La caduta di Kabul e di Herat, ovvero l'umiliazione dell'Occidente.

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Scritto da Administrator | 24 Agosto 2021

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La caduta di Kabul e di Herat, ovvero l'umiliazione dell'Occidente.

I Talebani oggi sono entrati a Kabul, il Presidente dell'Afganistan Ashraf Ghani si è dimesso e ha lasciato il paese; abbiamo visto la sofferenza della gente, il terrore degli afgani e delle afgane che hanno invaso le piste e tentato di fuggire sugli aerei militari. Abbiamo riconosciuto nelle immagini l'ingresso alla base militare italiana di Herat devastato: era stata allestita di tutto punto durante i venti anni precedenti; I tanti luoghi danneggiati negli scontri e nella confusione più totale.

L’Afganistan è un paese che amiamo, che ci aveva accolto nel maggio 2014 con i suoi colori, con il suo verde, con i suoi profumi, con la sua musica, con la sua gente. Anche con un pezzo di Italia e con un pezzo di Sardegna.

Ospiti dell'Università, eravamo stati ad Herat, la Alessandria Aria fondata da Alessandro Magno, osservando in elicottero la celebre Grande moschea di Herat Jamaʿ Masjid.

Il colonnello italiano Gallo ci aveva spiegato come si svolgevano le elezioni tra mille difficoltà e come l'Italia avesse organizzato la distribuzione delle schede elettorali, con la barra elettronica ma entro grandi casse trasportate coi muli fin sulle montagne. Come l'Italia avesse investito in scuole, acquedotti, ospedali, strade. Ci aveva messo in guardia dall'utilizzo della facile formula che ritenevamo di sinistra "culture egemoni e culture subalterne".

Proprio all'Università avevamo manifestato il più grande rispetto per le tradizioni culturali e religiose, per la profondità della storia, per il patrimonio culturale sintetizzato nella splendida città di Herat dalla Moschea blu e dall’antica cittadella Arg, recentemente restaurata dall’UNESCO, costruita in pisé di terra, questi straordinari mattoni di fango e paglia solidi e capaci di regolare la temperatura. E poi i quattro altissimi minareti dell’antica Scuola coranica, la madrassa e il musalla distrutti dai Britannici, l’oratorio e il vicino Mausoleo della Regina Gawarshad, le mura dell’originaria vastissima fortificazione islamica.

Oggi siamo vicini alle donne afgane, ai ragazzi della nuova generazione, agli studenti, alle tante famiglie che hanno avuto centinaia di migliaia di morti, ma anche vogliamo ricordare i nostri 53 soldati italiani caduti, le centinaia di feriti.

Penso oggi al romanzo di Khaled Hosseini "Il Cacciatore di Aquiloni”, ambientato a Kabul negli anni dell'intervento militare sovietico e nei tragici momenti successivi: con un'emozione che taglia le gambe sono raccontati i problemi dei rapporti con i Talebani, il futuro del patrimonio rappresentato dalla devastazione dei Budda protetti dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità e distrutti dai ribelli, tanti luoghi, tanti laghi, montagne e ambienti naturali di un paese, che abbiamo scoperto anche nelle pagine del libro di Elisabetta Loi e di Pier Luigi Piredda, pensando ai luoghi italiani in Afghanistan: Bala Morgab, Herat, Farah, Campo Arena. Abbiamo visto poi come, in realtà, l'attività della Brigata Sassari si sia svolta a supporto delle diverse realtà culturali di un paese complesso e difficile, con le varie etnie che si incrociano.

Ho visto che il Presidente americano oggi nega che gli USA abbiano mai avuto l'intenzione di rifondare lo Stato afgano: forse avevamo capito male. A Sassari con mille speranze (come quella di vedere di nuovo a Kabul volare gli aquiloni) il 21 settembre 2013 avevamo partecipato all'incontro "State building", come affrontarlo, promosso dal comandante della Brigata Sassari.

Credo che dovremmo constatare dolorosamente che la guerra non ha risolto nessuno dei problemi in campo e che i nostri valorosi soldati della Sassari, col loro coraggio, il senso del dovere, la disciplina miliare alla quale siamo poco abituati, l'impegno per la pace, non meritassero quello che sta avvenendo oggi. L'umiliazione dell'Occidente.

Attilio Mastino

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

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