Le città della Sardegna in età repubblicana fino a Cesare
- Le città sarde fino a Cesare
Cicerone nella Pro Scauro sosteneva maliziosamente che la Sardinia era l’unica provincia nella quale non si trovavano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere ma solo civitates stipendiariae (19,44): quae est enim praeter Sardiniam provincia quae nullam habeat amica<m> populo Romano ac liberam civitatem ?[1] In realtà, entro la stessa provincia (in Corsica), si trovavano due colonie di cittadini romani dedotte cinquanta anni prima nell’età di Mario e di Silla, rispettivamente Mariana dopo la lex Apuleia Saturnina del 103 a.C. e Aleria Veneria vent’anni dopo[2]. Al momento lasceremmo da parte Feronia, fondata uno o due decenni dopo il sacco di Roma da parte dei Galli, sulla costa orientale della Sardegna presso Posada: i fondatori furono 500 seguaci di Tito Manlio Capitolino, fatto uccidere dal senato per questa sua tendenza populista tesa a liberare dai debiti gli schiavi rovinati dalla guerra[3].
L’esistenza in Sardegna di città alleate dei Romani (civitates sociae), sia pure sine foedere, è sicura fin dalla guerra annibalica, ad esempio per gli aiuti forniti “benigne” ad Aulo Cornelio Mamulla alla vigilia della battaglia di Canne (Liv. 23, 21,1; vd. 23, 41, 6)[4]; città difese da Tito Manlio Torquato dopo l’attacco di Hampsicora; conosciamo del resto la generosità delle poleis della Sardegna amiche dei Romani, nell’episodio che vide il questore Gaio Gracco ottenere gratuitamente le vesti per i militari, pur di fronte all’esenzione decretata dal Senato (Plut., Gracco, 2, 2)[5].
È un fatto che nella grande Isola tirrenica nell’età di Cicerone non esistevano città di fondazione (colonie) o municipi di cittadini romani: tutte le antiche colonie fenicie e puniche erano ancora governate da sufeti secondo la tradizione punica, ormai ad oltre un secolo dalla distruzione di Cartagine[6]. Esse erano considerate dai Romani solo delle civitates stipendiariae, cioé città abitate da stranieri (peregrini), sottoposte al pagamento di uno stipendium in denaro, victoriae premium ac poena belli, premio per i vincitori, punizione per i sardo-punici sconfitti al momento dell’occupazione dell’isola (l’espressione è utilizzata nelle Verrine 2,3, 12 per la Sicilia); e ciò senza un vero e proprio foedus[7]. I testi citati vanno collegati con due altri passi della Pro Balbo nei quali è registrata la condizione di stipendiarii dei Sardi: Nam stipendiarios ex Africa, Sicilia, Sardinia, ceteris provinciis multos civitate donatos videmus. E ancora: Quodsi Afris, si Sardis, si Hispanis agris stipendioque multatis virtute adipisci licet civitatem. Al di là delle esagerazioni di un avvocato che difendeva un governatore disonesto, possiamo convenire che la Sardegna (non la provincia) intorno al 56-54 a.C. era ridotta ad ager publicus ed era priva di civitates che non fossero stipendiariae.
Le ultime rcerche hanno portato gli studiosi ad immaginare che Giulio Cesare, nella sua visita a Carales (dal 16-27 giugno 46 a.C.) e nel suo lungo soggiorno nei porti e nelle città costiere della Sardegna occidentale durato tutto il mese di luglio 46 a.C., prima del rientro a Roma, abbia potuto progettare un riordino territoriale dell’Isola, che a partire da questo momento sembra quadripartita tra la capitale Carales, la possibile colonia Iulia di Tharros, la colonia Iulia di Turris Libisonis e la città di Olbia, al margine della Barbaria, con propri confini che si appoggiavano su fiumi o monti[8].
Si pongono negli ultimi anni temi relativi agli aspetti istituzionali, ma anche urbanistici e sociali di grande interesse[9].
[1] Sulla Pro Scauro di Cicerone, A. Mastino, “Natione Sardus, Una mens, unus color, una vox, una natio”, in Archivio Storico Sardo, L, 2015, p. 147; vd. però A. Muroni, “Cittadinanza romana in Sardegna durante la Res publica: concessioni tra politica e diritto”, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana, XIII, n. 12, 2014, pp. 1-62.
[2] R. Zucca, La Corsica romana (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – 29), S’Alvure, Oristano 1996.
[3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio,in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.
[4] A. Mastino, “Cornus e il Bellum Sardum di Hampsicora e Hostus, storia o mito? Processo a Tito Livio”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26- 28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, p. 29 (Analysis Archaeologica. An international Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N. 1).
[5] A. Mastino, Colonie, Municipi, Civitates stipendiariae della Sardinia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 46-50.
[6] I sufeti della Sardegna punica e romana sono in R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae e ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004.
[7] P. Meloni, La Sardegna romana. I centri abitati e l’organizzazione muniipale, in ANRW, II, 11, 1, 1988, pp. 491-551.
[8] In passato scettico sulla definizione di precisi confini per la Barbaria Sarda: A. Stiglitz, Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817. Per le testimonianze archeologiche della Barbaria: M.A. Mele, Archeologia in Barbagia, Zenìa, Nuoro 2014.
[9] C. Vismara, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province del Nord Africa e nella Sardegna, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 45-52; A. Zara, Abitare nella Sardegna romana, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 118- 123.Le città sarde fino a Cesare
Cicerone nella Pro Scauro sosteneva maliziosamente che la Sardinia era l’unica provincia nella quale non si trovavano alla metà del I secolo a.C. città amiche del popolo romano o libere ma solo civitates stipendiariae (19,44): quae est enim praeter Sardiniam provincia quae nullam habeat amica<m> populo Romano ac liberam civitatem ?[1] In realtà, entro la stessa provincia (in Corsica), si trovavano due colonie di cittadini romani dedotte cinquanta anni prima nell’età di Mario e di Silla, rispettivamente Mariana dopo la lex Apuleia Saturnina del 103 a.C. e Aleria Veneria vent’anni dopo[2]. Al momento lasceremmo da parte Feronia, fondata uno o due decenni dopo il sacco di Roma da parte dei Galli, sulla costa orientale della Sardegna presso Posada: i fondatori furono 500 seguaci di Tito Manlio Capitolino, fatto uccidere dal senato per questa sua tendenza populista tesa a liberare dai debiti gli schiavi rovinati dalla guerra[3].
L’esistenza in Sardegna di città alleate dei Romani (civitates sociae), sia pure sine foedere, è sicura fin dalla guerra annibalica, ad esempio per gli aiuti forniti “benigne” ad Aulo Cornelio Mamulla alla vigilia della battaglia di Canne (Liv. 23, 21,1; vd. 23, 41, 6)[4]; città difese da Tito Manlio Torquato dopo l’attacco di Hampsicora; conosciamo del resto la generosità delle poleis della Sardegna amiche dei Romani, nell’episodio che vide il questore Gaio Gracco ottenere gratuitamente le vesti per i militari, pur di fronte all’esenzione decretata dal Senato (Plut., Gracco, 2, 2)[5].
È un fatto che nella grande Isola tirrenica nell’età di Cicerone non esistevano città di fondazione (colonie) o municipi di cittadini romani: tutte le antiche colonie fenicie e puniche erano ancora governate da sufeti secondo la tradizione punica, ormai ad oltre un secolo dalla distruzione di Cartagine[6]. Esse erano considerate dai Romani solo delle civitates stipendiariae, cioé città abitate da stranieri (peregrini), sottoposte al pagamento di uno stipendium in denaro, victoriae premium ac poena belli, premio per i vincitori, punizione per i sardo-punici sconfitti al momento dell’occupazione dell’isola (l’espressione è utilizzata nelle Verrine 2,3, 12 per la Sicilia); e ciò senza un vero e proprio foedus[7]. I testi citati vanno collegati con due altri passi della Pro Balbo nei quali è registrata la condizione di stipendiarii dei Sardi: Nam stipendiarios ex Africa, Sicilia, Sardinia, ceteris provinciis multos civitate donatos videmus. E ancora: Quodsi Afris, si Sardis, si Hispanis agris stipendioque multatis virtute adipisci licet civitatem. Al di là delle esagerazioni di un avvocato che difendeva un governatore disonesto, possiamo convenire che la Sardegna (non la provincia) intorno al 56-54 a.C. era ridotta ad ager publicus ed era priva di civitates che non fossero stipendiariae.
Le ultime rcerche hanno portato gli studiosi ad immaginare che Giulio Cesare, nella sua visita a Carales (dal 16-27 giugno 46 a.C.) e nel suo lungo soggiorno nei porti e nelle città costiere della Sardegna occidentale durato tutto il mese di luglio 46 a.C., prima del rientro a Roma, abbia potuto progettare un riordino territoriale dell’Isola, che a partire da questo momento sembra quadripartita tra la capitale Carales, la possibile colonia Iulia di Tharros, la colonia Iulia di Turris Libisonis e la città di Olbia, al margine della Barbaria, con propri confini che si appoggiavano su fiumi o monti[8].
Si pongono negli ultimi anni temi relativi agli aspetti istituzionali, ma anche urbanistici e sociali di grande interesse[9].
[1] Sulla Pro Scauro di Cicerone, A. Mastino, “Natione Sardus, Una mens, unus color, una vox, una natio”, in Archivio Storico Sardo, L, 2015, p. 147; vd. però A. Muroni, “Cittadinanza romana in Sardegna durante la Res publica: concessioni tra politica e diritto”, in Diritto @ Storia. Rivista internazionale di Scienze Giuridiche e Tradizione romana, XIII, n. 12, 2014, pp. 1-62.
[2] R. Zucca, La Corsica romana (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – 29), S’Alvure, Oristano 1996.
[3] M. Torelli, “Colonizzazioni etrusche e latine di epoca arcaica: un esempio”, in Gli Etruschi e Roma. Incontro di studio in onore di Massimo Pallottino (Roma, 11-13 dicembre 1979), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 1981, pp. 71-82; P. Ruggeri, Titus Manlius Torquatus, privatus cum imperio,in Africa ipsa parens illa Sardiniae. Studi di storia antica e di epigrafia, Edes, Sassari 1999, pp. 115-129.
[4] A. Mastino, “Cornus e il Bellum Sardum di Hampsicora e Hostus, storia o mito? Processo a Tito Livio”, in Il processo di romanizzazione della provincia Sardinia et Corsica, a cura di S. De Vincenzo, C. Blasetti Fantauzzi, Atti del convegno internazionale di studi (Cuglieri (OR), 26- 28 marzo 2015), Roma, Edizioni Quasar, 2016, p. 29 (Analysis Archaeologica. An international Journal of Western Mediterranean Archaeology – Monograph Series N. 1).
[5] A. Mastino, Colonie, Municipi, Civitates stipendiariae della Sardinia, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 46-50.
[6] I sufeti della Sardegna punica e romana sono in R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniae e ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004.
[7] P. Meloni, La Sardegna romana. I centri abitati e l’organizzazione muniipale, in ANRW, II, 11, 1, 1988, pp. 491-551.
[8] In passato scettico sulla definizione di precisi confini per la Barbaria Sarda: A. Stiglitz, Confini e frontiere nella Sardegna punica e romana: critica all’immaginario geografico, in L’Africa Romana, XV, Roma 2004, pp. 805-817. Per le testimonianze archeologiche della Barbaria: M.A. Mele, Archeologia in Barbagia, Zenìa, Nuoro 2014.
[9] C. Vismara, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province del Nord Africa e nella Sardegna, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 45-52; A. Zara, Abitare nella Sardegna romana, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 118- 123.