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Neapolis, la città nuova: Santa Maria di Nabui, Guspini

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    Il toponimo Neápolis “città nuova” conservato nel toponimo attuale Nabui, parrebbe un calco greco del punico MQM HDŠ piuttosto che di QRT HDŠT, intendendo MQM come “luogo di mercato”. La possibilità che i Greci con il toponimo Neápolis traducessero un termine punico distinto da QRT HDŠT è resa dai confronti con il Nord Africa, in particolar con le Macomades (in Sardegna presso Bosa, Nuoro, Nureci e Gesico) e le Neapolis, che indicherebbero porti e luoghi di mercato nuovo, organizzati per lo scambio commerciale tra indigeni, greci e cartaginesi: una di esse, la Neapolis in Tunisia (Nabeul), è oggetto negli ultimi anni degli scavi diretti da Raimondo Zucca, Pier Giorgio Spanu e Mounir Fantar, alla radice del Capo Bon[1]. La Neapolis sarda[2], ubicata sulla costa centro occidentale dell’isola, all’estremità sud-orientale del golfo di Oristano, è documentata assai tardivamente, a partire dal I secolo d.C., con tale poleonimo (Ptol. 3, 3, 2; Rav. 5, 26; Guid. 64; Tab. Peut. II, c) o mediante il riferimento ai suoi abitanti – i Neapolitani (Plin. nat. 3, 7, 85; Ptol. 3, 3, 8) – e al suo territorium (Pall. 4, 10,16)[3]. Appare plausibile, benché non se ne abbia l’evidenza documentaria, ipotizzare che anche Neapolis, al pari di Carales e di Bitia, serbasse durante la repubblica e, forse, nel primo impero la magistratura di origine punica dei sufetes.[4] Indubbiamente la composizione della popolazione neapolitana in età tardo-repubblicana andava arricchendosi, in virtù del carattere portuale del centro, di gruppi latinofoni di estrazione italica, accanto al fondo originario di punicofoni e a una presenza di grecofoni, benché i modi di produzione parrebbero essenzialmente mantenersi quelli di età tardo-punica, come ha osservato Peter van Dommelen[5]. A indiziare questo carattere multietnico della popolazione militano, accanto all’attestazione di merci di ambito mediterraneo (anfore di tradizione punica africane e iberiche, anfore greco-italiche, anfore Dressel I tirreniche, ceramica a vernice nera campana A e B, importazioni ceramiche dalla Hispania Citerior), la presenza di graffiti vascolari greci, latini e neo-punici.

    Non conosciamo le scelte politiche dei Neapolitani durante le guerre civili del I secolo a.C., al contrario dei Tharrenses che sposarono il partito mariano, dei Caralitani, fieramente cesariani, o dei Sulcitani, fedeli a Pompeo. Nella formula provinciae della Sardinia tramandata da Plinio il Vecchio in base ai Commentarii geographici di Marco Vipsanio Agrippa, composti tra il 25 e il 12 a.C., i Neapolitani sono citati tra i celeberrimi populi di XVIII oppida, insieme ai Sulcitani, Valentini e Bitienses da un lato, ai Caralitani cives R(omani) e ai Norenses dall’altro. Oltre ai XVIII oppida vi era in Sardinia una colonia ad Turrem Libisonis. Sfugge la ratio della selezione operata dalle fonti augustee di Plinio tra i XVIII oppida: se è chiara la menzione di due oppida civium Romanorum, quelli dei Caralitani e dei Norenses, non è altrettanto perspicua la celebrità degli oppida di origine punica Sulci, Neapolis e Bitia e dell’oppidum di fondazione romana, forse del II secolo a.C., Valentia. Ettore Pais aveva ipotizzato che la speciale menzione di Neapolitani, Sulcitani, Valentini e Bitienses, nel complesso dei XVIII oppida, nella formula di Plinio facesse riferimento alla concessione a queste comunità dello ius Latii[6],ma al momento dobbiamo sospendere il giudizio anche per le analoghe situazioni di Sulci e Bithia. Gli abitanti di Neapolis potevano essere iscritti alla tribù Quirina, se il praefectus della cohors I Ulpia Dacorum, Ti. Claudius Ti. f. Qui(rina) Maximinus, Neapol(i) che conosciamo da alcuni diplomi militari sotto Adriano nel 129 era un sardo e non un campano (AE 2001, 2153 = 2006, 1849; 2005, 1736 = 2006 1850; 2006, 1845 e 1851)[7].

    Conosciamo ora meglio il curator rei publicae Neapolitanorum al quale le universae tribus del municipiodi Sulci e gli incolae Beronicenses, ebrei giunti dalla Cirenaica, posero una statua a Sulci, memoria perenni (ILSard. I 4)[8]. L’interpretazione oggi affermatasi riguarda un atto di omaggio ad un personaggio di alto rango, che ha svolto un ruolo di vertice a Neapolis, onorato congiuntamente a Sulci dal popolo di cittadini romani suddivisi in tutte le tribù del municipio (universae tribus sono uno dei due soggetti) e dai Beronicenses, ebrei immigrati in età adrianea in quanto damnati ad metalla, forse originariamente parlanti la lingua greca, esterni all’organizzazioni municipale di Sulci cioè incolae residenti in un proprio quartiere separato; eppure influenti e con solide disponibilità finanziarie. All’inizio del III secolo essi stessi debbono aver tratto dei benefici per le decisioni assunte dall’amministratore straordinario a Neapolis (curator rei publicae), forse riguardo all’attribuzione di alcune miniere originariamente incluse nel territorio di Neapolis e ora trasferite nel confinante territorio di Sulci, dove conosciamo altri ebrei e dove sono impiegati i nomi Iuda e Beronice, arrivati dalla Cirenaica, in particolare da Berenice-Bengasi[9].

    La civitas Neap[oli]tanorum nell’iscrizione sulcitana potrebbe essere forse una colonia, esattamente come Cornus, che ugualmente ha il titolo generico di civitas in CIL X 7915.

    Siamo molto informati sul territorium neapolitanum, che ipotizziamo possa aver avuto delle rettifiche di confine nell’area più impervia occupata dalle miniere, sicuramente in relazione ai porti d’imbarco: in particolare il settore di territorio a Sud-Ovest di Neapolis corrisponde ai rilievi del Guspinese interessati da filoni metalliferi piombo-zinciferi, specialmente nella regione di Montevecchio, ma pure nelle alture a ridosso delle lagune neapolitane[10]. Il territorio della città si espande in direzione Sud-Est, lungo le vallate fertili del Flumini Mannu e del Riu Sitzerri, naturalmente vocate alle colture agricole ed in particolare cerealicole, fino all’area sardarese dove abbiamo la stazione termale di Aquae Neapolitanae, che indica il confine di competenza dei magistrati cittadini[11]. Infine a Nord si estende la piana del Campidano (di Terralba), interessata fino alla bonifica di Mussolinia di Sardegna, negli anni 20-30 del XX secolo, dallo «stagno» di Sassu e da centinaia di specchi d’acqua temporanei che, se da un lato riducevano le aree destinate all’agricoltura, dall’altro attivavano altre forme di sfruttamento economico della regione mediante l’itticoltura, la coltivazione delle saline (in particolare Pauli Pirastu) e forse colture specializzate (vite).

    L’area di Santa Maria de Nabui – ampiamente studiata da Raimondo Zucca e dai suoi colleghi e allievi – appare interessata da attività emporiche sin dal bronzo finale, con una attestazione di un cinerario antropomorfo filisteo dell’XI secolo. I documenti più propriamente fenici risalgono alla seconda metà dell’VIII secolo a.C., mentre nel seguito dell’età arcaica compaiono testimonianze anforiche e di vasellame fine greche ed etrusche. La fondazione di questa «città nuova» sembra attribuibile alla fine del VI secolo ad opera di Cartagine, ancorché il porto appaia interessato pure durante il dominio punico dalle correnti commerciali greche (attiche in particolare) e magno-greche.

    La città entrò nell’orbita romana all’atto della conquista dell’isola nel 238-237 a.C., ma continua ad essere documentato l’uso della scrittura neopunica in età tardo repubblicana, accanto ad attestazioni di graffiti greci (un Apol(l)onis su una patera in Campana A) e latini (un Licinus su una coppa in Campana B del 100 a.C. circa). La città romana sembra riproporre, seppure in parte, la scelta insediativa cartaginese, occupando il sistema di dossi, limitati a settentrione dall’antica insenatura oggi ridotta a lagune. La città è laconicamente citata dai geografi che ne rilevano l’ubicazione lungo la costa occidentale della Sardegna (Tolomeo) e l’inserimento lungo un percorso stradale che toccava le prin­cipali città del litorale di Ponente. L’Anonimo Ravennate ricorda Neapolis tra Sartiparias (Sardi Patris fanum) e Othoca, lungo quella sezione dell’iter a Tibulas Sulcis che nell’Itinerarium Antonini registra la successione di MetallaNeapolisOthoca[12].

    L’esistenza di un porto, ancorché non esplicitamente attestata dalle fonti letterarie antiche e altomedievali, risulta dai portolani e dalle carte nautiche del basso Medioevo, che unanimemente menzionano il Neapolitanus Portus, anche quando la città si era ridotta ad un modesto aggregato rurale[13]. La topografia del centro urbano antico è in avanzato studio: nuove ricer­che topografiche tendono a dimostrare che la presunta pianta semicircolare della città sia di fatto inesistente, dovendosi ammettere al contrario un impianto trapezoi­dale, corrispondente ad un sistema di dossi alluvionali, precipiti in direzione Nord e Nord-Est verso gli stagni di Santa Maria[14]. Sono stati recentemente studiati gli impianti termali, l’edilizia residenziale, il porto, gli edifici per spettacolo, il foro, il sistema viario[15].

    Nel settore sud-orientale della città si localizza un impianto termale in opus vittatum mixtum databile ad età imperiale avanzata, riutilizzato sino al secolo XVIII come chiesa inti­tolata alla Vergine Santa Maria de Nabui[16]. La chiesa, collocata in un ambiente rettangolare della terma, voltato a botte, rese obbligato il tamponamento di un’ampia luce rettangolare, rivolta verso Ovest e aperta sul lato breve dell’ambiente. L’assenza di scavi impedisce di determinare con certezza il momento di trasformazione della terma in edi­ficio ecclesiastico, benché il raffronto con simili muta­menti di destinazione d’uso di terme, quali Sant’Andrea di Pischinappiu di Narbolia, Santa Maria di Vallermosa, Santa Maria di Mesumundu di Siligo, solo per citarne alcuni, fa­rebbe pensare che tale trasformazione si svolse nel periodo deuterobizantino. Probabilmente in funzione di questo edificio termale fu eretto un grande acquedotto che come si vedrà conduceva le acque dalla sorgente di Laus de Giaxi, nei monti a Sud di Neapolis, fino alla città, con un percorso di quasi 6 chilometri.

    Gli scavi nel settore nord-orientale della città misero in luce un secondo edificio termale minore, già noto a Giovanni Spano, largamente ristrutturato in età altome­dievale, momento in cui immediatamente ad Est si costituì un aggregato di ambienti realizzati in un rozzo opus africanum, all’interno di un possibile castrum bizantino.

    All’estremità settentrionale della città, dirimpetto all’antica insenatura portuale, si individua un’area pubblica, forse il forum, da cui provengono membrature architettoniche, una statuetta marmorea di Afrodite Urania e frammenti di altre statue, un’iscrizione di Valeriano nel suo IV consolato posta dai decuriones di Neapolis dopo il 257 d.C. (AE 2007, 608), altri frammenti di iscrizioni di imperatori e una probabile tabula patronatus in bronzo[17].

    La necropoli orientale della città ha rivelato tombe alla cappuccina e a sarcofago liscio di pietra calcarea, cui si deve riferire un frammento di iscrizione di un sepulchrum familiae e l’epitafio posto da un C(aius) Atilius a un suo collibertus (AE 1997, 752).

    Lo statuto giuridico di Neapolis è incerto: una iscrizione sulcitana menzionante la sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum, d’altro canto, potrebbe documentare le sezioni di voto, le tribus, in cui doveva essere suddiviso il populus Neapolitanus. Si tratta di un’iscrizione onoraria dedicata ad un personaggio anonimo, probabilmente di origine sulcitana, da parte di tutte le sezioni di voto (univer[sae] tribus) di una città (la stessa Sulci ?) e dei Beronic[en]ses, populus o, più verosimilmente, collegium, per i meriti riportati nei confronti della sp[l]en[didissi]ma civitas Neap[oli]tanorum (ILSard. I 4)[18].Si è pensato recentemente anche ad incolae aggregati alla città, giunti in Sardegna da Berenice (Bengasi) dopo la repressione della rivolta giudaica nell’età di Adriano.L’epigrafe appartiene ad una categoria di iscrizioni onorarie che prevede la dedica al personaggio onorato, l’elenco dei benefici elargiti ad una comunità, infine, l’indicazione dei dedicanti. La datazione dell’epigrafe è incerta, ma il confronto con numerose iscrizioni che presentano la medesima struttura orienta verso la seconda metà del II-III secolo d.C.

    L’opinione prevalente degli studiosi considera la nomenclatura di civitas Neap[oli]tanorum in rapporto alla sopravvivenza a Neapolis di un’organizzazione politica preromana in una comunità di peregrini. Tuttavia, essendo noto lo sviluppo semantico del termine civitas in età medio-imperiale, quando definisce genericamente l’organizzazione urbana, a prescindere dallo statuto giuridico, la civitas Neap[oli]tanorum : possiamo pensare ad un municipio o ad una colonia. Infine se la suddivisione in tribus andasse effettivamente riferita a Neapolis piuttosto che a Sulci si ricaverebbe il tipo di sezioni di voto della città. In tale ipotesi il populus di Neapolis sarebbe suddiviso in tribus, come un’altra città di origine punica, Lylibaeum, benché sia noto che la suddivisione del popolo è più frequente ricalcando l’antico modello romano per curiae.

    Nel novembre 2000 lo scavo archeologico ha restituito, nell’area pubblica del settore settentrionale della città, una lastra marmorea con dedica a Valeriano che documenta per la prima volta l’ordo decurionum e la cassa pubblica di Neapolis: Imp(eratori) Caes(ari) P(ublio) Licinio Valeriano / pio felici Aug(usto), pont(ifici) max(imo), trib(unicia) / pot(estate), co(n)s(uli) IIII, p(atri) p(atriae), proco(n)s(uli) / ex d(ecurionum) d(ecreto) p(ecunia) p(ublica) (AE 2007, 688).

    Il testo è datato dal quarto consolato di Valeriano, assunto nel 257, nel corso della quinta potestà tribunicia. Sul piano dell’organizzazione amministrativa cittadina è noto che il consiglio decurionale è attestato anche in civitates peregrine, in particolare in Africa proconsolare in civitates a costituzione sufetale dell’alto Impero. Al principio della seconda metà del III secolo d.C. il riferimento ai decuriones deve, invece, raccordarsi probabilmente ad una città dotata di statuto municipale o coloniale, anche se conosciamo ad esempio nelle province africane civitates con magistri e decuriones[19].

    Nella stessa area si è individuato un òstrakon costituito dal frammento di parete di anfora (AE 2007, 690). Il testo, impaginato su quattro linee, è inciso con uno strumento a punta, presumibilmente uno stilo in metallo che consentiva di scrivere minutissime. La paleografia del testo suggerisce una cronologia intorno al III secolo d.C. anche considerati la possibile formula onomastica di Decimo Ostilio Donato, caratterizzata dai tria nomina, e il sermo utilizzato che presenta (ad esempio nel sintagma Marsuas a Neapoli) una certa coloritura volgare. La lettura del testo è la seguente: Marsuas a Neapoli, Dec(imum) vel Dec(ium) Ostiliu/m Donatum mis[er]um, mutum, sur/dum reddas, quantu / homini respondes. «O Marsuas di Neapolis, rendi misero, muto e sordo Decimo (?) Ostilio Donato, per quanto tu possa rispondere all’uomo».Si tratta di una richiesta ad una divinità Marsuas, ossia Marsyas, detta a Neapoli, con l’indicazione della città di pertinenza, affinché rendesse misero, muto e sordo Decimo Ostilio Donato, per quanto avesse dato una risposta a quell’uomo. L’anonimo estensore dell’ostrakon intendeva pertanto, con lo strumento della scrittura, ottenere dalla divinità l’assordimento e il mutismo di un avversario, Decimo Ostilio Donato, all’atto della richiesta di un responso da parte dello stesso personaggio[20]. La singolarità del testo impedisce senz’altro di annoverarlo tra le defixiones, non tanto per l’uso del supporto fittile dell’iscrizione al posto del più comune piombo, quanto perché non compare la volontà del richiedente di legare la divinità a un maleficio, normalmente espressa dai verbi ligare, obligare ecc. Il tema del dio Marsia, scuoiato vivo da Apollo, è stato ripreso recentemente sull’”Archivio Storico Sardo” da Khaoula Ferjani, con riferimento alla maschera ritrovata nella colonia di Turris Libisonis, fin qui interpretata genericamente come un satiro, ma in realtà riferita alla colonia di Turris Libisonis: il che rinnova la possibilità che Neapolis sia diventata colonia nel corso del I o del II secolo d.C.[21] Tra le città italiche il culto di Marsia fu scelto come simbolo della libertà, più precisamente della cittadinanza romana, cosa che nelle province avvenne nei municipi e nelle colonie (Isidoro di Siviglia, origines, 9, 2, 88, per il collegamento con la guerra Marsica): la figura di Marsia è legata ad Enea e ai Troiani; in Sardegna agli Ilienses. Mastrocinque ha osservato che <<sono note alcune variazioni sul mito di divinità profetiche o veggenti che furono legati, imprigionati e costretti a pronunciare profezie. Su questa base mitologica la liberazione di Marsia fu usata dalla mitologia italica come un simbolo politico del conseguimento di tutti i diritti della cittadinanza romana>>[22].

    I documenti epigrafici citati rivelano aspetti importanti della società e dell’economia di Neapolis[23], oltre che sulla religione[24]. La possibile esistenza di un collegium di commercianti neapolitani in ambito urbano potrebbe ipotizzarsi in base ad una targa di un sepulchrum familiae della via Appia. Si tratta dell’iscrizione CIL VI 9258, ora nella Galleria Lapidaria dei Vaticani. Il titolare del sepolcro, L(ucius) Maecius Marcus se vibo dedit donavit il locus della sepoltura ai suoi liberti e liberte, tra i quali sono menzionati un gruppo di tre (o di quattro), appartenenti ai citrarii Neapolitani. Poiché Palladio Rutilio Tauro Emiliano nel suo opus agriculturae celebra i cedri dei suoi fundi, in Sardinia territorio neapolitano, considerata la rarità della coltura della pianta di tali agrumi nel mondo romano, non può escludersi che citrarii Neapolitani debbano considerarsi i componenti di un collegio di venditori di cedri originari di Neapolis, anziché affini ai citriarii, ossia ai commercianti del legno di cedro, noti da una lex collegii urbana relativa ai negotiantes eborarii et citriarii[25].

    Niente sappiamo sull’eventuale esistenza di un circuito murario di fase romana, mentre un elemento significativo per definire i limiti urbani almeno a nord-nord-est della città è rappresentato dall’esistenza di  un’ampia necropoli, con sepolture di varia tipologia, in uso dall’età medio-imperiale all’alto Medioevo. Una seconda necropoli, con un’attività funeraria documentata nell’alto impero, si localizza invece a sud dell’area urbana.

    L’approvvigionamento idrico della città era garantito da un acquedotto già documentato nel XVII secolo ma ben illustrato da Angius e da Spano alla metà dell’Ottocento. Da un complesso di sorgenti localizzate a oltre 500 m s.l.m. su rilievi a sud della città, l’acqua veniva raccolta dapprima in una grande cisterna (località Medau Caddeo), da cui si dipartiva un condotto forse sostenuto da un muro continuo, con andamento sud-ovest/nord- est; la conduttura curvava poi in direzione sud-ovest/nord-est e, valicando con arcate a tutto sesto alcuni corsi d’acqua, entrava nel settore sud-occidentale della città, dove è localizzato un castellum aquae. La lunghezza totale dell’acquedotto, di cui rimangono ancora diverse tracce, dalla cisterna al castellum è di circa 4,7 km. In base all’opera muraria utilizzata, il vittatum mixtum, l’acquedotto può datarsi all’età severiana; stessa opera e probabilmente stessa cronologia può proporsi per la grande cisterna cittadina, mentre per le altre cisterne individuate in diversi punti dell’area urbana non si può proporre alcuna datazione certa, né assegnare loro un carattere pubblico o piuttosto privato. Oltre alle già citate strutture, è stato finora evidenziato un ridotto numero di monumenti. Nel settore sud-orientale della città si localizza un edificio termale in opera listata, di cui rimane in elevato un ambiente voltato a botte, riutilizzato come edificio di culto cristiano fino all’età moderna. Le poche strutture residue e la sovrapposizione di edifici moderni non consentono di leggere completamente l’icnografia dell’edificio originario, articolato certamente in diversi ambienti, alcuni dei quali absidati. Accanto alle terme un grosso troncone di opera cementizia potrebbe essere correlato all’acquedotto cittadino, che certamente garantiva il rifornimento idrico delle terme. Il rinvenimento di numerose tessere musive in marmo policromo – bianco, nero, rosso, ocra – porta verosimilmente a pensare che l’edificio termale fosse dotato di ambienti mosaicati. Un secondo edificio termale, già scavato parzialmente da Giovanni Spano nel 1858, fu oggetto di nuove indagini archeologiche negli anni Cinquanta del XX secolo. L’edificio, noto come “Piccole terme”, ha una grande aula settentrionale con vasca semicircolare gradata, interpretata come frigidarium, che subì varie modificazioni, con l’aggiunta di una vaschetta di più piccole dimensioni e diverse murature; non si esclude che le trasformazioni più tarde siano avvenute in età alto-medievale, quando tutta l’area subì sostanziali variazioni d’uso. Nel settore meridionale delle Piccole terme sono localizzati gli ambienti caldi, anch’essi trasformati nel tempo, articolati in due calidaria e un tepidarium con vasca semicircolare, tutti di piccole dimensioni; originariamente gli ambienti erano collegati tra loro, e solo in un secondo momento le aperture di collegamento vennero occluse. L’uso dell’opus vittatum, insieme all’opera laterizia presente negli ambienti caldi, e l’iconografia dell’edificio, portano a datare l’impianto a età imperiale avanzata, forse all’età severiana, la medesima fase cronologica alla quale si assegnano le “Grandi terme”. Le indagini in corso nella cosiddetta area monumentale stanno infine rimettendo in luce una serie di murature, relative a diverse fasi di vita. Interessante appare un grosso muro con andamento nord-nord-ovest/sud-sud-est, con uno spesso strato di intonaco; le dimensioni, unitamente agli altri rinvenimenti effettuati nell’area, contribuiscono a formulare l’ipotesi che tali strutture possano riferirsi a un importante edificio pubblico.

    Le nuove indagini della Soprintendenza per i beni archeologici di Cagliari e del curriculum di Archeologia subacquea dell’ateneo sassarese del 2006 hanno acquisito nuovi dati sulla portualità antica di Neapolis. Il sistema lagunare di Marceddì-San Giovanni è interpretato dai geomorfologi come l’evoluzione di una vallata fluviale sommersa, per cui è evidente che il letto del fiume e le sue foci dovettero essere progressivamente guadagnate dall’ingressione marina successiva all’ultima glaciazione. Si pone al riguardo il problema del riconoscimento della dinamica delle rive degli specchi d’acqua e del letto (o dei letti variabili con le relative foci) del fiume Sitzerri-Mannu. Ma l’archeologia subacquea del territorio neapolitano arriva sino a Piscinas-Arbus[26].


    [1] R. Zucca, A. Mastino, I paesaggi costieri della Neapolis dell’Africa Proconsolare e della Neapolis della Sardinia, in Evoluzione delle civiltà lungo le vie del Mediterraneo. Un modello di sviluppo ecocompatibile per la salvaguardia del mare e la valorizzazione della fascia costiera, XXXIII Forum Interdistrettuale della Fascia Costiera Ligure-Tosco-Laziale e della Sardegna, Distretto 2080 Rotary International, Studio Stampa . Nuoro, 2012, pp. 25-36.

    [2] Sul toponimo cfr. G. Chiera, Qarthadasht = Tharros?, in “RSF”, X, 1982, pp. 197 ss.; M. G. Amadasi Guzzo, Sulla dedica a Melqart da Tharros e il toponimo QRTHDST, in L’Africa Romana, IX, Sassari 1992, pp. 523-532; vd. anche Eadem, Neapolis=Qart-Hadasht in Sardegna, in “Rivista Studi Orientali”, 43, 1968, pp. 19 ss.; Eadem, Divertimento 1991. Ancora sulla Cartagine di Sardegna, in R.H. Talkot-T.K. Andrews, Sardinia in the Mediterranean: a Footprint in the Sea. Studies in Sardinian Archeology Presented to M.S. Balmuth, Sheffield 1991, pp. 439-447; M. Pittau, La Neapolis della Sardegna: emporio punico oppure greco ?, in L’Africa Romana, VII, Sassari 1990, pp. 557-568; A. Campus, Una genealogia punica: l’iscrizione I.C.O. Sard. 34, in Da Olbìa ad Olbia, 2500 anni di storia di una città mediterranea, I, a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1996, pp. 207-217.

    [3] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005; R. Zucca, Neapolis e il suo territorio, prefazione di G. Lilliu, Oristano 1987, S’Alvure, (ristampato nel 1989 e nel 2000); A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 521-542.

    [4] R. Zucca, Sufetes Africae et Sardiniaee ricerche storiche e geografiche sul Mediterraneo Antico (Pubblicazioni del Dipartimento di Storia dell’Università di Sassari – n.s. 1), Carocci, Roma 2004, pp. 84-101.

    [5] P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; Id., Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.; vd. anche M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587.

    [6] E. Pais, “La “formula provinciae” della Sardegna nel I secolo dell’impero secondo Plinio”, in Studi storici, III, 1894, p. 518.

    [7] P. Floris, A. Ibba, R. Zucca, “Notulae su alcune tribù in Sardegna” nel volume Le tribù romane. Atti della XVIe Rencontre sur l’Epigraphie du monde romain (Bari 8-10 ottobre 2009), a cura di Marina Silvestrini (Scavi e ricerche, 19), Bari, Edipuglia, 2010, p. 85.

    [8] F. Cenerini, Le iscrizioni della collezione Biggio, «Sardinia, Corsica et Baleares Antiquae. An International Journal of Archeology», xii, 2014, pp. 61-63.

    [9] A. Mastino, La Cirenaica di Adriano: la deportatio in Sulcitanam insulam Sardiniae conterminam degli Ebrei di Berenice (Bengasi), “Libya antiqua”, n.s. 14, 2021, pp. 51-68.

    [10] T. Agus, L’antico bacino minerario neapolitano, in L’Africa Romana, VII, Sassari1990, pp. 447-455

    [11] Sul territorium neapolitanum cfr. P. Van Dommelen, On colonial grounds. A comparative study of colonialism and rural settlement in first millennium BC West Central Sardinia, Leiden 1998, pp. 187 ss.; M.B. Annis, Paesaggi rurali nella Sardegna centro-occidentale. Il progetto Rio Mannu dell’Università di Leiden, in L’Africa Romana, XII, Sassari 1998, pp. 571-587; P. Van Dommelen, Spazi rurali fra costa e collina nella Sardegna punico-romana: Arborea e Marmilla a confronto, ibid., pp. 589-601; M.B. Annis, P. Van Dommelen, P. Van De Velde, Insediamento rurale e organizzazione politica: il progetto Riu Mannu in Sardegna, QSCAOR, 13, 1996, pp. 255 ss.

    [12] Sulla topografia di Neapolis e la documentazione archeologica cfr. G. Spano, Descrizione dell’antica Neapolis, “BAS”, 5, 1859, pp. 129-137; S. Moscati, R. Zucca, Le figurine fittili di Neapolis, “Mem. Acc. Naz. Lincei”, ser. VIII, vol. XXXII, 1, Roma 1989; R. Zucca, La città punica di Neapolis in Sardegna, Atti del II Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici, III, Roma 1991, pp. 1299 ss.; Id., Neapolis e il suo territorio, Oristano 20002.

    [13] G. Boetto, V. Carsana, D. Giampaola, “Il porto di Neapolis e i suoi relitti”, in Arqueologia Nàutica Mediterrània, a cura di X. Nieto, M.A. Cau, Girona, 2009, pp. 457-470 (Monografies del CASC, 8); R. Zucca, Ricerche subacquee nel Neapolitanus portus, in Tharrox Felix -3, Roma 2009.

    [14] G. Azzena, Osservazioni urbanistiche su alcuni centri portuali della Sardegna romana”, in L’Africa romana. Lo spazio marittimo del Mediterraneo occidentale: geografia storica ed economica, vol. 2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XIV convegno di studio (Sassari, 7-10 dicembre 2000), Roma, Carocci, 2002, pp. 1099-1110; P.G. Spanu, “L’impianto urbanistico della città romana”, in Splendidissima civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 252-254.

    [15] Da ultimo: R. Busonera, Neapolis, in Sardegna. Architettura e Urbanistica, Quasar, Roma 2020, pp. 65-82; Id., La città romana di Neapolis, in Sardegna. Studio topografico sui sistemi di accesso viario all’area urbana, in Landscape, una sintesi di elementi diacronici, Metodologie a confronto per l’analisi del territorio, a cura di D. Gangale Risoleo e I. Raimondo, BAR I.s. 3047, Oxford 2021, pp. 41-50.

    [16] E. Usai, M. Casagrande, C. Oppo, L. Garau, A. Loy, P.G. Spanu, R. Zanella, R. Zucca, “Il paesaggio del potere cittadino di una città sardo- romana: le “Grandi Terme” di Neapolis”, in L’Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1905-1929.

    [17] Dobbiamo rimandare a R. Zucca, Splendissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005.

    [18] Si è citato Mastino, La Cirenaica di Adriano, pp. 51-68.

    [19] R. Zucca, Una dedica a Valeriano da Neapolis (Sardinia) in AA. VV., Usi e abusi epigrafici. Atti Colloquio Genova, settembre 2001, Serta antiqua et medievalia, VI, a cura di M.G. Angeli Bertinelli, A. Donati, Roma 2003, pp. 437 ss.; Id., Valeriano e la sua famiglia nell’epigrafia della Sardinia. In: Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia: atti del Colloquio AIEGL-Borghesi 2003, 10-12 ottobre 2003, Bertinoro, Italia. Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 347-370 (Epigrafia e antichità, 21).

    [20] R. Zucca, Splendidissima civitas Neapolitanorum, Roma 2005, pp. 212-218 n. 10; Id., Iscrizioni inedite da Neapolis (Sardinia), in Acta XII Congressus Internationalis Epigraphiae Graecae et Latinae, Barcelona, 3-8 Septembris 2002, Barcelone, 2007, p. 1531 sg.; vd. ora Mastino, Zucca, Urbes et rura cit, pp. 522 ss.; A. La Fragola, A. Mastino, T. Pinna Defixiones, maledizioni e pratiche magiche nella Sardinia e nella Corsica tardoantiche, in Enemistad y odio en el mundo antiguo, Francisco Marco Simón, Francisco Pina Polo, José Remesal Rodríguez (eds.), Collecció Instrumenta, 74, Zaragoza 2021, pp. 206 s.

    [21] K. Ferjani, La cosiddetta maschera del satiro da Porto Torres in Sardegna: un Marsyas coloniale, “ASS”, LIII, 2019, 9-16.

    [22] A. Mastrocinque, Marsia e la civitas Romana, in Hoc quoque laboris praemium, Scritti in onore di G. Bandelli, a cura di M. Chiabà (Polymnia, Studi di storia romana, 3), Trieste, Eut, 2014, pp. 331-342.

    [23] R. Zucca, Le ville romane: schiavi, coloni e padroni nel territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, Oristano 1990, pp. 41- 44.

    [24] R. Zucca, “Le terrecotte figurate del deposito votivo di Neapolis”, in Splendidissima Civitas Neapolitanorum, a cura di R. Zucca, Roma, Carocci, 2005, pp. 158-166.

    [25] R. Zucca, Palladio e il territorio neapolitano in Sardegna, Quaderni Bolotanesi, 16, 1990, pp. 279-290; Id., Palladio ed il territorio neapolitano, AA. VV., Scavo didattico delle terme romane di Terra ‘e Frucca, cit., pp. 30-40.

    [26] D. Salvi, Lingotti, ancore e altri reperti di età romana nelle acque di Piscinas-Arbus (CA). In Hommage à Claude Domergue, 2. Pallas 50, pp. 75-88.

    La via romana direttissima a Portus Tibulas Olbiam per il Limbara: Heraeum, la città di Giunone e il popolo dei Balari

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    • Heraeum (Tempio Pausania), civitas

    Nella foto: il macigno dei Balari (inizio I secolo d.C.)

    Lungo la costa orientale della Sardegna le fonti collocano a Nord di Olbia Longone, Santa Teresa (a est delle cave di Capo Testa, a occidente dell’Errebantium promontorium), a Sud Coclearia, a 15 miglia da Olbia, forse San Teodoro; Portus Liguidonis, a 12 miglia da Coclearia, Santa Lucia di Siniscola; Fanum Carisi a 15 miglia da Portus Liguidonis: si può pensare alle vicinanze del ponte sul Cedrino, Santa Maria di Orosei; Viniolae a 12 miglia da Fanum Carisi: Nostra Signora del Buon Cammino a Dorgali (qui le attestazioni più meridionali del culto del martire di Olbia Simplicio).

    All’interno la situazione era più oscura: la Barbaria occupata dai Balari cominciava a una trentina di km a ovest di Olbia, presso il Rio Scorraboes tra Monti e Berchidda (AE 1992, 896); si discute sulla localizzazione di Heraeum, che collochiamo a Tempio Pausania, in un territorio occupato dal bellicoso popolo dei Corsi, ostile agli immigrati italici e resistente alla romanizzazione, che doveva conoscere un insediamento sparso, con pochi centri abitati di modeste dimensioni, la cui localizzazione presenta problemi pressoché insuperabili per gli studiosi[1].

    Il carattere militare dell’insediamento potrebbe essere suggerito da alcune segnalazioni di strutture antiche, effettuate dal Taramelli nel Foglio della Carta Archeologica d’Italia (da utilizzare con qualche attenzione, in relazione alla modifica del territorio comunale), con integrazioni e aggiornamenti, per i quali si rimanda all’opera del Rowland, che contiene però alcuni errori[2]. L’indagine Sitag sull’archeologia della Gallura non consente di identificare in comune di Tempio nuovi reperti di età romana[3]. Il quadro dei ritrovamenti archeologici nel territorio rimane decisamente parziale[4]: abbiamo un ampio riscontro del riuso in età romana dei grandi monumenti dell’età preistorica e protostorica ed in particolare di importanti nuraghi, come il celebre Naracu Maiori a NE di Tempio, nel cui cortile sono stati documentati da Angela Antona indizi di frequentazione di età imperiale (un asse di Antonino Pio ed alcuni frammenti di anfora o di ceramica sigillata)[5]; già il Taramelli aveva individuato una vasta necropoli di età romana presso l’attuale chiesa dello Spirito Santo alla periferia nord ovest di Tempio, presso la stazione ferroviaria di Aggius, in comune di Tempio più che di Bortigiadas[6]. M.A. Masia, nel censimento Sitag, ha ripreso questi dati, senza ulteriori precisazioni[7]. Sono state segnalate, con dati ancora parziali, numerose altre necropoli di età romana, come quelle di Taerra[8], Santa Maria e Francisca Nieddi[9]. Le località più interessanti sotto il profilo militare sono Santu Larentzu e la vicina Santa Chiara, alla periferia sud-occidentale di Tempio (tra le fonti di Rinagghju e la chiesa di San Giorgio), dove già Yann Le Bohec non ha escluso la possibilità che ci si trovi di fronte a resti di edifici fortificati, comunque di carattere militare[10]. Analoga è la caratterizzazione delle strutture portate in luce nella prima metà del Novecento a Tanca di li frati, presso la chiesa di Santu Tummèu, a 3 km a sud est di Tempio (poco più a Sud rispetto a San Leonardo ed a Campu di Idda, un toponimo apparentemente eloquente)[11]. Per Le Bohec non sarebbe sicuro un collegamento tra il nome del reparto militare (Cohors I gemina Sardorum et Corsorum oppure Cohors II gemina Ligurum et Corsorum) ed il toponimo Gemellae[12]: ora si preferisce collocare Gemellae a Perfugas.

    Infine, non va escluso che le fortificazioni individuate in altre località del territorio comunale di Tempio, fin qui attribuite ad età preistorica, possano in realtà essere di età romana: è il caso forse dello Stazzo La Rutunda, dove una muraglia doveva delimitare il terrazzamento naturale, alle falde del M. Limbara[13]. Numerose sono poi le segnalazioni di villaggi, “centri demici”, strutture, terme (come a Li Bagni ed a Monte Plebi), che finora non hanno avuto una precisa collocazione cronologica (p. es. il villaggio (romano ?) presso la chiesa di San Bachisio), ma che forse possono essere riferiti ad età imperiale, quando la romanizzazione dovette estendersi, come dimostrano i ritrovamenti di Tanca di Li Frati, L’Agnata, Nuraghe Majori ecc., in comune di Tempio e soprattutto il progressivo sviluppo della rete stradale; particolarmente significativo appare il villaggio di età imperiale di Li Castagni, sul Monte Limpas, tra Tempio ed Aggius: le indagini di D. Lissia e M. Loy (settembre 1989) hanno portato in luce «numerosi frammenti laterizi, ceramici e pietra da taglio provenienti dal disgregamento di strutture murarie». Questi materiali, esaminati fin qui superficialmente, hanno comunque consentito di accertare una frequentazione tra il I ed il VII secolo d.C.; più precisamente sono state individuate tegole e mattoni, anse di anfore Dressel 2/4 di produzione campana (riferibili al periodo tra il I secolo a.C. ed il II d.C.), infine frammenti di orlo a mandorla in sigillata chiara D riferibili ad un periodo tra il IV ed il VII secolo d.C.[14]. Questo sito viene ora collocato sulla strada romana messa in luce dal Taramelli in località Terravecchia ad oriente di Aggius, che con tutta probabilità collegava Olbia con Tibula (per compendium).

    Da ultimo si è affermata l’identificazione di Tempio Pausania con un altro centro antico, l’Heraeum di Tolomeo (3, 3,7), che riteniamo una civitas della Barbaria: come è noto, il geografo alessandrino collocava la città ad una longitudine di 31° 30’ ad est delle Isole Fortunate (le Canarie) e ad una latitudine di 38° e 40’ a nord dell’equatore tra le città interne dell’isola; il toponimo potrebbe effettivamente far pensare ad un santuario che conservava una tradizione del culto di Era-Giunone-Astarte. La localizzazione non è certa, soprattutto a causa della possibilità di errori nella tradizione tolemaica manoscritta: del resto le coordinate ci porterebbero a 5’ a sud dell’Olbianus Portus, a 10’ a nord di Olbia e solo 10’ più ad occidente[15]. Per Massimo Pittau doveva trattarsi del principale santuario del popolo dei Corsi, indicato come Templum (Iunonis) : l’indicazione Iunonis sarebbe divenuta col tempo del tutto superflua, tanto da dar luogo al toponimo attuale Tempio. Una forma analoga sarebbe Martis, nel senso di fanum Martis[16]; del resto conosciamo in Sardegna anche Fanum Carisi, sul Cedrino[17], che potrebbe richiamare una divinità locale in qualche modo collegata con il popolo dei Caresii[18], ed esistevano sicuramente in Sardegna altri santuari rurali, come il Sardopatoris fanum (ieròn in Tolomeo), il tempio del Sardus Pater ad Antas, con una vera e propria stazione stradale della via costiera occidentale presso Metalla; si può anche immaginare una situazione analoga per Feronia[19] oppure per Sorabile (Fonni), nel cuore della Barbagia, dove si trovava il Nemus Sorabense, con il santuario di Diana e Silvano[20]. Conosciamo infine numerosi altri santuari rurali, alcuni dedicati a Giove, Giunone e Minerva, come a Las Plassas in Marmilla (AE 2002, 628) e forse a Bidonì (AE 1998, 673): alcuni di essi dovevano nascondere, dietro le apparenze romane, tradizioni religiose molto più antiche e di origine locale, con forme di sincretismo e di assimilazione di culti protosardi.

     Semmai sorprende la limpidità del toponimo Tempio (documentato fin dal 1173, ma di origine sicuramente classica)[21]. A prescindere dalla localizzazione esatta, la polis di Heraeum sembra conservare in età romana la tradizione mitica dei misteri di Era, documentati anche dalla collocazione nel golfo di Cugnana (a nord di Olbia) dell’isola degli Heras lutra di Plinio (3, 7,85) e di Marziano Capella (6, 645) (da intendersi come “i bagni di Era”) : gli studiosi oscillano tra la sopravvivenza di una tradizione greca, ionica o meglio massaliota ed una tradizione punica che collegherebbe l’Heraeum sardo del retroterra di Olbia ad un fanum Astartis. Raimondo Zucca ha spiegato il singolarissimo nesonimo pliniano Heras Lutra riferendolo ad un’isola della costa orientale della Sardegna presso il golfo di Olbia (le isole di Soffi o di Mortorio), dove si sarebbero svolti, in occasione delle feste di Era (gli Heraia), i misteri dei “bagni di Era”, come quelli documentati da Pausania a Nauplia, dove secondo i “discorsi segreti” dei sacerdoti argivi, presso la fonte Cànato, Era si immergeva ogni anno per recuperare la sua verginità[22]; un po’ come altrove nella Grecia continentale, nelle isole dell’Egeo (in particolare a Samo) ed in Sicilia, dove si celebrava ogni anno uno ieròs gamos, il cui momento culminante era rappresentato dalla cerimonia dell’immersione di una statua lignea di Era (uno xòanon), che idealmente riacquistava ogni anno la sua verginità per un nuovo matrimonio con Zeus: una cerimonia arcaica che doveva svolgersi presso una sorgente perenne[23]. Questa vicenda mitica, pervenutaci solo parzialmente perché legata alle tradizioni orali ed ai misteri che accompagnavano il culto della dea, potrebbe essere stata in qualche modo connessa fin dall’origine con le principali tappe della Via Eraclea verso occidente: il viaggio dei figli di Eracle in Sardegna, guidati da Iolao-Sardus, viene collegato da Diodoro Siculo e da Apollodoro alla conclusione delle 12 fatiche, dopo la follia ispirata da Era e la morte dei figli di Megara[24]. In tale quadro è significativa la tradizione sulla verginità della sacerdotessa del tempio di Eracle a Tespie in Beozia, che Pausania spiegava con il mito delle cinquanta figlie del re Tespio, madri dei Tespiadi inviati in Sardegna, una delle quali sarebbe stata violentata da Eracle[25]. Il tutto è stato connesso con il ritrovamento di navicelle nuragiche nell’Heraion di Gravisca in Etruria[26] e nell’Heraion di Capo Colonna a Crotone[27].


    [1] A. Mastino, Tempio Pausania: Gemellae oppure Heraeum ?, in Dal mondo antico all’età contemporanea. Studi in onore di Manlio Brigaglia offerti dal Dipartimento di storia dell’Università di Sassari, Roma, Carocci 2001, pp. 79-117.

    [10] Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous le Haut-Empire, Sasssari 1990, pp. 68 s.

    [11] D. Panedda, Il giudicato di Gallura. Curatorie e centri abitati, Sassari 1978, p. 85 e n. 13; Taramelli, Fogli 181-182. Tempio Pausania-Terranova Pausania, cit., IV SE, p. 39 nr. 15 = p. 539.

    [17] G. Maisola, Alcune osservazioni sulla romanizzazione della media valle del Cedrino, L’Africa Romana, XIX. Trasformazioni dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Carocci, Roma 2012, pp. 2761-2778.

    La nuova omelia di Sant’Agostino a Thignica, negli anni in cui Alarico occupava Atene (e nel 410 Roma).

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    S. Aounallah, A. Corda, P. Filigheddu, A. Mastino, Vos ante paucos annos pagani eratis, modo christiani estis, parentes vestri daemoniis serviebant: l’homélie d’Augustin adressée aux habitants de Thignica dans l’hiver 403-404 et leur conversion tardive au christianisme, en pensant au massacre de Sufes, in Ministère de l’Enseignement Supérieur et de la Recherche Scientifique, Faculté des lettres et sciences humaines, Université de Sousse, Sousse 2-4 décembre 2021, Actes du septième colloque international “Eglise et christianisme au Maghreb: Antiquité et Moyen Age”, Laboratoire de recherche “Occupation du sol, peuplement et modes de vie dans le Maghreb antique et médiéval, Troisième séance, A. Mrabet ed.,  Sousse 2023,pp.119-162 (anche in Diritto & Storia, 18, 2020-21,  https://www.dirittoestoria.it/18/tradizione/Aounallah-Mastino-Corda-Filigheddu-Hom%C3%A9lie-Augustin-Thignica.htm) (https://iris.unica.it/handle/11584/371083)

    Prime linee per ricostruire la visione della storia della Sardegna nelle opere di Ettore Pais e di Camillo Bellieni

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    Il rapporto tra i due

    È molto probabile che Pais e Bellieni si siano ben conosciuti ed abbiano avuto rapporti personali, anche se appartenevano peraltro a mondi professionali diversi; magari a Sassari in Sardegna, oppure a Napoli, più probabilmente a Roma.

    Ettore Pais era stato affiliato alla Massoneria a Napoli dal 9 luglio 1900, nella Loggia “Losanna”[1], egli si schierò dichiaratamente col Fascismo ma solo qualche anno dopo il delitto Matteotti fino alla morte: è noto lo scontro iniziale con Mussolini nel Regio Senato il 3 febbraio 1925[2], proprio a proposito di quelle società segrete che sarebbero state prestro sottoposte ad una commissione di inchiesta sulle infiltrazioni massoniche nella Camera dei Deputati, avviata dal Regime a partire dal mese di settembre dello stesso anno[3].

    Camillo Bellieni, perseguitato dal Fascismo, si laureò a Sassari e poi a Roma e soggiornò per decenni a Napoli, ma non risulta iscrtto alla Massoneria napoletana. Del resto la permantenza a Napoli del Pais precede di alcuni decenni quelle del Bellieni, che pure studiò all’Università di Roma La Sapienza.  I lavori di Pais erano ben conosciuti in tempo reale negli ambienti intellettuali sardi e contribuirono a modellare il quadro entro il quale Bellieni elaborò la propria visione politico-culturale, che segue di pochi anni (forse addirittura di pochi mesi) l’edizione del volume su Sardegna e Corsica romane del Pais. Il rapporto tra i due si può interpretare come un dialogo indiretto, quasi un confronto ideale tra due modi di intendere la relazione tra Sardegna e Roma; Bellieni esprime rispetto per lo storico suo maestro, ma anche volontà di andare oltre la sua impostazione, recuperando elementi della storia sarda che la storiografia positivista giudicava marginali o secondari.

    Entrambi, tuttavia, riconoscevano nella storia romana un elemento imprescindibile dell’identità sarda:

    • per Pais, Roma rappresentava l’ingresso della Sardegna nella storia universale, l’inizio di una continuità istituzionale che l’Italia moderna portava avanti;
    • per Bellieni, invece, la romanità costituiva uno strato della storia sarda, importante ma non decisivo, da integrare in un racconto più ampio e complesso.

    Sotto questo aspetto, il loro rapporto con la romanità rifletteva due modi diversi di concepire la relazione tra periferia e centro: Pais, uomo delle istituzioni accademiche nazionali e internazionali, tendeva a leggere la storia in termini unitari; Bellieni, leader di un movimento politico radicato nell’identità regionale, insisteva sulle differenze e sulle continuità locali.

    Il rapporto tra Camillo Bellieni, Ettore Pais e la storia romana è di fatto un crocevia culturale e intellettuale che attraversa la Sardegna a inizio Novecento. Pais rappresenta la voce della storiografia accademica, fondata sul metodo critico e sull’idea della romanità come fattore unificante, tanto da sostenere il colonialismo e il nuovo imperialismo. Bellieni incarna la spinta verso il riconoscimento della specificità sarda e della necessità di costruire una narrazione storica autonoma. Nella loro diversità, i due restituiscono un quadro complesso: la Sardegna come terra in cui la romanità non è soltanto un capitolo del passato, ma un tema attorno al quale si gioca, ancora oggi, la definizione dell’identità e del rapporto con l’Italia. In questo senso, le loro voci – pur distanti – continuano a dialogare.

    Pubblicando La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico il Bellieni doveva costantemente fare i conti con la recente Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano di Ettore Pais, pubblicata appena cinque anni prima, carica di erudizione e di informazioni di prima mano: il modello era troppo ingombrante per poter essere ignorato o messo da parte.

    I rapporti personali tra i due non sono chiarisimi: Bellieni  aveva conosciuto il Pais forse a Sassari, dove il 3 marzo 1916 si era laureato in Giurisprudenza con una tesi sulla correnti idealistiche della moderna filosofia del diritto in Italia, con un trasferimentonto temporaneo a Napoli nel 1915[4] oppre più probabilmente a Napoli forse già dal 1913 alla vigilia della Grande Guerra ventenne (dove Pais aveva diretto il Museo archeologico dal 1901).

    Bellieni conobbe Pais più probabilmente a Roma, dove aveva preso la seconda laurea, quella in Filosofia nel 1920.  A Napoli Bellieni aveva vissuto per 7 anni e ci sarebbe tornato nel 1924 per conseguire il diploma in paleografia e archivistica; per qualche tempo egli fu nominato segretario dell’Università dopo l’avvento di Mussolini al potere; qui Bellieni sarebbe morto nel 1975, dopo un soggiorno di quasi trent’anni. 

    Annunciando la pubblicazione della terza edizione della Storia di Roma sulla rivista “Il Nuraghe” nel 1927, il Bellieni definiva Ettore Pais «un maestro di probità scientifica», «l’Uomo la cui vita è un costante esempio di metodico lavoro, condotto con senso di responsabilità e con uno scrupolo che sembrarono ad altri qualche volta eccessivi», « avvinto alla nostra isola da saldi legami di sangue e d’affetti». L’anno successivo, ad Ettore Pais ed a Gaetano De Sanctis egli si richiamava esplicitamente nell’introduzione dell’opera, «maestri venerati», ai quali ammetteva di dovere una riconoscenza profonda. Bellieni, ormai esule a Bologna, a Gorizia, a Fiume, a Catania ed infine a Roma, non sapeva che Pais – prima ostilissimo a Mussolini a causa del delitto Matteotti – sarebbe presto progressivamente scivolato verso il Fascismo e il militarismo coloniale.


    Minime osservazioni

    Dall’intervento di Ettore Pais: << I convitti sono stati per vari secoli affidati ai sacerdoti, e questi spesso ben attesero al loro compito. E anche ora, se qualcuno vuole avere una educazione un po’ accurata, persino tra coloro che appartengono a quelle società segrete che fanno tanta paura al Presidente del Consiglio …..>>.

    A.A. Mola, Storia della Massoneria Italiana dall’Unità alla Repubblica, Milano 1977; A. Mastino, P. Ruggeri, Ettore Pais senatore del Regno d’Italia (1922-39), in Studi in onore di M. Pittau, Stampacolor, Sassari 1994, p. 154.

    F. Obinu, I laureati dell’Università di Sassari, 1866-1945, Carocci 2902, p. 186 nr. 1495.

    Camillo Bellieni : la Sardegna della resistenza alla romnizzazione

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    Camillo Bellieni

      Per un paradosso, il fondatore del Partito Sardo d’Azione Camillo Bellieni (1893-1975) avrebbe pubblicato cinque anni dopo Ettore Pais un volume che dipende interamente dal precedente e ha molte cose in comune con le posizioni nazionaliste del maestro, pur in un quadro di forte e coraggioso antifascismo[1]: la grande opera storiografica intitolata La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico venne concepita e realizzata con una forte empatia nei confronti della società sarda contemporanea ma per tornare alle radici, per riflettere sulle costanti originali della storia della Sardegna, per accertare l’influenza della cultura latina sull’isola, per scendere in profondità al di là delle emozioni e dell’attualità; ritorna con grande chiarezza il proposito dello storico di ripensare la società sarda come frutto di una secolare stratificazione culturale, di accertare la storicità delle mitiche colonizzazioni greche, libiche, iberiche, di rivalutare la lunga stagione classica, di riscoprire il ruolo di Roma e della Chiesa di Roma in Sardegna. L’esigenza prioritaria della storiografia del Bellieni appare sorprendentemente la rivalutazione della romanità nella storia della Sardegna, l’isola che presenta una sua «diffusa latinità», per quanto articolata con «recise differenziazioni». Già nel primo dei due volumi Bellieni riconosceva nel 1928 [ma in realtà quattro anni prima] che la lunga fase romana ha lasciato eredità profondissime, a partire dalla lingua sarda[2], elemento che veramente collega la Sardegna contemporanea alla civiltà di Roma, una eredità che però si sovrappone ad una sensibilità più profonda e più antica, quella preistorica, ugualmente vitale. E poi la fase fenicio-punica, i tanti incontri con gli altri popoli del Mediterraneo. Un aspetto curioso è rappresentato dall’ammirazione del Bellieni per Cartagine, la città vittima dell’imperialismo romano, che avrebbe dato all’isola un’impronta profonda, con la <<sua sapienza colonizzatrice». Bellieni guarda però soprattutto a Roma: egli rimedita la storia della Sardegna in età romana con uno sforzo di riflessione, di interpretazione personale e di sintesi; non mancano informazioni preziose su episodi considerati marginali; si registra un ampio utilizzo delle fonti letterarie, epigrafiche, archeologiche, numismatiche, giuridiche e si può apprezzare una profonda ed aggiornata conoscenza della letteratura precedente, compresa quella in lingua tedesca, inglese e francese. Da queste letture e dai suoi maestri sassaresi gli deriva anche l’atteggiamento di totale rifiuto delle Carte d’Arborea, viste come un ridicolo tentativo di nobilitare la storia sarda, un falso da respingere con sdegno. La conoscenza geografica dell’isola è veramente impressionante: la Sardegna è percorsa idealmente in lungo ed in largo, prima per l’età repubblicana e poi per l’età imperiale. In questo senso, sul piano della geografia antica, della topografia delle città romane, con attenzione per le dimensioni dei rispettivi territoria cittadini, Bellieni ha veramente compiuto un notevole passo avanti; ma anche sulla geologia, sull’agricoltura, sulle miniere, sull’economia, il volume del Bellieni rappresenta sicuramente un rilevante progresso. Appare evidente anche dalla lettura dell’opera che il nazionalismo sardo del Bellieni aveva molti punti di contatto con il nazionalismo italiano del Pais: del resto le posizioni politiche sardiste di Bellieni, alquanto moderate e democratiche, si inserivano nel grande filone del combattentismo nazionale, alla luce della dolorosa esperienza delle trincee. La distanza dal nazionalismo del Pais appare abbastanza irrilevante, anche perché Bellieni precisa di vivere la storia antica dell’isola, di questa «terra desolata dove sembra dominare sovrano il silenzio della inerte natura», «da sardo con consapevolezza italiana»[3].


      [1] C. Bellieni, La Sardegna e i Sardi nella civiltà del mondo antico, Cagliari, il Nuraghe, I e II, (collezione sarda de Il Nuraghe), Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, I, Cagliari 1928; II, 1931.

      [2] G. Lupinu, La romanizzazione linguistica della Sardegna, in Storia della Sardegna antica, a cura di A. Mastino, Nuoro, Il Maestrale, 2005, pp. 193-195 (II ed. 2009); Id., Manualetto di linguistica sarda, Collana Sardiniae memoria, #2, Unicapress, Cagliari 2023.

      [3] Vd. A. Mastino, P. Ruggeri, “Camillo Bellieni e la Sardegna romana”, in Sesuja Vintannos. Antologia della rivista a cura di Antonello Nasone in occasione dei Ventennale della fondazione dell’Istituto di studi e ricerche Camillo Bellieni, Sassari, 2009, pp. 135-171 (Quaderni, 5).

      Ettore Pais: la Sardegna e la Corsica in età romana

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      Ettore Pais

        Dopo un’interruzione di sette anni, a seguito della malattia e della morte di Giovanni Spano, riprendeva intanto la pubblicazione della rassegna annuale delle scoperte archeologiche, con una nuova serie del “Bullettino archeologico sardo”, che si ricollegava idealmente alla rivista uscita tra il 1855 e il 1864: l’opera, che avrebbe avuto purtroppo vita effimera, limitandosi ai soli 12 fascicoli mensili del 1884, veniva pubblicata presso la Tip. Editrice dell’Avvenire di Sardegna “per cura del prof. Ettore Pais, direttore reggente del R. Museo di antichità di Cagliari”, in precedenza fondatore nel 1878 del R. Museo Antiquario dell’Università di Sassari.[1] Proseguiva intanto la presenza nell’isola di viaggiatori stranieri, che aveva caratterizzato l’Ottocento: per la British School at Rome Thomas Ashby, con forti interessi archeologici[2].

        Ettore Pais si era occupato delle fonti classiche sulla Sardegna nel bel volume ricco di erudizione pubblicato fin dal 1881, Sardegna prima del dominio romano. Studio storico e archeologico, testo fondamentale, con un’impressionante conoscenza degli autori antichi[3]; aveva poi certamente letto il volumetto di Edmund S. Bouchier, Sardinia in ancient Times, Blackwell, Oxford 1917, di grande interesse ma ancora influenzato in parte dalle Carte d’Arborea[4]. Quando le edizioni di Attilio Nardecchia di Roma pubblicarono nel 1923 la sua Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Ettore Pais (Accademico dei Lincei e Senatore a vita del Regno d’Italia) insegnava già da qualche tempo nell’Università di Roma ed aveva ormai compiuto i 67 anni d’età. Si tratta dunque di un’opera della piena maturità, anche perché il Pais aveva iniziato ad occuparsi di argomenti sardi già quasi mezzo secolo prima, fin dalla tesi di laurea discussa presso l’Istituto superiore di Studi Storici di Firenze e dedicata al riso sardonico, un tema che lo aveva condotto ad approfondire il senso dell’espressione omerica relativa all’atteggiamento minaccioso ed ironico di Ulisse contro i Proci nell’Odissea, un argomento fortunato, che era già stato trattato da Giovanni Spano con qualche superficialità e che recentemente è stato più volte ripreso[5].

         Nell’insieme, si può affermare che il Pais aveva ritardato per decenni la pubblicazione della Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, un lavoro di sintesi per il quale aveva iniziato a raccogliere un vastissimo materiale archeologico, epigrafico, numismatico, letterario, giuridico, visitando i musei e le principali località della Sardegna, rinunciando comunque a percorrere la Corsica per ragioni di un malinteso patriottismo. Il pensiero di scrivere quest’opera era andato maturando «nel corso di oltre quaranta anni», fin da quando aveva rivolto l’animo «ad investigare le vicende della Sardegna», dopo esser stato «chiamato a fondare, ancor più che a dirigere, il piccolo Museo archeologico dell’Università di Sassari», subito dopo la laurea[6]. «Volle poi la sorte – aggiunge il Pais nella Prefazione – che, costituito il piccolo Istituto e terminati in seguito i miei studi di perfezionamento a Berlino sotto la guida sapiente di Teodoro Mommsen, non fossi, come questi aveva per me chiesto, destinato a maggior centro di studi, ma inviato a riordinare ed accrescere il Museo Nazionale di Cagliari»; aveva avuto così l’occasione «di rivolgere … attenzione ai monumenti ed alla storia dell’Isola, alla quale, se non per nascita» riteneva di essere «strettamente congiunto per origine di stirpe, per affetti domestici, per lunga e tenace consuetudine con amici numerosi e fedeli».

        L’opera è stata dunque meditata a lungo e «non è frutto di improvvisazione, né espone impressioni fugaci»: la raccolta dei documenti, fonti letterarie ed epigrafi, è andata avanti per oltre quaranta anni, con un numero incredibilmente alto di novità, di interpretazioni originali, di nuove ipotesi, di integrazioni ed emendamenti, in relazione ai fasti provinciali, alla geografia antica, alle istituzioni cittadine, alle popolazioni rurali, alla romanizzazione, ai latifondi, alla viabilità, all’esercito.

        Nell’Introduzione, il Pais affronta innanzi tutto il tema del presunto «insaziabile imperialismo» romano: al di là del giudizio etico, le conquiste mediterranee dei Romani sembrano al Pais assolutamente necessarie, «per ragioni politiche e storiche», per contrastare l’invadenza cartaginese: allo stesso modo solo una politica più attiva dell’Italia avrebbe potuto contrastare ora gli interessi commerciali e militari inglesi nel Mediterraneo. Del resto, una delle caratteristiche del volume, è quella di tentare di attualizzare la storia, di utilizzare le fonti, per trovare risposte ai problemi contemporanei, di riaffermare l’italianità della Corsica su «basi indistruttibili», di dare una giustificazione ed una solida base storica e giuridica alle rivendicazioni imperiali dell’Italia uscita dalla Grande Guerra.

        Nel quadro di un pericoloso nazionalismo, che alimentava in quegli anni il consolidamento del fascismo, si spiega anche l’attenzione per la Corsica, l’«isola sorella», una terra amabile (epératos già per Dionisio il Periegeta, v. 458 ss.), che il Pais non ha mai voluto visitare: la trattazione congiunta della storia della Sardegna e della Corsica è scientificamente corretta[7], perché come è noto le due isole costituirono negli ultimi due secoli della repubblica un’unica provincia, così come ripetutamente in età imperiale fecero parte di un’unica unità amministrativa; eppure il tono è quello di un acceso nazionalismo, a difesa dell’«Italianità» della Corsica, «Isola nobile e fiera, ove prodezza è vanto e povertà non è vergogna»; grazie all’«italiano Napoleone», la Corsica e l’Italia «sono di nuovo tra loro congiunte con un indistruttibile vincolo storico e morale». Qualche imbarazzo gli provoca però la denominazione fretum Gallicum, con la quale nell’Itinerario Marittimo (p. 241 Pinder-Parthey) si indicano le Bocche di Bonifacio: esclusa a priori «la presenza di un elemento celtico in Corsica», il Pais preferisce un improbabile collegamento con la Gallura e con i Galillenses. E poi «la fierezza ed il coraggio» dei Corsi, che avevano in passato saputo difendere la propria indipendenza, tanto che G. G. Rousseau aveva manifestato «il presentimento che un giorno questa piccola isola meraviglierà l’Europa»[8]. Il nazionalismo del Pais è ben noto ed è la vena sotterranea che percorre un po’ tutto il volume e che certamente infastidisce il lettore moderno; c’è poi la tesi, che è più volte affermata, della missione civilizzatrice di Roma, dei benefici elargiti alla Sardegna dal governo dei Romani, che «vi lasciò tracce benefiche del suo incivilimento». Il punto di riferimento principale della storia della Sardegna deve essere dunque la lunga età romana, sette secoli che costituiscono un modello esemplare: anche per l’oggi il Pais ha in mente una nuova unità regionale, della Sardegna assieme alla Corsica, come nell’età del leggendario re Phorcus, come durante l’età romana, quando si svilupparono le relazioni con il Nord Africa[9].


        [1] A. Mastino, Il Museo Archeologico dell’Università di Sassari nell’Ottocento: la visita di Theodor Mommsen e la direzione di Ettore Pais, in “Annali di storia delle Università italiane”, CLUEB, 11, 2007, pp. 381-413.

        [2] G. Manca di Mores (a cura di), La Sardegna di Thomas Ashby. Paesaggi Archeologia Comunità. Fotografie 1906-1912, Sassari, Carlo Delfino editore, 2014. Ashby è stato preceduto dal domenicano Peter Paul Mackey, vd. R. Zucca, L’archeologia in Sardegna allo scorcio del XIX secolo, Aa.Vv., Immagini dal passato. La Sardegna archeologica di fine Ottocento nelle fotografie inedite del padre domenicano inglese Peter Paul Mackey, Sassari-Roma 2000, pp. 57-59.

        [3] “Atti della Regia Accademia dei Lincei. Memorie”, serie III^, VII, pp. 355-366.

        [4] A. Mastino, Ettore Pais e la Sardegna romana, in Aspetti della storiografia di Ettore Pais, a cura di L. Polverini, ESI, Napoli 2002, pp. 249-300.

        [5] Per tutti vedi G. Paulis, “Le «ghiande marine» e l’erba del riso sardonico negli autori greco-romani e nella tradizione dialettale sarda”, in Quaderni di semantica, I, 1993, pp. 9-23.

        [6] E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Nardecchia, Roma 1923, (riedizione a cura di A. Mastino, Ilisso, Nuoro 1999).

        [7] A. Mastino, P. Ruggeri, P.G. Spanu, R. Zucca, Corsica e Sardegna in età antica, in La transmission de l’idéologie impériale dans l’occident romain, M. Navarro Caballero, J.-M. Roddaz edd., Colloque CTHS, Bastia 2003 (Ausonius Éditions, Études 13, Actes des Congrès Nationaux des sociétés historiques et scientifiques du Comité des travaux historiques et scientifiques), Bordeaux-Paris 2006, pp. 309-326.

        [8] G. G. Rousseau, Du contrat social ou essai sur la forme de la république, Paris 1762, II, p. 10.

        [9] A. Mastino, Saggio introduttivo; Nota bibliografica e Cronologia della Sardegna romana, in E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, Ilisso, Nuoro 1999, riedizione a cura di A. Mastino, I, pp. 1-64; 65-67; 68-86.

        Il mito e l’archeologia Nazione Sarda: Sardus Pater-Sid-Babai e Sardò dalla Lidia collegata agli Etruschi

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        1. Sardus Pater dio della nazione e le due Sardò

        La versione maschile del mito, il Sardus Pater figlio dell’africano Maceride e fratello di Afer, presenta caratteristiche tali da farne un vero e proprio dio della nazione sarda, inserito con Ercole nel pantheon ufficiale, se Ottaviano lo menziona sulle monete che commemoravano il nonno Marco Azio Balbo e se l’imperatore Caracalla verso il 214 d.C. accettò che venisse associato al culto imperiale, che disponeva di un’articolata struttura cittadina (Metalla in territorio di Sulci) e provinciale. Attraverso il restauro severiano dell’antico tempio di Antas (comune di Fluminimaggiore)[1] – che oggi conosciamo molto meglio – abbiamo una testimonianza della vitalità delle antiche tradizioni pagane; il culto salutifero del grande dio eponimo della Sardegna, il Sardus Pater, in realtà è unainterpretatio romana del dio fenicio di Sidone (Sid figlio di Melqart)[2], ma anche dell’eroe greco Iolao padre, compagno di Eracle[3]e probabilmente anche dell’arcaico dio isolanoBabi. In età storica Sardus era effettivamente venerato in Sardegna con l’attributo di Pater, in quanto era considerato il primo ad aver guidato per mare una schiera di colonizzatori giunti dall’Africa e per aver dato il nome all’isola. Il tema è stato affrontato da me in varie occasioni[4], ma è stato oggetto di una quantità di studi che hanno messo in evidenza da un lato le radici preistoriche del culto[5] e dall’altro il ruolo di Ottaviano Augusto e di Caracalla.[6] Sono stati studiati i bronzi votivi[7], la fase repubblicana e le decorazione architettonica fittile[8], i gioielli, alcuni inscritti[9], addirittura le statue di culto[10], le monete[11]. Uguale venerazione era riservata al Sardus Pater fin da età ellenistica nel santuario federale di Delfi in Grecia[12]. Passiamo invece alla versione femminile, completamente distinta e ben più antica: altri filoni del mito rimandano a Sardò, figlia di Stenelo re di Micene, dunque sorella di Euristeo re-padrone di Eracle, con un richiamo all’età micenea e all’assedio dei Sardi a Creta al tempo dell’automa Talos (Hyg. Fab., 275)[13]. Omonima era la Sardò, misteriosa sposa del dio Tirreno, se stiamo ad uno Scolio al Timeo di Platone (25, b, p. 287 Greene), che ricorda come il nome “l’isola dalle vene d’argento” sia stato attribuito a “Sardò”, con l’arrivo di Tirreno, eponimo degli Etruschi (il nome è già in Herod., Hist., V, 106, 124)[14]. Gli studiosi non concordano sulla effettiva priorità del nomeArgyrophleps: in apparenza sembra che i Greci non conoscessero il nome dell’isola in età nuragica: i marinai greci chiamarono l’isola prima Sardò[15] e poi, in un secondo tempo, comunque forse fin dal IX-VIII secolo a.C. Ichnoussa.[16] Tuttavia, Argyrophleps è un appellativo che, come Ichnoussa, “a forma di impronta”, sottintende “Isola” (la Sardegna), dunque ricca di miniere d’argento. Per i Greci non sono mai esistiti abitanti della Sardegna al di fuori dei Sardòi (aggettivoSardonìoi), nomi piuttosto simili al termine Shrdn usato dai Fenici nel sec. IX (stele di Nora)[17]. Non c’è da meravigliarsi se, stando a Pausania (X, 17,1-2), il nome fu assegnato all’isola dal dio Sàrdos già al tempo in cui gli uomini abitavano in capanne e caverne e non conoscevano le città. I Greci, che ignoravano il nome dato all’isola dai primitivi Indigeni, ben sapevano quello dato da Sàrdos, benché la chiamassero poeticamente o strategicamente Ichnoussa o Sandaliotis o Argyrophleps nesos, così come Callimaco e Tucidide usavano per la Sicilia anche il termine Trinakria[18]. È palese che Sardò è la personificazione dell’Isola, come lo è parimenti Medusa;solo in relazione a questo nesonimo sono identificati gli abitanti, i Sardi[19].

        Passiamo alla versione femminile, completamente distinta e ben più antica: altri filoni del mito rimandano a Sardò, figlia di Stenelore di Micene, dunque sorella di Euristeore-padrone di Eracle, con un richiamo all’età micenea e all’assedio dei Sardi a Creta al tempo dell’automa Talos.  Omonima era la Sardò, misteriosa sposa del dio Tirreno, se stiamo ad uno Scolio al Timeodi Platone che ricorda come il nome “l’isola dalle vene d’argento” sia stato attribuito a “Sardò”, con l’arrivo di Tirreno, eponimo degli Etruschi (il nome è già in Erodoto). Gli studiosi non concordano sulla effettiva priorità del nomeArgyrophleps: in apparenza sembra che i Greci non conoscessero il nome dell’isola in età nuragica: i marinai greci chiamarono l’isola prima Sardòe poi, in un secondo tempo, comunque forse fin dal IX-VIII secolo a.C. Ichnoussa.  Tuttavia, Argyrophlepsè un appellativo che, come Ichnoussa, “a forma di impronta”, sottintende “Isola” (la Sardegna), dunque ricca di miniere d’argento. Per i Greci non sono mai esistiti abitanti della Sardegna al di fuori dei Sardòi(aggettivoSardonìoi), nomi piuttosto simili al termine Shrdnusato dai Fenici nel sec. IX (stele di Nora).

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        Una differente versione ci fa conoscere Sardò, Sorella di Kurnos re dei Liguri, amante di Faethone, figlio di Sthenelos, sempre collegata a Sardeis capitale della Lidia (età: primo ferro – orientalizzante).


        [1] G. Garbati, “Il Tempio di Antas”, in Il tempo dei Fenici. Incontri in Sardegna dall’VIII al III secolo a.C., a cura di C. Del Vais, M. Guirguis, A. Stiglitz, Nuoro, Ilisso, 2019, pp. 296-301; G. Manca di Mores, “Il paesaggio come identità del potere: la valle di Antas e la decorazione architettonica fittile del tempio. Osservazioni preliminari”, in Africa romana. Trasformazione dei paesaggi del potere nell’Africa settentrionale fino alla fine del mondo antico, vol. 2, a cura di M.B. Cocco, A. Gavini, A. Ibba, Atti del XIX convegno di studio (Sassari, 16-19 dicembre 2010), Roma, Carocci, 2012, pp. 1727-1738; G. Manca di Mores, “Iconografie tra mondo punico e romano nell’altorilievo fittile del tempio del Sardus Pater ad Antas”, in Dal Mediterraneo all’Atlantico: uomini, merci, idee tra Oriente e Occidente, Atti dell’VIII Congresso Internazionale di Studi Fenici e Punici (Carbonia-Sant’Antioco, 21-26 ottobre 2013), a cura di M. Guirguis, vol. II, Pisa-Roma, Fabrizio Serra editore, 2018, pp. 293-297 (Folia Phoenicia, 2); G. Manca di Mores, Antas, il tempio del Sardus Pater, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 364-367; G. Rocco, “Il tempio romano”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 163-184. (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale). Vd. anche R. Zucca, Il tempio di Antas, Sassari, Carlo Delfino editore, 1989 (Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari, 11); Id., Il tempio di Antas, in A. Moravetti (a cura di), La Sardegna. I Tesori dell’archeologia, 3, Sassari 2011, pp. 161-184; Id. (a cura di), Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale). Vd. anche E. Acquaro, F. Barreca, S. M. Cecchini, D. Fantar, M. Fantar, M.G. Guzzo Amadasi, S. Moscati, Ricerche puniche ad Antas. Rapporto preliminare della Missione archeologica dell’Università di Roma e della Soprintendenza alle Antichità di Cagliari, Roma, 1969 (Studi Semitici, 30); P. Bernardini, A. Ibba, Atti “Il santuario di Antas fra Cartagine e Roma”, nel volume “Sacrum nexum”: alianzas entre el poder político y la religión en el mundo romano, a cura di Javier Cabrero Piquero e Luca Montecchio (Thema Mundi, 7), Madrid-Salamanca, Signifer Libros, 2015, pp. 75-138; P. Bernardini, L.I. Manfredi, G. Garbini, “Il Santuario di Antas a Fluminimaggiore: nuovi dati”, in Phoinikes Bshrdn. I Fenici in Sardegna. Nuove acquisizioni, a cura di P. Bernardini, R. D’Oriano, P.G. Spanu, Oristano, S’Alvure, 1997, pp. 105-113.

        [2] C. Grottanelli, “Melqart e Sid fra Egitto, Libia e Sardegna”, in Rivista di Studi Fenici, I, 2, 1973, pp. 153-164.

        [3] M.A. Minutola, “Originali greci dal tempio di Antas”, in Dialoghi di Archeologia, 9-10, 1977, pp. 399-438.

        [4] A. Mastino, “I decenni tra l’esilio in Sardegna di Callisto e quello di Ponziano: i rapporti tra cristiani e pagani e la ricostruzione del tempio nazionale del Sardus Pater presso i metalla imperiali”, in Atti della Pontificia Accademia romana di Archeologia (Serie III), Rendiconti, LXXXVIII, 2015-16, pp. 159-185; Id., “L’iscrizione latina del restauro del tempio del Sardus Pater ad Antas e la problematica istituzionale”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, sud Sardegna), a cura di Raimondo Zucca, Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea, volume XXIV (79 della Serie Generale), Roma 2019, pp. 199-240

        [5] P. Bernardini, “La necropoli nuragica”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 7-34 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale): G. Ugas, G. Lucia, “Primi scavi nel sepolcreto nuragico di Antas”, in La Sardegna nel Mediterraneo tra il II ed il I millennio a.C., Atti del II Convegno di studi (Selargius-Cagliari, 27-30 novembre 1986), Cagliari, CIS, 1987, pp. 255-277.

        [6] P. Bernardini, Il culto del Sardus Pater ad Antas e i culti a divinità salutari e soteriologiche, in Insulae Christi, Il Cristianesimo primitivo in Sardegna, Corsica e Baleari, a cura di P.G. Spanu, Oristano 2002, pp. 17-25; G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater ad Antas e la tarda repubblica romana”, in Africa romana. Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni, a cura di P.Ruggeri, Atti del XX Convegno internazionale di studio (Alghero- Porto Conte Ricerche, 26-29 settembre 2013), Roma, Carocci editore, 2015, pp. 1933-1941.

        [7] S. Angiolillo, “Bronzi votivi di età romana provenienti da Antas”, in Carbonia e il Sulcis. Archeologia e territorio, a cura di V. Santoni, Oristano, S’Alvure, 1995, pp. 329-341: Ead., “Gli ex voto in bronzo”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 241-265 (Accademia Nazionale dei Lincei, Monumenti Antichi, Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

        [8] G. Manca di Mores, “Il Sardus Pater e la decorazione architettonica fittile”, in MEIXIS. Dinamiche di stratificazione culturale nella periferia greca e romana, a cura di S. Angiolillo, M. Giuman, C. Pilo, Atti del convegno internazionale di studi “Il sacro e il profano” (Cagliari, Cittadella dei Musei, 5-7 maggio 2011), Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2012, pp. 189-203 (Archaeologica, 169): Ead., “Le terrecotte architettoniche e la fase repubblicana”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 89-149 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

        [9] P.B. Serra, Su un anello d’argento da Antas-Fluminimaggiore e su un sigillo in bronzo da Scano Montiferro, L’Africa Romana XX, Momenti di continuità e rottura: bilancio di trent’anni di convegni L’Africa romana, a cura di Paola Ruggeri, Carocci, Roma 2015, pp. 1943-1960.

        [10] M. Torelli, “Un frammento delle statue di culto”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas, a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider Editore, 2019, pp. 151-162 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

        [11] A. . Ibba, “Per parole e per immagini: la propaganda fra Cesare e Augusto in Africa e Sardinia (iscrizioni, monete, monumenti), in Tra la Tarda repubblica e l’Età augustea: economia, politica e religione nell’epigrafia latina di Hispaniae, Galliae, Africa, Grecia, Quasar, c.s.

        [12] M. Torelli, “La statua del Sardus Pater a Delfi”, in Il tempio del Sardus Pater ad Antas (Fluminimaggiore, Sud Sardegna), a cura di R. Zucca, Roma, Giorgio Bretschneider, 2019, pp. 281-288 (Accademia Nazionale dei Lincei. Monumenti Antichi. Serie miscellanea – volume XXIV. LXXIX della Serie Generale).

        [13] Ugas, L’alba dei nuraghi, cit., pp. 19-21.

        [14] Didu, I Greci e la Sardegna, il mito e la storia, cit., p. 35.

        [15] Per tutti: S. Ribichini, Il riso sardonico, storia di un proverbio antico, Sassari 2003.

        [16] R. Zucca, I Greci e la Sardegna in età arcaica nel contesto mediterraneo, in AA.VV., Etruria e Sardegna centro-settentrionale tra l’età del Bronzo Finale e l’Arcaismo, Atti del XXI Convegno di Studi Etruschi e Italici, Pisa-

        Roma 2002, pp. 111-121; Ugas, L’alba dei nuraghi, cit., p. 47 n. 33; 2016, pp. 398-400.

        [17] Per le proposte di identificazione dei Sardi anche col popolo degli Shardana o Sherdanw, noto in Egitto, Biblo (šrdn), Ugarit e Caria fin dalla prima metà del XV secolo a.C., sono note le posizioni di Ugas, Shardana e Sardegna, cit.

        [18] Basti ricordare che Omero mette nella mente di Ulisse già nell’Odissea (XX, 301-302) il “riso Sardonico” (θύμος σαρδώνιος), nello stesso tempo in cui i Fenici, come detto chiamavano l’isola Shrdn.

        [19] Essa rivelerebbe la presenza di suoi abitanti nella Grecia micenea al tempo di Euristeo e suggellerebbe la relazione tra la Sardegna e la Tyrrenia (la Toscana, l’Etruria), al tempo dell’eroe lidio Tirreno ideato da Erodoto (I, 94) (Ugas, Shardana e Sardegna, cit., pp. 675-678.), stando al citato Scolio al Timeo Platonico; in remoti tempi secondo Strabone (V, 2, 7).

        Le città della Sardegna: sintesi su Tharros o Tarrhos romana

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        Tharros, colonia Iulia ? (foto Piero Bartoloni)

          Tharros è riemersa dalle sabbie alla radice del Capo di San Marco che chiude il golfo di Oristano dopo la “corsa all’oro” che vide come protagonisti personaggi singolari come George John Warren, quinto barone di Vernon, Alberto Ferrero Della Marmora, Re Carlo Alberto e suo figlio Vittorio Emanuele, Giovanni Spano, Gaetano Cara, Filippo Nissardi. Gli scavi moderni si debbono a Gennaro Pesce e alle tante équipes di ricerca scientifica accademiche (Cagliari, Sassari, Bologna) e del CNR, integrate delle cooperative con tanti giovani studiosi che hanno operato nell’ultimo secolo. La città romana è localizzata, all’estremità meridionale della penisola del Sinis, sulla costa occidentale dell’isola, lungo la via a Tibulas Sulcis, tra Cornus e Othoca: quasi una nave ancorata alla grande isola mediiterranea, esattamente come Cartagine rispetto al continente africano;  una variante consentiva di raggiungere Neapolis lungo la costa, che chiudeva a Sud il Golfo di Oristano[1]; golfo caratterizzato dalla presenza delle foci del fiume Tirso, che porta un nome che deve esser collegato col culto di Dioniso[2].

          Il toponimo (originariamente Tarrhi), di sicura ascendenza paleosarda, è caratterizzato da una radice *tarr estesa nel Mediterraneo dall’Anatolia a Creta (dove è noto il culto di Apollo Tarraios) alla penisola Iberica. Il poleonimo è attestato per la prima volta nelle Historiae di Sallustio, che recano la forma Tarrhos, accusativo plurale di un nominativo Tarrhi piuttosto che nome indeclinabile. Non casualmente, infatti, il corrispettivo greco Tarrai polis in Tolomeo e in Giorgio Ciprio impone una forma latina Tarri, attestata nell’Anonimo Ravennate e in Guidone. Il poleonimo Tharros nell’Itinerarium Antonini è con certezza una forma in accusativo plurale, al pari di Cornos e Viniolas. Il nome, tuttavia, tendeva a essere considerato indeclinabile, benché di numero sempre plurale: in tale senso vanno intesi sia il fraintendimento della citazione di Sallustio da parte dello pseudo-Probo, che considera Tarrhos un nomen barbarum con suffisso -hos, sia le indicazioni dello stesso pseudo-Probo[3] e di Mario Plozio Sacerdote[4] relative rispettivamente a Tarros e a Tharros, nome di numero plurale.

          A prevalere entro la fine del II e il III secolo d.C. fu certamente la forma indeclinabile, come pensava Mommsen, poiché tale forma è utilizzata nel miliario CIL X 8009[5]; possiamo aggiungere il graffito del Palatino, Tharros felix et tu[6].

          A questi documenti epigrafici concernenti le varie forme del poleonimo se ne aggiungono cinque relativi all’etnico: Tarr(e)ns(is) (CIL X 7951), Tarrenses (CIL XIV 423), [Tar]rhhenses (ELSard, p. 640 B57, EDR 153437), Tar[rhenses] (ELSard, p. 640 B57, EDR 153548), Tarr[enses] (ILSard I 228), Tarrenses (CIL XIV 423, Ostia), [—] Tarr(ensium) (laterizio)[7]. Tharros, prestigiosa fondazione fenicia dell’VIII secolo a.C. e probabile capitale della provincia punica della Sardegna col nome fatidico di QRT HDŠT, “capitale nuova”, conobbe una fase di depressione amministrativa ed economica a partire dalla conquista romana del 238/237 a.C. a causa della prevalente politica filopunica della sua classe dirigente e dei mutati equilibri commerciali che privilegiarono, naturalmente, le rotte tirreniche rispetto a quelle del Mediterraneo occidentale e meridionale[8].

          Si è ipotizzato che nel porto tharrense (o in alternativa nel porto Korakodes del Sinis settentrionale)[9] approdasse la classis punica inviata da Cartagine nel 215 a.C. a sostegno della rivolta antiromana di Ampsicora, con epicentro a Cornus.

          Nel 77 a.C. Tharros fu interessata dallo scontro tra il popularis Marco Emilio Lepido e le forze fedeli agli ottimati: non è escluso che parte dei seguaci dei populares ostili ai Sillani e poi ai Pompeiani siano rimasti nel territorio di Tharros per lungo tempo, almeno fino al viaggio di Cesare in Sardegna nel 46 a.C.: di recente si è proposto che a lui o ai triumviro Ottaviano risalga la deduzione di una colonia Iulia[10],con gli abitanti iscritti alla tribù Collina come a Turris Libisonis[11]. La presenza dei duoviri iure dicundo (che in Sardegna sono i magistrati supremi delle colonie) è sicura[12]. Forse in età cesariana, al piede orientale della stessa collina, fu edificata una struttura con un prospetto corinzio-italico, caratterizzato dalla messa in opera di capitelli di bottega locale in arenaria stuccata ed epistilio con iscrizione dedicatoria residua in un piccolo frammento ugualmente rivestita in stucco. Questo edificio, forse di carattere religioso (capitolium?), sembrerebbe correlato a una piazza che oblitera strutture preesistenti rasate. Se la lettura coglie nel segno avremmo a Tharros unafase di monumentalizzazione, databile alla seconda metà del I secolo a.C.[13] e corrispondente all’analoga sistemazione dello spazio forense a Nora, in una posizione litoranea, in relazione visiva con il porto, situato a settentrione. A suggerire la localizzazione dell’area forense in questo settore, oltre a considerazioni urbanistiche, stanno i rinvenimenti di frammenti di iscrizioni pubbliche, purtroppo estremamente frammentarie[14].

          Naturalmente stiamo proponendo una semplificazione che contraddice la tradizionale visione dello stato giuridico di Tharros: civitas peregrina a sufeti, poi municipio di cittadini romani, poi colonia a duoviri[15].

          È sicuro che nel periodo repubblicano in Tharrospersistono le correnti culturali puniche, in particolare in ambito religioso[16]. Il culto di Baal Hammon, attestato insieme a quello di Tanit nelle epigrafi del tofet, persiste sino al I secolo a.C., epoca alla quale dobbiamo assegnare la statuetta di divinità leontocefala, identificata con Frugifer – una delle interpretazioni romane del dio Baal Hammon –, rinvenuta nel tofet di Tharros. Lo stesso Baal era venerato, probabilmente, in Tharros ancora nel II secolo d.C. come S(aturnus) A(ugustus) (CIL VIII 12491, a Tunisi, dalla Sardinia, forse dalla città, ora al Museo di Marsiglia). Ma a prevalere su Baal nella prosecuzione del culto in età romana fu il suo paredro femminile, Tanit, soprattutto nella fusione sincretistica con Demetra. Il culto, di carattere prevalentemente rurale (ma è noto anche nella stessa Tharros,nel tempio di Demetra e presso le fortificazioni del colle di Torre di San Giovanni), si sostanzia nelle liturgie notturne, sicché le lucerne, funzionali o votive, caratterizzano le favisse dei santuari insieme ai busti della dea kernophóros (che reca sulla testa il vaso per le primizie, kernos) e alle protomi muliebri della dea. Nel Sinis, che aveva conosciuto una vasta presenza punica[17], i luoghi di culto sono documentati a Cuccuru is Arrius e Is Procaxius di Cabras, Monte Benei, Zerrei, Matta Isterri di San Vero Milis, Is Ariscas Burdas di Riola, Cadreas di Narbolia[18], a Paulilatino, nei santuari del nuraghe Lugherras e di Santa Cristina.

          L’imponente documentazione epigrafica, ben studiata, che supera i 70 testi, ci illumina su molti aspetti della vita civile e religiosa della città[19].

          Rivestirono carattere popolare i culti di sanatio, talora nello stesso santuario demetriaco specie in connessione con una fonte d’acqua, documentati principalmente a Pearba e a Bidda Maiore nel Sinis di San Vero Milis, nel pozzo sacro di Banatou a Narbolia, presso la fonte di S’Issizi a Seneghe e a Nuraxinieddu (OR) (forse presso il pozzo di Sa Funtana Noa). In tutti questi centri di culto si sono rinvenute terrecotte lavorate al tornio, rappresentanti devoti sofferenti che localizzano con la posizione delle mani la sede della malattia e votivi anatomici (in particolare gli arti inferiori)[20]. La presenza di un’iscrizione latino-punica (RVF, da intendersi rp, ossia “guarisci”) del IV secolo d.C., ripetuta più volte sulle pareti dell’ipogeo di San Salvatore di Sinis, sede di un culto privato di una corporazione[21], fa credere che uno degli dei guaritori del pantheon dei tharrensi fosse l’Herakles soter (Ercole salvifico) rappresentato mentre strozza il leone nemeo nello stesso ipogeo. La scritta latino-punica succitata induce a ritenere che questo Herakles avesse ereditato le prerogative salutifere dal dio fenicio Melqart, il “re della città”, venerato in uno dei templi principali di Tharros ancora nel III secolo a.C. Una recente rilettura dei testi graffiti ha consentito di accertare il carattere fertilistico del complesso[22].

          La città, amministrata dai sufeti, di tradizione punica, ancora nei primi tempi del dominio romano, dovette aprirsi progressivamente alle componenti anche culturali romano-italiche, così da acquisire un nuovo assetto urbanistico e politico con l’impero[23].

          L’età cesariano-triumvirale appare decisiva per comprendere la topografia della città[24]: alla metà del I secolo a.C. si realizzò un santuario a terrazze sulle falde orientali del colle di Torre di San Giovanni, remota eco dei grandi santuari ellenistici e italici, con un sacello distilo in antis e altare a bancone di tipo punico.

          Nell’area dove abbiamo localizzato il foro in età triumvirale sono documentate dediche a imperatori, almeno quattro tra il II e il IV secolo: [L. Septimi]us Get[a] L. Sep[timii Severi Aug. n(ostri)] filius (ELSard. B 54-55); D(ominus) N(oster) [—Consta]ntinus, [li]beralissi[mus] (CIL X 7909); un Augustus di cui è indicato il numero delle potestà tribunizie, il terzo consolato e la qualifica di pater [patriae] (ELSard. p. 590 B 55, EDR 153423); un imperatore di cui era lodata una qualità, ac sup[er omnes retro princip]es; un Augustus forse [co]nserba[tor], in un’iscrizione in cui [dedic]ante e [cura]nte è un M. [—], forse governatore della Sardinia (ELSard. p. 590 B 55, EDR 153424).

          Altri governatori compaiono nell’epigrafia tharrense: forse un [pro]c(urator) Aug(usti) (CIL X 7895), un altro proc(urator) [Aug(usti) praef(ectus) prov(inciae Sard(inie)] che dedica un’iscrizione forse a un imperatore [pa]ter [patriae], con l’intervento di qualche organo cittadino dei [Tar]rhenses (ELSard. p. 640 B 57), un equestre di cui è indicato il cursus discendente che potrebbe essere stato un governatore o un patrono dei Tharrenses (AE 2012, 647): un frammento studiato da Antonio Ibba potrebbe conservare una dedica ad un personaggio dell’ordine equestre; viene ora proposto in ipotesi un collegamento con L. Valerius Datus, prefetto della flotta di Miseno e poi prefetto dei vigili durante il principato di Caracalla[25].

          Dall’area delle terme di Convento vecchio, immediatamente a sud della presunta area forense, proviene un’iscrizione commemorativa riferita a ian[ua] o ian[uae] fatte o restaurate [ex] commo[dis?] di un istituto dei Tarr[henses] (ILSard I 228). Del resto è documentata la presenza di ufficiali e militari, come il prefetto della settima coorte pretoria di CIL X 7896.

          Fino ad oggi lo statuto cittadino appariva incerto tra l’alto impero e il periodo severiano: un’iscrizione funeraria, del II secolo d.C. (CIL X 7903), documenta un Rogatus ser(vus) pub(licus), figlio probabilmente di due antichi servi publici, Iulianus e Claudia (già divenuta liberta nel momento della morte del figlio). Si è ritenuto che il gentilizio Claudia possa rivelare il cognomentum della città di Tharros e, di conseguenza, indicare la costituzione di un municipium Claudium sotto l’imperatore Claudio (41-54 d.C.). Indubbiamente preferiamo ipotizzare un cognomentum Iulium.

          L’epigrafe più importante si riferisce al [ka]lend(arium) r[eipublica?]e Tar[hensium] e probabilmente a un IIv[ir] (ELSard, p. 640 B57). Questa iscrizione pubblica concerne il kalendarium cittadino, ossia il registro dei prestiti della città, e un magistrato, un duoviro, che in Sardinia caratterizza l’amministrazione delle coloniae. D’altro canto un’epigrafe turritana di età severiana (CIL X 7951) documenta un Marcianus, liberto imperiale, tabularius pertic(arum) Turr(itanae) et Tarren(sis), incaricato nell’archivio (tabularium) provinciale (?) dei territoria coloniali (perticae) di Turris e Tharros[26]: il che farebbe pensare alla simultaneità della costituzione delle due colonie in età triumvirale ad opera di Ottaviano, su disposizione di Cesare. I compiti del liberto imperiale potrebbero porsi in relazione a controversie confinarie tra i praedia imperiali e i fundi dei coloni delle due perticae. Un’iscrizione rinvenuta a Ostia attesta l’edificazione e l’inaugurazione a Tharros, presumibilmente nell’area forense, di un macellum con i [pon]dera per i Tarrenses, frutto dell’evergesia di un liberto, [L. Fla?]v(ius) L. l. Storax (CIL XIV 423).

          Il culto imperiale che doveva prestarsi nell’Augusteum tharrense può essere indirettamente testimoniato dai ritratti marmorei di Livia, Nerone (ritratto cosiddetto “della seconda pettinatura”) e Adriano e dalla citata serie di iscrizioni di imperatori.

          Un templum probabilmente di Flora con pomarium (frutteto di poma sacri alla divinità titolare del tempio) con il muro di recinzione (maceria) venne eretto verso la fine del I secolo a.C. a Tharros, probabilmente nella fascia pianeggiante protetta dai venti del IV quadrante dal colle di Torre di San Giovanni, da Fundania Galla, la moglie di Varrone, il famoso scrittore del De re rustica, mediante l’intervento del dispensator (cassiere) della donna[27]. L’iscrizione (CIL X 7893), che documenta l’edificazione del templum, rinvenuta nel XIX secolo nell’area urbana di Tharros, è mutila superiormente, sicché è venuta a cadere la dedica alla divinità; tuttavia potremmo pensare, per il riferimento al pomarium, che il dio o la dea appartenessero alle antiche divinità romane preposte alla fertilità e alla vegetazione, quali Pomona, Tellus, Flora (attestata da una statuetta bronzea dal santuario di Zerrei nel Sinis), il cui culto poté essere veicolato dall’elemento romano-italico presente anche in Sardegna per motivi commerciali sin dall’età tardorepubblicana[28]. Più tardo il Fundanius di Carbia che però sembra da collegarsi in questo quadro[29]. Altre testimonianze dei culti classici a Tharros sono offerte dalle statue marmoree di Fortuna, di Venus e di Bacchus. Queste due ultime divinità sono anche attestate da statuette bronzee già dell’Antiquarium Arborense di Oristano, mentre nell’ipogeo di San Salvatore si ha la raffigurazione di Venus con Mars, insieme a Eros e a una Musa.

          La penetrazione a Tharrosdi culti soteriologici orientali è documentata da una ricca serie di testimonianze. Il santuario eretto in età imperiale nell’area del tempio punico delle semicolonne doriche, dirimpetto al litorale, potrebbe essere stato dedicato a divinità alessandrine, se ad esse rimandano i serpenti urei, scolpiti nell’arenaria, rinvenuti nel corso degli scavi. I culti egizi sono documentati a Tharros da un’iscrizione punica del V secolo a.C., da statuette di Iside e Osiride in bronzo della prima età imperiale (Museo archeologico nazionale di Cagliari), da una placchetta con la triade tebana e iscrizione geroglifica ora riportata a età romana (Museo di Cagliari) e da una larga serie di lucerne del II-III secolo d.C. con Zeus-Serapide. Al culto traco-frigio di Sabazio rimandano infine una figurina fittile e aghi crinali decorati da simboli della divinità. Ugualmente ex Oriente, direttamente o attraverso Roma o l’Africa, provennero i giudei, che sono documentati a Tharros dall’iscrizione di un Ruben e da numerose lucerne con la menorah[30]. La persistenza dei culti pagani può cogliersi sia nella prosecuzione dei santuari rurali di Cadreas in comune di Narbolia e Lugherras a Paulilatino sino alla seconda metà del IV secolo, data testimoniata dalle più tarde offerte monetali della stips del tempietto, sia e soprattutto nell’ipogeo di San Salvatore di Sinis, officiato da una sodalità pagana tra la fine dell’età dioclezianea e il pieno IV secolo[31]. È attestato il culto dei Lares sancti (AE 1971, 126, ELSard. p. B 53).

          La comunità cristiana, che conosciamo dalle iscrizioni funerarie sin dal  tardo IV-V secolo, appare organizzata con un suo episcopus a partire dalla tarda età vandalica, quando è documentato nel corpus delle epistulae di Fulgenzio da Ruspe un Iohannes tarrensis episcopus, cui deve riferirsi l’insula episcopalis urbana presso le terme n. 1[32]. L’epistula evocava un conflitto giurisdizionale tra il vescovo e lo iudex di Tharrosa proposito di un maleficus, uno stregone dedito alla magia nera[33]. Nello iudex di Tharrospuò forse vedersi l’evoluzione amministrativa della città in età vandalica, che conosceva la concentrazione nelle mani dell’unico iudex delle competenze che furono dei IIviri iure dicundo della colonia dell’epoca imperiale. Significativo l’epitafio di Karissimus, amicorum omnium pr(a)estator bonus, pauperum mandatis serviens (CIL X 7914).

          La topografia di Tharros appare condizionata dalla volontà di insediare la città nell’area compresa tra il pendio orientale del colle di Torre di San Giovanni e l’altura settentrionale di Murru Mannu[34]. Tale scelta, certamente risalente alla strutturazione punica, se non a quella fenicia, è rapportabile alla necessità di porre la città al riparo dei prevalenti venti dei quadranti occidentali da un lato, dall’altro in rapporto con il golfo di Oristano, dove, nell’insenatura, ormai in gran parte colmata, di Porto Vecchio era collocato l’approdo antico e medievale di Tharros[35].

          La città romana da un lato si adegua, per le caratteristiche geomorfologiche della penisoletta estrema del Sinis, agli spazi della città cartaginese, dall’altro propone profonde riqualificazioni degli spazi in funzione del nuovo modello urbano, soprattutto durante l’età imperiale.

          In età tardo-repubblicana esigenze di difesa della città, forse oggetto di incursioni dei populi ribelli delle montagne, imposero la ristrutturazione delle mura settentrionali puniche, dotate ora di una cortina muraria in opera poligonale del II secolo a.C.

          La viabilità appare determinata dalla razionale esigenza di seguire le curve di livello del pendio del colle di Torre di San Giovanni, sicché la via a Tibulas Sulcis che consente di penetrare nella città lungo l’asse nord-sud disimpegna a occidente un settore (a sua volta scandito da strade che determinano isolati minori) che comprende aree abitative e a sud un grande complesso santuariale porticato, su terrazze, mentre a oriente delimita il quartiere del santuario romano (Iseo?) sovrapposto al cosiddetto tempio punico monumentale.

          Il settore litoraneo, non facilmente apprezzabile per via della sommersione dell’originaria linea di riva e per le condizioni di spoliazione medievale dell’area, appare profondamente riqualificato dapprima in tarda età repubblicana e successivamente nel medio impero. Ad età cesariana sembra corrispondere la rasatura di un precedente quartiere per ospitare il probabile centro della città, con un edificio monumentale corinzio-italico. Tra la seconda metà del II secolo d.C. e l’età severiana furono impiantati, previa la riconversione di due vasti settori, rispettivamente a nord e a sud del centro monumentale, gli edifici termali n. 1 e di Convento vecchio[36].

          In precedenza, forse già nel I secolo d.C., le strade e le piazze avevano ricevuto una robusta pavimentazione in basoli. Il basolato riguardò, in tempi imperiali non meglio definiti, anche la sistemazione stradale delle vie urbane che collegavano la valle del colle di Torre San Giovanni con il colle di Murru Mannu, dove era attivo almeno fino al I secolo a.C. il santuario tofet. La precedente viabilità ricavata sul fondo roccioso in arenaria fu sostituita da una via principale in senso nord-sud che superava un dislivello di circa 20 m, parallela a una via orientale e a un’altra occidentale. La via orientale disimpegnava un terzo edificio termale forse del II/III secolo d.C.

          La città fu dotata, nello stesso III secolo, di un’infrastruttura idrica imponente (nei limiti della modestia della provincia Sardinia), un acquedotto che utilizzava le acque di un pozzo situato a sud di San Giovanni di Sinis adducendole, con un percorso di 580 m su arcate, muro continuo e forse in galleria, sino a un castellum aquae, dislocato all’incrocio tra la via derivata dalla strada extraurbana e la via principale verso il colle di Murru Mannu. Fenomeni di slittamento dei suoli argillosi verso occidente e difficoltà tecniche resero l’acquedotto di Tharros ben presto inutilizzabile.

          Forse allo stesso III secolo rimonta l’installazione al sommo della collina di Murru Mannu di un modesto anfiteatro subellittico.

          Le aree funerarie furono molteplici[37]: da un lato si continuò a impiegare la necropoli meridionale, con tombe a camera cartaginesi riutilizzate fino al I secolo d.C., dall’altro si costituì in età flavia una piccola necropoli con tombe a cupa e di altro genere nel vallum delle fortificazioni settentrionali, infine si realizzarono ai lati della via a Tibulas Sulcis tombe anche di impegno monumentale, con esterni affrescati e statue dei defunti[38]. In epoca cristiana emerge la preoccupazione contro i violatori delle tombe, maledetti come Giuda: Sị [quis] (h)anc sepultụ[ram] ebertere bolụ[erit] (h)abeat parte(m) c[um] Iuda et lebrạ[m] G(i)e((vacat))zi (AE 1999, 806, San Giorgio di Cabras)[39].Non mancano testimonianze della presenza ebraica.

          Il territorium di Tharrosdovette corrispondere alle curatorie medievali del Campidano Maggiore e del Campidano di Milis[40], con suoli fertili e con la cospicua risorsa delle saline del porto Korakodes. Gli insediamenti umani di questo territorio sembrano disporre di luoghi di culto come centro di attrazione. I vari edifici termali sparsi nel territorio (Angioi Corruda, Domu de Cubas in comune di Cabras, Su Anzu a Riola, Su Anzu, Sant’Andrea di Narbolia) se non riferibili a strutture di tipo villa potrebbero essere stati al servizio dei vari centri rurali[41]. Altre località ben studiate sono Siamanna[42], Bauladu[43], Zeddiani[44], Nurachi, quest’ultimo nell’agro di Othoca[45], Samugheo[46].


          [1] Si segue A. Mastino, R. Zucca, “Urbes et rura. Città e campagna nel territorio oristanese in età romana”, in Oristano e il suo territorio, 1, Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di Pier Giorgio Spanu e Raimondo Zucca, Carocci, Roma 2011, pp. 542-549; vd. anche Tharros felix 5 a cura di A. Mastino, P.G. Spanu, R. Zucca, Carocci 2013. Inoltre: R. Zucca, Tharros, Corrias ed., Oristano 19932; A. Mastino, Tharros, in M. Mayer e I. Rodà, edd., Ciudades antiguas del Mediterráneo, Barcelona 1998, pp. 78 ss.; R. Zucca, Tharros, in Luoghi e tradizioni d’Italia, Sardegna, Roma 1999, pp. 143 ss. Vd. anche R. Zucca, Tharros (Oristano)-La città punico-romana, AA.VV., Immagini dal passato. La Sardegna archeologica di fine Ottocento nelle fotografie inedite del padre domenicano inglese Peter Paul Mackey, Sassari-Roma 2000, pp. 207-209; vd. ora C. Del Vais, Tharros, in Il tempo dei Romani. La Sardegna dal III secolo a.C. al V secolo d.C., a cura di R. Carboni, A.M. Corda e M. Giuman, Ilisso, Nuoro 2021, pp. 76-83.

          [2] R. Zucca, Le anfore vinarie tra l’arcaismo e l’ellenismo, p. 20; I triclinia, p. 33; Tharros e il vino, pp. 34 s. in AA. VV., Thyrsos. Il vino e la vite nella Sardegna antica, Oristano 1999. Per il ponte sul Tirso: R. Zucca, Il ponte romano sul Tirso nell’Oristanese, in AA. VV., Omaggio a Doro Levi (QSASSNU, 19), Sassari 1994, pp. 167 ss.

          [3] Ps.-PROBO, Catholica, 27, 32, in GL IV Keil: Tarros nomen est numeri semper pluralis.

          [4] Marius Plotius Sacerdos, Artes grammaticae, II, 478, 25, in GL VI Keil: Tharros nomen est numeri semper pluralis.

          [5] Altri miliari: AE 2003, 819, Decio; vd. S. Atzori, La viabilità nella provincia di Oristano, Mogoro 2010, p. 98, nr. 24.

          [6] P. Castrén – H. Lilius, Graffiti del Palatino, 2. Domus Tiberiana, Roma 1970, p. 110, nr. 2; R. Zucca, Inscriptiones parietariae Sardiniae, Appendice, in Epigraphai, Miscellanea epigrafica in onore di Lidio Gasperini, Tivoli 2000, pp. 1131 s.; Id., Naves Sardae, in A. Mastino, P.G. Zucca, R. Zucca, Mare Sardum, Roma 2005, pp. 148-149; R. Zucca, in A. Mastino, R. Zucca, G. Gasperetti, Viaggi, navi e porti della Sardinia e della Corsica attraverso la documentazione epigrafica, in C. Zaccaria, a cura di, L’Epigrafia dei porti (Antichità Altoadriatiche, 79), Atti del XVII Rencontre sur l’Épigraphie du mond Romaine, Aquileia 14-16 ottobre 2010, Trieste 2014, p. 157

          [7] R. Zucca, Testimonianze letterarie ed epigrafiche su Tharros, “NBAS”, I, 1984, Sassari 1985, pp. 163-177.

          [8] M.G. Guzzo Amadasi, Sulla dedica a Melqart da Tharros e il toponimo QRTHDST, in “L’Africa Romana, IX”, Atti del IX convegno di studio, Nuoro 13 -15 dicembre 1991, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1992, pp. 523-532.

          [9] R. Zucca, Le fonti sul Korakodes portus, in Tharros Felix-2, Roma 2006, pp. 11-32.

          [10] A. Mastino, Le assegnazioni di praedia e metalla nella Sardinia di età repubblicana: da Gaio Gracco ad Ottaviano passando per Mario e Silla. L’evoluzione verso il latifondo senatorio ed imperiale e le eredità giudicali, in Roma e le province tra integrazione e dissenso, a cura di S. Antolini, J. Piccinni, F. Russo, Macerata 2024, pp. 191-248.  

          [11] A. Ibba, “Tarrhenses Collina tribu inscripti? Spunti di ricerca sulla romanizzazione della Sardinia centro-occidentale”, in Oristano e il suo territorio. 1. Dalla preistoria all’alto Medioevo, a cura di P.G.Spanu, R. Zucca, Roma, Carocci, 2011, pp. 603-622.

          [12] ELSard, p. 640 B57.

          [13] G. Nieddu, La decorazione architettonica della città di Tharros, Oristano, 2008.

          [14] P. Bernardini, Ricerche a Tharros. Indagini nell’area urbana, in Tharros XXIII. Supplemento della rivista di Studi Fenici, XXIV, 1996, pp. 97-102.

          [15] Sullo statuto giuridico e sui materiali epigrafici cfr. G. Sotgiu, Nuove iscrizioni inedite sarde, “AFLFMC”, 32, 1969, pp. 41 ss., nrr. 46-77.

          [16] E. Acquaro, A. Mezzolani, Tharros, Roma 1996; E. Acquaro, M.T. Francisi, G.M. Ingo, L.I. Manfredi (a cura di), Progetto Tharros, Roma, 1997; E. Acquaro, M.T. Francisi, T.K. Kirova, A. Melucco Vaccaro (a cura di), Tharros nomen, La Spezia, 1999 (Studi e ricerche sui Beni Culturali, 1); A. Mezzolani Riflessioni sull’impianto urbanistico di Tharros, «Ocnus», II, 1994, pp. 115-127.

          [17] C. Del Vais, “Il Sinis di Cabras in età punica”, in Le sculture di Mont’e Prama. Contesto, scavi e materiali, a cura di M. Minoja, A. Usai, Roma, Gangemi, 2014, pp. 103-136; A. Usai, M. Ucchesu, G, Bacchetta, O. Grillo, M. Orrù, D. Sabato, “L’insediamento nuragico di Sa Osa (Cabras, OR). Il sito e i materiali archeobotanici”, in Rivista di Storia dell’Agricoltura, LVI, N. 1/2, 2016, pp. 109-122.

          [18] R. Zucca, Narbolia e il suo territorio nel periodo romano, AA.VV., Nurabolia-Narbolia. Una villa di frontiera del Giudicato d’ Arborea, Nuoro 2005, pp. 75-103.

          [19] R. Zucca, Fonti letterarie ed epigrafiche su Tharros, in “Nuovo BAS”, 1, 1984, Sassari 1985, pp. 164-173; R. Zucca, Supplementum Epigraphicum Tharrense, AA. VV., Cultus Splendore. Studiin onore di Giovanna Sotgiu, Senorbì 2003, pp. 961-989. Vd. anche C. Tronchetti, Una iscrizione latina inedita da Tharros, “Epigraphica”, 45, 1983, pp. 224 s.; G. Sotgiu, «Parva epigraphica Sardiniae»: I. Tharros-instrumentum domesticum, QSACO, 4,2, 1987, pp. 21 ss.; M. Bonello Lai, Nuove proposte di lettura di alcune iscrizioni latine della Sardegna, “AFLC”, n.s. 3 (40), 1980-1981, pp. 179 ss.; R. Zucca, Un codex multiplex da Tharros, L’Africa romana. Atti del XV convegno di studio, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Roma 2004, pp. 1533-1541.

          [20] G. Manca di Mores, Terrecotte puniche di età ellenistica a Tharros: rapporti tra Africa e Sardegna, in “L’Africa Romana, VII”, Atti del VII Convegno di studio, Sassari, 15-17 dicembre 1989, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1990, pp. 519-524.

          [21] D. Levi, L’ipogeo di San Salvatore di Cabras in Sardegna, La Libreria dello Stato, Roma; A. Donati, R. Zucca, L’ipogeo di San Salvatore (Sardegna Archeologica. Guide e Itinerari, 21), Delfino, Sassari 1992; A. Donati, R. Zucca, San Salvatore di Sinis, in A. Moravetti (a cura di), La Sardegna. I Tesori dell’archeologia, 2, Sassari 2011, pp. 134-148; G.C. Susini, L’ipogeo di San Salvatore di Cabras, Archivio di segni della storia: un nuovo itinerario, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 71-74.

          [22] I. Di Stefano Manzella, A. Donati, A. Mastino R. Zucca, [I]n (h)oc loco pidicatus. (Sardinia ager tharrensis, loc. San Salvatore, Cabras, Oristano, ipogeo di Herakles sotér), “Epigraphica”, LXXX,1-2, 2018, pp. 109-127; A. Mastino, R. Zucca, “Tra antropologia ed epigrafia. Fertilità sacra e profana nella Sardegna romana”, in Studi offerti a Mario Atzori. Etnografie in dialogo: curiosità e passioni, a cura di S. Mannia, G. Saba, Sassari, Carlo Delfino editore, 2020, pp. 68-87.

          [23] R. Zucca, Il decoro urbano delle civitates Sardiniae et Corsicae: il contributo delle fonti letterarie ed epigrafiche, in L’Africa Romana. Atti del X convegno di studio (Sassari 11 – 13 dicembre 1992), a cura di A. Mastino e P. Ruggeri, Sassari 1994, pp. 891-895.

          [24] Sulla topografia di Tharros cfr. G. Pesce, Tharros, Cagliari 1966; R. Zucca, Tharros, Oristano 19932; Id., Oristano, Tharros, in AA.VV., Luoghi e tradizioni d’ Italia. Sardegna (a cura di L. Borrelli Vlad, V. Emiliani, P. Sommella), Roma 1999, pp. 143-154; C. Finzi, E. Acquaro, Tharros, Sassari 20022;; M. Falchi, “Analisi della configurazione urbana di Tharros”, in La civiltà di Tharros, a cura di P. Desogus, La Poligrafica Solinas, Nuoro 1991, pp. 23-37; A.M. Giuntella, “Materiali per la forma urbis di Tharros tardo-romana e altomedievale”, in Materiali per una topografia urbana. Status quaestionis e nuove acquisizioni. V Convegno sull’archeologia tardoromana e medievale in Sardegna (Cagliari-Cuglieri, 24-26 giugno 1988), a cura di P.G. Spanu, Mediterraneo tardo antico e medioevale. Scavi e ricerche, 10 Oristano 1995, pp. 117-144.

          [25] A. Ibba, “Un anonimo funzionario equestre da Tarrhi: proposte per la ricostruzione di un testo” nel volume “Ruri mea vixi colendo. Studi in onore di Franco Porrà”, a cura di Antonio Maria Corda e Piergiorgio Floris, Ortacesus (CA), Sandhi, 2012, pp. 217-229. Vd. Y. Le Bohec, La Sardaigne et l’armée romaine sous le Haut-Empire, Sassari 1990, p. 123 nr. 49.

          [26] P. Ruggeri, “Tabular(ius) pertic(ae) Turr(itanae) et Tarrh(e)ns(is)”, in Epigrafia di confine, confine dell’epigrafia. Atti del Colloquio AIEGL- Borghesi 2003 (Bertinoro, 10-12 ottobre 2003), Faenza, Fratelli Lega Editori, 2004, pp. 65-77; A. Mastino, Tabularia e mappe catastali in ambito sub-provinciale: gli agri adsignati delle perticae delle colonie di Turris Libisonis e di Tarrhi. Rilettura di un documento dell’Archivio Storico Diocesano di Sassari,  Studi di storia ecclesiastica e civile in onore i Giancarlo Zichi (Clio, 9), EDES-Clio, Sassari 2024, pp. 25-54.

          [27] C. Cichorius, Historische Studien zu Varro, in id., Römische Studien. Historische Epigraphisches Literargeschicthliches aus vier Jarhrhunderten Roms, Stuttgart, Rom 1961, pp. 206 s.

          [28] Differente l’interpretazione di M. Mayer i Olivé, Sobre el título del logistoricus Gallus vel/aut Fundanius de admirandis de Marco Terencio Varrón y la inscripción de Tharros CIL X 7893, “Fortunatae”, 32, 2020, pp. 417-426.

          [29] P. Ruggeri, P.P. Longu, “Un nuovo bollo laterizio dalla necropoli romana di Monte Carru – Alghero (SS)”, in Alle origini del laterizio romano. Nascita e diffusione del mattone cotto nel Mediterraneo tra IV e I secolo a.C., a cura di J. Bonetto, E. Bukowiecki, R. Volpe, Roma, 2019, pp. 587-591. Sull’area: Necropoli di MonteCarru ad Alghero (SS). I primi indizi di culto (privato) al dio Telesforo riscontrati in Sardegna, The Journal of Fasti Online (ISSN 1828-3179), 2021, 512, www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2021-512.pdf.  

          [30] Mastino, Zucca, Urbes et rura cit., p. 547.

          [31] Ibid.

          [32] A. Morigi, “Le terme n. 1 di Tharros”, in L’Africa romana. Ai confini dell’Impero: contatti, scambi, conflitti, vol.2, a cura di M. Khanoussi, P. Ruggeri, C. Vismara, Atti del XV convegno di studio (Tozeur, 11-15 dicembre 2002), Roma, Carocci, 2004, pp. 1193-1216. Per il vescovo: A. Piras, Iohannes Tharrensis episcopus. Un vescovo di Tharros nell’epistolario fulgenziano, in Studi in onore del Cardinale Mario Francesco Pompedda, Cagliari 2002, pp. 209-212; R. Zucca, Iohannes Tarrensis episcopus nella Epistola Ferrandi diaconi ad Fulgentium episcopum de V questionibus. Contributo alla storia della diocesi di Tharros (Sardinia), in Sufetes Africae et Sardiniae. Studi storici e geografici sul Mediterraneo antico, Roma 2004, pp. 208 ss.

          [33] A. Mastino, T. Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo in Sardegna: gli strani amici del preside Flavio Massimino, in Epigrafia romana in Sardegna. Atti del I Convegno di studio, Sant’Antioco, 14-15 luglio 2007 (Incontri insulari, I), a cura di F. Cenerini e P. Ruggeri, Carocci Roma 2008 (con la collaborazione di T. Pinna), p. 81.

          [34] M. Marano, I quartieri abitativi punico-romani di Tharros. Indagine architettonica e urbanistica, Lugano, Agorà & Co., 2020 (Biblioteca di «Byrsa» n.s., 10).

          [35] AA. VV., Il porto buono di Tharros, a cura di E. Acquaro, B. Marcolongo, F. Vangelista, F. Verga, La Spezia 1999; A. Morigi, Le terme n. 1 di Tharros, cit., pp. 1193 ss.; R. Zucca, P. G. Spanu, Da Tarrai polis al portus sancti Marci. Storia e archeologia di una città portuale dall’antichità al medioevo, in Tharros Felix. 4, Roma 2011, pp. 15-103; P. G. Spanu, P. E. Orrù, E. Solinas, R. Zucca, Portus tarrensis qui porta est civitatis Aristanni, in Tharros Felix 5, Roma 2013, p. 433-457.

          [36] C. Colafemmina, Una rilettura delle epigrafi ebraiche sarde, Atti XXII convegno internazionale dell’AISG, Gli ebrei in Sardegna nel contesto mediterraneo, a cura di C. Tasca, in Materia Giudaica IX, 2010 pp. 94 s.

          [37] E. Usai, R. Zucca, Nota sulle necropoli di Tharros, “Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari”, n.s., V (1983-1984), 1986, pp. 3 – 9, 16, 18 – 21, 24 – 25, 26 – 27; C. Tronchetti, “Lo scavo della postierla e dell’edificio funerario nel fossato – Anno 1981”, in Tharros XXIV. Supplemento della Rivista di Studi Fenici, XXV, 1997, pp. 39-42.

          [38] A. Ch. Fariselli, Tipologie tombali e rituali funerari a Tharros, tra Africa e Sardegna, L’Africa Romana XVII, Le ricchezze dell’Africa. Risorse, produzioni, scambi, a cura di J. González, P. Ruggeri, C. Vismara, R. Zucca, Siviglia 2006, Roma 2008, pp. 1707-1718.

          [39] Mastino, Pinna, Negromanzia, divinazione, malefici cit., p. 41.

          [40] A. Stiglitz, G. Tore, Archeologia del paesaggio agrario del Campidano di Milis: elementi per un’analisi , in “L’Africa Romana”, 8, Atti dell’VIII convegno di studio, Cagliari 14-16 dicembre 1988, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1991, pp. 991-1004; G. Tore, A. Stiglitz, Ricerche archeologiche nel Sinis e nell’alto Oristanese (continuità e trasformazione nell’Evo Antico), in L’Africa Romana, IV, Sassari 1987, pp. 633-643; G. Tore, A. Stiglitz, M. Dadea, Ricerche archeologiche nel Sinis e nell’Oristanese, II, 1980, in “L’Africa Romana, 5”, Atti del V convegno di studio, Sassari 11-13 dicembre 1987, a cura di A. Mastino, Gallizzi, Sassari 1988, pp. 453-474.

          [41] Sull’ager di Tharros, R. Zucca, G. Stefani, L’insediamento umano altomedievale nel territorio tharrense, in Nurachi. Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp. 95 ss.; B. Panico, P. G. Spanu, R. Zucca, Ricerche archeologiche nell’ager Tharrensis. Gli insediamenti tardoantichi, in R. Martorelli, A. Piras, P.G. Spanu (a cura di), Isole e terraferma nel primo cristianesimo. Identità locale ed interscambi culturali, religiosi e produttivi, XI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana, Cagliari 23-27 settembre 2014, Cagliari 2015, II, pp. 457-464. Vd. anche R. Zucca, Il territorio dalla preistoria alla storia, AA. VV., Cabras ieri e oggi, a cura di F. C. Casula, 2010, pp. 14-66.; Id., Storia antica e archeologia, AA.VV., Cabras. Sulle sponde di Mar’e Pontis, Cinisello Balsamo 1995, pp. 88-98; G. Pau, R. Zucca, Riola Sardo. Villa giudicale, Sassari s.d. [1989], pp. 21-43; 155-168.

          [42] R. Zucca, G. Maisola, A. Meloni,  P.G. Spanu, Storia dei paesaggi di Siamanna (OR) dal neolitico all’età contemporanea (Studi di Storia Antica e di Archeologia, 14), pp. 1-176, Ortacesus 2017.

          [43] R. Zucca, Da Vadum Latum a Bauladu. Storia di una comunità e dei suoi paesaggi, (Carlo Delfino Editore) Sassari 2017.

          [44] R. Zucca, I paesaggi storici, Aa. Vv., Zeddiani-Cellevane, Storia di una comunità fra evo antico ed età moderna, Nuoro 2009.

          [45] R. Zucca, Nurachi (Oristano), Atti del VI Congresso Nazionale di Archeologia Cristiana (Pesaro – Ancona 19 – 23 settembre 1983), Ancona 1985, pp. 701-703; R. Zucca, Lo scavo stratigrafico, in AA.VV.. Nurachi. Storia di una ecclesia, Oristano 1985, pp 15-20.

          [46] M. Perra, Nuove scoperte epigrafiche dal territorio di Samugheo, in L’Africa Romana X, Civitas. L’organizzazione dello spazio urbano nelle province romane del Nord Africa e nella Sardegna, Atti del X Convegno di studio, Oristano, 11-13 dicembre 1992, Archivio Fotografico Sardo, Cagliari 1994, pp. 1013-1020.

          Emperor Trajan and the promotion of the Aquae Ypsitanae to the legal status of Forum Traiani in 111 AD.

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          Aquae Ypsitanae (civitas), Forum Traiani, Summary

          Scholars date the Roman presence in Aquae Ypsitanae on the Tirso to as early as the era of the great revolts in the 2nd c. BC at the thermal water springs of Caddas, “the hot (springs)”, which are located at the base of an impressive layer of trachyte. The site was already known by Ptolemy (3, 3,7) as Ydata Ypsitanà. Regardless of the previous pre-Roman situation that can be traced in the town (religious or trading centre?) of the indigenous populus of the Ypsitani, the settlement had four functions: bath town, vicus main town for a pagus located on the other side of the Tirso, junction on the two roads viae a Turre and a Karalis and finally military base for the cohors I Corsorum. Regarding this cohors we know of one praefectus, Sex. Iulius Sex. f. Pol(lia tribu) Rufus (CIL XIV 2954), who was entrusted with this prefecture in the Augustan era along with that of the civitates Barbariae, the non-urbanised communities ultra Thyrsum, who paid homage to the (Augustus or Tiberius) precisely at Aquae Ypsitanae (ILSard. I 188).

          A problem arises with Aquae Ypsitanae as to whether the settlement belonged to a territory of its own or the pertica of a nearby town. The original road network of the territory, before the founding of Forum Traiani, feature a road straight a Karalis through Uselisas far as Aquae Ypsitanae, which led to the town of Othoca, the statute of which we know nothing about, being excluded. This was connected with Forum Traiani by way of an 18-mile-long road, presumably in the era of Trajan, and it would suggest instead that Aquae Ypsitanae be included in the pertica of the colonia Iulia Augusta Uselis, which was divided into pagi, already at the moment of its establishment, or in any case, that of the founding of the colony. Piero Meloni was the first to postulate that the Ydata Ypsitanà depended on the paganic organisation, hence on a *pagus Ypsitanus.

          Despite the absence of direct sources, it is not to be excluded that the bath town of Aquae Ypsitanae was established as a vicus, with its own limited juridical organisation, within the jurisdiction of the magistrates– the IIviri – of the colonia of Uselis. The record of two individuals, the servus publicus of the Aquae Ypsitanae, [Fe]lix Ypsitan[orum servus] (ILSard.. I 194), author of a document relating to a piscina, and the sixty-year-old Aquensis fisci (servus) (AE 1992, 880) in an epitaph dating to the first half of the 2nd c. AD, but who had to take on the name Aquensis in the pre-Trajan era, reflect the existence of public administration at the aquae, relating to the fiscus, with servi publici, known as Ypsitani or Aquenses, presumably because they were the children of public slaves.

          The analysis of the layout of Aquae Ypsitanae in thephase preceding the establishment of Forum Traiani by Trajan is relatively uncertain. Aquae Ypsitanae was about 17 miles from Uselisalong the aforementioned a Karalis road, which wasprovided with milestones in 46 AD, under Claudius, who presumably restructured the preceding road network already in the Late Republican era. The discovery of black varnish pottery (Campana A and local grey ware), Italic sigillata, and south-Gallic sigillata in the area of Aquae Ypsitanae indicates uninterrupted settlement of the site between the Late Republican era and the Flavian era, preceded by the monumentalisation of Aquae in the era of Trajan. The horizontal and volumetric expansion of the bath complex between the Augustan era and that of the Flavians is uncertain, although it cannot be excluded that the main components that were centred around a stepped natatio with a portico may date to a pre-Trajan era. Without doubt, one piscina in the Aquae is attested by the cited inscription: [Fe]lix Ypsitan[orum servus]. This can be dated with certainty to the 1st c. AD.

          The cult of the waters was extensively developed in the proto-Sardinian civilisation. This may suggest that the Ypsitani could have practised such rituals, albeit in undetermined forms, at the aquae ferventes that, according to Solinus (4,4,6), were not only therapeutic, but could also be used for ordalic practices.

          It is possible that the indigenous cult of the waters was founded, syncretistically, in the Hellenistic era with the cult of salutary divinities, as would seem to suggest two small statues in trachyte that were found in the area of the Aquae in 1899. They represent the Egyptian god Bes, who was probably used by the Punic populations as their healer god, Eshmun, in the Graeco-Roman interpretation, Asklepios-Aesculapius.

          A third statue, also in greyish trachyte, once held in the town hall of Fordongianus, was also from the bath complex. It represents a female divinity, but it is unfortunately headless.

          We can hypothesise that cults relating to two divinities were practised at Aquae Ypsitanae: one was female, the other male, and nevertheless variably reinterpreted during the Imperial era.

          A trachyte arula dedicated to Aescul(apius) (AE 1986, 272) is dated to the Augustan era on a palaeographic basis. It regards the resolution of a votum by a certain L. Cornelius Sylla, probably descendant of one of the dictator Sulla’s freedmen, in the area of Aquae Ypsitanae.


          Minimal Bibliography

          A. Mastino, Urban and rural life in Roman Sardinia: economy, society and land use, Cambridge Scholars Publihing limited, 2025, pp. 1-455.

          A. Mastino, Sardinia in the Roman World until Constantine, Cambridge Scholars Publihing limited, 2026, pp. 1-475

          Photo by Nicola Castangia