Il portolano stintinese.

PDFStampaE-mail

Notizie - Archivio
Scritto da Administrator | 27 Giugno 2022

Valutazione attuale: / 0
ScarsoOttimo 

Il portolano stintinese

Questo è un libro destinato soprattutto a chi ama il mare della Sardegna, ai marinai, ai pescatori, a coloro che osservano l’isola con gli occhi incantati di chi riesce a scoprire ogni giorno qualcosa di bello da ricordare nelle giornate invernali e da raccontare: una ragione in più per poter ritornare, per rivedere gli amici, per percorrere le rotte più care lungo le coste dell’Isola del sole.

Antonio Diana dopo i volumi dedicati al tempo della memoria, dopo le cartoline d’epoca e le immagini antiche di Stintino, ora ci rivela una conoscenza incredibile e di dettaglio sui mille luoghi di un territorio che va dalla Punta dell’Argentiera fino allo stagno di Pilo, nell’area nord-occidentale della Sardegna, comprendendo un accuratissimo periplo marino dell’isola-parco: gli antichi ritenevano che Ichnussa fosse quasi l’impronta del piede destro di un dio e che l’alluce andasse dal promontorio Gorditano (connesso alle Gorgoni dell’estremo occidente) fino all’Isola di Ercole: il primo è identificato  con il capo Falcone ed è citato due volte dal geografo Tolomeo, vissuto ad Alessandria d’Egitto nel II secolo d.C., sulla costa occidentale e la costa settentrionale, dunque proprio al limite tra i due litorali. L’alluce arrivava a comprendere due isole circumsarde. l’Isola Piana (Diabate) e l’isola di Eracle (l’Asinara), tutti punti anticamente collocati a meno di 30 gradi di longitudine dalla più lontana delle Isole Fortunate (le Canarie).

Un secolo prima il naturalista Plinio il vecchio nel terzo libro della Naturalis Historia precisava: Gorditano promontorio duas insulas quae vocantur Herculis.

Correggendo un poco Tolomeo, noi oggi sappiamo che l’errore dei pionieri greci era trascurabile e che il punto più occidentale della Sardegna è in realtà un po’ più a sud rispetto al promontorio Gorditano, cioé al Capo dell’Argentiera nella Nurra, un lungo sperone di roccia scistosa con le pareti a picco sul mare: da qui inizia un percorso marittimo dettagliatissimo, risalendo la costa dopo aver superato il Golfo delle Ninfe (Porto Conte), Capo Caccia e l’Isola delle Ninfe (Foradada), luoghi che nel nome rimandano a miti greci relativi alla navigazione nel Mare occidentale, alla scoperta di un mondo pieno di mistero, illuminato dalla fiaccola del dio Forco-Nettuno, oltre il confine più estremo per la navigazione. Qui la terra finisce e il mare comincia come a Cabo da Roca in Portogallo (aqui… onde a terra se acaba e o mar começa), sul Promontorium Magnum che si affacciava sull’Oceano, a Nord della foce del Tago: il punto più occidentale dell’Europa, con le celebri dediche al Sole del tramonto, all’Oceano padre, alla Luna.

In questa tratto della costa sarda è il tramonto che caratterizza il paesaggio: qui erano venerate le ninfe protettici della navigazione nel loro antro marino, e poi Ermes-Mercurio giunto dalla lontana Iberia, dall’isola della madre di Mercurio Erizia a Cadice, oltre le colonne d’Ercole; e poi Iside pelagia con la fiaccola in mano per incoraggiare i naviganti a superare il buio della notte; le stelle ad iniziare da Sirio, l più luminosa, che orientava i marinai nelle notti senza luna. Infine soprattutto Ercole, l’eroico semidio, che dava il nome all’isola dell’Asinara e nella stazione stradale di Ad Herculem, forse in Cuili Ercoli a Nord di Fiume Santo. Luoghi che conoscevano la violenza del mare investito da Nord-Nord Ovest dal Circius, originato alla foce del Rodano a Marsiglia, ossia dal Maestrale del Golfo del Leone; talora anche luoghi ridossati e protetti da una costa che cambia orientamento in continuazione rispetto ai punti cardinali, tra mare di dentro e mare di fuori.

Significative sono le diverse versioni dei toponimi nelle diverse lingue e nelle varianti documentate dalle fonti soprattutto Ottocentesche con una moltiplicazione dei dati presentati da Emidio De Felice sessanta anni fa (La Sardegna nel Mediterraneo in base alla toponomastica costiera antica).

La presenza in tempi lontani delle foche in questi litorali aperti non è documentata solo nella Grotta del Bue Marino nel litorale orientale della Sardegma a Dorgali ma anche nella spelunca bovis a Capo Marrargiu, e, nel settore geografico studiato in questa sede, a Lu Biggiu Marinu di La Nurra (a Musu de poshciu) presso Capo Mannu; oppure a Li Grutti di Lu biggiu marinu alla base di Capo Falcone presso la Valle della Luna. Del resto già nell’antichità molte leggende marinare parlavano di mostri marini in quest’area della Sardegna, i favolosi “montoni marini”, identificati con l’orca gladiator che secondo Claudio Eliano (all’inizio del III secolo d.C.) trascorrevano l’inverno nei paraggi del braccio di mare della Corsica e della Sardegna, accompagnati da delfini di straordinarie dimensioni, impegnati a dare la caccia alle foche con altri cetacei. E come è noto le foche costituivano il corteo che accompagnava il dio Forco e la sposa Ketos, madre di Medusa regina di Sardegna, una delle Gorgoni. Noi sappiamo che la riflessione mitica era fondata su una profonda conoscenza naturalistica da parte dei marinai greci intorno alle rotte dei cetacei e più in generale dei mammiferi che frequentavano (e continuano a frequentare) i mari collocati tra Sardegna settentrionale, Corsica, Liguria e Toscana, entro quello che oggi si chiama il “Santuario per i mammiferi marini”, ampliatosi a livello internazionale anche lungo la costa occidentale dell’Isola.

In queste pagine torniamo ad apprezzare la luce, il sole dei nostri giorni e vediamo scorrere attraverso le fotografie e le descrizioni dell’autore i promontori (Cabu Tagliaddu), le calette (Coscia di donna), gli isolotti (Zia Teresa, l’isola dei Porri, Lu Pizzinnu, Bosincu, Lu postlu Mannu, Agnadda), gli scogli individuabili per la loro forma o per il loro colore (Lu maili canu), le secche ricche di saraghi e dentici ma pericolose per la navigazione (Li Cavaddi), le spiagge, le foci dei fiumi, gli stagni, le grotte (Li Gruttazzi), le torri spagnole (la più spettacolare quella della Pelosa sull’Isola Piana o quelle dell’Asinara), i fari: in questo volume abbiamo una breve descrizione ma anche un dettagliato resoconto sulla possibilità di atterraggio, sui pericoli e sulle opportunità, addirittura sui tesori nascosti, sulla presenza di acqua e di legna; la localizzazione di antiche tonnare (come a La calanca di Lu vascellu) o di luoghi privilegiati per la pesca (Canna Pilu).

Colpisce l’immaginazione e la fantasia dei pescatori che cercano dal mare i loro punti di riferimento sulla costa, gli allineamenti a terra, le mire, i segnali, per ritrovare il campo di pesca più fortunato: l’elefante, il maiale, i gatti, il leone, i lupi, la poppa di una nave; tutte interpretazioni di fantasia, frutto di fervida immaginazione ma anche esperienze reali, come i luoghi effettivamente frequentati dalle capre (La punta de li becchi, Schcianna Crabitti) o da buoi e vacche come a la Cala de li boi ed a Funtana di li boi o a Cala di vacca; anche da cavalli (Lu seccu di li cavaddi), da grandi uccelli, come a Lu Faschioni presso Cala Maccaroni.

Riemergono tanti episodi memorabili, lo sbarco dei Turchi, i naufragi, l’attività di pescatori singoli o associati, le conoscenze geografiche, la costante verifica della posizione delle barche rispetto ai punti cardinali, le paure millenarie come nella valle del diavolo (Lu baddigiu di lu diaulu): ma anche le speranze di salvezza e del ritorno in porto, la devozione religiosa per Maria stella maris protettrice della navigazione oppure per i Santi. Anche antiche abitudini di pesca locali, le nasse, le reti, lu bullu, le canne, il corallo: specialità dei pescatori Ponzesi, Napoletani, Genovesi, come quelli di Camogli provenienti dal levante genovese verso Portofino oppure dalla colonia tabarchina di Carloforte. Tutti temi e curiosità che in qualche modo hanno toccato (penso a Gabriella Mondardini) e sono certo potranno toccare l’interesse degli antropologi.

Non manca un quadro delle attività economiche, la raccolta del sale (Li alippi), le miniere (La calanca di lu ferru), le attività agricole come nelle aie per lavorare il grano (Punta di Agliola), l’allevamento (Lu ziraccu, con il ricordo di un pastore solitario), la carpenteria navale a Ipaimadori, le cave di granito a Li shcalpellini, il complesso delle Tonnare, ancora le preziose saline. Sull’Asinara il ricordo vivissimo della stazione sanitaria del Lazzaretto, a Lu Secundu o a Lu Terzu; e poi i prigionieri di guerra austroungarici o i soldati serbi nel loro commovente ossario.

Soprattutto l’ambiente strepitosamente ricco con la sua biodiversità: la flora, tra i ginepri di Lu Nibaru; gli olivi selvatici come a La calanca di l’agliastroni, gli olivi come a Cala d’Oliva, il gelso a La murighessa; le alghe a La Pilosa oppure a La pagliazzedda o anche a Pazzoni. Ancora più numerosi i toponimi che fanno riferimento alla fauna: Lu Caccioné, il cormorano; Li murineddi, i mufloni, i buoi, i cavalli; i corvi, i falchi di Lu faschioni che ci rimandano a un’altra isola circumsarda, l’isola di San Pietro, nell’antichità conosciuta da Plinio e da Tolomeo come Acciptrum insula – Hierakon nesos, l’isola degli sparvieri o dei falchi. Del resto il tema dei molti e grandi uccelli che abitano questi promontori e questi monti attraversa tutta la letteratura sarda.

E poi i pesci, come a Lu Bugaiolu, a Cala di sgombro, a Cala d’Aluzzu ricca di lucci. I ritrovamenti archeologici (Sthintineddi e Sthintini Mannu. ma anche alla Fossetta Carlofortina), i monumenti come le antiche domus preistoriche (Furreddus), i monumenti nuragici (Unia), le anfore romane, Li Iorri, ad esempio a Cala Reale,  o i castelli medioevali come a Castellazzo sull’Asinara, l’archeologia industriale.

Chiudendo il libro si ha l’impressione non solo di una ricchezza straordinaria di questi paesaggi collocati sull’isola-parco o sul “continente” sardo,  in alcuni punti investiti pesantemente dal turismo a numero chiuso o dal turismo nautico; soprattutto si apprezza il legame che l’autore ha con i luoghi più solitari, la sua ammirazione per la bellezza di questa costa: leggiamo molte cose non dette che sottintendono un collegamento con le generazioni che l’hanno preceduto e che in qualche modo hanno contribuito a lasciarci un punto di vista, un’attenzione piena, un rapporto profondo, un senso di appartenenza che stupisce e commuove.

Attilio Mastino

Ultimo aggiornamento Lunedì 27 Giugno 2022 19:50

Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet
multa saeculis tunc futuris,
cum memoria nostra exoleverit, reservantur:
pusilla res mundus est,
nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat.


Seneca, Questioni naturali , VII, 30, 5

Molte cose che noi ignoriamo saranno conosciute dalla generazione futura;
molte cose sono riservate a generazioni ancora più lontane nel tempo,
quando di noi anche il ricordo sarà svanito:
il mondo sarebbe una ben piccola cosa,
se l'umanità non vi trovasse materia per fare ricerche.

 16 visitatori online