O bella Musa, ove sei tu ? Viaggio nel mistero della gara poetica, edizioni Domus de Janas di Paolo Pillonca.

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Scritto da Administrator | 28 Giugno 2021

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O bella Musa, ove sei tu ? Viaggio nel mistero della gara poetica, edizioni Domus de Janas di Paolo Pillonca (Osilo 8 ottobre 1942 – Cagliari 26 maggio 2018)
Orgosolo 26 giugno 2021
Attilio Mastino

Con emozione ritorno oggi ad Orgosolo perché desidero onorare l’impegno che avevo preso oltre un anno fa con l’Associazione Murales per il 21 marzo 2020, per la presentazione dell’ultimo libro di Paolo Pillonca, O bella Musa, ove sei tu ? Viaggio nel mistero della gara poetica, edizioni Domus de Janas.

Tornare ad Orgosolo, passando per le vigne soleggiate di Mamoiada e per Galanoli,  significa innanzi tutto per noi riconciliarci con la vita vera, dopo un anno di pandemia devastante, che rischiava di abbruttirci; significa immergerci nella sardità e nell’identità profonda della Sardegna, con una rigenerazione dopo tanto dolore e tanto isolamento; significa ritrovare le radici della passione di Paolo Pillonca per la “poesia a bolu”, lui che ad Orgosolo aveva trascorso la sua infanzia luminosa, su Orgosolo aveva scritto tante pagine straordinarie sulla stampa quotidiana e con il suo racconto più famoso, Osposidda, un’opera recentemente riletta da Franco Mannoni per Il campo degli asfodeli: credo che con quest’opera abbia tentato di ritrovare un passaggio, sos antiles, una porta da varcare, una frontiera verso una Sardegna differente, una Barbagia quasi sconosciuta. Ma Paolo Pillonca aveva mantenuto rapporti con il paese di nascita, Osilo, con la Lanusei dei Salesiani, con Tempio, con Cagliari, infine con Seui. Proprio a Cagliari si era brillantemente laureato con Antonio Sanna in Linguistica Sarda.

Allora dopo un anno ho ripreso in mano questo volume straordinario sulle gare poetiche in Sardegna, riflettendo sulle ragioni del titolo, O bella Musa, che ci racconta prima di tutto la vitalità degli studi classici fatti da Paolo Pillonca, il forte radicamento alla tradizione poetica greca e latina. In questi giorni ho riletto il de vulgari eloquentia di Dante scritto oltre sette secoli fa, che tanto ci aveva fatto arrabbiare da ragazzi: in realtà Dante aveva davvero ragione, quando affermava che i Sardi non sono italiani ma metodologicamente possono essere associati agli italiani, associandi videntur. E i Sardi non posseggono un loro volgare italico, perché seguono strettamente la lingua e la grammatica latina, dicono domus nova e dominus meus, anche se scimmiottano il latino, come si esprime un poco ironicamente l’Alighieri.

La cultura classica in realtà per Paolo Pillonca era lo strumento principale del metodo rigoroso da lui adottato per leggere la Sardegna con le sue eredità e le sue chiusure, ma anche con la dolcezza di un mondo femminile che attraversa tutto il volume ad iniziare dal primo capitolo In principio era la poesia delle donne. Così ci ha insegnato Battiato che ha utilizzato il proemio dell’Iliade per raccontare la storia di milioni di profughi afgani durante il conflitto con l’allora Unione Sovietica e la vicenda degli indiani soffocati dal colonialismo: cantami o diva dei pellerossa americani / le gesta eroiche di squaw “pelle di luna”.  E allora mi sono ricordato dei Canti Barbaricini di Sebastiano Satta e della poesia Unu saludu a Nuoro del poeta Giovanni Nurchi scritto nell’aprile 1903 in occasione della prima riunione turistica Sarda, alla quale parteciparono tanti giovani ciclisti, ai piedi di quell’Ortobene ue musas ed abbas de Ippocrene / generant melodia tra sas venas. Ma gli studenti erano attratti soprattutto alle ragazze nuoresi: sas feminas sun ladras in Nuòro / ca cun s’oju nos furant mente e coro. E l’Ippocrene è la sorgente sul Monte Elicona, scaturita nel punto dove Pegaso, il cavallo alato figlio di Medusa, regina di Sardegna, aveva colpito con uno zoccolo la roccia. Intorno a questa fonte si riunivano le Muse per cantare e danzare. L’Elicona torna più volte nei canti dei poeti registrati in questo libro e la musa ispiratrice dei poeti è la bellezza, il garbo, la grazia, della donna che amiamo.  Ci sono tanti richiami che si incrociano più o meno consapevolmente perché in Sardegna all’alba del tempo lungo – scrive Pillonca - era la poesia femminile, che esisteva e resiste nei penetrali della memoria del popolo sardo, non come ricordo nostalgico ma come viva espressione di sentimenti, di passioni, di una forza arcana che da tempi remoti affida alle donne il governo poetico dei punti fermi dell’esistenza, a partire dai canti della culla: ho scritto in passato sull’opera di Antonio Mocci professore di diritto romano nell’Università di Sassari (1866-1923) che per la rivista “Archivio per lo studio delle tradizioni popolari” di Giuseppe Pitré (1841-1916) e Salvatore Salomone-Marino (1847-1916) – aveva pubblicato le   Ninne-nanne sarde raccolte in Oristano e Duru Duru Canti bambineschi sardi (1892-93). Un po’ come Angelo De Gubernatis (1840-1913) nella “Rivista delle tradizioni popolari italiane”, che avrebbe visto la partecipazione attiva di Grazia Deledda (1871-1936). Temi, quelli etnografici legati al canto, che erano in qualche modo marginali e sui quali spesso si ironizzava.

Ma poi ci sono le nozze, i funerali, il dolore, come nel film L’ultimo pugno di terra di Fiorenzo Serra, con il corpo del pastore ucciso nelle campagne di Sedilo, vestito d’orbace, con il portafoglio vuoto, le mosche che si accaniscono sul viso, il trasporto della salma dall’ovile, il funerale, la fossa per la bara nera, s’atitidu e il silenzio dei parenti e insieme il pianto della vedova che recitava una nenia interminabile.

Paolo Pillonca parlava di un legame ancestrale che talora si esprime con un registro alto, facendo fiorire la genialità pura, come in Bannedda Corraine, l’arcana atitadora della disamistade di Orgosolo del primo Novecento, e in molte altre sibille ignote a gran parte dei giovani del terzo millennio eppure fisse nei cunicoli dei ricordi lunghi del nostro popolo. Paolo ricordava il giudizio di Michelangelo Pira su tzia Bannedda: l’estasi popolare nei suoi confronti traeva origine dalla sua bellezza, dal portamento fiero e dignitoso, ma soprattutto da “come sapeva mettere le parole” in poesia e in prosa.

La poesia orale popolare femminile si è persa quasi completamente, per quanto le atitadoras, sas meres de su prantu a Orune, abbiano svolto nei secoli un ruolo riconosciuto e apprezzato. Questioni contenute nel volume di Piera Cilla su Sa poesia de sas feminas dae su 700 a sos annos chimbanta de su 900, che è stato presentato qualche anno fa alla Biblioteca comunale  di Sassari da Maria Sale, Anna Cristina Serra, Carmela Arghitu,  Clara Farina. Gli studi su questi temi sono stati avviati all’inizio dell’Ottocento da Vittorio Angius, Giovanni Spano l’archeologo esonerato dall’insegnamento dal Magistrato sopra gli studi all’Università perché distratto da "le inezie della lingua vernacola" e dai "gingilli dell'archeologia"'; ma troviamo altre personalità ancor più di rilievo come Sebastiano Satta.

Ci restano molti nomi di poetesse estemporanee di Osilo, patria di Pillonca, Maria Cherchi, le due sorelle Dore, Bella Marongiu, Domenica Pilo, Bella Sini. Ben sei poetesse improvvisatrici sulle 13 che conosciamo meglio.

Certo altra cosa sono le poetesse che scrivono a tavolino e si presentano ai premi, come per il Premio città di Ozieri dove ho avuto il piacere di ascoltare tante di loro, argute, immaginifere, capaci di confrontarsi alla pari, piene di intelligenza, di curiosità di speranze e desideri: negli ultimi 5 anni ne abbiamo premiato decine. Non sono poche le cultrici della poesia in lingua sarda che il nostro Premio ha fatto emergere: nella giuria ho avuto il piacere di seguire con ammirazione Anna Cristina Serra di San Basilio, alla quale Pillonca dedica il capitolo 19, intitolato il lascito delle antenate, con una bella intervista che fa emergere un animo gentile, positivo, un ottimismo senza confronti, formata alla scuola della zia Onoria, una cantadora nodia. Sulla sua tomba Cristina e i suoi non fanno mancare mai un fiore.

Presentando questo volume a Ozieri il 20 febbraio 2019, per la 60° edizione del Premio,  a un anno dalla scomparsa dell’autore, avevo espresso l’emozione di tornare a recitare un rosario di versi conosciuti e ritrovare una serie di parole che ci sono care e che ci emozionano; soprattutto per incontrare di nuovo un amico perduto, per metterci in sintonia con il suo carattere riflessivo, rispettoso, generoso, pacato, positivo. Noi che abbiamo avuto il privilegio di conoscerlo e di averlo avuto come amico possiamo ora percorrere con lui un lungo viaggio nel mistero della gara poetica partendo da Ozieri, da quel 15 settembre 1896 e dall’idea geniale di Antoni Cubeddu di offrire al pubblico in piazza le dispute in versi: sas galas, per anni relegate a momento di svago nelle feste private (tosature, matrimoni, battesimi etc.). Questo lungo periodo è ricostruito attraverso immagini, aneddoti e ricordi di un passato che ci appartiene. Il volume di Paolo completa l’analisi contenuta in Chent’annos - Cantadores a lughe ’e luna, pubblicato da Soter nel 1996, che già tracciava quella strada originale dalla quale nasce il miracolo della creazione improvvisata del verso logudorese: forse il suo capolavoro, pubblicato dalla sua casa editrice Soter a Selargius nel 2003. Sempre alla ricerca del percorso straordinario dal quale sgorga la creazione improvvisata del verso logudorese, <<una caminera ‘e virtude pro su tempus benidore ‘e unu pòpulu chi leat alénu dae s’istoria sua pro poder atopare a cara franca cun ateros pòpulos de su mundu>>.

Questo è ora l’ultimo contributo postumo dell’autore dedicato allo studio della poesia orale: dalla magia della creazione all’analisi dei tempi di esecuzione, dal ruolo delle donne a quello della critica, fino ad arrivare alle difficoltà degli ultimi tempi che, a causa del profondo cambiamento della società sarda, ne mettono a rischio la stessa esistenza.

Oggi però guardiamo al futuro, facendo tesoro di tante cose che sono evidenti, già nel titolo dell’opera che, con la bella Musa virgiliana, ci indica una via alta per la promozione della lingua, della cultura e della storia della nostra isola. I poeti hanno questo dono speciale, suscitano emozioni, spingono le persone ad agire per obiettivi nobili e positivi, raccolgono eredità e riescono a darci emozioni e sentimenti.

Paolo Pillonca si sforzava di studiare la poesia orale, di far emergere i poeti erranti (sos ch’andan a sos palcos in tottue) che non si limitano a scrivere in solitudine in su disisperu ‘e battor muros, perché – cantava Barore Sassu a Banari – in piatza bi gheret resisténzia, / logica cun retòrica e prontesa / disinvoluta, geniu e franchesa, / paradas e puntadas improvisas, / mimica, acentu e sillabas concisas, / campanilismu, impetu e irruenzia. Il confronto con la folla, il palco, le piazze, d’inverno il canto in spazi chiusi.

Ci sono tante scoperte ad ogni pagina di questo libro, che ha voluto mettere al centro il tema della madre immortale, metafora perenne della poesia al femminile. Con una visione più positiva rispetto a quella, tremenda, di Orlando Biddau: l’angoscia che la madre trasmette per l’assenza del padre ancora in guerra, angoscia irrevocabile, che durerà tutta una vita; poi la morte della madre, una donna semplice e triste, che ha lasciato in lui un’impronta profonda: «Sempre più arduo, solitario e smarrito / è il mio sentiero dacché tu non sei più / a consolarmi con le tue mani diafane / e la voce trepida e apprensiva / di chi timida visse in silenzio / un’attesa di lunghi anni d’infamia / e di condanna sognando di visitare di notte una tomba / col mio nome infangato e infranto / che ripulivi con furtive lacrime». E quando ritrova la memoria si dispera: «T’ho trovato, madre, nel buio / miele d’una lunga insonne notte / d’inverno. Il focolare spento, e il vento ramingo ululava con la gola / nera e insondabile della malaventura, dal camino deserto».

Lo sguardo di  Paolo Pillonca era più limpido e positivo: la sua profondissima cultura classica che emergeva ogni volta che c’incontravamo, tra Omero, Cicerone, Orazio, il Padre Dante, con citazioni che mi sembravano puntualissime e davvero felici e che pensavo fossero dedicate espressamente a me, anche se non era così.  Questa conoscenza professionale di dettaglio della poesia in lingua sarda, in particolare questa sistematica schedatura della folta schiera degli improvvisatori, che si estendeva nel tempo dai grandi del passato, copriva spazi geografici impensabili, raccontava una passione, una curiosità, una sensibilità che ci commuoveva e ci incantava. I suoi interventi erano davvero godibili e apprezzati da un pubblico eterogeneo e vivace. Tante volte l’avevo interrogato su aspetti marginali, sui poeti dei miei territori, Giovanni Nurchi a Bosa, Pittanu Morette a Tresnuraghes, Gavino Delunas a Padria oppure Remundu Piras a Villanova, trovandolo sempre preparato e capace di penetrare il senso profondo, l’eleganza, la qualità della produzione poetica isolana, la sua ispirazione profonda, le sue radici. Nel premio Ozieri l’avevo visto all’opera durante le riunioni della giuria e quando conduceva assieme a Nicola Tanda una cerimonia davvero complessa:  coglievo tutte le occasioni per assorbire da lui idee, suggerimenti, indicazioni, giudizi, come quando censurava con severità la frequente zoppìa nella metrica adottata da molti poeti che partecipavano al premio Antoni Sanna o quando esaltava i risultati straordinari ma meno noti della poesia per il canto, come nel Premio Gurulis Vetus a Padria o nel Premio Antoni Cubeddu o a Osilo o in tanti altri premi letterari ai quali partecipava come presidente o come giurato, in tutta l’isola, con questa serenità che lo distingueva da tanti esagitati e incompetenti cultori, difensori di un orticello sempre più piccolo, pronti ad irritarsi sul piano grammaticale per una doppia: con la voglia di estendere la rete dei rapporti, di allargare la documentazione negli archivi, di approfondire la conoscenza della vita dei poeti, di coinvolgere tutti, di recuperare il carattere plurilingue della Sardegna, di non abbandonare le varianti storiche, di confrontarsi sul tema degli standard con un profondo rispetto per le posizioni di tutti ma senza rinunciare ad una ricchezza e ad un rapporto diretto con la lingua materna dei Sardi.

A Sassari poi  negli anni Novanta, Nicola Tanda, io stesso e il preside Giuseppe Meloni, l’avevamo chiamato a tenere vari corsi e seminari sulla poesia verbale nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Sassari, molto seguiti dagli studenti, partendo da figure come Gavinu Contene di Siligo, Antoni Cubeddu di Ozieri, Antonandria Cucca di Ossi, Antoni Farina di Osilo, Pitanu Morette di Tresnuraghes, Zuseppe Pirastru di Ozieri, Barore Testone di Bonorva, tutti poeti di quella che possiamo definire la prima generazione a noi nota. Le lezioni si erano poi trasformate con la partecipazione alternata di cinque improvvisatori: Mario Màsala, Francesco Mura, Antonio Pazzola, Giovanni Seu e Peppe Sozu.

Questo volume cerca di spiegare i meccanismi della poesia estemporanea, la molla che spinge gli aedi improvvisatori a manifestare la loro creatività eccezionale, il demone  che muove il canto, che Antoni Cubeddu nel 1938 spiegava a Pedru Casu con la sofferenza dell’anima che favorisce la creatività, in su meu propriu dolore / cun pius estru e pius vena.  Paolo – raccontando lo scontro tra Remundu Piras e Juanne Seu di Chiaramonti - parlava di un’onda misteriosa della creatività, mossa spesso dall’infelicità e dalla tristezza che fanno sbocciare per incanto versi meravigliosi, con un’emozione che è legata ai sentimenti, alle passioni, alle curiosità che influiscono anche sui tempi di esecuzione nella creatività poetica.

Tornano in questo volume i nomi di grandi poeti della tradizione sarda; Remundu Piras (ero stato a Villanova alla presentazione dell’opera omnia nel 2009), Barore Tucone, Pepe Sozu, Antoni Piredda, Barore Sassu, Franziscu Mura, Juanne Seu, Marieddu Masala, tanti altri capaci di evocare immagini, ricordi, esperienze, attraverso le parole ed i segni, perché come ci ha recentemente ricordato Mario Medde nel volume Antiles, riprendendo Agostino noi non possiamo parlare delle cose, ma delle immagini impresse e affidate alla memoria, perché noi portiamo quelle immagini nella profondità della nostra memoria, come documenti di cose percepite precedentemente: li raccontano ancora  questi poeti di un tempo scontrarsi a coppie a Tresnuraghes per San Ciriaco, a Montresta per San Cristoforo, in anti altri luoghi della Sardegna, come a Silanus dove in questi giorni è stata inaugurata Sa domo de sa poesia cantada dedicata ai poeti a bolu Mario Masala e Francesco Mura, ma lo sguardo è verso il progetto Pizzinnos a bolu, i giovani, partendo da Totore Cappai e Alessandro Arca.  Per Pillonca, come al solito colto e allevato alla poetica classica, i poeti estemporanei di questa Sardegna piena di eredità romane variano in continuazione la poiesis e si immolano con un moto perpetuo sull’altare della dea Bona Muta alla sarda, quando una poetessa è veramente in forma e velocissima, puledra indomabile – scrive Pillonca – della loro esistenza professionale.  E poi il rispetto per le norme non scritte, gli agrafoi nomoi, la legge orale di Antigone nell’immortale tragedia di Sofocle.

Il mio ricordo più lontano di una gara poetica improvvisata è a Lanusei, 45 anni fa, durante la settimana della Scuola di specializzazione in studi Sardi, alloggiati all’Hotel Seleni, quando Giovanni Lilliu – maestro anche di Paolo Pillonca - ci aveva fatto seguire una gara poetica che mi è rimasta indelebilmente nel cuore: avevo 25 anni e vivevo emozioni e sentimenti per me del tutto nuovi con un gruppo di colleghi e colleghe che amavo. Del resto per apprezzare la poesia occorre anche essere sensibili e forse feriti nei sentimenti.

Questi poeti hanno conosciuto la solitudine dell’ovile, vera scuola impropria dei pastori di talento, ben diversa da quella infelice e disperata della tragica esperienza di Gavino Ledda, perché ora le campagne sono amene e le valli fiorite;  perché per Remundu Piras S’umile musa mia si dirigit / a cuddos bellos saltos ue s’ama / su pastore guidat e currigit  / e-i s’anzone de sùere in brama / in mesu a milli mélidos distinguet / da s’annile su mélidu ‘e sa mama, la mia umile musa – ancora una volta – si dirige / a quelle amene campagne dove il gregge / è condotto e corretto dal pastore / e dove l’agnello voglioso di succhiare  / in mezzo a mille belati distingue / dal recinto la voce materna.   La vita in campagna diventa un incanto, mentre al capraro che assegna i cuccioli scintillano gli occhi.

E poi i difficili rapporti con la Chiesa sarda dopo il concilio dei vescovi ad Arborea del 1924 che attaccava coloro che volgarmente venivano chiamati poeti estemporanei, qui vulgo poetae extemporanei dicuntur, che dovranno astenersi dal trattare argomenti e tematiche che richiedono una conoscenza scientifica del dogma.  Tatano Curcu a Cuglieri nel 1975 attaccava i preti che imbrogliano il mondo con chiacchere e a da poi in cuddas notes fritas / in su letu si corcan sas teracas. Ma la polemica era esplosa sul piano sociale già con Raimondu Piras, che criticava la differenza tra lo sfarzoso funerale di un ricco e quello di un povero: su ricu che lu lean canta-canta / cun dogni reverénzia e discassos / pro su pòverru acèleran sos passos, / b’at finas diférentia in s’andata.

La poesia vive sui contrasti, sulle rivalità, sulle differenze, su una critica sferzante che tende a giudicare, per migliorare e crescere: gli scontri sul palco tra Antoni Cubeddu e Andria Ninniri, tra Remundu Piras e Barore Tucone, Francesco Scarpa e Barore Sassu,  Mario Masala e Bruno Agus, gli allievi di Melkiorre Murenu o di Pittanu Morette. I vari accoppiamenti; la scelta delle tematiche affrontate, la difesa del tema, il botta e risposta, dalla creazione del mondo alla guerra, alla pace, con una conoscenza della poesia classica che appare generalizzata e pervasiva; il progressivo declino denunciato da Piras: It’an a narrer cuddas noe musas, / ch’in Sardigna creian s’Elicona / pro comente estadas sun delusas ? Declino confermato da Pillonca anche nel titolo, perché la competenza linguistica in alcuni luoghi, non qui ad Orgosolo, è crollata paurosamente, come una notte senza luna. Proprio ad Orgosolo ci porta Paolo Pillonca per ricordare la difesa fatta da Jubanne Piredda per il poeta Remundu Piras che aveva perso la prima serata sul palco (p. 122).  L’ultimo allievo dell’antica scuola dell’ovile per Paolo Pillonca è Bruno Agus di Gairo in Ogliastra, con la bella intervista fatta ad Irgoli qualche tempo fa. E poi Mario Porru di Tonara ora a Serramanna.

Un capitolo è dedicato agli intellettuali sardi che sono rimasti colpiti dalla poesia orale: Antonio Gramsci, Aligi Sassu, Paolo Fresu, Michelangelo Pira, Giovanni Lilliu, Antonello Satta, Francesco Masala, Nicola Tanda, Antonio Sanna, Salvatore Zucca, Nereide Rudas, Anthony Muroni premiato ad Ozieri e tanti altri. Penso innanzi tutto al nostro Bachisio Bandinu.

Quasi fosse un giornalista radiotelevisivo Pillonca ha raccolto registrazioni, interviste, materiale inedito che viene pubblicato alla fine di questo volume come la gara di Seui del 1992 e lo scontro nella Festa de sa Montagna tra Franziscu Mura e Mariu Masala, pubblicata in una vera edizione critica, con l’esordio in 40 strofe misurate una per una; segue il primo tema (dinàri e onore) con almeno 50 strofe, il secondo tema (Furare e Pedire) con 38 strofe  di lunghezza vicina ad un minuto e infine la rapida duina con 25 interventi brevi e fulminei, da 10 secondi e le 14 batorinas da 20 secondi. Chiude la doppia dispedida da custa bella festa ‘e sa montagna, che ci lascia davvero incantati, convinti che tanta bellezza e profondità debbono esser stato frutto non solo di una competenza coltivata nel tempo ma anche di letture, fatte da uomini colti e sensibili.

A distanza di anni dalla scomparsa di Paolo, voglio ringraziare gli amici di Orgosolo perché forse solo ora riusciamo a capire cosa la Sardegna intera abbia perduto, siamo per un momento in grado di cogliere la fortuna di chi l’ha conosciuto e valutare il senso di un’eredità luminosa che sono certo vorremo tutti raccogliere con rispetto e gratitudine.

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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