano instaurare con i vicini.  Celebre è il caso della statua della Concordia Perpetua (con la base dedicata alla Concordia Augusta) ad Uchi Maius da parte dell’ordo civitatis Bencennensis nell’anno della deduzione della colonia e dunque forse della sottrazione di terre all’uso comune a favore dei nuovi coloni (CIL VIII 15447).

Antonio M. Corda ritorna sull’iscrizione monumentale presentata sul precedente numero di “Epigraphica” conservata all’ingresso del forte bizantino di Thignica, per aggiungere un nuovo blocco che abbiamo ritrovato pochi mesi fa presso la Scuola Primaria di Ain Tounga, completamente interrato, quando finalmente siamo riusciti per qualche ora ad accedere al giardino frequentato dagli alunni in festa: si tratta del blocco iniziale di sinistra lungo quasi 2 metri che ci consente di escludere una dedica a Saturno e di leggere chiaramente Mercurio Augusto, una nuova testimonianza nell’età di Marco Aurelio nella sua XXIIII p.t. L’assenza del blocco centrale non impedisce la piena comprensione del testo, collocato [d(ecreto)] d(ecurionum), da M(arcus) Valerius Longinus Marcianus liberalitate ductus, a funda[mentis aedem restituit]. Sempre per Thignica Piergiorgio Floris di Cagliari presenta un inedito, la stele funeraria del 21enne Sissinas, decorata con pigna e ghirlanda come una delle tante stele di Saturno, con questo oscuro cognome che presenta significativi confronti africani.

Ancora le indagini di Thignica hanno consentito di recuperare negli ultimi mesi la lastra presentata da Claudio Farre, dottorando presso l’Università di Sassari, con una dedica posta dal municipium a Severo Alessandro. La menzione del cognomentum Alexandrianum nella titolatura della città suggerisce la concessione di beneficia da parte dell’ultimo dei Severi al municipium Septimium Aurelium Antoninianum Thignica istituito da Settimio Severo e Caracalla (CIL VIII, 1404 = 25907a).

Mounir Fantar (INP Tunisi) e Raimondo Zucca analizzano il singolarissimo templum Saturni Sobarensis e l’area con l’altare dei sacrifici e le stele dedicate a Saturno, tra il I e il IV secolo d.C., sul colle di Sadi Salem, in cui era localizzata la città di Sobar(is), a 7 km a sud est del santuario di Saturnus Balcaranensis nella parte più interna del Golfo di Cartagine. Vengono riprese le accurate indagini topografiche e le ricerche archeologiche realizzate da Jude Hüe tra fine del XIX secolo e il principio del XX. Si recuperano alla documentazione epigrafica 23 dediche a Saturnus e disegni di iscrizioni rimasti editi esclusivamente nel volume Contribution à l’étude du culte du Saturne et de Baal. Sanctuaire africain de Saturnus Sobarensis (extrait des publications de l’Académie des sciences, belles-lettres et arts de Rouen), Rouen 1908.

A Commodo ci conduce Christopher Dawson che presenta un’edizione critica della lex approvata nella colonia di Simitthus in Africa Proconsolare il 27 novembre 185, natale civitatis, relativa alla curia Iovis (CIL VIII, 14683), con un pignolo regolamento sugli effetti delle promesse non mantenute da parte di candidati al flaminato e alla condizione di magistri; decreto pubblico che per tanti versi ricorda la lex municipii Troesmensium studiata nel 2016 da Werner Eck. I passi in avanti compiuti sull’evoluzione, la composizione e le funzioni delle curiae rispetto al volume di 50 anni fa di Tadeuz Kotula sono enormi.

Un capitolo consistente è dedicato alle Gallie e alle Hispaniae: Marc Mayer y Olivé di Barcelona presenta uno studio preliminare sull’iscrizione del foro di Ruscino (Perpignan) in Narbonense, in onore di Publius Memmius Regulus attestato per la prima volta come patronus della città; è lo stesso che è stato console suffetto del 31 d.C. e che può essere considerato il più alto esponente dell’aristocrazia locale.

Enrique Melchor Gil di Cordoba e Víctor A. Torres-González di Sevilla, studiano i praefecti Caesaris o Imperatoris delle città dell’Hispania Romana trenta anni dopo i lavori di Giovanni Mennella: si affronta il capitolo 24 delle leggi di Irni e Salpensa sulla designazione del prefetto e si entra nel dettaglio della effettiva nomina nelle diverse città spagnole e italiche, con oltre 20 casi diversi. Attraverso un esame di tutta la documentazione iberica, è possibile presentare nuove letture di epigrafi e nuove ipotesi sulle informazioni contenute in alcune serie monetali e riscostruire infine il profilo socio politico dei personaggi che assunsero la praefectura principis, con attenzione per l’adesione alla romanità delle élites locali ispane.

Javier Moralejo Ordax di Madrid si concentra sui monumenti funerari di soldati a Tarraco fino al III secolo d.C., rivelando le motivazioni di prestigio sociale, di autoaffermazione familiare e di tradizione, che sono alla base di molte dediche di piedestalli funebri, in particolare per i centurioni, ma anche per milites principales, veterani e gregales; i civili, magistrati e senatori, rappresentano una minoranza delle dediche.

Patrick Leroux di Parigi ci conduce in Lusitana, con un’arula di Merida in Estremadura, collocata L(aribus) A(ugusti) s(acrum): si tratta di un votum di un legionario Q(uintus) Nonius Pri(mus) miles leg(ionis), evidentemente distaccato dall’accampamento ben a distanza dai castra della legio VII Gemina Felix a León in Castiglia.

Alla Raetia ci porta Juan Manuel Bermudez Lorenzo di Barcelona con oltre 20 nuovi graffiti su anfora ritrovati nella provincia.

Mattia Vitelli Casella di Bologna tocca la Croazia e svolge qualche considerazione storica sulle ghiande missili repubblicane di Ossero/Osor: in margine a CIL I2, 887; 888.

Alessandra Valentini di Venezia ci porta in ambito orientale con l’articolo sull’onomastica femminile nella Domus Augusta, partendo dai testi di Delphi, Delos e di Thespiai. Attraverso l’analisi della documentazione letteraria ed epigrafica in lingua greca, pertinente in particolare al soggiorno di Agrippa e Giulia Maggiore nelle province orientali tra 16 e 13 a.C., il contributo intende indagare le scelte onomastiche compiute nella domus Augusta in riferimento alle matrone, con particolare attenzione ai casi di Giulia Minore e Agrippina Maggiore.

Alla storia degli studi di conducono i finissimi articoli di Xavier Espluga, Paolo Garofalo, Lorenzo Calvelli, Maurizio Giovagnoli.

Xavier Espluga (Barcelona) analizza la storia e il contenuto del manoscritto epigrafico Vat. lat. 3616, autografo di Felice Feliciano, redatto nel suo soggiorno romano del 1478, con una complessa lista di oltre 500 documenti. Si pubblicano anche due iscrizioni apparentemente inedite presenti in questo manoscritto, che ora è perfettamente riordinato e consultabile.

Paolo Garofalo (Un manoscritto inedito con iscrizioni latine e greche, ovvero ricerche intorno all’Anonymus Vallicellianus) si concentra sull’esame di un gruppo di iscrizioni latine e greche, la maggioranza delle quali provenienti dal Lazio antico, contenute in un fascicolo manoscritto allegato a un volume a stampa delle opere di Esiodo del 1537, conservato nella Biblioteca Vallicelliana di Roma. Il libro appartenne alla collezione del lusitano Aquiles Estaço, meglio noto con il nome latinizzato di Achilles Statius, e per tale ragione la compilazione del manoscritto allegato al volume è stata da alcuni a lui generalmente ricondotta. Tuttavia l’attribuzione alla mano dell’umanista portoghese sembra potersi escludere per varie ragioni e ciò spiega la prudenza di Hermann Dessau che preferì attribuire il libello ad autore anonimo. Molti testi sono stati effettivamente ritrovati.

Lorenzo Calvelli (Venezia) indaga come il fenomeno della mobilità delle iscrizioni antiche sia stato affrontato nel Corpus inscriptionum Latinarum, studiando le formule utilizzare più di frequente.  Così come fu concepita da Theodor Mommsen, l’opera aveva due finalità principali: fornire l’edizione critica dei testi delle epigrafi e cercare di ricostruirne la provenienza. La decisione di organizzare il CIL su base geografica fu determinante e obbligò i suoi editori a sviluppare strategie specifiche per gestire il materiale epigrafico di origine non locale o incerta. Il saggio costituisce un primo tentativo di indagine sulla complessa e sperimentale tassonomia con cui un’enorme mole di dati fu predisposta all’interno di un repertorio monumentale. Scopo del lavoro è di chiarire l’utilità, nonché i limiti, di una risorsa-chiave per lo studio del mondo antico, nonché di individuare alcune linee di sviluppo per la ricerca futura.

Maurizio Giovagnoli presenta numerosi inediti, revisioni e contributi di epigrafia latina dallo spoglio degli archivi storici di Roma, partendo dalle banche dati sulle iscrizioni latine e pagane di Roma contenute nell’Archivio Storico della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, nell’Archivio Storico a Palazzo Altemps e nell’Archivio Centrale dello Stato (1866-1941). Lo scopo del progetto è l’individuazione di iscrizioni rimaste inedite e la ricerca di dati sulle provenienze delle epigrafi già edite. La schedatura ha riguardato, oltre ai Registri dei Trovamenti, anche i Rapporti di Zona e i Faldoni della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, i Giornali di Scavo (relativi al periodo che va dal 1873 al 1935) dell’Archivio Storico a Palazzo Altemps e l’Archivio Gatti conservato presso l’Archivio Centrale di Stato, con l’individuazione di più di 4500 epigrafi, tra le quali la monumentale epigrafe del tempio di Serapide in Campo Marzio. Successivamente la ricerca ha preso in considerazione anche il fondo di Antonio Maria Colini, conservato presso l’Archivio Storico della Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e di cui è stato pubblicato solo una parte, e i Codici di Rodolfo Lanciani. La maggior parte dei dati raccolti provengono dalla schedatura dei Registri dei Trovamenti, ove sono riportate tutte le notizie dei rinvenimenti avvenuti tra gli ultimi decenni dell’Ottocento e gli anni Ottanta del secolo scorso. I risultati relativi in particolare all’Archivio Gatti, un fondo costituito da cartelle e taccuini scritti da Edoardo e Guglielmo Gatti e pertinenti ai rinvenimenti archeologici che vanno dal 1888 al 1960, sono sostanzialmente presentati qui per la prima volta, perché l’archivio non è stato mai oggetto di uno studio epigrafico. Il lavoro si articola in tre parti; nella prima si prendono in considerazione i testi inediti o che, seppur pubblicati, sono sfuggiti all’attenzione degli studiosi non confluendo in CIL VI o ne L’Année épigraphique. Tra questi i più significativi, in tutto una decina, sono stati oggetto di una trattazione approfondita; delle restanti epigrafi, prevalentemente di natura sepolcrale, viene fornita la trascrizione e spesso la datazione, elemento desumibile soprattutto per le iscrizioni tuttora conservate nei musei e di cui è presente la foto nell’Archivio di Epigrafia Latina di Sapienza - Università di Roma. Nella seconda parte sono elencate tutte le iscrizioni, una buona parte conservate ai Musei Capitolini, di cui si è scoperto il luogo di provenienza, dato che in molti casi consente di fare nuove considerazioni su testi editi. Nella terza parte sono state invece individuate le iscrizioni che, già presenti in CIL VI, furono nuovamente pubblicate come inedite all’interno del CIL o in opere successive.

Seguono 13 le schede e notizie ed alcune recensioni: Alfredo Buonopane, recensisce il libro di Claudio Farre, Geografia epigrafica delle aree interne della Provincia Sardinia, Ortacesus 2016; Claudio Zaccaria discute le straordinarie Lettere di Theodor Mommsen agli Italiani, nei due volumi a cura di M. Buonocore, Biblioteca Apostolica Vaticana, Studi e Testi 519-520, Città del Vaticano, 2017, pp. 1296, ill., affrontando uno dei temi che più ci hanno appassionato negli ultimi anni.

Infine come di consueto gli Annunci Bibliografici, l’elenco dei collaboratori, le importanti Nouvelles de l’A.I.E.G.L. in vista del Congresso 2022 di Bordeaux a firma della Presidente Silvia Orlandi e della Segretaria Generale Camilla Campedelli. È un onore per noi ospitare questa sezione.

Mi resta da dire la soddisfazione per il risultato raggiunto, la dimensione internazionale della rivista confermata in Classe A ANVUR, indicizzata nelle principali banche dati al mondo, presente su Scopus; in SCImago (banca dati di valutazione bibliometrica) si trova al 25° posto in campo nazionale e al secondo posto dopo Athenaeum nel settore antichistica classica. Ma soprattutto è evidente l’orizzonte geografico quanto mai ampio, con l’impegno ad accogliere progressivamente con maggiore larghezza l’epigrafia greca nei nostri studi.

Debbo ringraziare Antonio Corda e tutto il Comitato scientifico, che presto allargheremo: Giulia Baratta (Macerata), Alain Bresson (Bordeaux),  Paola Donati (Bologna), Giovanni Marginesu (Sassari), Marc Mayer y Olivé (Barcelona), Stephen Mitchell (Exeter), Paola Ruggeri (Sassari), Antonio Sartori (Milano), Marjeta Šašel Kos (Ljubljana), Manfred Schmidt (Berlin), Christian Witschell (Heidelberg), Raimondo Zucca (Sassari). E poi il Comitato di redazione: Valeria Cicala, Maria Bastiana Cocco, Piergiorgio Floris, Federico Frasson, Daniela Rigato.

La Direzione si è valsa inoltre di un ampio Comitato internazionale di lettura al quale ha sottoposto, a seconda delle specifiche competenze e in forma anonima, gli articoli pervenuti (due o tre revisori per singolo articolo). Il gradito Patrocinio dell’ Association Internatonale d’Épigraphie Grecque et Latine (A.I.E.G.L.) è stato mantenuto.

In conclusione voglio ricordare che, mentre ricorrono i cinquanta anni della Collana «Epigrafia e Antichità», è in corso dal 10 luglio il bando per la IV edizione del Premio Giancarlo Susini, per iniziativa dei Fratelli Lega Editori e della Direzione di “Epigraphica” con il contributo della Fondazione di Sardegna e il patrocinio della Società scientifica “Terra Italia Onlus”, da attribuire ad una pubblicazione di epigrafia greca o latina, dattiloscritta oppure già edita. Il premio è destinato all’opera a carattere monografico di un giovane studioso o di una giovane studiosa che non abbia superato i 40 anni di età alla data del bando. Sono ammesse opere scritte in francese, inglese, italiano, spagnolo, tedesco, portoghese; sono escluse le ristampe e le edizioni successive alla prima, anche se riviste ed ampliate. L’importo del premio, indivisibile, è di € 2.000,00. Possono partecipare al concorso gli studiosi la cui opera sia stata pubblicata negli anni 2017 e 2018; sono ammesse anche le opere inedite. La domanda di partecipazione dovrà essere inviata entro il 15 ottobre 2019; dovrà essere corredata dal curriculum degli studi del richiedente e da un esemplare dell’opera (stampata o inedita) in PDF. Le opere presentate non saranno restituite. Il premio sarà assegnato da una Commissione Internazionale che si riunirà per via telematica; tra i membri, un delegato dell’Editore F.lli Lega, un componente del Comitato Scientifico della Rivista “Epigraphica”, un rappresentante di Terra Italia Onlus.

Il premio sarà consegnato tra il 5 e il 9 novembre 2019 a Iaşi in Romania, nel corso della 5th International Conference on the Roman Danubian Provinces (Romans and Natives in the Danubian Provinces, Ist C. BC - 6th C. AD), Convegno dedicato alla memoria di Angela Donati. Può essere pagato dalla Fondazione di Sardegna oppure destinato alla pubblicazione dell’opera premiata presso F.lli Lega Editori Faenza (Award of Prize Giancarlo Susini , “Alexandru Ioan Cuza” University of Iași, 5th–9th November 2019).

Credo di poter anticipare, anche a nome di Cecilia Ricci, che nei prossimi mesi sarà bandita la V edizione del premio, finanziata da Terra Italia per opere pubblicate nel 2019 e 2020 oppure inedite.

Ultimo aggiornamento Martedì 15 Ottobre 2019 08:30

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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