La città di Sulci nel Mare Tirreno: Tortolì
Sulci nel Tirreno
La localizzazione della città di Sulci tirrenica (omonima della Sulci collocata sull’isola Plumbaria) menzionata in Tolomeo, che conosce probabilmente il porto e certamente gli abitanti, Solkitanòi e nell’Itinerarium Antonini, nell’area di Tortolì, proposta sin dall’Ottocento, appare accettabile, pur in assenza di documenti epigrafici, in funzione del vasto abitato antico in corrispondenza dell’odierna Arbatax-Tortolì[1]. La ricognizione archeologica in Ogliastra, Barbagia, Sarcidano nell’ambito del progetto “I nuraghi”, coordinata dal Consorzio Archeosystem[2], per quanto non espressamente indirizzata all’età romana ha portato avanti in comune di Tortolì e in molti comuni vicini un’indagine di superficie per grandi aree che costituisce un primo parziale inventario delle emergenze classiche: l’Ogliastra appare effettivamente come «una delle regioni col più scarso indice di romanizzazione»[3]. Eppure è possibile ora individuare una serie di insediamenti rurali su alcune aree campione, forse vici ad economia agricola, con una particolare frequenza sulla fascia costiera: in particolare attorno all’antico scalo portuale nell’attuale stagno di Tortolì, «si è riscontrata un’ altissima concentrazione di fittili»; gli insediamenti più rilevanti sono quelli di Tradàla e Perdixèdda a N dello stagno e di Is Murdegus a Sud, caratterizzati dalla presenza di anfore di produzione iberica e tripolitana[4]. A Sud della città di Tortolì, un insediamento particolarmente significativo è quello di Santa Barbara-Bonghì, un’area «tra le pendici dei Monti Cuccu, Genna Spina, Bonghì e Corrias Longas, occupata, senza soluzione di continuità, dall’età prenuragica alla tarda età romana»[5]. Ma è «tutto il territorio lungo la costa meridionale sino a Nostra Signora di Buon Cammino, corrispondente alla zona dove sorgeva Custodia Rubriensis» ad essere «costellato di insediamenti di tipo “rurale” », con estensione che molto all’ingrosso si ritiene variasse «dai 5.000 ai 20.000 metri quadrati»: ad esempio «alle estreme propaggini del M. Arista», è stata individuata l’area di Musèddu, forse un vicus agricolo attivo tra il I ed il IV secolo, caratterizzato dalla presenza di anfore vinarie ed olearie tripolitane[6].
Le segnalazioni di Marcella Frau, Carmen Locci e Giorgio Murru per Tortolì sul Progetto “I nuraghi” sono le seguenti[7]:
– Loc. Is Murdègus: resti di una «modesta costruzione rurale con annesso magazzino», dai quali provengono tre orli a corolla di anfore tripolitane[8]; un frammento di orlo di anfora di fabbricazione iberica tipo Dressel 7-13 del I secolo d.C., per il commercio del garum[9].
– Loc. Costa Aràngius: frammenti di rozza ceramica di età romana[10].
– Loc. Cugùmeru, alle pendici del M. Bonghì, presso i resti dell’antica chiesa di S. Barbara: resti di edificio, con frammenti fittili (ceramica comune, vasellame da mensa) e laterizi, in particolare tegulae hamatae[11]; altre murature sparse[12]; frammento di parete di coppa in terra sigillata[13]; frammento di scodella in sigillata africana forma Atlante XXXVIII 1,3 (= Lamboglia 42, Hayes 67), databile tra il 360 ed il 470 d.C.[14]; frammento di casseruola forma Atlante CVII 6-7 (= Ostia III, fig. 267), databile tra il II e gli inizi del V secolo ([15]).
– Loc. Monte Forros, Cuccuru Donna Maria: frammento di collo, spalla e ansa di anfora[16].
– Loc. Teristòlu, nell’entroterra del lido di Orrì: frammenti di ceramica figulina, forse di età romana[17].
– Loc. Nuraghe Nuraxeddu: resti di «modeste abitazioni rurali di epoca romana aggregate in un piccolo nucleo», con «ceramiche figuline e d’impasto, conci di granito, frammenti di laterizi e di dolio, pietrame minuto in crollo»[18]; resti di strutture murarie[19]; frammenti di orlo di coppa carenata in sigillata africana della prima metà del II secolo d.C., forma Atlante XIV, 3 (= Lamboglia la, Hayes 8A)[20]
– Loc. Baccu Arzùla, verso la vallata del rio di Cea: “frammenti di ceramica figulina e d’impasto», provenienti da una necropoli o da una costruzione rurale.[21]
– Loc. Perda Longa, Perd’ e Fa, tra i nuraghi Turùddis, Nuraxeddu e Nurtài: complesso archeologico preistorico, con tombe preistoriche, con tracce di frequentazione in età romana[22]; in particolare a Perd’ e Fa «i reperti fittili sono esclusivamente nuragici e romani, con larga prevalenza di questi ultimi»[23]; un elemento architettonico in granito (forse una soglia)[24].
– Loc. Nuraghe Muxièddu: «ceramica figulina con anse, orli e pezzi poco significativi, ma riferibili genericamente ad età romana»; fittone d’anfora[25].
– Loc. Sa Serra’ e sa Pira, a settentrione della giara di Teccu: conci di granito e resti di murature di un antico insediamento rurale; «frammenti ceramici pertinenti a sagome vascolari non determinabili, associati a frammenti d’embrici».[26]
L’attuale barra sabbiosa tra Arbatax e Santa Maria Navarrese è frutto dei depositi dei corsi d’acqua di Riu Pramaera-Su Pollu, Su Stuargiu, immissario dello stagno di Tortolì, e dell’emissario Bacusara. Nell’antichità la linea di costa formava un’articolata insenatura ridotta ora allo stagno di Tortolì, al canale di Bacusara e alla Pauli Iscrixedda.
L’insediamento antico, attestato già in fase neolitica, si struttura nell’età del Bronzo Medio, Tardo e Finale nella sequenza di nuraghi disposti ad anfiteatro attorno alla baia da Su Corru de Trubutzus (quota m 82), a Niu Abila (quota 136), a Santu Tomau (quota 73), forse attraendo, secondo la felice ipotesi di Piero Bartoloni, un fondaco stagionale miceneo nell’isolotto dell’Ogliastra[27].
In età punica dovette costituirsi il centro urbano di Sulci, che ripeteva il poleonimo della più importante Sulci sud-occidentale: Claudiano alla fine del IV secolo sembra riferire a questa Sulci la fondazione da parte di Cartagine: pars adit antiqua ductos Carthagine Sulcos (de bello Gild., I, 518).Le ricerche più recenti, seguite all’individuazione della fase cartaginese nel 1966 ad opera di Ferruccio Barreca, hanno evidenziato in prossimità della collina del castello di Medusa – Girasole materiali punici e d’importazione (anfore magno greche e ceramica attica) del V-III secolo a.C., mentre risulta isolato un frammento di anfora da trasporto punica della fine del VI-inizi V secolo a.C. La fase romana è documentata da strutture murarie, in particolare le tegulae hamatae riferibili ad ambienti termali presso la chiesa di Santa Barbara e a San Lussorio, e da elementi di cultura materiale, con particolare riferimento per il periodo repubblicano all’abbondante ceramica a vernice nera in Campana A e B e alle anfore Dressel 1, e per il periodo imperiale alle importazioni di anfore iberiche Dressel 7-13, tripolitane e di ceramica sigillata italica e africana in sigillata chiara A e D.
L’unica menzione diretta del centro è offerta, come si è detto, dall’Itinerario Antoniniano, che segnala Sulcis tra Viniolis (Dorgali)a 35 miglia a Nord e Porticenses a 24 miglia a Sud, benché i Roubrénsioi citati da Tolomeo si debbano collocare tra Bari Sardo e Arbatax, in relazione forse a Custodia Rubriensis dell’Anonimo Ravennate, connesso alle rocce rosse porfidiche di Arbatax.
Lo statuto di Sulci è incerto a causa della assenza di documenti epigrafici dirimenti: l’attestazione nell’entroterra di Sulci, a Ilbono e Lanusei, di diplomi militari di classiarii del principato di Domiziano e di Adriano, attesta indirettamente l’assenza di uno statuto municipale di Sulci entro il 134 (data del più recente diploma): i classiari erano privi di cittadinanza romana fino al congedo, quando tornarono in Sardegna probabilmente sbarcando proprio nel porto di Sulci (CIL X 7853 = XVI 27 del 79-81, Ilbono, classiario ?; CIL X 7854 = XVI 72 del 127, Ilbono, flotta di Ravenna; CIL X 7855 = XVI 79 del 134, Lanusei e non Tortoli, flotta di Miseno)[28]
Il rango di civitas stipendiaria appare il più congruo per un insediamento urbano di origine punica, in un’area non fortemente romanizzata.
Nel tardo impero è attestata epigraficamente (cippo di San Lussorio di Tortolì) la presenza affermata da Piero Meloni di (servi) vulgares, contadini di rango servile per i quali è stata comunque individuata una porzione di agro pubblico definita da termini confinari dei praedia (ELSard. B 50)[29]; essi erano contadini e appartenevano ad una categoria di servi definita da Ulpiano, Digesto 47, 10, 15, 43: multum interest, qualis servus sit, bonae frugi, ordinarius, dispensator, an vero vulgaris vel mediastinus, an qualisqualis[30]. Andrebbe allora respinta l’ipotesi di P.B. Serra, per la quale dovrebbe affermarsi la presenza di un popolo di Bulgares[31].
[1] P. Bartoloni, La costa orientale, inP. Bartoloni, S.F. Bondì, S. Moscati, La penetrazione fenicia e punica in Sardegna, Roma 1997,p. 43, Sulla topografia antica dell’area di Tortolì: F. Barreca, Ricognizione topografica lungo la costa orientale della Sardegna, in Monte Sirai, IV, Roma 1967, pp. 119 ss.; M. Madau, Quando sbarcarono i Fenici, in Ogliastra, Cagliari 1990, pp. 135 ss.; R. Secci Prospezioni di archeologia punica in Ogliastra, Studi di Egittologia e di Antichità Puniche, 18, 1998, pp. 157-169.
[2] AA.VV., Progetto “I Nuraghi” – Ricognizione archeologica in Ogliastra, Barbagia, Sarcidano – I Nuraghi, Consorzio Archeosystem, Milano 1990.
[3] A. Pautasso , Testimonianze di età romana dell’Ogliastra, in Progetto i nuraghi : ricognizione archeologica in Ogliastra, Barbagia, Sarcidano, Roma 1994, II, p. 124.
[4] Ibid.
[5] A. Mastino, P. Ruggeri, La romanizzazione dell’Ogliastra, AA. VV., Ogliastra. Identità storica di una provincia. Atti del Convegno di Studi. Jerzu-Lanusei-Arzana-Tortolì, 23-25 gennaio 1997, Senorbì 2000, pp. 174 n. 157.
[6] R. Zucca, Sulla ubicazione di Sarcapos, Studi Ogliastrini, 1984, p. 42.
[7] A. Mastino, P. Ruggeri, La romanizzazione dell’Ogliastra, in AA.VV., Ogliastra. Antica cultura – nuova provincia, Storia e società, I, La storia, Zonza editori, Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus 2008, pp. 45- 63.
[8] AA.VV., Progetto “I Nuraghi”, cit.,p. 56 nr. 3.3.
[9] Ibid., p. p. 56 nr. 3.4.
[10] Ibid., p. 58 nr. 3.9.
[11] Ibid., p. 83 nr. 3.62.
[12] Ibid., p. 84 nr. 3.66 e 3.67.
[13] Ibid., nr. 3.63.
[14] Ibid., p. 83 nr. 3.64.
[15] Ibid., p. 84 nr. 3.65.
[16] Ibid., p. 85 nr. 3.71.
[17] Ibid., p. 89 nr. 3.84.
[18] Ibid., p. 92 nr. 3.91.
[19] Ibid., p. 93 nr. 3.93.
[20] Ibid., pp. 92 s. nr. 3.92.
[21] Ibid., p. 97 nr. 3.108.
[22] Ibid., p. 100 nr. 3.112.
[23] Ibid., p. 108 nr. 3.127.
[24] Ibid., p. 110 nr. 3.133.
[25] Ibid., p. 111 nr. 3.139.
[26] Ibid., p. 115 nr. 3.152.
[28] A. Mastino, P. Ruggeri, La romanizzazione dell’Ogliastra, in AA.VV., Ogliastra. Antica cultura – nuova provincia, Storia e società, I, La storia, Zonza editori, Nuove Grafiche Puddu, Ortacesus 2008, pp. 45-63
[29] Per il cippo di San Lussorio di Tortolì, P. Meloni, Bulgares o (servi) vulgares in Sardegna?, in L’Africa Romana, XIII, Roma 2000, pp. 1695-1702. A. Boninu, Nuove testimonianze archeologiche della Sardegna centro-settentrionale, Tortolì, località S. Lussorio (Nuoro), Sassari 1978, p. 105, nr. 552; M. Bonello Lai, “Il territorio dei populi e delle civitates indigene in Sardegna”, in La Tavola di Esterzili. Il conflitto tra pastori e contadini nella Barbaria sarda, a cura di A. Mastino, Convegno di studi (Esterzili, 13 giugno 1992), Gallizzi Sassari, 1993, p. 178 s., nr. 5.
[30] Tutto in Meloni, Bulgares cit., pp. 1695-1702.
[31] P.B. Serra, ‘Popolazioni rurali di ambito tardoromano e altomedievale in Sardegna’, in L’Africa Romana XVI, Mobilità delle persone e dei popoli, dinamiche migratorie, emigrazioni ed immigrazioni nelle province occidentali dell’impero romano. Atti del 16. Convegno di studio, Rabat 15-19 dicembre 2004, a cura di A. Akerraz, P. Ruggeri, A. Siraj, C. Vismara, Roma 2006, pp. 1284-1289: vd. però M.B. Cocco, A., Mastino, Servi, liberti, colliberti, ancillae nella Sardegna romana: nota su possibili continuità, eredità e trasformazioni, Studi in onore di Guido Clemente, Firenze 2018, in The Past as Present. Essays on Roman History in Honour of Guido Clemente edited by Giovanni Alberto Cecconi, Rita Lizzi Testa, Arnaldo Marcone (Studi e testi tardoantichi, Profane and Christian Culture in Late Antiquity, 17), Brepols Turnhout, Belgio 2019, pp. 472 e fig. 5.