Salvatore Naitana, Il muflone, un emblema della Sardegna
Premessa
La Sardegna, per la sua posizione al centro del Mediterraneo occidentale e per la particolare conformazione del suo territorio, ha sempre rappresentato una terra di frontiera, insieme prossima e distante rispetto ai grandi processi storici che hanno attraversato il mondo antico, per Lucien Febvre île conservatoie e non île carrefour). Isola frequentata, attraversata, talvolta dominata, ma mai completamente assimilata, essa ha conservato nel tempo caratteri di singolare continuità, che si riflettono tanto nella storia delle sue popolazioni quanto nella persistenza di forme naturali arcaiche, sopravvissute alle trasformazioni che altrove hanno cancellato paesaggi, specie e tradizioni.
Già gli autori greci e latini percepirono con chiarezza questa peculiarità. La Sardegna appariva ai loro occhi come una terra aspra, montuosa, difficile da governare e da comprendere, abitata da genti che vivevano in stretto rapporto con un ambiente severo e, per certi aspetti, immutabile; fertile comunque, ricca di prodotti e di animali utili per l’uomo. In questo quadro, la fauna dell’isola assumeva un valore che andava oltre la semplice descrizione naturalistica: gli animali della Sardegna diventavano segni visibili di una diversità profonda, una identità peculiare, quasi la prova concreta di una distanza culturale e storica dal mondo della civitas greca e romana.
Non sorprende, dunque, che alcune specie animali siano entrate precocemente nel racconto storico dell’isola, divenendo elementi ricorrenti nelle descrizioni, nei miti e nelle rappresentazioni simboliche. Tra queste, il muflone occupa una posizione del tutto particolare. Più di altri animali selvatici, esso è stato percepito come espressione autentica della Sardegna interna, montana e resistente, quella che sfuggiva al controllo diretto dei dominatori e che continuava a vivere secondo ritmi antichi, in una terra dove il trascorrere del tempo si misura in altro modo.
Il muflone, infatti, non è soltanto un animale selvatico, ma una presenza che attraversa il tempo lungo della storia isolana. La sua vicenda si intreccia con le prime forme di occupazione umana, con la nascita delle economie pastorali, con la progressiva organizzazione del territorio e con le successive fasi di dominazione che hanno interessato l’isola. Introdotto verosimilmente quando le comunità umane iniziarono a spostarsi con i loro animali lungo le rotte mediterranee, il muflone trovò in Sardegna un ambiente favorevole, nel quale poté rapidamente inselvatichirsi e stabilire popolazioni stabili.
A differenza di quanto avvenne nella maggior parte dell’Europa continentale, dove le forme selvatiche del genere Ovis scomparvero progressivamente, sostituite da ovini domestici sempre più selezionati, la Sardegna e la Corsica conservarono queste popolazioni arcaiche, che continuarono a vivere ai margini delle società organizzate. Le isole, ancora una volta, si confermarono come luoghi di conservazione, capaci di custodire ciò che la storia tende altrove a cancellare.
Le testimonianze archeologiche mostrano con chiarezza che il muflone non era un animale marginale nelle società preistoriche dell’isola. Le raffigurazioni nuragiche, le incisioni, i bronzetti e le strutture cultuali in cui compare la sua immagine indicano un rapporto che va oltre la semplice caccia o l’utilizzo alimentare. Il muflone appare inserito in un sistema simbolico complesso, nel quale l’animale selvatico rappresenta una forza naturale potente, degna di rispetto e, probabilmente, di venerazione. Le teste di muflone scolpite nei santuari dell’acqua testimoniano una sacralizzazione della specie, legata alla fertilità, al mondo della magìa, alla protezione e al rapporto tra uomo e ambiente.
Le fonti letterarie dell’età romana confermano, seppure con incertezze terminologiche, la presenza e l’importanza del muflone. Strabone di Amasea (età di Agusto), Plinio il Vecchio (età giulio-claudia) e Pausania il Periegeta (II secolo d.C.), nel tentativo di catalogare la natura del mondo conosciuto, menzionano belve (θηροί), animali che vivono quasi esclusivamente in Sardegna, rivelando al tempo stesso fascino e difficoltà di classificazione. Le oscillazioni tra i termini ophion, musimon e altre denominazioni riflettono una conoscenza imperfetta, ma anche la consapevolezza che si trattasse di una specie distinta, legata in modo indissolubile all’isola. Più in dettaglio Strabone ((60 a.C. – 21 d.C.) 5,2, 7 precisa: γίνονται δ’ ἐνταῦθα οἱ τρίχα φύοντες αἰγείαν ἀντ’ ἐρέας κριοί, καλούμενοι δὲ μούσμωνες, ὧν ταῖς δοραῖς θωρακίζονται. χρῶνται δὲ πέλτῃ καὶ ξιφιδίῳ (Qui nascono dei montoni che producono pelo (caprino) invece della lana, chiamati mousmones; con le loro pelli si fanno corazze. I Sardi usano inoltre uno scudo leggero (pelta) e un piccolo pugnale (xiphidion).”
Il termine mousmones (μούσμωνες) usato da Strabone è molto interessante perché non indica dei normali montoni domestici. In realtà si riferisce ai mufloni, cioè pecore selvatiche tipiche delle zone montuose della Sardegna e della Corsica.
Più precisamente sembra necessario ammettere che mousmones è la forma greca di una parola locale (probabilmente preromana o paleosarda); i mufloni sono caratterizzati da pelo corto e ruvido (non vera lana → ecco perché Strabone dice “pelo caprino”); grande adattamento alla montagna; corna ricurve nei maschi
Il passo di Strabone quindi ci dice due cose importanti: che in Sardegna esistevano già in antico questi animali selvatici; che le loro pelli venivano usate come protezione (una sorta di corazza)
Il termine greco μούσμωνες (mousmones) riportato da Strabone non è propriamente greco: è quasi certamente una trascrizione di una parola locale sarda. Nel tempo, questa parola ha seguito un’evoluzione fonetica abbastanza tipica.
Oggi il nome italiano muflone deriva proprio da questa lunga trasformazione.
Si tratta di un caso molto interessante perché:
- conserva una parola probabilmente prelatina della Sardegna
- mostra come i Greci (come Strabone) trascrivevano nomi “stranieri”
- collega direttamente il mondo antico alla lingua moderna
In pratica, quando oggi diciamo “muflone”, stiamo usando una parola che ha oltre 3000 anni di storia
Con l’avanzare della romanizzazione e l’introduzione sistematica dell’allevamento ovino domestico, il muflone viene progressivamente escluso dagli spazi produttivi e relegato nelle aree più impervie. È un processo che non riguarda soltanto un animale, ma un intero modello di rapporto con il territorio: la Sardegna agricola e pastorale, integrata nei circuiti economici dell’Impero, convive con una Sardegna interna, montana, meno controllabile, in cui sopravvivono forme di vita più antiche. In questo senso, il muflone diventa il simbolo biologico di una marginalità che è insieme geografica e culturale.
Il silenzio delle fonti medievali non interrompe questa continuità. La mancanza di riferimenti espliciti non implica l’assenza della specie, ma piuttosto la sua collocazione stabile in un mondo periferico, lontano dalle cronache e dai documenti ufficiali: del resto l’antica Barbaria (l’attuale Barbagia sui Montes Insani del Gennargentu) era stata frantumata nei quattro giudicati medioevali, in modo da poter esser meglio controllata. Solo con l’età moderna e con la nascita di un interesse scientifico per la storia naturale dell’isola il muflone riemerge con maggiore chiarezza nelle descrizioni di viaggiatori e naturalisti, che ne riconoscono il valore emblematico.
Nel corso dell’Ottocento e del Novecento, tuttavia, questo equilibrio antico viene messo seriamente in discussione. La caccia indiscriminata, la trasformazione del territorio e l’aumento della pressione antropica conducono a una drastica riduzione delle popolazioni di muflone, fino a minacciarne la sopravvivenza stessa. Solo in tempi relativamente recenti, grazie a una rinnovata consapevolezza culturale e scientifica, la specie ha potuto beneficiare di misure di tutela che ne hanno permesso la parziale ripresa.
Questo volume di Salvatore Naitana, un amico carissimo ma soprattutto il più importante specialista del settore, si colloca in una prospettiva che potremmo definire di storia lunga, nella quale il muflone viene osservato non soltanto come oggetto di studio zoologico, ma come parte integrante della storia della Sardegna. La sua presenza racconta una vicenda che unisce natura e cultura, biologia e memoria, mostrando come le specie animali possano diventare testimoni silenziosi delle trasformazioni storiche.
Studiare il muflone significa, dunque, interrogarsi sul rapporto profondo tra l’uomo e il suo ambiente, sulle scelte compiute nel passato e sulle responsabilità del presente. In un’epoca segnata da rapide trasformazioni e da nuove minacce alla biodiversità, il muflone della Sardegna continua a ricordarci che la storia non riguarda soltanto gli uomini, ma anche gli animali che hanno condiviso con essi lo stesso spazio e lo stesso tempo: questo libro voluto dall’Istituto Sardo per le lettere, le scienze e le arti segna un passo in avanti decisivo che veramente è un dono prezioso per tutti gli studiosi, gli ambientalisti, i giovani sardi.
Attilio Mastino